Morte a Opera (MI)


di Alfredo Sole dal carcere di Opera

Un altro uomo ombra che scompare senza lasciare traccia, se non quella del dolore dei propri familiari. Un altro ergastolano che sceglie di non scontare una pena infinita dove la mancanza di speranza uccide prima della stessa pena.
Trenta morti in sei mesi, trenta vuoti a perdere, nell’indifferenza totale. Perfino gli stessi detenuti sono ormai indifferenti al suicidio di un proprio compagno perchè rassegnati dall’impossibilità di far ascoltare la propria voce.
Ieri nel carcere di Opera un altro uomo non più uomo ha deciso di farla finita. Non ho sentito neanche un accenno di “protesta”, un po’ di rumore che potesse far capire che in qualche sezione si consumava una tragedia. Niente!
Sono nello stesso carcere di chi ha deciso di non scontare più una pena che uccide lentamente ma nessun segnale su ciò che è accaduto, tranne una piccola scritta che scorre veloce sul Tg diLa7. L’unica testata ad aver appreso la notizia? No, l’unica testata a credere ancora che la morte di un detenuto meriti se non uni spazio nel Tg, almeno la scritta sotto. Chi era questo uomo ombra? Non lo so, nessuno qui mi parla.
Ciò che mi chiedo è con quale pretesa si cerca d’”insegnare” a chi ha sbagliato il rispetto della vita altrui quando poi, nessuno ha rispetto della vita di chi ha commesso un errore.
Se la vita è sacra lo è per tutti, dall’uomo onesto al disonesto. Si pretende che il disonesto capisca l’importanza della vita e si insegna agli onesti che la morte di un detenuto, tutto sommato, non è neanche un male.
Ecco a voi allora, un’altra vittima sacrificale per appagare quella nascosta e ingombrante sete di sangue. Ecco un’altra occasione per poter dire: Bene, un altro criminale in meno.

da www.informacarcere.it

Annunci

Il gatto e le rose


di Alfredo Sole dal carcere di Opera – Milano

C’è un vecchio detto: “Non tutto il male viene per nuocere”. Beh, non è che io sia d’accordo con questo, tutti i mali nuocciano ma a volte si può ottenere, insieme al male, qualcosa di buono, nel caso che racconterò, qualcosa di bello.
Per un paio di settimane ho sofferto di un gran mal di stomaco da costringermi a una visita specialistica (niente di grave, adesso sto bene). Il Centro Clinico si trova dentro il carcere, in uno stabilimento separato. Ero già quasi guarito dai miei dolori quando mi avvisano che dovevo recarmi al Centro Clinico per una gastroscopia. Sia io che un altro compagno, anche lui per una visita, siamo stati accompagnati da un agente. Pensavo, non avendolo visto prima, che ci si recasse attraverso un qualche lungo corridoio, invece siamo usciti fuori dallo stabile. Circa duecento metri da percorrere all’aria aperta! La mia paura che di lì a poco una sonda avrebbe attraversato il mio apparato digerente entrando dalla gola, svanì alla vista di quel lungo viale costeggiato da un roseto. Siamo a maggio, il mese delle rose. Ero pur sempre dentro il carcere ma quelle rose, quel profumo, erano un pezzetto di natura così bella ai miei occhi che rallentai il passo per poterne godere il più possibile. Non fu solo il roseto a rendere quella mattina così stranamente piacevole. Stavo camminando in senso rettilineo! E non il solito avanti e indietro in pochi metri di cortile. Mi venne da ridere perchè mi accorsi che non riuscivo a camminare in modo fluido. Perdevo un po’ di equilibrio. Troppo spazio aperto davanti a me. Per la prima volta in quasi 20 anni le suole delle mie scarpe erano sporche per aver camminato su una strada seppur una strada dentro il carcere.
Cos’è la bellezza della natura senza animali. Quella mattina ci fu anche quello. Usciti dal Centro Clinico, appena fuori dalla porta, l’agente che ci accompagnava si fermò a parlare con un dottore, credo. Io e il mio compagno di conseguenza, ci fermammo ad aspettare. Incrociai lo sguardo con un grosso e bellissimo gatto dal pelo lungo. Era a una ventina di metri da noi. Mi chinai e lo chiamai. Con mio stupore vidi che si avvicinava a passo lesto, senza timore. I gatti che vivono dentro le mura dei carceri di solito non sono affettuosi, sono per lo più dei vagabondi senza nessun padrone e diffidenti. Questo invece si avvicinava fino a farsi accarezzare e si mise pure a fare le fusa. Mentre io lo accarezzavo, lui con la sua pancia gonfia me lo confermava visto che sicuramente era incinta. Istintivamente gli toccai la pancia, ma fu uno sbaglio. Fece un salto da felino all’indietro e mi diede una zampata sulla mano, ma non volle farmi del male, non aveva tirato fuori gli artigli, fu come se volesse dirmi: “ehi, vabbè che lascio che mi accarezzi, ma vedi di non esagerare o la prossima volta tiro fuori gli artigli”. Capii il messaggio, gli avvicinai di nuovo la mano sotto il musetto e lui tornò a leccarmi e a darmi piccoli morsi ma senza farmi male. Si avvicinò l’agente e l’incanto svanì in un momento. Il felino scappò via.
Beh, tutto sommato quel mal di stomaco mi ha regalato una bella giornata…

da www.informacarcere.it

14esimo suicidio in carcere dall’inizio dell’anno: a Poggioreale (NA)


Angelo Russo, 31 anni, affetto da una grave forma di schizofrenia, era stato arrestato il 24 febbraio scorso febbraio con l’accusa di aver violentato una ragazza di 19 anni, mentre entrambi erano ricoverati in un Istituto di Igiene Mentale a Pozzuoli. Ieri sera si è impiccato nel carcere di Poggioreale.

Salgono a 14 i detenuti suicidi dall’inizio del 2009, mentre il carcere si riconferma ancora una volta come “ricettacolo” di ogni forma di disagio sociale: una recente ricerca, realizzata dalla Simspe (Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria) ha rivelato che il 10% della popolazione detenuta è affetta da malattie mentali. Si tratta di oltre 6.000 persone: 1.533 internate nei 6 Opg (Ospedali Psichiatrici Giudiziari) e le altre recluse nelle sezioni per detenuti comuni.

Russo era in carcere da meno di due settimane (formalmente indagato e non ancora rinviato a giudizio) sulla base di una presunzione di “pericolosità sociale”, che è particolarmente difficile da definire quando una persona è affetta da patologie psichiche, poiché va innanzitutto valutata la sua “capacità di intendere e volere”.

Una volta escluso il “vizio totale di mente” – che impedirebbe la celebrazione del processo e la detenzione in regime ordinario, sostituita da una “misura di sicurezza” come l’internamento in Ospedale Psichiatrico Giudiziario – il detenuto malato mentale va comunque sottoposto a cure e attenzioni particolari, anche per evitare il rischio di suicidi e autolesionismi.

da www.ristretti.it

Niente più carcere, seconda settimana: riflessione personale su un aspetto del pianeta carcere, l’agorafobia.


di Daniela Domenici

L’agorafobia è la paura degli spazi aperti, grandi, senza confini.

Provate a immaginare cosa possa provare una persona che per circa vent’anni (e ci dovrà stare ancora per molti anni) della propria vita è stata sempre “ristretta”, chiusa in una cella di pochi metri quadri, spesso da condividere con uno o più compagni, o all’interno di un furgone della polizia penitenziaria (che è peggio di una cella), per gli spostamenti da un carcere all’altro, e poi si trova a sperimentare, per un permesso, quei piccoli gesti che a noi “liberi” sembrano normali come fare una semplice e innocente passeggiata nelle strade cittadine: il timore dell’improvviso spazio aperto senza muri di confine, del contatto con la gente alzando gli occhi da terra senza la paura di essere ancora una volta maltrattato ma solo per un sorriso e un saluto, come un uomo e non come un semplice numero dell’elenco; il poter parlare il proprio dialetto liberamente sapendo che quando c’è l’affetto, la disponibilità e l’attenzione dell’amico “libero” anche quello viene compreso; l’abbraccio fraterno come piccolo gesto di contatto fisico a lungo desiderato con quell’amico che ti porta anche a vedere il mare, un’altra distesa sconfinata che può dare agorafobia e di cui si era dimenticata la bellezza…

“Com’è profondo il mar” di Lucio Dalla

La banalità del bene


“Se io stesso fossi un giusto, forse non ci sarebbe neppure il delinquente davanti a me.”
(Dostoevskij)

la banalità del beneUn’amica attivista per l’abolizione dell’ergastolo ostativo, ha fatto un sondaggio fra i suoi amici:
– Benefici? Già in carcere fanno la bella vita e vogliono pure i benefici? Hanno vitto e alloggio gratis, io invece lavoro tutto il giorno e con lo stipendio non arrivo a fine mese.
– Gli assassini non hanno diritto ad avere un’altra possibilità perché le persone che hanno ucciso non avranno una seconda possibilità perché ormai sono morte. Quindi è giusto che chi ha ucciso non abbia una seconda possibilità.
– In carcere hanno tutte le comodità e hanno tutto gratis. Noi qui fuori se vogliamo qualcosa ce lo dobbiamo pagare e fare tanti sacrifici.
È pericoloso rimettere in libertà gli assassini, c’è un alto rischio che commettono di nuovo reati.
– Con la pena di morte soffrirebbero solo nell’attimo della morte, quindi sarebbe troppo facile. Se con l’ergastolo soffrono tutta la vita meglio così.
– Vogliono benefici? Non lavorano, li manteniamo noi con le nostre tasse e loro vogliono pure altri benefici?
– Non basta una vita per pagare quello che hanno fatto.
– Oggi giorno in carcere non si soffre più, non è più come una volta, oggi il carcere è meglio di un albergo a 4 stelle. Nel carcere ormai sono i detenuti a comandare e le guardie succubi.
Se al posto dell’ergastolo gli dai solo 30 anni, poi in realtà ne faranno molti meno e non è giusto.
I detenuti fanno le vittime e dicono che è colpa della società ma non è vero, è troppo facile scaricare la colpa sulla società. Anch’io ho avuto una brutta vita, lavoro da quando ho 13 anni perché mio padre era morto. Eppure non sono andato a fare rapine, ho scelto la vita onesta e sono andato a lavorare a 13 anni.

Che posso dire? Buona vendetta! A molti di noi non è stato chiesta la possibilità di scegliere.
A volte una possibilità, una sola, ti può cambiare la vita.
Il condizionamento può essere psicologico, culturale, ambientale e, perché no, si può scegliere di fare il delinquente anche per fame.
Molti di noi non hanno mai avuto una vera alternativa, come l’hanno avuta Tanzi e Poggiolini.
A proposito, pensando a loro, non c’è proprio da essere orgogliosi dell’avere rubato poco.
Nel Corriere di venerdì 11 settembre 2009 ho letto: “Callisto Tanzi dopo il crac è ancora cavaliere del lavoro. Non è il solo, a Poggiolini fu data, mai revocata, la medaglia d’oro per la sanità”.
Si può essere criminale ed essere anche un buon padre, un ottimo marito, un buon amico e un onesto criminale, mentre si può essere un buon cittadino ed essere un cattivo padre, un marito infedele ed un disonesto buon cittadino.
Penso che tutti abbiano dentro di noi del buono e del cattivo e io credo che tutti sono più buoni che cattivi e anche se non fosse vero mi piace pensarla così.

Ricordo a questi buoni cittadini che hanno risposto in questo modo che Gesù diceva a Pietro: “Perdonare sempre, perdonare tutti, perdonare una infinità di volte, giacchè non esistono uomini senza peccato e perciò nessuno è in grado di punire e condannare, per sempre”.

Per sempre lo aggiungo io.

Ottobre 2009

Di Carmelo Musumeci (da Carcere di Spoleto)

dal sito www.informacarcere.it

 

Chiusa è la mia vita


Chiusa è la mia vita con una chiave,
che costantemente viene controllata,
lavata, curata, pesata.
Orari precisi da tenere presente negli occhi e nella mente,
per non perdere il primo turno, per poi sgolarti per il secondo.
Uno spazio da tenere pulito, perché ammalarti non ti conviene,
se vivo vuoi uscire!!!
I primi giorni odi tutto ciò che ti circonda,
poi incoscientemente ami queste mura,
che tanto tempo gli hai sputato contro.
Cerchi conforto oltre, ma anche i più cari
si sono lavati le mani.
Più sono chiuso, più resto solo,
se ti chiedo chi sono, giustamente rispondi chi ti conosce?
Solo il respiro mi tiene in vita,
anima e corpo non mi appartengono,
non mi salvi neanche tu, se non l’hai vissuta.
Chiuso nei tramonti cambiabili,
nelle stagioni insignificanti, nei lamenti non ascoltati.
Chiuso con un rimorso dentro, di aver regalato la mia vita a degli imbecilli,
che per salvar la loro, hanno venduto la mia.
Chiuso con dei sogni nel cassetto,
irrealizzabili e inesistenti.
Chiuso tra un sorriso e una lacrima,
tra una stretta di mano quotidiana,
una pacca sulle spalle, e quando chiedi aiuto ti girano le spalle.
Chiuso tra il torto e la ragione,
tra il custode e l’indifferenza, senza attorno nessun parente.
Chiuso tra quattro mura contate, tra orari contati,
la mia vita quotidiana ed io rido perché non conto nulla?
Chiuso tra il ricordo è un corpo di donna costruito con la carta è
l’immagine
per perdermi nella disperazione, da mordermi le mani.
Chiuso a spellarmi le mani, curato dagli psicofarmaci,
come beneficio della propria condanna.
Chiuso in una bara, dove non è consentito mettere i fiori.
Questo è il mio mondo, tu sarai la forza mia,
ma se aspetto la tua solidarietà tra una fiammata che svanisce nel nulla
preferisco dedicarti il chiuso.
Chiuso con gli occhi sbarrati,
con il corpo nudo attaccato alle sbarre,
gridando a squarcia voce
un grido che neanche una farfalla ascolta.
Chiuso tra foto e inganni,
tra pareti sporche di sangue,
nel cuore del tempo.

Ranieri Nicola
Carcere di Spoleto – Agosto 2009

dal sito www.informacarcere.it