Perfezioniamoci per diventare luminosi


Non basta sentirsi animati da un ideale di giustizia, di onestà, di bontà, e volere che quell’ideale si realizzi nel mondo. Se non sapete come agire, vi scontrate continuamente con gli altri e finite per scoraggiarvi. Che fare allora? Lasciare semplicemente gli altri tranquilli e continuare a perfezionarvi. Così, a poco a poco, quando vi presenterete davanti a loro, li impressionerete per la vostra luce; vedendovi, essi capiranno di essersi smarriti lungo strade fangose. Finché volete assolutamente mostrare agli altri che hanno preso una strada sbagliata, sprofondate con loro nel fango. Lavorate soltanto per diventare luminosi, e quando gli altri vi
incontreranno, senza neppure che diciate qualcosa, capiranno che siete voi nel vero, e cercheranno di imitarvi.” Omraam Mikhaël Aïvanhov

Subire le conseguenze delle proprie azioni


“Qualcuno lascia cadere dei pezzi di vetro lungo la via, ed essendo negligente, non li raccoglie. Pensa: “Li raccoglieranno altri. Che importa se si feriscono!” E continua per la sua strada… Ma ciò che non sa, è che il destino umano non è una linea retta: la sua traiettoria è circolare; dunque, in un modo o nell’altro, in questa incarnazione o nella prossima, egli dovrà passare per lo stesso luogo, il che significa che dovrà subire le conseguenze della sua azione.  L’esempio del vetro rotto è un’immagine per spiegarvi che chi semina pericoli, un giorno ne sarà vittima lui stesso. Scava delle buche? Tende delle trappole lungo la strada? La legge lo
porterà a passare esattamente per gli stessi luoghi e a cadere in quelle buche o in quelle trappole. Avrà allora del tempo per meditare sulle sue disavventure, per lamentarsi che esistono persone cattive e stupide, e per cercare di scoprire chi siano! Ovviamente, non gli verrà l’idea di essere lui stesso quella persona. Chi vive dicendo continuamente: “Dopo di me il diluvio!” crea tutte le difficoltà di cui un giorno o l’altro la sua esistenza sarà ingombra.” Omraam Mikhaël Aïvanhov

“Indimenticato”


di Angela Ragusa

Magico trovarsi
sui passi di un passato.

Vivo è il ricordo di estati giù in strada
assolate alla calura,
a sognare di futuro, di vita che correva
su ruote sempre sgonfie
di bici sgangherate…

La coppola sormontava
il capo degli anziani, dal viso tutti uguale,
che il sole di ogni giorno aveva stinto fino all’osso…
Le rondini planavano pure al pozzo
a prender acqua, con il becco a preparare
nuovo nido ,nuova prole…

E seduti sulla soglia
del gradino di granito,
nel bicchiere di granita
annegava il vecchio giorno…

Il tramonto così calava
nel paese dei miei nonni.

Dervisci


Siamo coloro che ondeggiano

Fili d’erba sotto la carezza del vento.

Siamo la polvere che calpesti per strada

Impalpabile sopra l’asfalto.

Siamo i raccoglitori dei capolavori senza encomio

Fugaci sguardi benevoli o nuvole che mutano forma.

Siamo coloro che vagano col cuore spezzato

E tendono, davanti a te, la mano:

Siamo i piccoli traditori da niente

che canteranno con gli Angeli

per la Sua misericordia.

Non chiedere a noi risposte

Nell’intelletto abita l’apparenza

E nel cuore la nostalgia sempre dimora.

di SereSalima

(La raccolta di poesie “L’asino e il Re” è disponibile presso le Edizioni Vida di Aosta)

da www.sufibazar.com

NON ESISTONO ANIMALI di serie A e di serie B


di Loretta Dalola

Ogni anno migliaia di animali vengono maltrattati e abbandonati.  Altri centinaia di migliaia sottoposti a torture, esperimenti e vivisezionati.  Milioni sono uccisi per la loro pelliccia o per essere mangiati. Tanti strappati dai loro habitat naturali e usati come giocattoli per il divertimento umano nei circhi.

E’ necessario  porre fine alla malvagità e alle  azioni atte a procurare sofferenze ai nostri amici animali.  Ogni animale nasce buono e merita rispetto e protezione.

 

La LAV difende ogni essere vivente facendosi garante di questi principi, ha per fine l’abolizione della vivisezione, la protezione degli animali, l’ affermazione dei loro diritti, la difesa della biodiversità e dell’ambiente, la lotta alla zoomafia.

Si batte contro ogni forma di sfruttamento e violenza sugli animali umani e non umani, sull’ambiente e gli ecosistemi, per il rispetto del diritto alla vita di ogni essere vivente.

E’ la maggiore associazione antivivisezionista e animalista in Italia e una delle più importanti in Europa.

Il loro slogan: Loro dipendono da noi, non deludiamoli.

Amo gli animali e alle molte persone che affermano che gli animali in casa soffrono, che stanno male, anche se ricevono tutte le nostre cure e il nostro affetto, perchè quello non è il loro ambiente, rispondo che ho al mio attivo un esperimento di libero inserimento di una gatta di strada, che proprio in virtù del principio del rispetto, veniva portata in casa poche ore, accudita, sfamata e riimmessa nel suo habitat naturale, cioè la strada.

Dopo quattro mesi di questo trattamento e impietositi dalle scene strazianti che faceva per non uscire da casa è rimasta con noi e pur avendo la possibilità di uscire, ha liberamente scelto la convivenza con gli umani.

Anche le altre due gatte sono state salvate (in tenerissima età) da morte certa, vista la condizione di abbandono in cui si trovavano.

Questa esperienza di convivenza domestica, mi ha portato alla riflessione che in fondo in natura gli animali vivono molto poco perchè sono preda di animali più forti di loro, che la vita fuori è dura, che non c’è tempo di pensare e di riposare devono cercare da mangiare per loro e per i loro piccoli e non si possono distrarre un secondo che sono già morti.

Penso che i miei animali siano fortunati perchè hanno cibo a volontà, moriranno di vecchiaia, hanno amici simili, hanno dato e ricevuto amore, sono cresciuti insieme a noi  e da entrambe le parti abbiamo  imparato reciprocamente ad adattarci alle rispettive esigenze.

A loro va la mia gratitudine,  per lo splendido modo di essere parte integrante della mia famiglia.

Visualizza altro: http://www.infolav.org/

da http://lorettadalola.wordpress.com

“Sciola camminava”


di Tiziana Mignosa

( Sulle note di Angelica di Paul Schwartz)

Sciola camminava per la strada
lei non dava più la mano al tempo
gli anni della pesca
e l’amore si era persa per la via.

Labbra accese
come il sole quando non riesce più a scaldare
e un sorriso sbieco
stampato sul rossetto ormai distratto.

Nastri e viole tra i capelli a neve
segreti celebrati tra le onde
petali delicati e aguzze spine
invisibili reliquie sull’altare.

“Mi ha amato…”
gridava
come se qualcuno
chiedesse ancora.

Gesticolando
poi
con le mani a guanto
nell’aria interpretava la commedia.

Risa a picco
sopra un pianto piatto
posate le domande
aveva smesso anche d’aspettare.

“..e poi è morto”
sussurrava a fil di voce
a chi non l’ascoltava più
o non le dava fede.

Perché lei
che la verità aveva
all’abbandono
il caldo abbraccio della menzogna prese.

Il ragazzo senza un nome


di Roberto Puglisi

Si chiamava Ajbib. No, forse si chiamava Kabib. O forse no, chissà. Ma come si fa a ricordare qualcuno, se nemmeno conosci il suo nome? La memoria presuppone l’aggancio personale. Pensate a un prete durante le esequie. Potrebbe benedire una bara generica, senza un cognome scolpito? Si può inventare qualcosa, non conoscendo neanche l’inizio dell’invenzione, il nome di battesimo? Magari per i giornalisti è diverso. La notizia, prima di tutto. E la notizia di qualche giorno fa era: ragazzo africano investito in via Oreto. Stop. Incidente mortale. Stop. Arrestato il pirata della strada. Stop. Poche concessioni al ricordo. Pochissimi riferimenti a una traccia che portasse alla storia. Quella vittima è stata subito trasfigurata in cifra. Come tale è andata ad arricchire gli almanacchi locali degli incidenti. Il fatto conta più della persona. La sociologia vale di più. Eppure, di solito, quando i fanti di questa guerra palermitana degli schianti stradali cadono come mosche sul selciato, si mette in moto la macchina mnemonica. Si dà spazio al rito del dolore. Si intervistano i parenti. Si raccontano i funerali. Si conteggiano le lacrime e i sospiri. Accade, se il morto è uno di noi. I giornali c’entrano fino a un certo punto. Stavolta è mancato l’interesse del pubblico per la biografia. Sono mancati su Livesicilia i consueti commenti di cordoglio. Era ghanese, non conoscevamo nemmeno il suo nome, non era uno di noi.
Solo colpa dei giornali, insisterà qualcuno.  Per esempio, Claudia Brunetto di “Repubblica” ci ha narrato con apprezzabile esattezza la vicenda di Ajbib, o come si chiamava. Lui, il ragazzo morto in via Oreto, era bravo a giocare a pallone. Alla Missione di Biagio Conte aveva una squadretta. Biagio, il missionario che vede crescere in lucentezza i suoi occhi azzurri, man mano che invecchia, l’uomo che accoglie i poveri della città, organizza mini-Coppe d’Africa nella sua Cittadella del povero e della speranza in via Decollati. E il ragazzo senza nome se la cavava. Pare che corresse a piedi nudi, tra i cocci di vetro e il vento, col consueto coraggio dei miserabili. E non si faceva male. E poi sapeva riparare radioline e televisori. E poi mandava i soldi a casa. E poi basta, inquadratura finale in via Oreto. Ma come si chiamava Kabib, Abib? Quando muore un ragazzo di colore nero, nella Palermo della munnizza e degli incidenti stradali, perfino il severo caposervizio del giornale più scrupoloso che c’è, può chiudere un occhio. Nessuno verrà a reclamare che il nome sia scritto come era, con tutte le consonanti a posto. Sono vite straniere e incomprensibili. Che importa se il nome è scritto diverso sui giornali. Sbagliato. Tranquilli, perciò. Tutti noi possiamo chiudere un occhio, mentre il ragazzo senza nome chiude gli occhi. Gli unici occhi aperti restano quelli di Biagio Conte. Lui lo sa che queste vite hanno la speranza martoriata come pane quotidiano, la meraviglia del normale, e la doppia disperazione di essere arrivate, quando si credevano appena cominciate. Biagio lo sa, le conosce davvero. Forse è per questo che i suoi occhi diventano via via più azzurri e somigliano al mare che tutto ricorda.

da www.livesicilia.it