Cucchi, ecchimosi sugli occhi suggeriscono ”lesioni inferte”


di Gabriele Santoro

Sul suo letto dell’ospedale ‘Sandro Pertini’ di Roma, Stefano Cucchi probabilmente non si stava rendendo conto della gravita’ della sua situazione e nell’ultimo contatto con i paramedici, a mezzanotte, chiese una cioccolata. Poche ore dopo, attorno alle sei, stavano rianimandolo.

Ma probabilmente era gia’ morto da almeno tre ore. E’ quanto si legge negli atti della commissione di inchiesta sul servizio sanitario nazionale presieduta da Ignazio Marino, desecretati oggi, dopo un voto a maggioranza e di cui l’ANSA e’ in possesso. Cucchi, si legge ancora, poteva ”non essere in grado di comprendere che se avesse continuato a rifiutare la terapia endovenosa poteva correre rischi mortali”. E sebbene i medici della struttura protetta avessero ”correttamente eseguito” la diagnosi della sindrome metabolica sopravvenuta ”intorno al secondo-terzo giorno di degenza” per il rifiuto da parte di Cucchi di assumere cibo e liquidi, ”il punto e’ valutare se percepirono il ‘punto di non ritorno della sindrome’, poiche’ questo imponeva cure d’urgenza”. In particolare, e’ dalle trascrizioni delle relazioni dei consulenti della commissione che emergono parecchi dettagli sulla vicenda del geometra romano morto a una settimana dal suo arresto per droga, sul quale indaga la Procura di Roma. ”Stefano – spiego’ nell’audizione del 3 febbraio il professor Vincenzo Pascali – non rifiutava tutte le cure ma solo quelle in vena”. E poi ”non rifiutava cibo e acqua in generale ma solamente in certi momenti. Cio’ era finalizzato alla soddisfazione di una richiesta precisa, parlare con il proprio avvocato”. Dunque ”l’opposizione del paziente alle cure non era di principio” e ”poteva essere rimossa” accontentandolo. Ai medici del Pertini, insomma, si potrebbe imputare ”la mancata individuazione dell’urgenza e gravita’ del problema la sera del 21 ottobre”. Dalla relazione di Pascali emerge inoltre come siano le ecchimosi sugli occhi, molto piu’ che le valutazioni sulle lesioni vertebrali e sacrococcigee, che ”inducono a pensare che le lesioni non sono particolarmente compatibili con l’ipotesi di un evento accidentale ma suggeriscono invece l’ipotesi di lesioni inferte”. Negli atti desecretati oggi si fa luce inoltre su alcuni aspetti dei passaggi di ospedale in ospedale del geometra romano: all’ingresso del carcere di Regina Coeli fu ”collaborativo”. A riferirlo alla commissione e’ Rolando Degli Angioli, il medico operante presso l’unita’ di medicina penitenziaria del carcere. Cucchi ”era molto magro, aveva freddo, pesava poco, era sbigottito su quanto stava succedendo, e aveva una pressione di 90/60. Era vigile e lucido, ma rallentato nel parlare” perche’ aveva assunto un antiepilettico e ansiolitico, somministratogli a piazzale Clodio. ”Aveva dolore alla schiena e nel camminare, riferiva nausea e astenia”. Elementi che hanno fatto richiedere a Degli Angioli che venisse trasportato subito al Fatebenefratelli perche’ gli fosse fatta una radiografia del cranio, una della regione sacrale e una visita neurologica. La richiesta di ricovero fu emessa alle 16.15-16.30. L’ambulanza, si legge ancora nelle carte, e’ arrivata alle 18.15 ma Cucchi e’ uscito dal carcere alle 19.50. ”Stefano doveva stare in ospedale – spiega Degli Angioli – Se la radiologia del carcere fosse stata aperta ce lo avrei mandato lo stesso perche’ stava male. Non era un male dell’anima o del pensiero, ma fisico. Non abbiamo parlato del perche’ stava li’. Io gli ho dato l’acqua”. Nello spiegare la tempistica del trasbordo in ospedale, che – puntualizza il documento – si trova a 600 metri dal carcere, Degli Angioli riferisce che lascio’ la richiesta di portare Cucchi in ospedale direttamente all’agente preposto che si trovava lì. “Dell’uscita alle 19.50 non so il perche”’. Il ragazzo rientro’ poi a Regina Coeli alle 23, e anche qui ”non so rispondervi perché fosse rientrato”. Sulla decisione di desecretare gli atti e’ stata oggi pero’ polemica politica: a votare per il si’ i 10 commissari del Pd, dell’Idv e la gruppo misto Poli Bortone. La Lega si e’ astenuta mentre il Pdl si e’ opposto: ”Il nostro no – ha spiegato il capogruppo in commissione Michele Saccomanno – e’ perche’ volevamo trovare un sistema comune per garantire le persone che abbiamo convocato”. Per la presidente dei senatori Pd Anna Finocchiaro e’ stato invece ”un atto di meritoria trasparenza delle istituzioni”. Il presidente Marino si e’ detto convinto che ”la desecretazione possa aiutare la Procura a fare chiarezza anche sui comportamenti individuali dei medici”

fonte ANSA

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Giustizia: un altro caso Cucchi e forse anche peggio


di Luigi Manconi

Un altro caso Cucchi, forse peggio del caso Cucchi. Questo è il primo pensiero che viene quando ci si trova a dipanare la vicenda di violenza e di morte di Giuseppe Uva, 43 anni, per quasi tre ore in balia di un gruppo di carabinieri e poliziotti all’interno di una caserma, nella città di Varese. Violenze, forse sevizie e, poi, il Trattamento sanitario obbligatorio (Tso) nel reparto di psichiatria di un ospedale varesino: qui, a Uva fermato in stato di ebbrezza vengono somministrati farmaci che ne determinano la morte. Responsabilità gravissime delle forze dell’ordine e responsabilità di medici, quest’ultimi non sappiamo se incompetenti o semplicemente criminali.

Come associazione A Buon Diritto portiamo a conoscenza dell’opinione pubblica questa vicenda, a poche ore di distanza dalla notizia che un altro caso di morte in carcere rischia di venire insabbiato. La procura di Livorno ha chiesto l’archiviazione del procedimento sulla fine di Marcello Lonzi, trovato cadavere nella sua cella, con evidenti segni di violenze sul corpo, incredibilmente attribuiti da periti superficiali e magistrati frettolosi a una “caduta accidentale”. Si può notare, in primo luogo, che ad avvicinare tre storie tanto simili c’è un ulteriore dato: compare sempre una figura di donna, sorella o madre – Ilaria, Lucia, Maria – che, sola, riesce a rompere il muro del silenzio, facendo del proprio dolore privato un’occasione di denuncia pubblica.

E questo fatto, proprio per la forza primaria che esprime, evidenzia la debolezza di chi – invece – non interviene e non urla: innanzitutto, la politica. Che dovrebbe avere a cuore la tutela dei diritti del più debole (tossicomane, immigrato, detenuto), nella consapevolezza che la lesione delle tutele per quest’ultimo produce la riduzione delle garanzie per tutti. C’è, poi, un problema grande come una casa. il nostro è uno stato di diritto, dove le forze dell’ordine hanno giurato fedeltà alla Costituzione e hanno conquistato, faticosamente e contraddittoriamente, una coscienza democratica.

Le forze dell’ordine, oggi, sono “forze democratiche” in genere rispettose della legge: ma – al loro interno – resistono e si riproducono zone segnate da forti pulsioni autoritarie e da tendenze alla sopraffazione e, in determinate circostanze, al sadismo.

Lo si è visto, sciaguratamente, nel corso dei fatti del G8 di Genova, nel 2001, e lo si vede (ma più spesso lo si intuisce o lo si teme) qua e là, in una caserma, in un centro di identificazione ed espulsione, nella cella di un carcere. Per combattere quelle tendenze contenerle e infine eliminarle, si deve partire da qui: dalla verità su Stefano Cucchi, Marcello Lonzi e Giuseppe Uva.

Mi piacerebbe che qualcuno (almeno qualcuno) tra quanti oggi partecipano alla manifestazione del centrodestra condividesse questa denuncia. O davvero si pensa che una “giustizia giusta” possa difendere il forte e il potente, chi dispone di risorse e di tutele, e non debba prioritariamente curarsi, con la massima sollecitudine, di chi è privo di qualunque protezione?

La cronaca della vicenda

Giuseppe Uva e Alberto Biggiogero vengono fermati in stato di ebbrezza verso le 3 di mattina di sabato 14 giugno 2008 da una volante dei carabinieri, mentre spostano alcune transenne bloccando l’accesso a una strada del centro di Varese.

Uno dei due carabinieri all’interno della volante riconosce Uva, lo chiama per nome e inizia a inseguirlo mentre questo tenta la fuga. Alberto Biggiogero cerca di correre in aiuto di Uva, richiamato dalle grida di questo, per impedire al carabiniere di colpire l’amico. L’altro carabiniere, che guidava l’auto, lo immobilizza e gli impedisce di intervenire. Poco dopo sopraggiungono due volanti della polizia di stato, Biggiogero verrà spinto a forza in una di queste, Giuseppe Uva verrà invece costretto in quella dei carabinieri. Le tre macchine arrivano nella caserma dei carabinieri verso le 3.30 (i quattro agenti delle due volanti di polizia vengono raggiunti dall’altra volante in servizio quella notte, tutti e sei i poliziotti restano in caserma per le successive due ore fino a quando Uva non verrà trasportato in ospedale, saranno due di loro, tra l’altro, ad accompagnare in ambulanza Uva al pronto soccorso, secondo una procedura del tutto anomala).

I due amici vengono separati, Biggiogero resta in una stanza collocata a sinistra dopo il portone d’accesso alla caserma, controllato a vista da poliziotti e carabinieri. Da lì sente chiaramente le urla dell’amico provenienti da un’altra stanza, posta probabilmente sulla destra del corridoio, per un lunghissimo lasso di tempo. Grida ai presenti di smetterla di “massacrare” l’amico e viene minacciato di subire la stessa sorte.

Verso le quattro del mattino, approfittando degli attimi in cui viene lasciato solo, chiama con il proprio cellulare il 118, chiedendo l’intervento di un’ambulanza in caserma perché lì era in corso un massacro. L’operatore del 118 dice che manderà un’ambulanza, dopo due minuti chiama in caserma per accertarsi che ci sia veramente bisogno dell’intervento del mezzo, riferendo di essere stato contattato da un signore che denunciava un pestaggio all’interno della caserma. Il carabiniere che ha risposto al telefono lo fa attendere in linea per verificare, al suo ritorno all’apparecchio dice che si tratta di due ragazzi ubriachi e che ora si sarebbero occupati di toglier loro il telefonino (la trascrizione delle due telefonate è agli atti e disponibile).

Biggiogero fa anche in tempo a chiamare il padre e chiedergli di venirlo a prendere prima che il cellulare gli venga portato via. Biggiogero dichiara, poi, di non aver sentito le sirene dell’ambulanza ma che dopo circa 20 minuti dalla sua telefonata si è presentato in caserma un uomo in impermeabile con una valigetta che viene indicato come “il dottore”. Nel frattempo arriva anche il padre di Biggiogero che riuscirà a portare a casa il figlio e si dice disposto a portare personalmente Uva al pronto soccorso.

I carabinieri diranno che non ce n’è bisogno in quanto l’arrivo del medico è sufficiente. Alle 5 del mattino (presumibilmente mezz’ora dopo che Biggiogero e il padre uscivano dalla caserma) una telefonata dei carabinieri alla guardia medica richiede un’ambulanza e dice che alla persona fermata deve essere effettuato un Tso. Uva viene trasferito quindi al pronto soccorso dell’ospedale di Circolo, dove viene richiesto il Tso e così, dopo circa due ore (verso le 8.30 del mattino), Uva viene trasferito nel reparto psichiatrico presso lo stesso ospedale. Due ore dopo viene constatato il decesso per arresto cardiaco.

Dagli esami tossicologici risulta che gli sono stati somministrati dei farmaci, inequivocabilmente e tassativamente controindicati in caso di assunzione di alcol. L’arresto cardiaco è stato provocato da questo “errore”. La testimonianza del Comandate del posto fisso della polizia di stato ubicato presso il pronto soccorso dell’ospedale di Circolo riporta alcune affermazioni estremamente significative.

La prima: si è venuti a conoscenza della morte di Uva in ritardo “pur non trattandosi come si evince dall’allegato referto medico di evento non traumatico” (si legga: è stato un evento traumatico). La seconda: la salma di Uva giaceva “supina e senza abiti, con la parte ossea iniziale del naso in zona frontale, munita di una vistosa ecchimosi rosso-bluastra, così dicasi per la parte relativa del collo sinistro, le cui ecchimosi proseguivano con discontinuità, su tutta la parete dorsale, lesioni di cui non viene fatta menzione nel verbale medico di accettazione”. Il comandante aggiunge: “che non vi è traccia degli slip del de cuius e su chi abbia provveduto alla loro rimozione dal corpo, indumento tra l’altro, neppure consegnato ai parenti (probabilmente perché intrisi di sangue).

E tuttavia non si può sottacere il riscontro obiettivo di pseudo macchie ematiche riscontrate a tergo sui pantaloni poi posti successivamente sotto sequestro unitamente agli altri capi di vestiario con un particolare inquietante riscontrato anche sulle scarpe di stoffa che stanno verosimilmente ad indicare una estenuante difesa ad oltranza dell’uomo effettuata anche con calci”. Ciò è evidenziato dal fatto che “la parte anteriore di entrambe calzature destra e sinistra, si presenta vistosamente consumata”. L’autopsia è stata fatta in maniere platealmente sbrigativa e parziale, senza gli esami radiologici necessari ad accertare fratture e minimizzando o ignorando l’importanza delle lesioni presenti sul suo corpo, in particolare sul dorso e nella regione anale.

A distanza di 21 mesi dalla morte di Uva l’indagine, trasferita dal primo Pm (Abate), che le aveva dato notevole impulso, a un altro (Arduini), oltre a languire sembra destinata all’inconcludenza: due medici sono indagati, ma per quanto riguarda la responsabilità di coloro che hanno trattenuto illegalmente Uva e lo hanno sottoposto a violenze, si procede contro ignoti.

da www.ristretti.it

Che i giornalisti raccontino le nostre carceri. Perché nessuno possa fare finta di niente


di Marta Bonafoni
“Ristretto”. Nel dizionario di italiano si legge: “racchiuso, stretto, limitato, angusto”. Ristretto è anche uno dei sinonimi che gli stessi detenuti usano per definire la propria condizione di reclusi. Limitati, appunto. Ristretta e limitata sempre di più è oggi la possibilità per i giornalisti di entrare nelle carceri. Per raccontare. Fare sapere.

Mica solo i fatti tragici che si consumano lì dentro, cosa peraltro fondamentale – quel racconto – alla salute stessa di una democrazia.

Ma la quotidianità dei penitenziari, la vita dei reclusi.Perché stare dentro non può e non deve significare essere fuori: dalla realtà  e dal racconto della stessa.

Non so se vi è  capitato durante le feste appena passate di guardare qualche tg in cui, improvvisamente, si sono in effetti aperti i cancelli di un carcere romano. Era arrivata la Befana – si diceva – in quei giorni in cui la retorica (capitanata dai mass-media) dice che bisogna “essere tutti più buoni”! A me è capitato di vedere un paio di quei servizi: le telecamere indugiavano sui visi dei figli dei detenuti, sulle facce dei reclusi. Un pezzo di colore – come si dice – confezionato su quei volti grigi e su sorrisi rari. Marziani, sembravano, quegli uomini e quelle donne inquadrati sul piccolo schermo.

Specie rare, come ti può capitare di vederle al Bioparco. Anzi no, perché i servizi sulle bestie nelle gabbie del Bioparco sono decisamente di più di quelli che passano in televisione per raccontare le carceri italiane.

Una delle emozioni più forti fino ad oggi provate facendo la giornalista mi ha investito alcuni anni fa ascoltando Radio Popolare di Milano e la sua trasmissione Fuori di cella, con i familiari dei detenuti a salutare i loro parenti reclusi: quelli da una parte al telefono, gli altri in cella con le radioline accese.

Era, quella, l’emozione di una possibilità. Per i diretti interessati, che per un attimo potevano entrare in comunicazione tra loro oltre alla restrizione. Per i giornalisti, che troppo spesso dimenticano che si può – o si deve – svolgere questo mestiere non per fare da megafono ai forti ma per dare voce ai deboli. Per la politica e le istituzioni (anche quelle penitenziarie), perché la conoscenza e la trasparenza dovrebbero essere sempre amiche del buon governo.

Poi c’è il dramma delle carceri, come quello vissuto fino a esserne ucciso da Stefano Cucchi. Anche in quel caso Stefano sarebbe rimasto solo un numero, se non ci fosse stato il coraggio della sua famiglia a mostrarne le foto del supplizio.

Prima di quelle immagini la morte di Stefano non era una notizia. Dopo, sono arrivate le prime pagine. Abbiamo visto: per nessuno è stato più possibile fare finta di niente.

Dovrebbe essere sempre così, e non solo quando ormai è troppo tardi.

da www.linkontro.info

Il nostro personaggio dell’anno: Stefano Cucchi


Vogliamo ricordare questo giovane perché la sua morte non sia vana. Non era un eroe, non era un martire, non era un personaggio pubblico e non era famoso. Era solo un ragioniere di 31 anni con tanti problemi. Come tanti ragazzi come lui aveva solo bisogno di cure e di amore. Per lui lo stato ha scelto il carcere e la morte.

 Il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria e Capo della Polizia Penitenziaria Franco Ionta, in relazione alle indagini svolte dalla Procura di Roma per il decesso di Stefano Cucchi, esprime piena fiducia nell’operato degli organi inquirenti.

Il Capo del DAP rivolge parole di stima e riconoscimento agli uomini della Polizia Penitenziaria che, pur nella difficile situazione in cui si trovano ad operare, a causa del sovraffollamento e della carenza di organico, assicurano le condizioni di legalità nelle carceri, con piena professionalità, spirito di sacrificio e senso di umanità.

Il Capo del DAP si dichiara orgoglioso del Corpo di Polizia Penitenziaria che con senso del dovere continua quotidianamente a svolgere il proprio operato.

E’ a queste persone, dichiara Franco Ionta, che dobbiamo solidarietà e rispetto.

E noi concordiamo con Ionta. Ne condividiamo completamente la dichiarazione, riconoscendo alla polizia penitenziaria un ruolo insostituibile nel’amministrazione della giustizia. Sono uomini che lavorano in condizioni difficili, con una popolazione carceraria doppia rispetto alle capacità del sistema, abituati a convivere con un sentimento che si chiama “paura”, un sentimento che da bravi cittadini deleghiamo in cambio di un salario, a questi oscuri lavoratori.

Mai abbiamo pensato di mettere sotto accusa la loro categoria. Anzi, ogni giorno siamo coscienti di dover rivolgere loro un pensiero di gratitudine e di riconoscenza.    

Questo non toglie l’obbligo di capire perché un ragazzo normale, con i suoi problemi e la sua famiglia a sostenerlo è morto dopo sei giorni dal suo arresto, un ragazzo qualunque, con i suoi amici, la palestra e la Lazio allo stadio la domenica.  Forse un po’ più fragile ma allo stesso tempo pieno di vita e di amore. Purtroppo però è morto: solo dopo sei giorni il suo ingresso in carcere, dopo il suo arresto perché è stato trovato in possesso di alcune dosi di sostanze stupefacenti. Come è morto si sa. È stato picchiato, umiliato e lasciato morire in una barella. Per mano di chi è morto ancora no. Perché sotto accusa sono finiti nell’ordine secondini, carabinieri, agenti, medici. Ma ancora non si riesce a capire di chi sia la responsabilità

La famiglia ha avuto il coraggio di pubblicare le immagini di quel corpo straziato dalle botte restituito ai suoi cari solo dopo l’autopsia. Un corpo esile, con una smorfia di terrore che rimarrà scolpita per sempre nel cuore degli italiani. Come lo ha definito il referto «è morto in modo disumano e degradante». Se non fosse stato per quelle immagini probabilmente questa storia sarebbe rimasta ai margini dei giornali.

Ma la storia di Stefano, nella sua tragicità, ha avuto i suoi aspetti positivi. Perché questa triste vicenda ha costretto tutti a prendere atto delle proprie responsabilità. A cominciare dai benpensanti sempre pronti a erigersi a giudici delle disgrazie altrui, a cominciare dal ministro Giovanardi, che dopo qualche esternazione sciocca, ha dovuto chiedere scusa alla famiglia e al popolo italiano. Utile a risvegliare le coscienze di tutti coloro che ancora credono nello stato di diritto, che hanno a cuore le istituzioni, la civiltà che nasce e si misura anche negli istituti di rieducazione. Utile allo Stato che non ha recitato la solita parte ma ha da subito attivato i meccanismi di indagine: anche se ancora però non si riesce ad abbattere il muro di omertà e l’insopportabile rimpallo di responsabilità. Utile alla politica che si è ritrovata unita nel non ricercare alcuna forma di autoassoluzione, e lo ha fatto istituendo un comitato unitario. Utile alla società civile, che dalle piazze ai forum della rete, si è stretta attorno alla famiglia chiedendo con civiltà una sola cosa: verità per Cucchi.

Ecco perché è giusto e doveroso mantenere alta l’attenzione mediatica e politica su questa storia. Lo dobbiamo a Stefano che nel 2010 non ci sarà. Lo dobbiamo alla sua famiglia che ha così decorosamente e con senso civico esemplare lottato per la verità. Lo dobbiamo al figlio di Ilaria, la sorella di Stefano, che si chiede il perché suo zio non tornerà a giocare con lui.

Ecco perché Stefano Cucchi è il personaggio dell’anno.

Perché ci ha costretto ad affrontare problemi tabù come quello delle carceri e della violenza.

Perché fare i conti con la sua storia sarà la cartina tornasole di che paese siamo. Di che razza di paese racconteremo ai nostri figli se non facciamo nulla affinché questa storia si concluda con una sola parola: giustizia.

da www.informarezzo.com

Vittime dell’ingiustizia


di Silvia Tortora

Mio padre finì in carcere innocente nel giugno 1983. Fu per noi uno strazio. Vedemmo cose che mai avremmo immaginato attraverso i suoi occhi e attraverso le sue parole”. E Stefano, morto pochi giorni fa, forse è vittima anche lui del sistema carcerario italiano.

Sono giorni e giorni che mi faccio una domanda. Cosa posso aggiungere io al fiume di parole scritte sulla vicenda di Stefano Cucchi, giovane ragazzo morto di botte e disinteresse, ammazzato dalla violenza cieca e dall’indifferenza di chi doveva averne cura? Ben poco, credo. Perché già tanto è stato detto e scritto. Di alto e nobile, e di basso e volgare. Ma vorrei tentare lo stesso di fissare i miei pensieri e affidarli alla vostra riflessione. Ho conosciuto il carcere per interposta persona. Mio padre, Enzo Tortora, ci finì innocente nel giugno 1983. Fu per noi uno strazio. Vedemmo cose che mai avremmo immaginato attraverso i suoi occhi e attraverso le sue parole. Era in cella, Enzo, con un compagno tossicodipendente, un giovane romano, fragile e malato, che aspettava un bambino. La cura per lui era quella di stare chiuso in una gabbia con altri uomini e patire ore lunghe e inutili. Enzo non si dava pace perché capiva che non sarebbe mai guarito. Non così. Infatti. Questo ragazzo, come Stefano, come migliaia di altri, sarebbe uscito solo più stanco, arrabbiato, deluso, amaro e impotente.

È il destino di tutti quelli che vivono la tossicodipendenza come buco nero e trovano dal sistema una cura ancora più nera: la galera. Una legge inutile imbottisce le carceri di tossicodipendenti (sono la maggioranza dei detenuti), anziché affidarli a strutture protette, per un fanatismo ideologico che non fa nulla per stroncare il traffico di droga. Difatti, appena fu libero, Enzo scelse di andare a portare dei fiori sulla tomba di un giovane tossicodipendente morto suicida in galera a Cagliari, dopo cento giorni passati in isolamento. Dicendo: ”Lui, non io è stato vittima di una giustizia crudele, orba e senza pietà”. Sono passati venticinque anni da allora. Ed eccoci a Stefano. Ottobre 2009. Stefano Cucchi non è solo vittima dell’inutile legge sulle tossicodipendenze. È stato oltraggiato e preso a calci da uomini che avrebbero dovuto proteggerlo. Uomini con indosso una divisa. Anzi, due. I primi “probabilmente” guardiani di detenuti. Persone che dovrebbero custodire e garantire l’incolumità dei detenuti. Già si sa molto. Stefano picchiato nei sotterranei di un tribunale. Stefano condotto in ospedale, e tradito, ancora una volta, da altre divise, quelle dei medici, che avrebbero dovuto curarlo con rispetto, civiltà e, oso, con amore.

E invece no. Questo ragazzo fragile, esile, è stato lasciato andare via ferito dentro e fuori, perché non “collaborava” coi dottori. Manifestava un atteggiamento “ostile”. Rifiutava di essere “alimentato”… E qui mi permetto un inciso. Anche Eluana Englaro non poteva collaborare, ma attorno a lei si che ci si dava da fare, con accanimento, per mantenerla in vita… e che vita. Senza amore, senza cure, senza dignità, Stefano è scivolato nel nero della morte tutto solo. Nessuno accanto a tenergli la mano. Mamma e papà non potevano neppure mettere piede al suo capezzale. Chissà che dolore Stefano… Eppure. La sua famiglia, con grande coraggio, ha deciso di consegnare a tutti noi il suo ultimo ritratto. Uno scheletro avvolto in un sacco azzurro da obitorio. Il volto terribile, un corpo che ricorda i corpi dei deportati, ma con in più un segno tremendo alla schiena martoriata. Immagine che non si dimentica, non si deve dimenticare. Prima di allora, nessuno di noi aveva visto nulla di simile. Lo aveva, forse, solo immaginato. Perché Stefano, purtroppo, non è il primo, né sarà l’ultimo morto così. Eppure, la scelta della sua famiglia di rendere pubbliche le sue foto e di chiedere verità e giustizia aggiunge qualcosa a questa orribile storia. Aggiunge un valore positivo e nobile.

La famiglia di Stefano Cucchi ha chiesto con pacatezza e fermezza di conoscere la verità. Non ha urlato, non ha minacciato, non ha impugnato l’arma della vendetta. Ha domandato, ha condiviso con tutti noi un grande dolore e una grande ingiustizia. Lo ha fatto scarnificandosi e offrendo immagini belle di Stefano e dei suoi cari e immagini terrificanti del suo corpo. Ha preso le distanze da coloro che usavano Stefano per menare le mani. Ha capeggiato un corteo chiedendo rispetto per le forze dell’ordine, ha respinto al mittente le sciocchezze di chi voleva Stefano tossico, anoressico e perfino sieropositivo. Una famiglia così è, in questo Paese, un’eccezione. È un esempio, una nota di decenza. Ed è a questa famiglia, a quel dolore, e alla sacrosanta ricerca della verità, che la Giustizia, e noi tutti dovremmo inchinarci e chiedere perdono.

da www.socialnews.it

Il caso Bianzino e il caso Cucchi: non dimentichiamoli


all’VIII Congresso di Radicali Italiani di Chianciano, Rudra Bianzino ci ha raccontato la drammatica vicenda che ha coinvolto lui e la sua famiglia. Rudra, studente liceale, sedicenne, è rimasto solo, senza padre, senza madre.

Rudra Bianzino

Il padre, Aldo, nonviolento, artigiano, amante della natura, è morto nella notte tra il 13 e il 14 ottobre 2007 in circostanze ancora da chiarire, poche ore dopo l’arresto per coltivazione e detenzione di marijuana. Le cronache parlarono inizialmente di decesso per un malore naturale. Ben presto, si capì, però, che forse le cose erano andate diversamente.

Un primo esame mise in evidenza lesioni agli organi interni, presenza di sangue in addome e pelvi, lacerazione epatica, lesioni all’encefalo, a fronte di un aspetto esterno indenne da segni di traumi. Una seconda autopsia, del novembre 2007, accreditò la tesi della rottura di un aneurisma cerebrale. Pur accettando l’ipotesi del medico legale, si affermò che l’emorragia cerebrale potesse essere stata causata da un forte stress di tipo fisico con improvviso rialzo della pressione.

Prima di ascoltare la testimonianza di Rudra, al congresso radicale è stato proiettato un video con un’intervista delle Iene alla madre, Roberta Radici. E’ probabilmente l’ultimo documento lasciatoci dalla compagna di Aldo. Il dolore ha, infatti, infierito sul suo corpo già malato. Roberta non ce l’ha fatta. Si è spenta affidando a noi l’impegno a chiedere verità e giustizia sulla morte di Aldo.

http://www.radicali.it/appello_bianzino/form.php

Domani, 11 dicembre ci saranno Emma Bonino e Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, al presidio davanti al tribunale di Perugia per chiedere che venga fatta piena luce sulla morte di Aldo Bianzino. La mobilitazione, fissata per le 8:30, é organizzata dai Radicali italiani e dal comitato “Verità e giustizia per Aldo” con la partecipazione degli amici di Beppe Grillo di Perugia.

C’é un filo rosso che lega il caso di Aldo Bianzino a quello di Stefano Cucchi, entrambi morti in carcere a causa del proibizionismo. Entrambi i casi dimostrano come il proibizionismo sia il vero crimine di questo paese perché affolla le carceri, crea vittime innocenti, come Rudra.

Cucchi, il Dap: “Una morte che viola i diritti umani”


Stefano Cucchi Stefano  

La di Stefano Cucchi è stata una “continuativa mancata risposta alla effettiva tutela dei di­ritti” proprio mentre era nelle mani dello Stato e della sua burocrazia. Mancanze che “si sono sus­seguite in modo probabilmente non coordinato e con condotte in­dipendenti tra loro”, ma questo non assolve nessuno. A comincia­re dal personale dell’amministra­zione penitenziaria, agenti compre­si. Le possibili colpe di “altri orga­ni e servizi pubblici” dai quali Cuc­chi è transitato, non attenuano “la responsabilità di quanti, apparte­nendo all’amministrazione peni­tenziaria, abbiano partecipato con azioni e omissioni alla catena della mancata assistenza”.

Queste le conclusioni dell’indagine della Direzione genera­le delle sulla fine del tossico­dipendente arrestato dai carabinie­ri e deceduto all’ospedale Sandro di Roma, dov’era stato rico­verato per le fratture subite. La magistratura ipotizza che sia stato pic­chiato nelle celle di sicurezza del tri­bunale di Roma dagli agenti peni­tenziari, ma non si sa bene ancora dove, quando e da chi. La rela­zione della commissione formata da Sebastiano Ardita, Maria Letizia Tricoli e Federico Falzone e altri funzionari del Dap è stata inviata al­la procura di Roma, che la valuterà e ne trarrà eventuali conseguenze.

Il rapporto del Dap dà atto delle “condizioni lavorativa­mente difficili” in cui gestiscono gli arrestati e i detenuti in attesa di giudizio nei sotterranei del tribuna­le di Roma. Ma spiega che “risulta difficile accettare che il personale non sia stato posto a conoscenza neppure dell’esistenza della circola­re per l’accoglienza dei ‘nuovi giun­ti’ (quella con le regole sulla ‘pri­ma accoglienza’ ai detenuti, ndr)” . Non c’era, ad esempio, il registro coi nomi degli arrestati e l’annota­zione dei movimenti con gli orari.

Le camere di sicu­rezza del tribunale di Roma versa­no, inoltre, in condizioni degradate e degra­danti, perché hanno spazi ridotti, non ci sono servizi igienici, non prendono aria né luce dall’esterno ed è possibile che lì vengano richiu­se persone rimaste a digiuno anche da ventiquattr’ore: “All’atto del so­pralluogo le condizioni igieniche presentano evidenze di materiale organico ormai essiccato sui muri interni (vomito) che risultano in parte ingialliti e sporcati con scrit­te. Sul pavimento, negli angoli, si ri­levano accumuli di sporcizia”.

 In questi ambienti, secondo gli elementi d’accusa raccolti finora dalla procura di Ro­ma, Stefano è stato aggredi­to dagli agenti penitenziari, suben­do le fratture che hanno portato al ricovero sfociato nella del pa­ziente-detenuto. Gli ispettori del Dap non traggono conclusioni sul (per cui sono indagate tre guardie carcerarie e non i carabi­nieri che avevano arrestato la sera prima dell’udienza in tribu­nale, i quali hanno riferito e dimo­strato di non essere stati presenti nelle camere di sicurezza del tribu­nale) rimettendosi alle conclusioni dell’indagine giudiziaria. Però indi­cano la cronologia degli eventi at­traverso le testimonianze, a comin­ciare da quella dell’infermiere del Servizio 118 che visitò la notte dell’arresto, tra il 15 e il 16 ot­tobre, nella stazione dei carabinieri di Torsapienza. Trovò il giovane in­teramente coperto, e poco o per nulla collaborativo. “Ho cercato di scoprirgli il viso per verificare lo stato delle pupille e guardarlo in volto… C’era poca luce perché nella stanza non c’era la luce accesa… Ho potuto notare un arrossamento, ti­po eritema, sulla regione sottopal­pebrale destra. Non potevo vedere la parte sinistra perché il paziente era adagiato su un fianco”.

L’infermiere, visto che “comunque rispondeva a tono e ri­fiutava ogni intervento”, se n’è an­dato dopo mezz’ora. I carabinieri avevano chiamato il 118 “riferendo di una crisi epilettica”, ma il neuro­logo dell’ospedale Fatebenefratel­li  che ha visitato il detenuto la se­ra del 16 ottobre riferisce che Cuc­chi «precisò che l’ultima crisi epilet­tica l’aveva avuta diversi mesi fa”. Al dottore, come ad altri, disse che era “caduto dalle scale”, ma nella relazione del Dap sono ri­portate anche testimonianze di al­tro tenore. Dall’incontro di con altri detenuti, durante il quale faceva il sacco,  all’ammissione del ragazzo che a domanda rispose “sono stato pestato al momento dell’arresto”.

 Quanto al ricovero nel reparto carcerario dell’ospedale — a parte l’odissea vissuta dai geni­tori di che non sono riusciti a vederlo né ad avere notizie, e han­no saputo della solo dalla no­tifica del decreto che disponeva l’autopsia — il giudizio finale è che le regole interne dell’ospedale ab­biano finito per incidere perfino su residui spazi che risultano assoluta­mente garantiti nella dimensione penitenziaria. Ragione per cui il trattamento finale del degente-de­tenuto è risultato essere la somma di tutti i limiti del carcere, dell’ospe­dale e della burocrazia”.
 
Per gli ispettori questa vicenda “rappresenta un indicatore di in­sufficiente collaborazione tra re­sponsabili sanitari e penitenzia­ri”, e certe giustificazioni avanza­te da alcuni responsabili “non me­ritano qualificazione”. In conclu­sione, “risulta censurabile l’opera­to complessivo nei confronti del detenuti e dei suoi familia­ri, in particolare nell’ambito del ‘’, laddove non è stata po­sta in essere delle prescrizioni vol­te all’accoglienza e all’interpreta­zione del disagio del detenuto tos­sicodipendente”.

 da www.blitzquotidiano.it