Di nuovo nel “nostro” carcere di Augusta…


di Daniela Domenici

Dopo 6 mesi e 5 giorni oggi ho rimesso piede dentro il “nostro” carcere grazie alla visita ispettiva, non ci crederete ma per me è stata una vera emozione perché dopo più di due anni trascorsi là dentro quasi ogni mattina e dopo questi mesi di assenza non voluta… mi mancava!!! Mi prenderete per folle, lo so, e ne avete tutte le ragioni…come si può sentire l’assenza di un luogo come il carcere da cui la gente “normale” non vede l’ora di scappare? Io non sono normale e chi mi conosce bene lo sa già da un pezzo.

Oggi due episodi avvenuti in due luoghi diversi del “nostro” carcere mi hanno commosso e voglio condividerli con voi.

Il primo è avvenuto nelle cucine, sempre durante la visita ispettiva; ho visto che tra i detenuti-lavoranti ce n’era uno alto e con la pelle nera corvina, mi sono avvicinata e ho riconosciuto (e anche lui mi ha riconosciuta subito) quel detenuto del Senegal che durante una delle tante volte che abbiamo fatto cineforum un giorno mi ha dato una lezione estemporanea su di un insegnamento del Corano che mi è rimasta impressa e che mi ha fatto capire perché i detenuti musulmani più credenti mi salutavano, ogni volta che ci vedevamo, con la mano destra sul petto. E oggi io, memore di quell’insegnamento, l’ho salutato così e lui ha sorriso senza parlare e ha ricambiato il saluto allo stesso modo.

L’altro momento per me emozionante è stato quando durante la visita siamo andati in una delle sezioni da poco riaperte dove sapevo che c’è uno dei detenuti con cui, in quei due anni, abbiamo stretto un legame di stima e affetto oltre al fatto che ho pubblicato nel mio sito tante sue poesie e due fiabe; volevo riabbracciarlo dopo tanti mesi e quando mi ha visto apparire davanti alla sua cella è stata così tanta la sua emozione che non finiva di ripetermi “che splendida sorpresa che mi hai fatto, grazie”.

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La storia di Selene, volontaria 2.0


Tutto il mondo la chiama, non l’Italia

A soli 26 anni lavora da tempo nel sociale con Nazioni Unite e Banca Mondiale in quattro continenti. Un mese fa ha visto tre talebani far saltare in aria una foresteria Onu a Kabul, uccidendo sei osservatori. E a febbraio sarà la più giovane relatrice a Davos per il World Economic Forum, pare su segnalazione diretta di un pezzo grosso svizzero. Eppure il nome di Selene Biffi in Italia non dice ancora nulla. E pensare che su questa ragazza milanese ma ormai cittadina del mondo cose da dire ce ne sarebbero molte, lei che lunedì tornerà in Afghanistan per pubblicare manuali in lingua dari e pashtun e insegnare alla popolazione come sopravvivere tra stenti e incuria.

Una laurea in Bocconi, un master in vista, una famiglia di piccoli imprenditori brianzoli alle spalle che le ha trasmesso la passione per il prossimo. Selene ha fondato sei anni fa Youth Action for Change, associazione nata per collegare i giovani italiani impegnati verso chi ne ha bisogno. Poi il progetto prende tutt’altra direzione e oggi è il primo programma internazionale che indirizza nell’impegno sociale centinaia di giovani tra i 15 e i 30 anni in tutto il mondo.

Selene e il suo gruppo di lavoro (ragazzi da El Salvador all’Ucraina, ndr) sfruttano al massimo ogni declinazione della Rete. Online volontari di 130 Paesi prendono parte a corsi di formazione gratuiti per ricostruire quelle fette di mondo dove uomo o natura hanno dato il peggio di sé. Tramite Facebook avviene il passaparola e il reclutamento. Tramite i blog si racconta la vita quotidiana di chi non conosce altro che la guerra.

Domanda di conoscenza e offerta di know how sono pressochè gratuiti. Ma mantenere progetti sul campo e siti Web costa lo stesso.  “Abbiamo chiesto aiuto a istituzioni e privati italiani. Qualcuno mi ha risposto: ‘Se lei avesse 50 anni i finanziamenti glieli darei subito ma così giovane non posso…’ ”. Oggi Yac vive di borse di studio e di contratti con Onu, Amnesty, Oxfam ed enti locali. “I nostri interventi hanno premi e attestazioni in tutto il mondo, addirittura ci sostiene economicamente una fondazione di Singapore ma dall’Italia solo inviti a convegni e il patrocinio gratuito del Ministero della Gioventù. Stop. Niente fondi” ammette Selene che comunque guarda in faccia disillusa la realtà : “Il nostro volontariato è apolitico e aconfessionale. Una scelta di principio e di correttezza. Ci muoviamo in libertà, superiamo il concetto tradizionale di cooperazione di sinistra o nell’ambito cattolico”. La domanda sorge spontanea: in Italia serve una denominazione di origine controllata per tendere la mano al prossimo?

Guai a guardarsi indietro: la 26enne di Mezzago (Mi) ha appena chiuso il ventesimo corso online di formazione. I corsi durano tre mesi: da un lato, ad esempio, un esperto peruviano racconta come far fruttare un terreno, dall’altro giovani dell’Uganda smaniosi di trasformare teoria in pratica sotto casa.

fonte tgcom