“Clown One Sicilia Tour”, un sorriso a chi soffre


E’ partito questa mattina dall’Ismett di Palermo il “Clown One Sicilia Tour 2010”, organizzato da Clown One Italia Onlus, associazione di volontariato che si occupa dell’intrattenimento ospedaliero, in collaborazione con l’associazione “Acunamata” di Palermo presieduta da Sergio Lo Verde. Una carovana di “nasi rossi” colorati e allegri ha così invaso le sale di degenza della struttura ospedaliera altamente specializzata in trapianti. Quella di oggi è solo la prima tappa di un percorso che vedrà i trenta clown, tutti volontari, impegnati a portare il sorriso a chi ne ha più di bisogno perchè ricoverato in un triste letto d’ospedale. Ed è proprio quello che sono riusciti a fare i gioiosi pagliacci questa mattina all’Ismett che per questa mattina è trasformato in uno spettacolo itinerante nelle varie stanze tra lo stupore e la meraviglia leggibili negli occhi dei bambini e le risate dei più grandi. Anche il personale sanitario si è prestato alla speciale giornata e si è divertito insieme ai pazienti. Non solo però camere di ospedale, il viaggio di Clown One Sicilia, dal ventidue al ventotto giugno, prevede di toccare anche centri di salute mentale, case di riposo e il venticinque la Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato di Cinisi perchè, come dice il presidente dell’associazione “Acunamata” Sergio Lo Verde: “Non esiste figura più antimafiosa del clown, con quel suo modo di non prendersi mai sul serio”. Questo è il secondo anno che si ripete questo tour in Sicilia e la scelta di partire proprio dall’Ismett non è casuale per mettere in pratica il curare attraverso il buonumore: “ Si crede – dichiara Sergio Lo Verde – che l’attività del clown in ospedale si presti molto, in particolare, ad instaurare uno speciale rapporto tra l’animatore e chi si prepara o ha già ricevuto un organo”. Il Clown One Sicilia si caratterizza per il carattere dell’internazionalità, infatti, ha avviato dei progetti in molte aree del terzo mondo e paesi con conflitti in corso e inoltre, i propri volontari provengono da ogni parte del mondo. Il gruppo di clown che stamattina ha allietato la giornata dei piccoli e non solo pazienti dell’Ismett era formato sia da italiani, russi americani e da una consistente delegazione francese. Tuttavia, non ci sono stati problemi di comunicazione con tutti i degenti dell’Ismett che a loro volta provengono da ogni parte dell’area mediterranea perchè il linguaggio della gioia e dell’allegria non conosce confini e barriere di sorta, neanche se si sta in un letto di ospedale.

da www.livesicilia.it

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“Patch” Adams, io clown per portare amore


Una gioventù travagliata con tre tentativi di suicidio, molti anni passati negli ospedali psichiatrici; e poi la svolta della sua vita: l’idea di un ospedale dove potesse emergere l’empatia per il malato. Trentasette anni di attività come medico-clown, 15 mila persone visitate senza mai prescrivere uno psicofarmaco. E’ durata più di un’ora la prima lezione romana all’università di Roma di Patch Adams il medico statunitense riconosciuto come l’ideatore di una terapia molto particolare, quella del sorriso. La prima tappa di un tour che lo porterà in altre università italiane (domani pomeriggio sarà all’Aquila) e che lo ha portato a costruire una rete internazionale di solidarietà in più di 65 paesi attraversati da conflitti e calamità naturali. “Il vero scopo del medico – afferma Adams – non è curare le malattie ma prendersi cura del malato”, e la sofferenza interiore è altrettanto importante del dolore fisico. Look in perfetto stile clownesco Adams è divenuto popolare grazie al celebre film del 1998 interpretato da Robin Williams. “Il film – racconta scherzando – ha incassato 2 miliardi di dollari ma a me non me ne hanno dati neanche 10”. Agli studenti il medico-clown ha ripercorso le tappe della sua vita e i suoi progetti: dai tre tentativi di suicidio, a cui hanno fatto seguito altrettanti periodi passati in ospedali psichiatrici; alla nascita di un modello di ospedale unico, basato come una sorta di comunità, dove il chirurgo e l’addetto alle pulizie venivano pagati allo stesso modo (300 dollari) e dove la relazione medico-paziente (la prima visita non durava mai meno di 4 ore) era improntata all’empatia, all’intimità e a una buona dose di umorismo, secondo lo slogan “ridere fa bene alla salute”. “Volevo creare un modello di ospedale – ha spiegato il 65enne medico americano – che si occupasse delle cure in tutti i suoi aspetti. Per questo ho iniziato a fare il clown in ospedale. Non ho mai pensato a una terapia, non credo di averne mai fatte, essere clown era solo uno strumento per arrivare all’amore, che deve essere sempre l’obiettivo principale”. E forse deve esserci riuscito, se è vero che “nei primi 12 anni del progetto pilota, ho visitato circa 15 mila persone e non ho mai prescritto uno psicofarmaco”. Ma la lezione agli studenti non si è fermata agli aspetti sanitari, ad “educare alle cure”. Perché Adams ha provato ad andare oltre, parlando dei mali del capitalismo e dei disastri ambientali, invitando gli studenti a “resistere” e incitandoli a fare “una rivoluzione non violenta”. Quella “rivoluzione” che lui aveva iniziato tempo addietro, e che lo ha portato ad essere ‘Patch’ Adams. Nel frattempo a Firenze si fa strada il progetto che prevede la formazione di Clown Ospedalieri professionisti dello spettacolo al servizio della salute. Gli aspiranti Clown ospedalieri (finora ne sono stati formati 90), saranno formati sia sul modello operativo ampiamente sperimentato dalla Clown Care Unit del Big Apple Circus di New York, sia sul modello operativo già sperimentato dal 2005 dalla Regione Toscana. E l’esperienza del medico-clown ha lasciato una traccia tangibile anche nel nostro paese: Firenze diventerà il punto di riferimento italiano per la formazione di professionisti nella Clown Terapia in ospedale, grazie al bando del ministero per le Pari Opportunità vinto dalla Onlus Soccorso Clown, in partnership con l’ospedale pediatrico Meyer.

fonte ANSA

La via crucis


di Franco Bomprezzi

E’ Pasqua. Non mi sembra che la gente se ne sia accorta. Se non perché c’è un ponticello, una mini vacanza, una passerella a cavallo dell’entrante primavera. Quando ero ragazzo c’era un’attesa diversa, fatta di cose semplici, il senso della vigilia, ad esempio, e l’attesa della festa, delle campane che si sciolgono, delle uova di cioccolato piene di sorprese ingenue.

Oggi penso alla via crucis che si svolge in silenzio, ogni giorno, nelle case nelle quali vivono persone in grande difficoltà, quelle migliaia di persone non autosufficienti, accudite ora per ora, giorno per giorno, da familiari affettuosi ma stanchi, da badanti che in questi giorni magari vorrebbero tornare nel paese d’origine, e hanno tanta malinconia nel cuore.

Sarebbe giusto, almeno un piccolo segno, se ognuno di noi provasse almeno per un momento a ragionare sul senso della vita, sulla fortuna di essere liberi e indipendenti. E magari usasse il telefono cellulare non per inviare auguri stereotipati a tutti i contatti della rubrica, ma cercasse, fra le proprie amicizie, proprio quell’amico che è più solo, che è tanto tempo che non si sente, che magari ci disturbava mentalmente con i suoi problemi così gravosi da apparire insopportabili.

Vorrei davvero che la via crucis della vita venisse per qualche giorno condivisa, basterebbe guardarsi attorno, anche nelle nostre strade, nelle nostre piazze, per cogliere negli sguardi pensierosi e cupi della gente questo momento di solitudine e di smarrimento. Senza la speranza di un sorriso, al Venerdì non può seguire la Pasqua.

Non voglio fare il predicatore, né il moralista. Ma ricordo bene che un anno fa, più o meno di questi tempi (erano i primi di maggio) ho visto da vicino la perdita totale dell’autosufficienza (se non della vita). E non voglio dimenticare i miei compagni di strada, in rianimazione, nelle corsie di ospedale, nei racconti dei familiari. Questa umanità silenziosa che ci vive accanto, che sa perfettamente il significato della via crucis.

Che sia una Pasqua di vicinanza. E di ascolto.

da www.vita.it