Cari lettori, sul carcere siete un po’ colpevoli


di Roberto Puglisi

Cari lettori, molti di voi sono sulla strada del mare. Pochi restano di sentinella sulla trincea delle notizie, ecco perché l’estate è la stagione adatta per le ignominie, il tempo dell’assenza.
Non vi sfuggirà, perfino dalla spiaggia,  che in carcere si sta consumando una lunghissima epopea d’orrore. Ma non vi importa, in fondo. Livesicilia vi ha informato puntualmente. Ha intervistato. Ha scavato dietro le sbarre, per raccontarvi storie. E voi non avete risposto all’appello con l’indignazione attesa e plausibile. Eppure è una questione di civiltà.

Cari lettori, scusate la franchezza. Vi stimiamo, siete la ragione del grande successo editoriale di Livesicilia e forse è una cattiva operazione di marketing dirvi che in fondo, almeno in una occasione, non siete stati all’altezza. Ma vedete, noi abbiamo fatto Livesicilia perché volevamo un giornale migliore e lettori migliori. Non pecore da blandire o da accarezzare. Persone adulte con cui intraprendere una relazione sincera nell’asprezza e nell’accordo, nel dissenso e nel consenso. Pensiamo di esserci riusciti.

Ecco perché possiamo dirvelo,  guardandovi negli occhi. Il livello dei vostri commenti all’osceno incancrenimento del sistema penitenziario siciliano da noi denunciato è scarso di quantità e spesso non corretto nella forma. In altre occasioni – nella politica – ruggite e vi scornate con audacia e qualità. Il carcere non vi interessa.

Invece, anche quella è vita e va abbracciata con le sue stimmate. E’ vita di povera gente, è vita di innocenti (sì) e colpevoli, è vita di piccolissimi pesci e di grandi fetidi squali. Noi partiamo da una certezza: il carcere non può essere tortura per nessuno di loro, nemmeno per il più abbietto. Altrimenti, intendiamo che sia tortura, inferno, dissoluzione continua? Benissimo, però non basta la volontà. E’ necessario in aggiunta il coraggio di scriverlo sulla carta della legge: la galera è vendetta.

Fino quando quelle parole non saranno marchiate a fuoco, Livesicilia continuerà a indignarsi e a denunciare. E speriamo di avervi al nostro fianco, con noi, con la nostra stessa rabbia. Questa battaglia vale più di un rimpasto. E non possiamo perderla.

da http://www.livesicilia.it

Se i detenuti si autotassano…


Ristrutturare un bagno e fare una copertura. Non chiedono molto i detenuti del settore 7 del carcere Ucciardone di Palermo e per ottenere che siano fatti i lavori sono disposti ad autotassarsi di 10 euro ciascuno. E’ l’ultima notizia che arriva dalle carcere filtrata, come di consueta, dal garante dei detenuti, Salvo Fleres. A lui hanno scritto per descrivere la condizione di invivibilità dell’Ucciardone di Palermo. Sovraffollamento, carenze igieniche e di personale (medico, dell’area trattamentale di Polizia penitenziaria), ridimensionamento delle forniture ed aumento dei prezzi al sopravvitto, sono alcune delle segnalazioni dei detenuti che “chiedono espressamente – spiega Fleres – che fine abbia fatto il piano carceri e, soprattutto, che fine fanno i soldi che dovrebbero essere destinati all’Amministrazione penitenziaria. In presenza di una spiegazione plausibile i ristretti sono disposti a tassarsi per la realizzazione di una copertura e per la ristrutturazione del bagno dei passeggi. Se non arriveranno le risposte e soprattutto se non si provvederà con interventi concreti, i detenuti inizieranno uno sciopero pacifico ad oltranza”. Gli ospiti dell’Ucciardone invitano il ministro Alfano a visitare personalmente il carcere per constatare la realtà”. “Aggiungo anche il mio invito al ministro Alfano – conclude Fleres – ad effettuare una visita presso l’Ucciardone per verificare le condizioni di vita all’interno della struttura e gli sforzi che la Direzione ed il corpo di polizia penitenziaria compiono giornalmente per garantire un minimo di vivibilità pur in assenza di adeguati fondi e di personale”.

da www.livesicilia.it

Morire in carcere da ammalati – Il garante: “No all’archiviazione”


di Roberto Puglisi

“Quello che è accaduto è molto strano”. Salvo Fleres, garante per i diritti dei detenuti in Sicilia conosce a memoria la storia di Roberto a Pellicano, tossicodipendente, morto da sieropositivo dietro le sbarre dell’Ucciardone, a trentanove anni, dopo due richieste di scarcerazione del suo avvocato Tommaso De Lisi. Intervistarlo sul punto è anche un’occasione per parlare di carceri siciliane. E di orrore.

Onorevole che idea si è fatto del caso di Roberto Pellicano?
“E’ un fatto strano”

Che andrebbe verso l’archiviazione, per la disperazione di una famiglia.
“Guardi, spero che sulla vicenda non si arrivi all’archiviazione, non ad una archiviazione veloce almeno. Sì, quello che è accaduto è strano, ma purtroppo è nella media. I detenuti dovrebbero essere assistiti e monitorati. E non lo sono, per mancanza di personale”.

Altri casi?
“Sto seguendo la storia di un giovane di 19 anni che si è suicidato a Catania, due giorni dopo la carcerazione”.

Catania, l’oscena prigione di piazza Lanza. Avete denunciato l’infamia delle carceri siciliane. Qual è la peggiore?
“Favignana, dal punto di vista strutturale, e Marsala. Ma sono tutti orrendi. Piazza Lanza, certo. L’Ucciardone, certo”.

Il problema centrale?
“Quella sull’affollamento è la madre di tutte le guerre”.

Chi va in carcere?
“Soprattutto i poveracci. Non lo dico io. Lo dicono i dati”. 

E che altro dicono?
“Che c’è un uso aberrante della carcerazione preventiva”.

Voi che potete fare?
“Denunciare, segnalare, intervenire. Questa battaglia di civiltà non si può perdere”.

da www.livesicilia.it

Morire dietro le sbarre per il furto di due teli da mare


di Roberto Puglisi

Roberto Pellicano dal carcere dell’Ucciardone scriveva preghiere, con scarna  grammatica e abbondante dolore.  Le scriveva su un foglio a quadretti e le imbustava. Destinazione ignota. Roberto scriveva: “Sono un ex tossico, ma me ne sono pentito! Ero un tossico e non mi vergogno a dirlo! Ma prego Dio che mi fa guarire di questa maledetta malattia! Sono stanco di questa vita di merda che facevo. Quindi ti chiedo Dio di farmi uscire di questa maledetta droga! Dio io ti prometto che farò di tutto per riuscire a smettere! Ma ti chiedo solo di aiutarmi. Dio aiutami: Roberto”. E’ uscito, alla fine, ma non come aveva chiesto.
Roberto Pellicano era sieropositivo. Era un ladro di piccole cose, furti minuti che gli servivano per acquistare la roba. La sua storia misera è racchiusa in poche righe e in qualche documento spiegazzato. Il due luglio scorso il furto di due teli da mare, di accessori balneari e creme da spiaggia a Capaci. L’arresto, il processo e la condanna a otto mesi, visto che l’imputato è recidivo . Due istanze di scarcerazione per motivi di salute non esaudite. La prima – parrebbe – per il rifiuto di farsi visitare opposto da Roberto.  La morte dietro le sbarre, ai primi dello scorso dicembre.
Di Roberto Pellicano  restano tracce labili. Gli articoli di giornali scritti per “Repubblica” da Romina Marceca, una cronista onesta e coraggiosa. Restano gli effetti personali non ancora restituiti ai familiari. Resta un foglietto con la preghiera, con qualche foto pallida, piena di sorrisi illividiti. Tutto scomparirà, tutto passerà. Non per sua madre che continua a ripetere: “Non è giusto, non si può morire così. E’ una fine da animali”.
L’avvocato Tommaso De Lisi spiega: “Roberto, anni fa, è stato il mio primo cliente. C’era un rapporto speciale. La prima istanza di scarcerazione non ha dato i risultati sperati. Ho presentato la seconda, nel frattempo il fascicolo è finito sul tavolo del magistrato di sorveglianza”. Un “nel frattempo” di troppo. Roberto non ha mai smesso di scrivere lettere accorate ai familiari, ai fratelli e alle sorelle dall’Ucciardone. Lì, d’inverno si muore di gelo, d’estate di afa. E si muore davvero, talvolta. La madre ricorda il figlio ai colloqui: “Piangeva. Supplicava: mamma, tirami fuori di qui”.
La casa dei Pellicano è in fondo a via Mozambico, nella Palermo rovinata e periferica. Un palazzo popolare in mezzo a orizzonti di cassonetti ripieni. Una casa ammobiliata con gusto. Con papà e mamma, i fratelli e le sorelle di Roberto. “Siamo povera gente – spiega la mamma – non abbiamo soldi per lottare o per chiedere giustizia. Rivolgiamo un appello all’Italia: qualcuno ci aiuti”. Un appello all’Italia, dice così questa signora chiusa nella veste nera del lutto. Questa è via Mozambico. L’Italia è altrove.
Carta canta. Ha anticipato “Repubblica”:“Roberto Pellicano è morto per un attacco di asma acuto. È il responso dell’autopsia eseguita sul corpo del detenuto di 39 anni deceduto nel carcere Ucciardone il 3 dicembre scorso. Una perizia che scagiona, in prima battuta, i medici del penitenziario. Roberto Pellicano, tossicodipendente affetto dal virus Hiv, era stato arrestato per avere rubato un telo da mare in spiaggia (erano due, ndr). Il suo avvocato, Tommy De Lisi, per due volte aveva chiesto la sua scarcerazione.  “Quella su Roberto Pellicano – spiega Paolo Procaccianti, direttore dell’istituto di medicina legale dell’ospedale Policlinico – è stata un’autopsia dalla perizia complessa che è stata riassunta in 50 pagine. Il ragazzo assumeva metadone e bisognava comprendere con accurati esami cosa ne avesse provocato la morte. L’asma era una patologia misconosciuta ai medici del carcere”.
L’inchiesta marcia verso l’archiviazione. L’avvocato De Lisi si domanda: “Perché uno come Roberto stava in carcere? Fu rinchiuso in Sardegna molti anni fa e liberato per le sue infelici condizioni di salute”. Dagli archivi della famiglia spunta un documento del Tribunale di sorveglianza di Sassari. Si legge: “Risulta dalla documentazione medica che l’istante è affetto da una seria forma di broncopolmonite e presenta una grave sintomatologia clinica, accompagnata da una rilevante depressione del sistema immunitario dovuta alla accertata sussistenza di Aids conclamato e le sue condizioni di salute non sono compatibili con lo stato di carcerazione”. Chissà se vorrà dire qualcosa. 
In via Mozambico, la madre scarica piano la rabbia: “Non doveva stare all’Ucciardone Roberto. Il medico di lì glielo ripeteva: Pellicano che ci fai qua?”. E lui, Roberto Pellicano, scriveva a Dio. Il tre dicembre “è deceduto”. Suo padre non ha più nemmeno tempo di piangere, deve andare a lavorare come i fratelli. Lavori precari, tra i mercatini e l’incertezza.
Chi ricorderà il detenuto Pellicano Roberto di via Mozambico che rubò due teli da mare e morì in galera? Chi protesterà? Chi gli vorrà sempre bene a parte i suoi? E in  fondo, quella di Roberto è  una storia come tante, dietro le sbarre. Una storia di povera gente senza voce. Scriveva Sciascia, pressapoco: la giustizia è una macchina, che senso ha dire era innocente ed è finito sotto una macchina?  Stavolta è toccato a un “tossico” e alla sua vicenda di normale passione e morte. Sotto la macchina c’è finito lui. C’è finito il detenuto Roberto Pellicano che sperava di uscire dall’Ucciardone e di ricominciare, perché scriveva lettere a Dio.

da www.livesicilia.it

La situazione. Ancora sull’emergenza carceri. Ma il ministro Alfano e il capo del DAP Ionta, hanno mai visto Poggioreale, l’Ucciardone?


  di Valter Vecellio

Le notizie che arrivano dal carcere sono di una costanza sbalorditiva: i suicidi si susseguono con ritmo settimanale e anche con maggior frequenza. Parliamo dei casi di suicidio “ufficiali”, come l’ultimo nel carcere romano di Rebibbia; dall’inizio di quest’anno sono, ufficialmente una ventina, ed è già una cifra enorme, spaventosa. Ma sono senz’altro di più. Per esempio, non ci sono casi che non vengono rubricati come suicidio in carcere. Poniamo il caso di un detenuto che tenta di impiccarsi, oppure che infila la testa in un sacchetto di plastica e si lascia morire così. Però gli agenti di polizia o i compagni di cella intervengono, e riescono a impedire che muoia, anche se le sue condizioni sono gravi. Il detenuto viene portato subito in ospedale, e dopo due-tre giorni di agonia, lì muore. Ecco, in quel caso non viene contato tra i suicidi in carcere, perché la morte è avvenuta altrove. Poi ci sono casi in cui si parla di malattia, di incidente, magari overdose…Insomma, il numero dei suicidi è di molto superiore a quello ufficiale, che sono comunque tanti. Per ognuno di questi casi parlamentari di buona volontà, radicali ma non solo, anche di altri gruppi, presentano interrogazioni al ministro. Proprio ieri il senatore Francesco Ferrante lamentava di averne presentate almeno una decina, a nessuna delle quali il ministro ha ritenuto di dover rispondere. L’arroganza del silenzio. Dite quello che volete, noi facciamo quello che ci pare.

 “Ristretti orizzonti” è una benemerita, lodevole organizzazione che da Padova, con i detenuti e gli operatori, si occupa dei problemi del carcere. Ogni giorno, da anni, confeziona tra le altre cose, una puntuale, dettagliata newsletter, fondamentale strumento per chi vuole essere informato di quello che accade nel mondo carcerario.

 Qui ci si limita a scorrere i titoli, sufficienti per dare un’idea della gravità della situazione:

Caserta: detenuto muore nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Morto suicida.

Cie di via Corelli a Milano: continua lo sciopero della famedi detenuti che chiedono condizioni migliori all’interno del centro, e una revisione del pacchetto sicurezza.

Roma, carcere di Rebibbia: Daniele Bellante si impicca annodando una striscia del lenzuolo alla finestra della cella.

Carcere di Porto Azzurro: ospita 305 detenuti, ma nel giro di qualche settimana ne dovrà ospitare altri 287; gli agenti di polizia penitenziaria dovrebbero essere 208, sono 126. Porto Azzurro semplicemente esploderà.

Casa di reclusione di Castelfranco, Modena: 95 detenuti, i posti sono 39. Gli agenti di polizia penitenziaria sono 37, il 60 per cento in meno.

Carcere palermitano dell’Ucciardone: 720 detenuti, dovrebbero essere la metà. Gli agenti di polizia penitenziaria sono 300, dovrebbero essere 500.

Milano, carcere di Opera: un detenuto scrive: “Sono malato di cuore. Qualche settimana fa mi sono sentito male. Erano le sette di sera. Un forte dolore al petto e al braccio mi ha messo in ginocchio. Temendo fosse un infarto ho chiesto aiuto. Nessuna risposta. Poi anche i miei compagni hanno iniziato a sbattere sulle grate e a urlare per chiedere aiuto ed è così che alla fine si è presentato un medico”.    

Si potrebbe andare avanti così per ore. Non so se il ministro della Giustizia sia mai andato a visitare un carcere. Probabilmente no, i ministri della Giustizia, non solo l’attuale in carica, si limitano al più alle inaugurazioni, al taglio dei nastri. Però dovrebbe visitarli, vedere in che condizioni vivono detenuti e agenti di polizia penitenziaria, toccare con mano la situazione. Una volta Leonardo Sciascia scrisse che nel bagaglio formativo di ogni magistrato sarebbe stato utile e necessario un soggiorno di tre-quattro giorni in un carcere come quello napoletano di Poggioreale o il palermitano dell’Ucciardone. Per patire in corpore vili quello che per via della loro professione i magistrati avrebbero poi fatto patire a quanti avrebbero dovuto giudicare. E non solo ai magistrati sarebbe utile quel soggiorno, ma anche per senatori e deputati; forse finalmente comprenderebbero quello che tanti mostrano di non riuscire a capire. Al posto del ministro della Giustizia Alfano, del responsabile del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Ionta, non riusciremmo a chiudere occhio, al pensiero di quello che accade in quel mondo della giustizia e del carcere di cui sono titolari e responsabili. Ma tutto fa invece pensare che riescano a dormire benissimo; e allora toccherà a noi fare sì che si scuotano dal loro olimpico e sereno distacco, che si destino.

Questa la situazione, questi i fatti. 

 da www.radicali.it

Carceri: allarme suicidi, in Italia tre tentativi al giorno. Dal primo gennaio sono diciannove i detenuti che si sono tolti la vita


  Emergenza suicidi nelle carceri italiane. Ogni giorno, nei 206 istituti penitenziari della Penisola, si registrano almeno tre tentativi di suicidio da parte dei detenuti. L’anno scorso sono stati 800 e quest’anno, in poco più di tre mesi, già 250. Grazie al lavoro di vigilanza degli agenti di polizia penitenziaria, la maggior parte di questi tentativi si riesce a sventare, ma in alcuni casi non si fa in tempo a intervenire.

 Un ‘bollettino di guerra’ che cresce ogni giorno: dal primo gennaio 2010 ad oggi sono già 19 i detenuti che si sono tolti la vita in carcere. L’anno scorso, considerato un anno ‘nero’, si sono registrati 52 suicidi (ma potrebbero essere di più: per alcune fonti si arriva a 70), praticamente uno a settimana. Se continua così, quindi, il 2010 rischia di essere ricordato come un tragico anno record per le morti in carcere.

 Le cause di questo scenario allarmante sono molteplici, ma in primo luogo sembrano esserci le cattive condizioni di vita carceraria dovute al sovraffollamento, ai troppi detenuti: 67.271, di cui 42.288 italiani e 24.983 stranieri, a fronte di una ricettività regolamentare pari a circa 43 mila posti. La conseguenza di questo sovraffollamento e’ presto detta: “Detenuti stipati in cella come ‘sardine’, a volte 3-4 persone in 4 metri quadrati, con convivenze molto difficili”. E’ la fotografia sulle condizioni di vita nelle carceri italiane scattata dall’”AdN-Kronos Salute”, che ha interpellato il segretario generale del Sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe), Donato Capece, il Garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, e il coordinatore del Centro prevenzione suicidio dell’ospedale Sant’Andrea della II Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’università Sapienza di Roma, Maurizio Pompili.

 Secondo gli esperti, questi problemi investono quasi tutti gli istituti di pena, in alcuni casi “vecchi e fatiscenti”. Ma non mancano le ‘eccellenze’, in negativo però. Un carcere dove le condizioni di vita di chi e’ dietro le sbarre sono assai problematiche sembra essere per esempio quello di Sulmona, dove proprio il 9 aprile si è registrato il 19esimo caso di suicidio del 2010. Ma anche all’Ucciardone di Palermo, al San Vittore di Milano e al Poggioreale di Napoli non mancano le difficoltà.

 Per arginare il triste fenomeno dei suicidi in carcere, il Centro prevenzione suicidio dell’ospedale Sant’Andrea della II Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’università Sapienza di Roma, in collaborazione con il Dap (Dipartimento amministrazione penitenziario), fara’ partire a giorni un programma di prevenzione ad hoc.

 “Il progetto – spiega il coordinatore del Centro, Pompili – si basa su due capisaldi: l’informazione e la formazione attraverso specifici seminari. Rivolti sia ai detenuti che al personale degli istituti, tra cui gli psicologi. Si cercherà di insegnare a riconoscere i soggetti piu’ a rischio e a non sottovalutare alcuni segnali, come ad esempio le comunicazioni di suicidio fatte da alcuni detenuti, che spesso vengono sottovalutate”.

 Diversi i segnali di malessere possibili campanelli d’allarme. “I più evidenti – dice l’esperto – sono dormire e mangiare poco, o trascurarsi nell’igiene personale”. Il progetto, nelle intenzioni,

dovrebbe ‘coprire’ tutti gli istituti di pena del Paese. “Dipenderà dalle risorse che si vorranno investire”, precisa Pompili. “L’idea, comunque, e’ quella di partire con gli istituti per cosi’ dire più ‘difficili'”.

 Per migliorare le condizioni di vita in carcere è sceso in campo anche il Governo, che sta lavorando a una riforma del sistema penitenziario. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha presentato un piano mirato, proprio per affrontare e risolvere i problemi degli istituti di pena nazionali. “Due mesi fa – ricorda Capece – il ministro ha presentato un piano-carceri, già approvato dal Consiglio dei ministri. Questo piano prevede risorse per 700 milioni di euro, destinate alla costruzione di 47 nuovi padiglioni detentivi più 17 carceri leggeri. E ancora, l’implementazione di 2 mila unità dell’organico della polizia penitenziaria. Il piano prevede inoltre il potenziamento delle pene alternative come i domiciliari, ma non solo”.

 Nel frattempo, però, la situazione nelle carceri è ‘esplosiva’. “L’anno scorso – continua Capece – ci sono stati 800 tentativi di suicidio, quest’anno in poco più di tre mesi già 250. E’ necessario intervenire al più presto per aumentare gli spazi e migliorare le condizioni di vita nelle carceri. Abbiamo anche suggerito delle soluzioni, come ad esempio la costruzione immediata di piattaforme galleggianti o sistemi modulari di sicurezza. Questi  ultimi si costruiscono in 6 mesi, sono capaci di contenere circa un migliaio di detenuti e hanno un costo di realizzazione che varia dai 20 ai 25 milioni di euro”.

 Ma non è solo un problema di spazi. “Mancano gli agenti di polizia”, osserva Capece. “Ne servirebbero almeno 6 mila in più. Al momento, nelle sezioni detentive lavorano circa 24.300 agenti. A volte un solo sorvegliante si ritrova a controllare 100 detenuti. Reclusi che, per mancanza di spazi, vivono in condizioni molto difficili, spesso costretti a restare ognuno nella proprio branda anche solo per poter parlare tra loro. Il sistema, così, rischia di implodere”.

 A scarseggiare non sono solo gli agenti della polizia penitenziaria. “Mancano anche psicologi, educatori, medici e operatori sanitari”, avverte Capece. “L’assistenza sanitaria all’interno delle carceri ora e’ in mano al Servizio sanitario nazionale. Naturalmente questo comporta che tutti i problemi che affliggono il Ssn si riflettono inevitabilmente anche sul servizio all’interno degli istituti. Da qui la carenza di medici”.

 Sulla stessa lunghezza d’onda anche il Garante dei detenuti del Lazio, Marroni, che denuncia le stesse problematiche: “L’affollamento all’interno delle carceri produce insofferenza. Molti spazi dedicati al sociale vengono trasformati in celle. Si riducono gli spazi e si riduce la vivibilità per i detenuti”.

 Per Marroni, la carenza degli agenti di polizia penitenziaria è una vera e propria emergenza. “Ne servirebbero almeno altri 5-6 mila. Anche per avere più attenzione nei confronti degli atti di autolesionismo e dei tentativi di suicidio dei detenuti, alcuni dei quali – puntualizza – sono persone con disturbi psichici”. Per arginare il problema legato al sovraffollamento, anche per Marroni sarebbe necessario pensare a misure detentive alternative. “Soprattutto – conclude – per le 25 mila persone detenute per piccoli reati legati alla tossicodipendenza. Non dovrebbero stare in prigione ma nelle comunità terapeutiche e nei centri di disintossicazione”.

 fonte Adnkronos

Italia: le carceri sono una discarica sociale


Pannella dopo visita all’Ucciardone

“Le carceri in Italia sono una discarica sociale“. Parola di Marco Pannella, che insieme a una delegazione radicale composta da Rita Bernardini e Matteo Angioli ha compiuto una visita ispettiva alla casa circondariale Ucciardone a Palermo. “Vi sono grandi situazioni di povertà – ha aggiunto -. Si continua a usare la pratica della detenzione in un modo che non sarebbe permesso né dalla Costituzione né dalla giurisdizione europea e internazionale”.

“Il carcere – riprende Pannella – è il museo della barbarie e della partitocrazia del sessantennio che ha preso il posto del ventennio fascista”. Domenica i parlamentari erano stati nel carcere di Poggioreale a Napoli.

“C’è la dimostrazione che in Italia siamo caduti – ha osservato – antropologicamente in basso. Ma all’Ucciardone con la nostra visita abbiamo suscitato qualche sorriso che ci consente di sperare che proprio da queste comunità forse riusciremo a rendere più civile questo Paese”.

La situazione del carcere borbonico di Palermo è stata descritta da Rita Bernardini. “Sono stata qui nel marzo 2009 e da allora – ha detto – non è cambiato nulla, la situazione è peggiorata e questo non per colpa della direzione o del personale che opera in questo istituto ma per responsabilità dell’amministrazione centrale”.

“Ci sono per ora 720 detenuti – ha continuato – con un sovraffollamento enorme nelle celle. I reclusi vivono in una struttura fatiscente, senza riscaldamento. Si sta per aprire una nuova sezione ma manca il personale per farla funzionare. L’organico è sotto di almeno 200 unità: ci sono 300 agenti di polizia su 500 previsti”.

fonte tgcom

Il video dell’intervista rilasciata da Bernardini e Pannella all’uscita dell’Ucciardone:

http://www.radioradicale.it/scheda/300836/incontro-con-la-stampa-di-marco-pannella-e-rita-bernardini-al-termine-di-una-visita-ispettiva-alla-casa-ci