San Lorenzo a San Saba


di Daniela Domenici

Non crediate che sia un carteggio tra due santi o un dialogo tra loro: è solo che ho trascorso con mio marito la notte di san Lorenzo di quest’anno sulla spiaggia di San Saba, luogo incantevole poco fuori da Messina in direzione Palermo, sul versante tirrenico quindi.

Ma questo non basterebbe a giustificare le parole che voglio dedicare a questa notte per noi un po’…alternativa: all’interno di questa spiaggia si è ritagliata un suo angolo la comunità lgbt di Messina e provincia ed è tra loro che ho passato qualche ora della notte delle stelle cadenti.

La serata era stata ben organizzata da Rosario Duca che, purtroppo però, non ha avuto il supporto che sperava perché la persona che si sarebbe dovuta occupare della musica non si è fatta vedere, i motivi non li sappiamo, quindi solo il rumore delle onde (per noi personalmente molto migliore) e le conversazioni sottovoce alla luce romantica del falò acceso sulla spiaggia e a quella, un po’ più prosaica, fornita da un generatore rumoroso per illuminare il banchetto su cui venivano serviti i bicchieri di sangria. Altra assenza è stata quella del responsabile nazionale Arcigay, Paolo Patanè, che era atteso ma che ha addotto motivi di famiglia.

Da brava giornalista un po’ monella (ma Rosario ormai mi conosce e mi apprezza anche per questo) ho rivolto delle domande anche un po’ impertinenti ad alcuni ragazzi gay, sia single che in coppia, e anche all’organizzatore, Rosario, e tutti, immancabilmente, sono stati gentilissimi nel rispondermi rendendosi conto dell’ironia affettuosa e della voglia di ascolto che avevo nei loro confronti.

Siamo stati accompagnati alla spiaggia da Fabiola Rinaldi, la responsabile delle trans siciliane, che è diventata un vero punto di riferimento per tutte quelle persone che, come lei, vogliono diventare donna ma che hanno bisogno, in questo percorso così difficile, di supporto, di consigli, di incoraggiamento.

Nel mio resoconto di questa notte così particolare voglio sottolineare un altro fatto che mi è sembrato davvero importante: venivano distribuiti gratuitamente profilattici e ci hanno detto che questo succede anche nelle discoteche dove si fa anche informazione su una sessualità sicura; approviamo e sottoscriviamo e vorremmo che questo succedesse anche tra le coppie etero e nei luoghi da loro frequentati: un’iniziativa dal mondo lgbt che deve servire da esempio per tutti.

A Pannella sta stretto il salotto della D’Urso


di Loretta Dalola

Dopo aver tanto lottato per avere  visibilità in televisione per le sue battaglie politiche, Pannella ora balza alla cronaca e dopo la serata a  Matrix di venerdì scorso, non si è fatto mancare il faccia a faccia a Domenica 5.

Marco sovvertendo tutte le regole delle interviste, entra in scena rubando la parola ad una  padrona di casa,  ammutolita , per precisare, con un lungo monologo, che la sua partecipazione al programma è sintomo di molta elasticità mentale. Ci tengo a chiarire ha esordito, che ho impiegato 40 anni   per avere un’immagine di uomo politico, ed ora sono  assediato da giornali e tv per le clamorose rivelazioni rilasciate in un’intervista esclusiva di Clemente Mimun su Chi: dichiarazioni nelle quali asserivo non solo di avere amato diversi uomini, ma di averlo fatto in costanza di unione con la propria compagna di sempre Mirella.

Il partito radicale è stata  la sede del “Fuori” (Sigla del Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano. L’associazione, nata alla metà degli anni ‘70, ha svolto un ruolo importante nelle campagne per la libertà sessuale. Attualmente un ruolo analogo viene svolto,ma dall’interno delle istituzioni, dall’ARCI-Gay), dicevo e ho sempre detto che amore e amicizia sono sinonimi, una cosa e “essere amore”, un’altra è fare all’amore… Noi difendiamo l’amore questo è essere radicali.

 Sono qui per difendere il ruolo della donna, perché in questa trasmissione si manca di rispetto alla figura femminile, dovrei offendermi per essere stato invitato in questo spazio, ma dico e urlo, il fatto che nel Paese delle menzogne, della partitocrazia, io mi faccio mancare questa occasione…haò!

 Ovviamente Barbara non rimane solo ad ascoltare, accalorandosi,  replica:

 Forse ti sono sfuggiti alcuni momenti, alcune ore, alcune centinaia di ore di televisione che io faccio da qui e durante tutti i pomeriggi di Canale 5, in cui io parlo e lotto contro la violenza sulle donne, in cui parlo di aborto, in cui io parlo e mi scaglio contro chi decide che non ci devono essere i matrimoni gay, in cui io parlo dei transessuali, in cui mi batto ed invito centinaia di bambini down in questa trasmissione a giocare con me, perchè io sono contro il razzismo, contro la discriminazione.

 Parole molto esplicite che fanno sorridere ed applaudire Marco Pannella.

 Per me la Rai è un’associazione per delinquere” , da tempo mi batto contro la legge detentiva e mai sono stato invitato in un programma Tv.

 E’ l’ultimo sprazzo dedicato alla politica, perché Barbara riporta l’intervista sui binari della riconoscenza, ringraziando il leader radicale “a nome di tutte le donne per le battaglie che hai fatto“.

 E parlando di donne, chiede  a Marco la natura del suo rapporto con la compagna.

 Come in tutte le coppie ci sono momenti di sofferenza ma è estremamente importate il dialogo, risponde Marco, non siamo gelosi perchè  sarebbe affermare di essere uno dell’altro, è un errore associare amore al sesso. Amare è costante attenzione.

I radicali hanno lottato per decenni per la libertà d’amare, ma non del sesso, abbiamo scelto la parola “compagno” perché è di una bellezza  unica. Quindi Ti vuoi iscrivere anche tu? Ne abbiamo bisogno. Ti chiedo di essere più libera con te stessa.

  Pannella, da abile affabulatore, ancora una volta è riuscito nell’impresa di ribaltare la situazione a proprio favore.

 Visualizza altro: http://www.davidemaggio.it

 http://www.wikio.it/politica/politici/marco_pannella

 da http://lorettadalola.wordpress.com

Pagella delle prestazioni sessuali: basta!


Nel salotto televisivo di Barbara D’Urso in ”Pomerigio 5” in onda su canale5, una signorina di nome Lea, che professionalmente svolge la mansione di addetta alle richieste del “sesso hot al telefono ( non conosco bene  l’inquadramento sindacale) ha dichiarato di aver scritto un libro, nel quale racconta le sue avventure sessuali, con personaggi noti e di averne stilato una precisa e accurata pagella riguardante le loro prestazioni.

  Basta, c’è un limite a tutto!

 La mia indignazione e rabbia raggiungono il livello di reazione linguistica, che mi costringe a puntualizzare che, a questo punto del percorso storico e evolutivo umano non si possono sentire ancora certi termini, l’incontro sessuale è tutto fuorchè una prestazione.

 Per chi volesse approfondire il concetto di prestazione: http://it.wikipedia.org/wiki/Prestazione_sportiva

 Come noi donne, da tempo e dopo lunghe e faticosissime battaglie di sensibilizzazione al rispetto,  pretendiamo di non essere considerate un “contenitore di sperma” sarebbe auspicabile che altrettante appartenenti al sesso femminile non considerassero gli uomini delle macchine ginniche.

 L’incontro tra un uomo e una donna, attraverso l’uso del  corpo risponde ad una richiesta di comunicazione profonda, di sentimento, di coinvolgimento, di ricerca intensa, di unione, che va al di là dell’atto meccanico vero e proprio.  Una donna, che consente ad un uomo di entrare nel suo corpo gli concede la sua anima, la parte più intima e nascosta,  raggiungerla è un privilegio che va condiviso insieme al concetto di rispetto delle parti coinvolte e soprattutto del dare e ricevere reciprocamente.

 L’incontro  è finalizzato al coinvolgimento di  tutti i sensi, compresa la sintonia e l’affettività tra le persone. L’atto sessuale ha questo scopo, amalgama, unisce, stabilisce compatibilità, crea confidenza e fiducia. La sensualità è indispensabile per conoscere e colmare le differenze materiali e spirituali, ma anche a indirizzare gli stimoli presenti nel rapporto. La sessualità interviene quando questo processo è maturato incanalando il piacere verso la soddisfazione genitale.

 Oggi, tutti vogliono conquistare più libertà, ma limitandosi all’aspetto sessuale, rischiano di svuotare i rapporti del loro collante naturale, che sta proprio nel rivalutare la sensualità. L’idea astratta della mente di una maggiore libertà sessuale, se manca la predisposizione dei sensi, rischia di risolversi in una falsa conquista.

 Per favore…

 Tu chiamale, se vuoi emozioni…

 Non votazioni…

 e mai , mai, PRESTAZIONI

 grazie

 Quando la mano di un uomo tocca la mano di una donna, entrambi toccano il cuore dell’eternità.
(Kahlil Gibran)

 da http://lorettadalola.wordpress.com/

L’affettività e la sessualità nelle persone con sindrome di Asperger


Sarà questo il tema del seminario promosso per il 20 maggio a Roma da Gruppo Asperger ONLUS, che potrà contare sulla partecipazione di un’autorevole esperta del settore, la psicologa e sessuologa Isabelle Hénault dell’Università Pubblica di Montreal in Canada. Iscrivendosi entro il 30 aprile, i soci delle principali associazioni italiane che si occupano di autismo (e anche i loro figli) potranno avvalersi di alcune agevolazioni

Isabelle HénaultSarà Isabelle Hénault, psicologa e sessuologa dell’Università Pubblica di Montreal in Canada, l’autorevole ospite che condurrà il seminario promosso da Gruppo Asperger ONLUS per giovedì 20 maggio a Roma (Auditorium Unicef, Via Palestro, 68, ore 8.30-18), con il titolo Affettività e sessualità nelle persone con Sindrome di Asperger e Autismo ad Alto Funzionamento.

Collaboratrice di Tony Attwood (autore di The Complete Guide to Asperger’s Syndrome), Hénault ha focalizzato la sua pratica clinica e i suoi studi sull’educazione alle relazioni interpersonali e alla sessualità delle persone con sindrome di Asperger. Nel 2005 ha pubblicato il volume Asperger’s Syndrome and Sexuality: From Adolescence through Adulthood (Jessica Kingsley Publisher, UK).
Il 20 maggio a Roma la studiosa presenterà (in francese, con traduzione consecutiva in italiano) due successive relazioni, dedicate rispettivamente allo Sviluppo affettivo e sessuale delle persone con Sindrome di Asperger e Autismo ad Alto Funzionamento e ai Programmi di educazione alla sessualità: materiali e strumenti adeguati.
Seguirà un ampio dibattitto, moderato dalla psicologa clinica Flavia Caretto, che trarrà anche le conclusioni del seminario.

Entro il 30 aprile ci si può iscrivere all’evento godendo di agevolazioni sul contributo da versare alla ONLUS organizzatrice (le agevolazioni sono riservate a soci o figli dei soci di Gruppo Asperger, ANGSA ONLUS – Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici e Autismo Italia ONLUS). Le iscrizioni resteranno in ogni caso aperte anche dopo il 30 aprile, ma va ricordato che il numero massimo dei partecipanti sarà di centoventi persone. (S.B.)

da www.superando.it

Giustizia:carcere come luogo reinserimento? pochi ci credono


  di Daniela De Robert

Scandalo nel carcere di Bollate, l’unico in tutta Italia in cui gli uomini e le donne detenute svolgono attività comuni. Lo scandalo consiste nel fatto che una donna e un uomo abbiano iniziato una storia d’amore in un luogo in cui i sentimenti sono banditi e che questa storia abbia portato al concepimento di una vita.

 Come succedeva nei manicomi, aboliti con la legge 180, l’idea di una vita concepita dietro le sbarre non è ammissibile. Quei corpi sono corpi reclusi. Quelle vite, anche se sono di persone adulte, sono vite prigioniere e pertanto private dell’autonomia propria delle persone adulte. Quei sentimenti vissuti in un carcere sono avvertiti come una minaccia.

 La vita in un carcere fa più paura della morte. I sentimenti di amore possono trovare spazio solo se mutilati dalle sbarre, dalla divisione, dalla castità coatta. Solo se si esprimono per lettera o nei colloqui in mezzo a tutti gli altri. Eppure la pena a cui sono stati condannati quell’uomo e quella donna prevede solo la privazione della libertà, non il divieto dell’amore, dell’affettività, della sessualità, della vita che nasce.

 In due mesi sono morti suicidi in carcere 12 persone. Più di uno a settimana. Ma quelle morti non fanno rumore. In fondo la morte, la violenza, il dolore sono considerate parte integrante del carcere. In fondo, potevano pensarci prima di delinquere. In fondo, è solo un delinquente in meno.

 Il concepimento di un bambino invece scatena sentimenti di indignazione: si sono amati mentre stavano scontando un pena! Per questo si chiede che siano puniti e insieme a loro anche la direttrice che consente che succedano fatti così riprovevoli dentro un carcere, anche se è un carcere modello. Perché al carcere come luogo di reinserimento credono davvero poche persone. Basta un seme di vita per fare cadere la maschera.

da www.radicali.it

“La sessualità in carcere”, riflessioni di Francesco dal carcere di Augusta


Dopo il recente episodio di cui hanno parlato i mezzi di informazione di un giovane detenuto ripetutamente violentato da tre compagni di cella oggi mi è arrivata questa lettera dal carcere di Augusta con le riflessioni di Francesco sulla sessualità in carcere.

Caro amico lettore,

al momento attuale l’istituzione carceraria assolve due funzioni, quella di deterrenza e quella di neutralizzazione.

Secondo il dettato costituzionale sul concetto di pena, dovrebbe altresì assolvere una funzione rieducativa, ma questa è pura utopia perché pensare di rieducare una persona isolandola per 22 ore al giorno e privandola di tutto è inconcepibile.

La pena si caratterizza essenzialmente come privazione; nel caso della reclusione questo meccanismo non si arresta alla primaria privazione della libertà ma va molto oltre postulando norme, strutture, sistemi di vita, situazioni differenziali rispetto alla normalità dei rapporti umani liberi.

La privazione contiene in sé la sospensione dei rapporti umani e delle relazioni personali. Eppure da sempre il legislatore non ha interrotto del tutto le vicende umane tra le strutture penali e il contesto socio-affettivo esterno.

L’individuo che viene assoggettato alla reclusione non sparisce dal mondo senza lasciare traccia di sé: ha diritto a colloqui con i familiari, quindi implicitamente si riconosce l’imprescindibile esigenza di avvicinamento del recluso al mondo esterno, in particolare a quello dei suoi affetti.

Il soggetto che oltrepassa il portone di un carcere perde la sua dimensione di uomo e la sua dignità. La sua volontà viene chiusa a chiave come il suo corpo.

Con il passare del tempo in carcere si subiscono gravi alterazioni e mutilazioni in merito soprattutto alla vista, al linguaggio, al movimento, al sesso.

Esiste un gravissimo problema sessuale in carcere di fronte al quale si osserva indifferenza, si preferisce schivare l’argomento, si preferisce non parlare. Invece il problema è terribilmente serio e merita un’attenta, legittima rivalutazione contro il silenzio della legge e una opportuna considerazione da parte degli esperti della materia penitenziaria.

Permettere ai detenuti di vivere i propri affetti, aprire le carceri alla sessualità è un tentativo concreto di umanizzare la detenzione ed è un segnale importante di prospettiva per i detenuti e per i familiari, perché negare, impedire a un detenuto la sessualità comporta, sul piano sostanziale, privarne anche la moglie o la fidanzata o la compagna che, in definitiva, non hanno alcuna colpa da espiare.

Interrompere il flusso dei rapporti umani a un singolo individuo significa separarlo dalla sua stessa storia personale, significa amputarlo di quelle dimensioni sociali che lo hanno generato, nutrito e sostenuto.

Il carcere demolisce, anno dopo anno, quella che si potrebbe definire “l’identità sociale” del detenuto. Tutti sono concordi nel riconoscere che l’attività sessuale nell’uomo rappresenta un ciclo organico che non è possibile interrompere senza determinare nel soggetto, in ogni caso, dei traumi sia fisici che psichici.

In carcere il tempo si dilata, gli spazi si restringono.

Prevale la solitudine, l’emarginazione.

La realtà è allucinante, piena di desolazione.

Si sente imponente il bisogno di amare e di essere amato.

Però intorno o vicino non c’è nulla a cui dedicare i propri sentimenti.

Il carcere è un momento di vertigine. Tutto si proietta lontano: le persone, i volti, le aspirazioni, le abitudini, i sentimenti che prima rappresentavano la vita schizzano all’improvviso da un passato che appare subito remoto, lontanissimo, quasi estraneo.

Il carcere così diventa un inferno dove prevaricano le inibizioni e le repressioni.

Il detenuto viene rinchiuso in cella. Viene rinchiuso il suo corpo ma anche la sua stessa vlontà, i suoi stessi desideri.

Tutto viene deciso e gestito da altri.

La sessualità, invece, è l’unico aspetto della vita di relazione dei detenuti che non risulta “normativizzata” da regolamenti o da disposizioni ministeriali.

Quanto sopra crea inevitabilmente le premesse per il realizzarsi di inconfessabili arbitri.

Risulta ormai comprovato che molti individui che fino al momento di essere associati al carcere avevano avuto ed espresso un comportamento sessuale normale, a causa della promiscuità della vita carceraria, del turpiloquio e delle oscenità di cui diventano spettatori, mano a mano che si adattano all’ambiente, vedono affievolirsi i loro freni inibitori e crollare i loro principi morali, lasciando che l’istinto incontrollato prevalga fino a giungere alle forme più basse di degradazione.

Masturbazione (eccitata dalle scene di giornali pornografici che rivestono le mura delle celle e soprattutto della toilette), fellatio, pederastia, saffismo, rappresentano pratiche ben note negli istituti penitenziari.

In carcere si subisce un grossolano processo di depenalizzazione e uno parallelo di adattamento all’ambiente contraddistinto dal codice della subcultura.

Per reagire allo stato di repressione, di continenza coatta, la maggior parte dei detenuti si crea, si ritaglia un proprio mondo sessuale tappezzando la propria cella con giornali pornografici (che risultano essere i giornali più acquistati e richiesti in carcere) cercando di coinvolgere i compagni con narrazioni fantastiche riferite all’attività sessuale precedente alla carcerazione.

Dopo un po’ di tempo il sesso diventa un’ossessione.

Prima si ricorre alla masturbazione anche 2-3 volte al giorno. In seguito questa pratica non fornisce più l’appagamento delle proprie soddisfazioni. Nell’ambiente carcerario la sessualità inibita erotizza tutta la vita del recluso e ne accentua il richiamo biologico con un ritmo intensamente dinamico.

In questa società anomala che è il carcere, il detenuto, non appena oltrepassa il portone del carcere, deve abituarsi, volente o meno, a tanti cambiamenti piccoli o grandi. Mangiare seduto su una branda, muoversi poco come se si trovasse su una navetta spaziale, assuefarsi a cibi non usati prima. Tutto in presenza di altri, anche dormire in un’ora insolita e con la luce accesa. Nei primi giorni, nei primi mesi il sesso non esiste. Lentamente avviene il risveglio. La lunga astinenza sessuale inizialmente determina sovreccitazione permanente con stati reattivi dal punto di vista clinico (eccitazione, macerazione del pensiero, costruzione ideativa di situazioni scabrose, stato allucinante con violenza di rappresentazione).

Ci si deve riabituare alla passata giovane età con la masturbazione che, però, un po’ alla volta, lascia sempre più insoddisfatti e lo sforzo continuo di richiamare alla mente immagini eccitanti dato il lento trascorrere dei mesi e degli anni e i ricordi che con il tempo sfumano sempre di più. Incomincia allora il periodo delle fotografie pornografiche, non dura poco tempo. E’ corta, e soltanto corta, mentre fisiologicamente, fisicamente, si sente la necessità della carne per completare l’eccitazione. Fino a questo momento il detenuto con la sessualità normale è sempre riuscito a sentire naturale schifo per i discorsi dei detenuti più anziani di anni di carcere, ma da questo istante stesso lentamente avviene lo sgretolamento che lascia disorientato il soggetto stesso. La natura con la sua intrinseca, paurosa potenza, dopo essere stata imprigionata, umiliata, ridotta a monologhi solitari, ha cominciato a muovere i suoi passi lavorando contro ogni volontà, disintegrando e neutralizzando le diverse barriere e ambientando la sessualità sul terreo che è costretta a vivere. Il torrente della sessualità abbatte ogni diga. Se la diga dovesse resistere subentrerebbe la pazzia.

La vita solitaria diventa un tormento perché si ha bisogno di toccare, ma toccare se stessi, per tanti, a un certo punto, non è più soddisfacente, non è più sufficiente. La colpa di questo male va fatta risalire a chi costringe a questa dolorosa, degradante deviazione.

Lo Stato fa chiasso a proibire le droghe e nel contempo costringe gran parte dell’umanità carceraria alla droga sessuale (omosessuale).

I diversivi alla solitudine sessuale non sono molti né originali: televisione e gioco per distrarsi, religione e scuola per sublimarsi, lo sport per stancarsi.

Un altro punto da considerare è questo: in carcere non penetra il meglio della realtà sociale nel comportamento profondamente “eticizzato”. Vi entrano soggetti labili con i difetti e le esperienze maturate nel campo della deviazione. Pertanto non si vuole, non si può e non si deve chiudere gli occhi sui problemi , sui bisogni, sui drammi degli uomini ristretti in carcere. E’ difficile potersi illudere che questi problemi scompaiano o si risolvano da soli, per quanto comodo sia talvolta non vedere e invece sia amaro, tormentoso sapere o capire.

Il problema dell’affettività in carcere merita attenzione e rispetto perché vi confluiscono e la animano gli istinti, le sensazioni, le emozioni, i sentimenti radicati in ogni uomo. L’affettività è insopprimibile bisogno di vita, un po’ come respirare, nutrirsi, dormire. Mutilando l’umanità, comprimendo la natura oltre un certo limite, non rimane che la patologia della rinuncia o la patologia della degenerazione. In modo ineluttabile i detenuti risultano consegnati a una dimensione esistenziale monocromatica, dimezzata per l’assenza dell’altro sesso che solo dà senso al proprio. Ne derivano gravi tensioni, inquietudine, frustrazioni, deviazioni, perversioni, tendenze ed esposizione alla violenza. Si accentuano le turbe psicosomatiche.

Allora è forse il momento di chiedersi se fra quei bisogni e quei diritti dei detenuti vi siano anche il bisogno e il diritto di amare e di essere amati secondo le soluzioni adottate da paesi di grande civiltà penitenziaria come la Danimarca, l Norvegia, la Svezia, l’Olanda, ecc.

In carcere si va perché si è punti e non per essere puniti.

La pena rilevante della privazione della libertà e qualunque patimento ulteriore, qualunque misura di afflizione non hanno senso, scopo e giustificazione. Offendono soltanto la ragione e l’umanità. E’ forse anche triste e mortificante condannarli a inseguire la giustizia sulla strada della sofferenza piuttosto che su quella dell’umanità, della civiltà, della speranza.

Esistono altresì fondamentali interessi di difesa sociale. Il carcere deve essere in grado di restituire alla società uomini e donne non dico migliorati ma almeno non peggiorati e degradati nella loro dignità. Molte e tante sono ormai le denunce corredate scientificamente dei guasti psicologici che l’astinenza comporta sulla personalità del recluso, tutte concorsi nel riconoscere che l’attività sessuale nell’uomo rappresenta un ciclo organico che non è possibile interrompere senza determinare nel soggetto, in ogni caso, dei traumi sia fisici che psichici.  Al detenuto va riconosciuto il diritto alla sessualità libera e consapevole attraverso visite periodiche dei coniugi e dei conviventi.

La vita sessuale e affettiva, ricca di sfumature e di elementi veramente armonizzati e fluttuanti, è un valore costitutivo della dignità di ogni uomo.

Forse sono ben pochi coloro che hanno capito che per i detenuti anche il carcere più moderno, fornito di tutti i confort (doccia, televisione, giornali), rappresenta una sofferenza indicibile per la privazione della libertà fine a se stessa.

I “permessi dell’amore” dovranno rappresentare forse la prima, civile risposta a questo incredibile pianeta di sofferenze e privazioni dal momento che le riviste pornografiche o l’immaginazione non possono colmare i gravi vuoti determinati dalla mancanza d’affetto e d’amore.

Il carcere è malattia.

Il carcere è esso stesso una sindrome, una sindrome sociale.

Non esistono, al momento attuale, risposte concrete ed efficaci in sede operativa, ma solo tentativi di approccio per tentare di portare a risoluzione il problema della sessualità.

Credo che l’essersi soffermati a riflettere su un aspetto così significativo dell’istituzione carceraria possa risultare utile per una legittima problematizzazione del fenomeno.

Caro amico lettore, anche questo è un segnale importante nella prospettiva di un carcere più civile e umano.

Vi lasco riflettere!

Maschio e femmina lo decide un gene non sessuale delle femmine


di Dino Casali

Nella prestigiosa università di , tempio della filosofia europea, si dilettano – per nobili finalità  scientifiche naturalmente – a manipolare geneticamente i , del tutto ignari delle sconvolgenti conseguenze morali derivanti dai risultati degli esperimenti.

A decidere se un individuo nascerà maschio o femmina non sono solo i sessuali X e Y, ma il che si trova su un cromosoma non sessuale. Quando è attivo determina la nascita di un maschietto, mentre se è spento fa sì che possa nascere una femminuccia. Questa nuova evidenza scientifica stravolge vecchi assiomi e apre nuovi orizzonti culturali, sotto vari punti di vista.

In primo luogo comporta vaste implicazioni nel campo della medicina riproduttiva, dal trattamento dei disordini di alla comprensione dei meccanismi della menopausa.

Sotto il profilo genetico viene inoltre confermata la supremazia del sesso femminile: oltre a essere più longevo e resistere meglio alle malattie, salta agli occhi che la vecchia favola della costola di Adamo è un mito semplicemente da capovolgere.

È dal punto di vista evolutivo però che sorgono i dubbi più intriganti: se la è presieduta da un gene che non c’entra nulla con la riproduzione, a che serve il sesso? È del tutto evidente infatti che un giorno sarà possibile per le donne, come con i di oggi, inibire il gene  FOXL2 e riprodursi senza l’ausilio maschile.

La domanda che si pone a questo punto è: a che servono i ? A niente verrebbe da dire. C’è una consolazione: se il sesso non è più giustificabile come principio evolutivo, forse significa che il Padre eterno, o Madre Natura, o un disegno intelligente (?) ce l’hanno dato come un dono gratuito, non utilitaristico. Solo per il nostro piacere.

da www.blitzquotidiano.it