“Uscita che fu di lì” di Antonella Cristofani – Sovera editore


di Daniela Domenici

In genere si segue il percorso di uno scrittore dalla sua opera prima fino alla più recente…chi scrive ha invece fatto il contrario: ha prima letto, apprezzato e recensito “La figlia dell’oca bianca”, una deliziosa raccolta di racconti, seconda opera di Antonella Cristofani e poi, sull’onda di questa, ha voluto leggere la prima antologia di quest’autrice, “Uscita che fu di lì”, anche questa pubblicata da Sovera editore.

Ciò che accomuna queste due sillogi, che le rende assolutamente godibili provocando un sorriso interiore ininterrotto, è l’incredibile ironia che le permea, di cui sono intrisi tutti i racconti alcuni dei quali meritano la “pole position”, secondo noi, e ci riferiamo in particolare all’ultimo, “Harem, perché no?” e a “San Valentino”. Altro elemento comune alle due raccolte è il surrealismo di cui sono venate che ti porta a immaginare un epilogo per poi lasciarti spiazzata con un finale completamente diverso. Invito i lettori e le lettrici a leggere con attenzione “Harem, perché no?”: potrebbero riconoscersi nella situazione surreale immaginata dalla Cristofani e, perché no, metterla in pratica!!! In “San Valentino” l’autrice riesce a mescolare, con delicatezza e ironia, i momenti di dolore e sofferenza in un ospedale con l’amore e l’affetto di una coppia “datata”. Altri tre racconti che, secondo noi, meritano un particolare plauso sono “Verginità”  e “Caro tappeto” ma non vi vogliamo dire come si dipanano, semplicemente surreali e deliziosi; e “La carrettella storica” che per chi non appartiene al mondo del teatro è “quella battuta che dici quando esci dalla scena alla quale però aggiungi tensione, vibrazione, trascinamento in modo che, nel momento in cui la voce svanisce dietro le quinte, tu spettatore senta nell’orecchio l’eco della battuta sussurrato da labbra fatte di aria e a quel punto stai già applaudendo…”.

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“La figlia dell’oca bianca” di Antonella Cristofani – Sovera editore – 2007


di Daniela Domenici

Ci è capitato per casualità (ma niente accade per caso, per chi scrive è una profonda convinzione) di leggere questo libro che non è recentissimo (ma l’età di un libro non è un elemento probante, Dante docet) e ne siamo rimaste attratte come l’ape dalla corolla di un fiore.

E’ una raccolta di racconti di una signora, Antonella Cristofani, che vive nella Capitale, è laureata in pedagogia, ha lavorato come addetta culturale presso il Comune di Roma e aveva già pubblicato, presso la stessa casa editrice, un’altra raccolta, “Uscita che fu di lì”.

“…Le storie si svolgono una dopo l’altra, apparentemente autonome, tutte divertenti. Si compone così un quadro di un’umanità senza eroi ma tutta eroica nella disperata lotta per la sopravvivenza. Non si tratta di una messa in scena a lieto fine, ché molte sono le sconfitte e i compromessi fino alla menzogna a fin di bene…”: queste parole, tratte dall’introduzione di Matilde De Pasquale, descrivono in sintesi, secondo noi perfettamente, questa raccolta.

E ancora “…la figlia dell’oca bianca è una bella metafora per chi scrive, chi è stato dotato dalla natura di un dono che non può tenere per sé ma condividere con chi questo dono non ce l’ha. La scrittura quindi…strumento per vivere meglio…”: quest’ultima affermazione ci trova perfettamente consenzienti, ci sentiamo molto vicine alla Cristofani (molto figlie “dell’oca bianca”) che ha saputo descrivere, in questi suoi tredici racconti (non sappiamo se il numero sia casualmente o volutamente anti-superstizione) tanti lati di sé che, pur nel sacrificio della propria individualità, serpeggiano lungo tutta la raccolta. E sono aspetti che potrebbero essere anche i nostri, in cui è facile, quasi inevitabile, riconoscersi, identificarsi.

Due racconti tra tutti meritano, per la sottoscritta, il palmares: “Il negozio dei mariti” e “Volevo essere un’attrice da musical”, quest’ultimo scritto appositamente per l’attrice Anna Malvica; tutti sono comunque venati da un delicato umorismo surreale che lascia spiazzati, sbigottiti, talvolta col sorriso ma spesso con un’impalpabile disagio malinconico.

Le immagini del testo e della copertina sono di Paolo Terracini, artista precocemente scomparso.