“Non si muore solamente”


di Tiziana Mignosa

Le persone non muoiono soltanto

quando smettono di contare giorni

a volte semplicemente vanno via

e altre il corpo lasciano a pascolare

mentre il canto della follia

la loro mente intona.

.

Quando della morte

uno dei suoi aspetti incontri

che sia quello ufficiale

o uno dei due non riconosciuto tale

è sempre uno strappo al cuore

che non può non fare male.

.

Tutti abbiamo sempre dato credito

al fatto che morire

come qui s’intende

sia il male più pesante

che mai possa capitare

a noi ancora uomini di così poca fede.

.

Eppure anche gli altri due

non posseggono buchi nelle tasche del tormento

quando nel secondo sai che c’è

ma è passo altrove e negazione di presenza

nel terzo invece gli occhi si colmano d’aspetto

ma il singhiozzo si fa pozza nel dolore dell’assenza.

.

“Grida di dolore” – sempre dal diario, ancora inedito di Claudio Crastus


Se già da prima avevo l’intenzione d’interrompere qualsiasi terapia e di non sottopormi alle analisi, dopo questa legge medioevale il mio rapporto con l’infermeria è giunto a termine. Trovo vergognosa quest’agonia in cui, nostro malgrado, saremo costretti a “vivere”. Che cosa c’entriamo noi con chi è uscito e ha commesso un nuovo reato? Quante volte dovrò pagare? Quando si finirà di lapidarmi? Come si sentiranno quando morirà il primo malato tra queste mura, quando morirà il primo innocente?

Oggi è morta l’umanità, la giustizia, non c’è più proporzione tra reato e castigo. Ha forse senso la condanna a morte? Io non posso accettare di morire in questi recinti, non posso e non voglio sfiorire in cortili squallidi dove la vita è gettata con arroganza e le speranze vengono falciate con crudeltà.

Stanotte ho sognato l’inferno: era identico alla mia realtà. Lui, il demonio, ci ha messi in fila per tre e a drappelli ci destinava al patibolo. Due esseri orrendi mi hanno portato alla ghigliottina e mi hanno invitato ad appoggiare la testa sotto la lama. Pochi minuti, un ultimo sguardo al mio cuore ferito, poi più nulla: era scesa la lama.

Ho aperto gli occhi, e mi sono ritrovato nella mia cella, le lenzuola inzuppate di sudore, il cuore impazzito, sballottato da un incubo a un altro, tra il buio e il silenzio di un’interminabile notte.

“Il sasso e la piuma”


di Tiziana Mignosa

Il dolore è come l’onda
che a valle per i capelli porta
e con sé trascina anche
muri senza cemento
e tutte le fragilità che incontra.
E intanto sulla conca
è terra a mucchio che l’inciampo crea
sassi che sul fondo restano
mentre le piume
disegnano la leggerezza in cielo.

Volano via le rondini


Sussurrata a quattro mani dal respiro poetico di Marco Casini e Maria Grazia Vai

sulle note del Concerto di Aranjuez Adagio di Joaquin Rodrigo

Pindarici distratti
simbolici e tonanti

– I sogni –

nel vuoto pan di zucchero
che il fato ha costruito

dove finisce l’anima
e il cielo si scolora

Tra foglie
di papavero appassito

e la voce
di un cantore senza nome

– Volano via le rondini –

Chimere, fragili
come cristalli d’acqua

– poesie –

Nel pianto di una rosa
sulla neve partorito

dove si posa il vento, e
cantano gli aquiloni

Ritornerò
frammento d’anima e dolore

nei labirinti,
e i mormorii del cuore

Dove tornano
e vanno a stridere
– e a morire,

anche i gabbiani –

“Il canto dell’arcobaleno


di Maria Grazia Vai

E’ un volo di pensiero

con la voce del silenzio

Un rincorrersi di mani e fiato

tra fili d’erba

e rovi

Anime si sfiorano

e il vento canta

tra le dita

E di quell’attimo

s’ascolta

del dolore il canto

e dell’amore il grido

E’ la mia voce

– e si confonde

nei colori dell’arcobaleno.

 

“Farfalla”


di Tiziana Mignosa

A te e alle tue ali colorate
farfalla con le tasche gonfie a sassi
piombo fuso sui pensieri a picco
gelido bagno sulla voglia di volare.

A te che col tuo pianto
le lancette spingi sulle venti
redenzione
sul dolore di star male

e alla tua meta senza gioia
su un altro giorno da dimenticare.

Ascolta il vento
che amico porta primavera
e dal dopo slaccia
ciò che anche adesso puoi avere.

Vita soffia
ai tuoi sogni ormai delusi
che solo tu
puoi fare diventare veri.

“D’una pagina strappata”


di Maria Grazia Vai

(sulle note di “We are free now” di Enya)

D’ogni uomo, il suo dolore
D’una parola,
la sua primavera e il tramonto.

Ogni battito di mano,
ali
e ciglia

quando dell’amore parla
e per amore, mai non tace
– è sacro

E agogna un nome, un battesimo

Un luogo a cui tornare
quando il suo tempo
perderà chiome, e radici

E quando muore, vivrà
di nuova vita

E di una lacrima caduta,
d’una pagina strappata
diventerà il rumore

Mentre il taciuto dire
si perderà
– e per sempre

nel silenzio di passi
che dell’Amore
hanno temuto

di varcare la soglia.