Una barca per i disabili


di Daniela Domenici

Salire in barca con la sedia a rotelle, in Sicilia, ad Augusta, per l’esattezza : da oggi si può grazie a “La forza di Salvo Ravalli”.

Siamo stati l’estate scorsa a bordo de “Lo spirito di Stella”, il primo catamarano  a misura di disabile creato da Andrea Stella dopo l’incidente che lo ha reso paraplegico; ieri abbiamo conosciuto ad Augusta Salvo Ravalli.

E’ un signore di quasi 40 anni che quattro anni fa, per il solito banale incidente con la moto, ha perso l’uso delle gambe, è finito sulla sedia a rotelle. Dopo essere stato ricoverato in ospedali italiani ed esteri, al ritorno a casa, ad Augusta, ha trovato una sorpresa: suo padre, conoscendo il suo profondo amore per il mare, gli aveva regalato una barca e lui si è messo a immaginare e disegnare modifiche, insieme a Marcello Ferro, per renderla accessibile a chi, come lui, fosse “rotellato”, termine preso in prestito dal giornalista Franco Bomprezzi.

Salvo Ravalli ha trovato chi mettesse in opera le sue idee, la Effenautica di Francesco Ignoti e Filippo Saraceno, sempre ad Augusta, che in sei mesi di lavoro, dal dicembre 2009 all’aprile di quest’anno, hanno reso accessibile questa barca a cui Salvo ha voluto dare il nome di sua figlia: “Roberta”.

In questa sua “voglia di mare accessibile” Salvo è riuscito a trovare l’appoggio del Circolo Nautico San Gaetano, nel golfo Xifonio ad Augusta, dove “Roberta” è ormeggiata: può salire e scendere dal pontile alla barca e viceversa, non c’è alcuna barriera architettonica anche a livello di servizi igienici negli edifici del club.

In pratica, senza scendere in troppi dettagli tecnici, la barca è stata “allungata” a poppa di circa un metro per ospitare una piattaforma a cui si può accedere con la carrozzina, il motore fuoribordo può essere spostato con un “power lift” quando passano le carrozzine ed è stato calcolato che questo “passaggio” sia di 70 cm perché la loro larghezza è, in genere, di 60 cm, come ci ha detto Salvo. La poppa della barca può contenere fino a 4 carrozzine. Anche il sedile del guidatore è stato adattato alle esigenze di un “rotellato” con dei braccioli in modo da spostarne il baricentro ad hoc.

Salvo Ravalli ha trovato appoggio anche in una onlus di Augusta, Il Faro, presieduta dall’infaticabile Giovanni Spadaro, che ha preso a cuore questa iniziativa e ha creato, per iniziare, delle magliette con il logo “la forza di Salvo Ravalli”.

Ora il sogno di Salvo Ravalli è quello di mettere a disposizione dei disabili, sia psichici che fisici, di Augusta e dintorni la sua barca per delle passeggiate a mare come ha fatto, appunto, Andrea Stella col suo catamarano ma, per far questo, ha bisogno di sponsor che credano in questo suo progetto.

Disabili. I conti giusti li hanno fatti i disabili


Franco Bomprezzi racconta la campagna che ha fatto cambiare idea a Tremonti

La parola d’ordine è “prudenza”. La fiducia nel governo da parte delle associazioni delle persone disabili è stata troppo scossa dalle vicende delle ultime settimane perché basti una dichiarazione, per quanto importante e ufficiale, a far rientrare l’allarme creato dalla manovra finanziaria. Sta di fatto che, con ogni probabilità, il proposito originario del ministro Tremonti di mettere paletti rigidissimi alle certificazioni di invalidità, modificando addirittura le percentuali necessarie per ottenere l’assegno da 256 euro mensili e rivedendo in senso restrittivo la concessione dell’indennità di accompagnamento, è per il momento definitivamente rientrato.

Troppo rischioso infatti, in questa complicata fase politica della maggioranza, trovarsi contro l’opinione pubblica (di sinistra, di centro e di destra), colpita emotivamente anche dalla inconsueta manifestazione dei disabili davanti a Montecitorio del 7 luglio. Una bomba da disinnescare prima di ogni altra controversia, perché in effetti l’applicazione concreta della dichiarata guerra alle false invalidità, proclamata con enfasi da Tremonti il giorno stesso della presentazione della manovra, si era risolta in un pasticcio burocratico, di difficile interpretazione e di sicura ingiustizia sociale. Tanto da mettere tutti d’accordo, Fish e Fand, ossia il 99% delle grandi associazioni italiane: comunicati congiunti, stessi toni, consultazione permanente, pochi obiettivi ma chiari, condensati d’altronde nella petizione avviata nel nostro portale, con immediato e grande consenso di adesioni. Marcia indietro del governo, dunque, con qualche retroscena ancora poco decifrabile politicamente, ma proficuo dal punto di vista dei diritti acquisiti dei cittadini disabili. È infatti assai probabile che il ministero del Welfare abbia giocato un ruolo determinante quanto discreto nell’abbassare i toni del confronto e nel riprendere in mano il timone della difficile navigazione a vista, nella palude delle norme melmose e incrostate di burocratese, che sono in effetti la vera origine del conflitto e delle tensioni delle ultime settimane.

Il ruolo del Welfare
Facciamo un passo indietro. L’Inps ha ricevuto un incarico preciso da Tremonti: rimettere ordine nei conti dell’invalidità civile. Controlli a tappeto, prima a campione, poi, dall’anno prossimo, a raffica, fino alla cifra impressionante di 500mila verifiche. Un numero colossale che ha portato l’Inps a chiedere di affidare anche alle commissioni delle Asl il compito di sbrigare le pratiche di accertamento dell’invalidità, mentre i controlli, prima della manovra finanziaria, dovevano essere fatti solo da commissioni nominate dall’istituto di previdenza. Passa dunque dall’Inps la sorte futura di molte decisioni importanti per le famiglie e per le persone disabili. In particolare potrebbe essere applicata in termini restrittivi la normativa, sicuramente ambigua, che sta alla base dell’assegnazione dell’indennità di accompagnamento, ben più cospicua dell’assegno di invalidità, e non legata (per ora) al reddito: sono 12 mensilità da 480 euro. Fino ad ora l’indennità veniva garantita a quasi tutte le persone con invalidità certificata al 100%, anche quando risultavano capaci di un minimo livello di autonomia personale. Ad esempio paraplegici, persone permanentemente in sedia a rotelle, anziani quasi non autosufficienti. È su quel margine di discrezionalità che si gioca una partita estremamente delicata. Dopo il varo della manovra finanziaria, se il pallino tornerà al ministero del Welfare potrebbe infatti aprirsi un tavolo tecnico serio, con persone competenti e associazioni rappresentative, che finalmente riprenda in mano i criteri di certificazione dell’invalidità civile, sicuramente superati dal tempo, visto che non tengono conto neppure delle indicazioni provenienti dall’Organizzazione mondiale della Sanità, attraverso il nuovo sistema di classificazione Icf, che tiene conto delle funzionalità e delle relazioni delle persone con l’ambiente nel quale sono inserite. È prevedibile che molte incrostazioni del passato potrebbero essere rimosse e scalfite se il dialogo, in buona fede, si svolgerà nel comune interesse di garantire le migliori prestazioni possibili a chi ne ha effettivamente diritto…

da http://www.vita.it

Il governo della vergogna


di Franco Bomprezzi

Hanno fatto finta di capire, di essere disponibili a cambiare. Gianni Letta in persona aveva dichiarato che sarebbe stato il portavoce dei diritti delle persone disabili. Il presidente della commissione Bilancio del Senato, Azzolini, aveva promesso che un emendamento avrebbe fatto piazza pulita dell’innalzamento dal 74 all’85 per cento del limite minimo per accedere all’assegno di invalidità. E invece hanno iniziato quel sistematico e preordinato disegno di macelleria sociale che viene da lontano, che viene dalle parole del ministro Tremonti, delle quali ho ampiamente scritto in questo blog.

Nel sito Handylex.org i dettagli e il testo dell’emendamento presentato dal Governo. Ve ne consiglio la lettura con molta calma e attenzione. In sintesi estrema sono due gli aspetti vergognosi: il limite viene comunque alzato all’85 per cento. Unica eccezione per le disabilità con invalidità al 75 per cento, certificata per una patologia unica, come, ad esempio, le persone con sindrome di Down. Tutti gli altri, se hanno una certificazione inferiore all’85 per cento, ma frutto della somma di più patologie invalidanti, il che avviene ad esempio quasi sempre per le persone anziane, o con patologie di origine psichiatrica, perdono il diritto all’assegno di invalidità di 256 euro. Lo perdono e basta. Gli verranno negati quei quattro soldi, per fare cassa.

Ma non basta: ora si mette mano anche all’indennità di accompagnamento, quella di 480 euro mensili, che viene assegnata a tutte le persone disabili al cento per cento, anche quando non percepiscono pensione. Potranno mantenerla solo“i cittadini nei cui confronti sia stata accertata una inabilità totale per affezioni fisiche o psichiche e che si trovino nella impossibilità permanente di deambulare senza l’aiuto di un accompagnatore, o, non essendo in grado di compiere il complesso degli atti elementari della vita, abbisognano di una assistenza continuativa”.

Sapete che cosa significa questa norma vergognosa? Che si comincia a creare divisione tra paraplegici e tetraplegici, fra anziani che a fatica cercano di conservare un minimo di autonomia negli spostamenti e anziani che sono permanentemente a letto. Significa che si daranno questi 480 euro al mese solo a persone in stato di assoluta gravità. Gli altri, ossia tutti quei disabili che si muovono in carrozzina, che mantengono almeno in parte una certa autonomia personale, ma che ovviamente non sono totalmente autosufficienti, tanto che hanno comunque diritto alla certificazione di invalidità al cento per cento, si vedranno sottratta questa indennità, l’unica vera misura di sostegno alla vita indipendente e all’autonomia nel nostro Paese.

Nemmeno la Thatcher è mai arrivata a tanto. In Gran Bretagna il welfare per i disabili è sempre stato salvaguardato, anche nei momenti più bui. In Germania, in Francia, in Spagna, in Svezia, non si sognerebbero neppure di intaccare diritti consolidati, che negli ultimi trent’anni hanno garantito, sia pure in modo insoddisfacente, un crescente livello di autonomia delle persone disabili. Questo governo ci sta riuscendo. Metterà la fiducia alla sua manovra, impedirà gli emendamenti migliorativi, raggiungerà questo primato davvero invidiabile, di essere riuscito là dove nessuno aveva osato.

Vergogna. Mi sento molto a disagio come cittadino, come persona disabile, come persona impegnata da tempo a fianco delle associazioni che in modo civile, pacato e serio hanno contribuito alla costruzione di leggi magari carenti dal punto di vista economico, ma comunque di volta in volta migliorative. Le associazioni hanno deciso di portare in piazza i disabili italiani il 7 luglio. Lo hanno deciso insieme Fish e Fand, ossia i due grandi raggruppamenti associativi, spesso divisi nel passato. Anche questo è un primato del governo Tremonti-Brunetta-Bossi.

Provo a ragionare, per capire la ratio di queste misure. E trovo il senso se rovescio il barile. E’ stato raschiato il fondo. Il Governo non può garantire i trasferimenti alle Regioni per coprire le spese dei servizi sociali. Dunque trasforma l’indennità di accompagnamento nell’unica vera misura per i non autosufficienti. Così le Regioni potranno limitarsi ai servizi di routine e ospedalieri. I Lea non saranno mai resi noti, i livelli essenziali tornano nel libro dei sogni. Ecco perché ancora adesso i malati di Sla attendono le misure promesse da Fazio (che ora si è rifugiato nella scusa che i provvedimenti per i malati di sclerosi laterale amiotrofica sono fermi al ministero delle Finanze). Ecco perché si salvano, si fa per dire, solo le persone Down. Prima di tutto perché questa condizione familiare è vissuta direttamente da alcuni parlamentari della maggioranza, che dunque si sono sentiti toccati in prima persona. E poi perché erano visibilmente il segno della vergogna, avrebbero fatto indignare troppo l’opinione pubblica. Distinguere invece tra un vecchio traballante con un deambulatore, un tetraplegico che faticosamente è riuscito perfino a salire in macchina e a guidare, separandoli da chi vive in un letto e ha bisogno di badante e assistenza domiciliare continuativa, è operazione che si può fare, che può perfino essere capita dai bempensanti, che può essere presentata, da sepolcri imbiancati, come solidarietà ai più deboli.

Per me, oggi, la misura è colma. Mi sembra di vivere un brutto sogno.  Ma forse il risveglio è ancora peggiore.

da www.vita.it

Sono disgustato dalla pochezza del giornalismo italiano in tema di disabilità


di Franco Bomprezzi

Tacciono, fanno finta di non sapere, di non aver capito e invece sono conniventi, tuonando dal loro pulpito di carta contro i “falsi invalidi”, abboccano come “carpe” all’amo dei “falsi numeri”, si occupano d’altro, si schierano a metà, sempre a metà, ma quando ci sarebbe bisogno di una bella testimonianza di professionismo – come nel caso di questa Manovra Finanziaria che in realtà colpisce i “veri invalidi” – spariscono, si eclissano, si negano. E a pagare restano le persone con disabilità e le loro famiglie… Un mondo di ipocriti, farisei, distratti, superficiali, ignoranti, ignavi, prudenti, egoisti, calcolatori, pigri, dormienti. Sono i miei colleghi giornalisti famosi. Le “grandi penne” del giornalismo italiano, quelle che si sono distinte in questi anni, guadagnando somme ingenti, ben al di sopra della media dei colleghi ordinari, per aver saputo “lisciare il pelo” all’opinione pubblica, individuando, con sagace e furbo moralismo perbenista, i responsabili del nostro malessere sociale ed economico. Hanno venduto migliaia di copie di libri, hanno riempito gli scaffali di bestseller, sono intervenuti nei talk show pubblici e privati, hanno aperto blog, hanno ricevuto premi e onorificenze, sono ascoltati e temuti, vezzeggiati e circondati di premure. E ora tacciono, fanno finta di non sapere, di non aver capito. Peggio, sono conniventi. Tuonano dal loro pulpito di carta contro i “falsi invalidi”, abboccano come “carpe” all’amo dei “falsi numeri”, si occupano d’altro, si schierano a metà, sempre a metà, un colpo al cerchio (e neppure quello), un colpo alla botte (dipende dalla botte). Insomma, quando ci sarebbe bisogno di una bella testimonianza di professionismo, su carta, in tivù, sul web, spariscono, si eclissano, si negano. Vergogna. Lo dico senza timore. Sono sinceramente disgustato dalla pochezza del giornalismo italiano in tema di disabilità. In questi giorni la rivista «Vita» ha cercato, anche con il mio impegno personale, di documentare seriamente un caso palese di errore contenuto nella manovra del Governo. L’innalzamento della percentuale di invalidità per ottenere l’assegno mensile di assistenza, dal 74 all’85 per cento; colpisce invalidi “veri”; è una vergogna, non serve a niente, non porta altro che spiccioli nelle casse dello Stato, non c’entra niente con la lotta sacrosanta al fenomeno dei falsi invalidi. E allora perché questo silenzio? Perché questo argomento è un bel diversivo per spostare l’attenzione dai temi veri della manovra. Intanto, però, a pagare sono le persone con disabilità e le loro famiglie. Vergogna.

da www.superando.it

Siamo tutti falsi invalidi


di Franco Bomprezzi

Forse dovremo andare in giro con una maglietta, come si usa adesso, con la scritta: “Siamo tutti falsi invalidi!”. Sì, perché la misura, per me, è colma. Nel pieno di una crisi economica profonda e lenta, nel momento in cui si dovrebbe seriamente mettere mano agli sprechi e alle inefficienze della spesa pubblica, ripensando un modello complessivo di gestione delle risorse statali e regionali, il Governo, prima con Brunetta e ora con Tremonti, getta in pasto all’opinione pubblica, grazie a giornalisti compiacenti e alla loro evidente “prostituzione intellettuale”, cifre false e fuorvianti sul tema, nazionalpopolare, delle pensioni di invalidità.

Chi non è d’accordo sullo stanare i falsi invalidi? E cosa c’è di meglio che annunciare addirittura una “manovra etica”, che invece si configura come un primo serio tentativo di macelleria sociale? Al centro della dis-informazione non c’è soltanto la farneticazione sui possibili risparmi legati allo smascheramento dei truffatori, ma soprattutto l’ultima idea, che sta passando in silenzio, e sembra addirittura in modo bipartisan: ossia legare l’indennità di accompagnamento (480 euro mensili) al reddito. Ovvero, se è questa l’ipotesi che circola, a un reddito che non deve superare i 15 mila euro annui, comprensivo di casa… Si capisce bene che l’ottanta per cento, forse più, delle persone disabili certificate al 100 per cento, perderanno da subito questo sostegno alla loro vita. Già non percepiscono la pensione di invalidità (quella stupenda pensione da 260 euro), e a questo punto dovranno arrangiarsi, per pagarsi l’automobile e la benzina (visto che i mezzi di trasporto accessibili non esistono se non nella fantasia), per mantenere una colf o magari almeno mezza badante, per fare la manutenzione degli ausili non coperta dai tempi di fornitura pubblica dei ricambi (ricordo che una carrozzina viene fornita al massimo ogni cinque anni…). L’indennità di accompagnamento è sempre stata sganciata dal reddito, perché nel nostro Paese è l’unico vero intervento economico, sia pure modesto, a favore delle persone disabili e delle loro famiglie. Nessun governo è riuscito a legarla alla dichiarazione dei redditi. Non foss’altro perché si sa quanto diffusa e endemica sia l’evasione fiscale, con il rischio evidente di punire gli onesti e di premiare i furfanti.

Forse stavolta ce la faranno, sotto la spinta emotiva di una opinione pubblica bombardata di messaggi falsi e fuorvianti.

Si stima che il costo per l’assistenza di un disabile grave non autosufficiente si attesti su una media mensile di 2500 euro a carico della persona o della famiglia. In queste situazioni anche l’indennità di accompagnamento rappresenta un sostegno, tutt’altro che sufficiente a compensare un carico assistenziale che rimane in larga misura sulle spalle del cittadino e della sua famiglia. Altri dati, raccolti con tenacia certosina da Carlo Giacobini in queste ore:

“Nel 2006 l’Italia ha speso il 25,7% del proprio PIL in queste prestazioni: il 50,8% se n’è andato in pensioni di anzianità e vecchiaia (previdenza), il 26,8% in spese per malattia (sanità), il 9,7% in pensioni di reversibilità, e il 5,9% in prestazioni economiche o in natura per invalidità (assistenza). La spesa per le pensioni, assegni e indennità agli invalidi e le pensioni sociali, rappresentano pertanto solo una parte marginale della spesa di protezione sociale. Scomponendo quel 25,7%, scopriamo che per l’invalidità il nostro Paese spendeva solo l’1,5% del proprio PIL, la stessa percentuale della Repubblica Ceca, e sopra a Malta, Bulgaria, Irlanda, Cipro, Slovacchia, Estonia, Lettonia, Lituania. Spendono di più dell’Italia, la Svezia (4,5%), la Danimarca (4,2%), l’Olanda (2,3%), il Regno Unito (2,2%), il Portogallo (2,4%), la Polonia (1,7%), la Slovenia (1,9%), l’Ungheria (2,1%), la Francia (1,8%), la Germania (1,7%), il Belgio (1,8%). L’Italia si colloca sotto la media dell’Unione Europea che per la spesa per le invalidità è di 2% del PIL”.

Dunque dati falsi, altro che falsi invalidi. C’è sempre tempo e modo per snidare i truffatori, ma se in anni di indagini a campione, di commissioni mediche (costose) convocate per rivedere le pensioni assegnate in passato, sono solo 18.840 le pensioni revocate o ridimensionate su un monte di 200 mila controlli decisi dall’Inps, ci sarà qualche riflessione da fare, o no? Sono profondamente indignato, e preoccupato. Questa volta non c’è nessuno che possa arginare la piena populista. E questa è davvero una sporca manovra, altro che manovra etica.

da www.vita.it

Voglio andare a Madrid, ma…


di Franco Bomprezzi

Ma sembra proprio che al mitico stadio Santiago Bernabeu – dove si giocherà il 22 maggio la finale di Champions League tra Inter e Bayern Monaco – i posti accessibili siano pochi, scomodi e addirittura pericolosi da raggiungere. In barba alla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, che la Spagna è stata tra i primi Paesi europei a ratificare…

Lo stadio Santiago Bernabeu di MadridNon ci volevo credere, e invece è vero. Il glorioso, monumentale stadio di Madrid, il Santiago Bernabeu, che ospiterà il 22 maggio prossimo la finale di Champions League fra Bayern Monaco e Internazionale Milano, è assai scarsamente accessibile alle persone con disabilità. Lo deduco da un paio di link trovati in questi giorni di assidua ricerca di informazioni e di passaparola su Facebook [i due link cui si fa riferimento sono raggiungibili cliccando qui e qui, N.d.R.]. I posti accessibili sono pochi, scomodi e addirittura pericolosi da raggiungere.
Inutile dire che io – da tifoso dell’Inter e da persona disabile incosciente – vorrei proprio andarci, a Madrid, per vivere assieme agli altri tifosi nerazzurri un momento “epico” della nostra storia calcistica che arriva, a dire il vero, con qualche decennio di  distanza dall’ultima occasione analoga (ero davvero giovane, allora…). Non nego dunque il “conflitto di interessi”, ma so bene che nel nostro Paese questo non è un gran problema, e forse neanche in Spagna.
Assai più grave è che la UEFA [la Federazione Europea del Calcio, N.d.R.] decida di assegnare la finale di Champions League a una città senza inserire – lo deduco, non ne sono sicuro, ma a questo punto mi pare assai probabile – fra i requisiti essenziali la piena e adeguata accessibilità dell’impianto a tutti. Il risultato è che entrambe le tifoserie – bavaresi e milanesi – si vedono negato un diritto sancito dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità all’articolo 30 (Partecipazione alla vita culturale e ricreativa, agli svaghi ed allo sport). Inutile, ma mica tanto, ricordare che la Spagna è fra i primi Paesi ad avere ratificato la Convenzione e in effetti molte cose nel Paese iberico funzionano bene, stando alle informazioni in possesso delle associazioni delle persone con disabilità. Ma qui davvero non ci siamo.

Io vado spesso a San Siro, e anche se contesto la filosofia dell’accessibilità di questo come di tutti gli altri stadi (parliamo comunque di spazi “dedicati”, il che impedisce la libera scelta del posto, della visuale, delle amicizie, e così via…), bisogna pur dire che Inter e Milan consentono a moltissime persone con disabilità di accedere a spazi dignitosi, con ottima visibilità, in posizione centrale, tribuna arancio e anche gratis (cosa sulla quale dissento da sempre: poco, ma farei pagare, in modo da essere sicuri che si va allo stadio per passione… autentica!).
Pensavo dunque che la mia balzana idea di partire e andare in auto a Madrid, via Barcellona (per passare dal luogo del delitto, ovviamente…), sarebbe stata fattibile, se non addirittura banale. E invece così non sembra. Presto per rinunciare, anzi, cerco una mobilitazione “bipartisan” (Inter e Bayern), con l’aggiunta di spiriti liberi di ogni bandiera, perché sono convinto che dietro la banalità di un diritto apparentemente minore (ovviamente non paragonabile ai servizi essenziali alla persona) si celi un sentire comune, una bandiera che tutti comprendono e possono sventolare con foga. Non chiedo di tifare Inter, ci mancherebbe, ma semplicemente di garantire a me, e a tutti i tifosi con disabilità, di poter scegliere se andare o meno a vivere un grande evento sportivo, in un tempio del calcio moderno.
Tutto qui. Ce la faremo tutti insieme a vincere questa piccola grande battaglia? Ci proviamo.

da www.superando.it

Inter: Moratti mette in campo 20 rom


di Sara De Carli

Stasera prima del match contro il Barcellona accompagneranno i giocatori sul rettangolo di gioco

 Le luci di San Siro, il boato dello stadio. A dare la mano ai giocatori dell’Inter e del Barcellona, dal tunnel fino in campo, saranno questa sera venti bambini ospiti della Casa della rità di Milano. Molti rom, ma non solo. Ci sono anche albanesi, ucraini e italiani. «Questa volta tutti li additeranno sì, ma con invidia», dice Fiorenzo De Molli, responsabile area rom per la Casa della Carità, che li accompagnerà.

 A scegliere i bambini che accompagnano in campo i giocatori è MasterCard, che usa solitamente la vetrina come strumento di marketing. Per la prima volta invece, questa sera, Mastercard ha deciso di dare a quella sfilata un volto sociale. Ha chiesto all’Inter di segnalargli una realtà milanese a cui fare riferimento e Moratti in persona ha chiamato don Virginio Colmegna, presidente della Fondazione Casa della Carità, in prima linea in città nell’accompagnare i rom in percorsi positivi di inserimento. 

 Tra i bambini che scenderanno in campo questa sera, maschi e femmine, dai 7 ai 9 anni, molti sono appunto rom, con alle spalle esperienze di campi e sgomberi. Alcuni ora vivono in Casa della Carità, altri nei centri ad essa collegati, altri sono nel nuovo insediamento regolare di Pioltello. Oggi pomeriggio andranno a San Siro, faranno merenda lì, vestiranno la divisa ufficiale, scenderanno in campo con i giocatori e poi saliranno in tribuna.

 Scenderanno in campo semplicemente come bambini, non si capirà affatto chi sono e da dove vengono. Non è una vetrina. «Perché abbiamo accettato? Perché è una cosa bella, che dà dignità, è una festa per i bambini», dice De Molli. «Sono gasati, ma credo che non riescano bene a immaginare cosa li attende. Domani lo saranno ancora di più».

 da www.vita.it