Due liriche di Sebastiano Milazzo dal carcere di Spoleto


La statistica”

In questo continente

di un pianeta clandestino

di giorno rubo

spiragli di luce al cielo

con trastulli momentanei

stanco di essere vivo.

La notte vivo il furore

della mia condizione

stanco di essere un numero

d’una statistica.

Un numero che elenca

la vita e la morte in cifre

non racconta

che piango e graffio pareti

tra scorci di cielo notturno

e rantoli mattutini.

……………………………………………………..

“La replica”

Sul fondo silente

d’una città morta

sento l’eco dei fischi

e il nauseabondo

odore di cavoli lessi.

I lividi sull’anima

non sono un ricordo

sono il presente

ostinato e fedele

della grande farsa

di cui mi ha onorato

l’autore tiranno.

Una tragica farsa

replicata ogni sera

con le stesse battute

ad ogni stagione.

Parole tra i denti

false promesse

principi di carta

ideali sepolti.

Non altro del resto

viene insegnato

nel buio teatro

dove passo la vita.

Soltanto frammenti

di un tempo già morto

e di un futuro

che non diventerà mai vita.

“La giustizia in Italia”, riflessioni di Giovanni Lentini e Saverio Masellis dal carcere Dozza di Bologna


Ogni carcere rispecchia la problematiche dello stato o nazione in cui si vive, si è detto, si dice  si dirà tanto ancora, purtroppo, del fattore carcere in Italia, ma quando in uno stato “Democratico” come il nostro un momento di emergenza si trasforma in quotidianità creando allarmismo, sfornando decreti legge solo per affievolire e accontentare la massa pubblica che si appresta a votare per questo o per quel partito politico, diventa solo un fine a se stesso e noi colpevoli e non diventiamo carne putrida da eliminare…certo la mafia esiste ma sono veramente tutti mafiosi quelli che vediamo sbattuti sulle prime pagine die giornali? Certo i giudici corrotti esistono ma sono tutti corrotti? Noi persone normali non possiamo giudicare e se in aso lo facessimo non creeremmo sicuramente nessun problema ma un giudice no! Un giudice, pur essendo una persona normale come noi h l’incarico di giudicare e di condizionare il futuro di un essere umano, per questo dovrebbe guardare, vagliare, scrutare, trovare prove certe e inconfutabili, sfiancare e sfiancarsi e solo dopo aver fatto tutto questo può sentirsi sereno nel giudizio quale esso sia, sia in caso di condanna che in caso di assoluzione. Maggiore attenzione dovrebbero riservare a quei processi dove si decide la vita di un uomo ma purtroppo, sempre più spesso, si assiste inermi a condanne all’ergastolo senza prove certe e inoppugnabili.

Le persone normali dovrebbero capire e interrogarsi sulla veracità di tante sentenze, seguire più da vicino questo mondo sconosciuto a molti e pure così vicino e pronto a inghiottire tutti perché in qualsiasi momento può travolgere la vita di chiunque, specialmente se si è nati in regioni come la Calabria, la Campania o come la Sicilia perché purtroppo il luogo dove si è natio cresciuti fa nascere pregiudizi su chi dovrebbe giudicare con equanimità.

Quindi se siete meridionali o amici di tali preparatevi e state allerta perché da un momento all’altro potreste subire un agguato giudiziario impartito da qualche solerte magistrato che affiancato a marescialli o brigadieri con la sola sete del potere e della carriera si ergono a salvatori del mondo distruggendo vite umane e famiglie intere.

Lettera dal carcere di Spoleto (copiata esattamente com’è scritta con tutti gli errori che ci sono e che fanno comunque capire il senso dello scritto)


Ciao Daniela,

rispondo alla tua lettera con piacere, io sono da molti anni in carcere, esattamente dal 10/01/1985 ti puoi immaginare, quando ne ho passate. Io sono di Catania, che lo vissuta, molto poco nella mia vita, ora mi dicono che è una città molto bella, e vivace. Per come si sono messi le cose, mi dispiace che non me la fanno vedere mai più!La cosa che mi dispiace di più; che non posso pattare un fiore al cimitero a miei genitori e a chiederle scusa.

Mi scrivi che fai parte di un progetto, per dare voce ai detenuti ergastolani. E una iniziativa, molto nobile e positiva, a dar voce a chi non ce la.

Tu che hai fatto il volontariato con tuo marito, nel carcere di Augusta hai visto da vicino la sofferenza dei detenuti. Io Augusta la conosco bene, ci sono stato rinchiuso nel castello nel 1968, subito dopo diventato maggiorenne, un orrore per un ragazzo di quella età. Stiamo parlando di un era, che non assisteva la riforma carceraria, che poi è stata fatta nel 1975. Il carcere e stato sempre una giungla, prima mancavano le riforme, e si stava male. Ora le riforme ci sonno, non possono essere applicati, per carenza di personale, di soldi eccetera. E si continua a stare più male. Io vorrei scriverti tante cose del mio passato, magari più avanti trovo il momento giusto per scrivere qualcosa di positivo, per fare svegliare le coscienze.

Io sto passando un momento molto delicato della vita. Dopo 30 anni di carcere compressa la liberazione anticipata circa 5 anni. Ho presentata la semilibertà, circa 4 mesi fa e il 13 maggio il tribunale di sorveglianza di Perugia ha deliberato l’ordinanza, che il reato ostativo lo scontato, pur non avendo l’ergastolo ostativo, dovrei fare ancora 10 anni per i permessi premiali, 20 anni per la semilibera, in poche parole io per avere la semilibera dovrai fare 50 anni di carcere.

Ho fatto ricorso per cassazione, l’avvocato e molto fiducioso, ci sono molti cassazioni che mi danno ragione. Bisogna aspettare con pazienza la sentenza cassazione.

E il tempo passa! Il carcere, al imbatto si odia, piano, piano ti adegui, e nel tempo ti addestri come se fosse una casa naturale, ho destino.

Io spero che accogli anno la mia supplica per poter andare a lavorare a fare il volontariato in una comunità di disperati come me. E potere stare qualche giorno con i miei figli.

Io spero che la prossima posso fare di più, se tu mi fai una domanda più dettagliata.

Ti chiedo scusa per gli errori

Salvatore

“Detenuti e diversamente abili” di Giovanni Lentini dal carcere Dozza di Bologna


Dio ha scelto per entrambi lo stesso destino, ponendoci diversi limiti che ci accomunano. Da quando abbiamo cominciato questo corso si è parlato spesso delle cose che accomunano noi detenuti con le persone diversamente abili e devo ammettere che sono tantissime, dalle barriere architettoniche che limitano i nostri movimenti fisici ai pregiudizi della gente e al bisogno costante che abbiamo degli altri. Non è autocommiserazione, anzi, voglio esternare la voglia di vivere e di combattere che c’è dentro ogni detenuto, per superare tutti i deficit, facendo conoscere al mondo questa cruda realtà, anche al fine di evitare spiaceevoli disgrazie che possono travolgere chiunque. Perché la mala informazione porta spesso a far credere alla gente cose assolutamente non vere, sia sulla certezza della pena e sia sull’espiazione della stessa, pubblicando statistiche non corispondenti alla realtà. Mi è capitato di leggere o sentire ai telegiornali che per un omicidio non si sta in carcere più di otto anni, o per un sequestro di persona 5 o 6 anni, sono solo menzogne e penso che questa male informazione non fa altro che incentivare la delinquenza, “la gente pensa che può commettere qualsiasi reato, tanto in Italia le pene non sono certe”. Diciamo che non è così, raccontiamo come si espia una condanna in Italia e che esiste l’ergastolo, che ergastolo significa FINE PENA MAI. Una condanna perpetua proprio come quella di un disabile che è costretto a stare per tutta la vita su una sedia a rotelle. Mi viene da citare un passo di Seneca dal libro “La Provvidenza”, probabilmente solo per farmi una ragione di quanto mi sta accedendo e per farmi forza. Seneca scrisse che chi viene colpito da malattie, dolori o altre disgrazie è stato giudicato degno di sperimentare sulla propria pelle la resistenza ella natura umana, quindi dovremmo considerarci fortunati e affrontare le avversità quotidiane combattendo con orgoglio e tenacia. La prima domanda che mi faccio riguarda la detenzione: cosa si vuole ottenere da una persona detenuta isolandola dal resto del mondo senza dargli la possibilità di rendersi utile in qualche maniera nei confroti della società, di se stesso e della propria famiglia? La seconda domanda riguarda invece la realtà carceraria: la società conosce la realtà del carcere e dell’espiazione di una condanna, di come si vive in carcere, pardon, forse è meglio scrivere di come si sopravvive in carcere? A questa domanda mi rispondo da solo. Secondo me, la maggior parte della popolazione libera non si avvicina minimamente nemmeno con il pensiero alla cruda realtà dei detenuti. E allora perché non cerchiamo di far conoscere al mondo la nostra realtà? Come sappiamo, la pena di un condannato dovrebbe essere afflittiva e soprattutto rieducativa e portare l’individuo piano piano al reinserimento nella società civile, ma come può un detenuto reinserirsi se la prima cosa che fa il carcere è tenerlo isolato dal resto del mondo, negandogli persino la possibilità di coltivare i rapporti con i propri cari? Come è possibile coltivare un rapporto con le misere ore di colloquio visivo che si differenziano da detenuto a detenuto e che comunque non superano mai le sei ore al mese e delle 4 telefonate mensili da 10 minuti ciascuna, quando si è fortunati e si usufruisce di tutti questi “benefici” si arriva a un totale di circa 80 ore che rappresentano poco più di tre giorni in un anno. E’ possibile secondo voi mantenere un rapporto solido con i propri cari? E’ difficile se non impossibile se si aggiunge che durante gli incontri con i propri familiari non si può avere nemmeno un secondo di privacy perché c’è sempre la presenza di un agente di custodia e comunque gli incontri avvengono in sale con altri detenuti mentre i colloqui telefonici nella maggior parte dei casi sono sempre registrati. Il solo pensiero di perdere gli affetti della propria moglie e dei propri figli è devastante anche se è un pensiero che assilla costantemente il detenuto e gli fa pensare che sarà impossbile un reinserimento nella società senza l’affetto dei propri cari. Bisognerebbe fare qualcosa per modificare le leggi vigenti affinchè si possa avere la possibilità di trascorrere più tempo con i propri familiari in quanto è proprio la famiglia il pilastro fondamentale della società e di ognuno di noi. Fortunatamente questa idea è condivisa sia dalla chiesa che dai partiti politici che ne fanno il loro cavallo di battaglia poiché solo con una famiglia solida si può affrontare un serio percorso di reinserimento sociale. Mi chiedo spesso se tutti i magistrati sono a conoscenza delle modalità e di come si espia una condanna. Perché mi è capitato di chiedere un’autorizzazione di colloqui durante un’udienza del mio processo ed il Magistrato competente rivolgendosi verso la gabbia dove ero rinchiuso mi chiese se le sei ore di colloquio che chiedevo erano giornaliere ed io gli risposi “magari”, controllò il codice penitenziario e si accorse che non era possibile, quindi capii che nemmeno lui che è un Magistrato era al corrente di come si espia una condanna. Facciamo conoscere al mondo le molteplici relatà di vita in carcere e soprattutto facciamo sapere cche le carceri non sono hotel o nights dove si beve champagne e le celle non sono delle suite con tutti i comfort ma luoghi di 12 metri quadri dove viviamo in 2 o 3 persone, all’interno cuciniamo, mangiamo, dormiamo e facciamo i nostri bisogni fisiologici, gli animalisti giustamente si allarmano quando vedono leoni o tigri rinchiusi in gabbie di almeno 20 metri quadri e sono soli, noi esseri umani cosa dobbiamo dire? I diritti umani che fine fanno? Fortunatamente la realtà in cui vivo io qui nel carcere di Bologna mi permette di frequentare un corso di ragioneria, un corso di etica e filosofia, un corso di teatro dove tra l’altro l’anno scorso siamo riusciti ad ottenere ottimi risultati portando in scena qui in carcere, aperto anche al pubblico civile, una tragedia greca “Anfitrione”, hanno parlato di noi diverse testate giornalistiche “stavolta positivamente”. Purtroppo nel circuito dove mi trovo recluso ci sono tante limitazioni per motivi di sicurezza e di conseguenza non possiamo frequentare altre attivitàche ci sono in questo istituto, non abbiamo la possibilità di lavoraree di renderci utili in nessun modo né per noi né tanto meno per i nsotri familiari, siamo ei parassiti della società e delle nostre famiglie. I giornali non fanno altro che parlare in maniera negativa dei detenuti e di conseguenza la popolazione civile ha dei pregiudizi altrettanto negativi su di noi. Abbattiamo questi muri di negatività e facciamo capire alla gente che dietro l’etichetta “detenuto” ci sono degli esseri umani con un cuore che pulsa, con un animo e con tanta voglia di vivere. In ognuno di noi si nasconde qualcosa di buono, bisogna lavorarci e tirarlo fuori, solo così si potrà costruire qualcosa di positivo per noi e per l’intera società. Se non si conoscono i problemi che ci affliggono è impensabile riuscire a trovare una soluzione. Anche io prima di frequentare questo corso di etica ignoravo i problemi delle persone disabili, adesso non dico che mi sto adoperando per risolverli, sarebbe troppo bello, ma almeno sto imparando a capire quali sono le loro esigenze e cosa c’è dietro l’etichetta “diversamente abile” o “handicappato”, anche dietro queste persone c’è tantissima voglia di vivere e tanto da imparare. Fortunatamente ci sono varie associazioni di volontariato che si occupano dei disabili e insieme a loro hanno combattuto e comabttono giorno per giorno per i propri diritti e per essere considerati persone normali quali sono. Combattiamo anche noi per essere considerati uomini e non de mostri, combattiamo per renderci utili e per non rimanere lo scarto della società o solo dei parassiti. Sarò ripetitivo ma è troppo importante far conoscere a tutti i nostri deficit affinchè ci aiutano a non farli diventare handicap.

Vivi come se il paradiso fosse in terra


Una ragazza stava aspettando il suo volo in una sala d’attesa di un grande aeroporto. Siccome avrebbe dovuto aspettare per molto tempo, decise di comprare un libro per ammazzare il tempo. Comprò anche un pacchetto di biscotti. Si sedette nella sala VIP per stare piu tranquilla. Accanto a lei c’era la sedia con i biscotti e dall’altro lato un signore che stava leggendo il giornale. Quando lei cominciò a prendere il primo biscotto, anche l’uomo ne prese uno,lei si sentì indignata ma non disse nulla e continuò a leggere il suo libro. Tra sé pensò: ma tu guarda, se solo avessi un po più di coraggio gli avrei già dato un pugno…’ Così ogni volta che lei prendeva un biscotto, l’uomo accanto a lei, senza fare un minimo cenno ne prendeva uno anche lui. Continuarono fino a che non rimase solo un biscotto e la donna pensò: ‘ah, adesso voglio proprio vedere cosa mi dice quando saranno finiti tutti!!’ L’uomo prese l’ultimo biscotto e lo divise a metà! ‘Ah!, questo è troppo pensò e cominciò a sbuffare indignata, si prese le sue cose, il libro, la sua borsa e si incamminò verso l’uscita della sala d’attesa. Quando si sentì un po’ meglio e la rabbia era passata, si sedette in una sedia lungo il corridoio per non attirare troppo l’attenzione ed evitare altri dispiaceri. Chiuse il libro e aprì la borsa per infilarlo dentro quando nell’aprire la borsa vide che il pacchetto di biscotti era ancora tutto intero nel suo interno. Sentì tanta vergogna e capì solo allora che il pacchetto di biscotti uguale al suo era di quell’uomo seduto accanto a lei che però aveva diviso i suoi biscotti con lei senza sentirsi indignato, nervoso o superiore, al contrario di lei che aveva sbuffato e addirittura si sentiva ferita nell’orgoglio.

LA MORALE: Quante volte nella nostra vita mangeremo o avremo mangiato i biscotti di un altro senza saperlo?

Prima di arrivare ad una conclusione affrettata e prima di pensare male delle persone, GUARDA attentamente le cose, molto spesso non sono come sembrano!!!!

Esistono almeno 4 cose nella vita che non si RECUPERANO:

Una pietra dopo averla lanciata. Un’opportunità dopo averla persa. Il tempo dopo esser passato. L’amore per chi non lotta.

Qualcuno una volta ha detto:

Lavora come se non avessi bisogno dei soldi. Ama come se nessuno ti abbia mai fatto soffrire. Balla come se nessuno ti stesse guardando. Canta come se nessuno ti stesse sentendo. Vivi come se il Paradiso fosse sulla Terra.

“Da quando ho saputo della mia custodia cautelare”


Appena ricevuta e copiata

di Giovanni Lentini dal carcere di Bologna 15.06.2010

non ho più lacrime per piangere, non ho più sentimenti da esternare, né emozioni per vibrare, per tremare, ho solo voglia di urlare gridare sstrillare. Mi guardo intorno e vedo solo muri circolari e polizia penitenziaria. Ci sono solo orari da rispettare Per mangiare, camminare, lavare, telefonare. Bisogn sempre aspettare Sembra quasi che non siamo più uomini da rispettare, ma solo numeri da contare, non sempre ci si può curare, né sempre si può lavorare, bisogna sempre pazientare, dobbiamo sempe ringraziare, menomale che si può studiare. Fra un po’ non saremo più liberi di guardare Nemmeno i muri circolari Per via delle reti che vogliono montare, speriamo ci lasceranno l’aria per respirare. Per fortuna possiamo pensare, sperare e pregare. E’ difficile persino sognare Sei ore al mese per coltivare I rapporti familiari. Non mi resta che Dio da ringraziare, mamma, moglie e figlio da Amare. Voglio urlare gridare strillare, ma soprattutto voglio Amare.

Dal carcere di Spoleto – Commento al libro “Lotta Civile” di Antonella Mascali


Durante il “corso di lettura” con la psicologa del carcere abbiamo letto il libro di Antonella Mascali, a cui invio queste riflessioni.

Credo che il perdono ti faccia amare il mondo e che la vendetta te lo faccia odiare.

Giustizia dovrebbe significare verità e non vendetta.

Mi potrei fare i fatti miei, ma sono un ergastolano, un uomo “libero” che non ha più nulla da perdere e quindi mi posso permettere di dire quello che penso.

Premetto che condanno la mafia, sia quella che spara,  sia quella politica, giudiziaria, religiosa, finanziaria, mediatica e lobbistica che comanda e che in carcere non ci va mai.

Premetto che va tutta la mia sincera solidarietà a tutte le vittime innocenti della mafia.

Detto questo,  ho trovato questo libro molto omertoso perché non dice che il più grande mafioso dei mafiosi è lo Stato Italiano;

che la mafia esisterà fin quando lo Stato la farà esistere perché gli è utile;

che lo Stato conosce bene la mafia, la comprende e la usa;

che molti assassini di vittime innocenti sono fuori perché collaboratori di giustizia;

che moltissimi di loro hanno ammazzato più da collaboratori di giustizia che da mafiosi;

che in carcere ci sono solo gli esecutori, i mandanti politici e i notabili sono tutti ai loro posti e molti di loro sono passati all’antimafia;

che non è logico e razionale pensare che la mafia sia solo quella contadina quasi analfabeta che si trova in carcere sottoposta al regime di tortura del 41bis da tanti anni;

che il Sud è sempre stato un serbatoio di voti di chi governa perché chi vince le elezioni in Sicilia governa l’Italia,  per questo l’ex partito comunista non è mai andato al potere;

che molti ergastolani sono pure loro vittime della mafia;

che molte persone normali per sopravvivere sono stati costrette a diventare mafiosi; che molti mafiosi non hanno mai ammazzato degli innocenti ma si sono spesso ammazzati tra di loro;

che molti mafiosi sono nati mafiosi a causa di uno Stato mafioso, assente, fuori legge,  perché la legalità prima di pretenderla va donata.

Antonella, molti fanno finta di non sapere una verità vera: i mafiosi sono spesso usati  dai poteri forti.

Antonella,  voglio farti una domanda semplice: secondo te chi è più mafioso,  chi accetta la sua pena, giusta o sbagliata che sia, o chi usa la giustizia per uscire dal carcere diventando collaboratore?

Antonella, la pena non va evitata, ma va espiata, per fargli svolgere la sua funzione rieducativa.

Ma non credo che sia giusto punire i detenuti che accettano di espiare la loro condanna con il carcere a vita senza nessun beneficio fino alla morte,  quando molti di questi sono stati arrestati a diciotto, diciannove, vent’ anni.

Antonella, non mi dire che anche tu non conosci l’ergastolo ostativo?

Se lo vuoi conoscere leggi su  www.informacarcere.it e su  www.urladalsilenzio.wordpress.com e scoprirai “La pena di morte viva”, una pena che non avrà mai fine,  se al tuo posto in cella non ci metti un altro.

Antonella,  apri gli occhi, la mafia e lo Stato sono spesso la stessa cosa, le persone per bene sono diverse, ma sono influenzate dai mass media quando pensano che è tutta colpa di un pugno di uomini murati vivi dal 1992.

Il nemico è tra voi che vi usa e ci usa.

 Carmelo Musumeci – Giugno 2010

“Asparagi in camposanto”


di Alessandro Mascia

Questa volta mi sono spinto decisamente oltre. Nella mia spasmodica ricerca di asparagi avevo già lambito il camposanto. Mi sarà capitato due tre volte di battere il perimetro dell’aldilà, gli asparagi vengono benissimo al confine tra la vita e la morte. Ma valicare il cancello della necropoli no. Eppure tutta quella asparagina era irresistibile e passo dopo passo, chino come un facocero in cerca di larve, mi sono ritrovato sbigottito davanti a una batteria di bare disposte una di fianco all’altra. Stai a vedere che hanno messo una bomba durante la seduta della Giunta Comunale e non mi hanno fatto sapere niente. Ho fatto due conti sulla punta delle dita e come numero poteva anche starci. Mi sentivo già mancare, di chi avrei scritto nei successivi numeri de I FATTI? Una carriera giornalistica stroncata sul nascere da una tragedia inattesa.

Poi un crocchiare di fogliame rinsecchito mi ha annunciato l’arrivo del beccamorto, una facciona affogata nel pelame ispido e corvino da cui spuntavano occhi segnati da notti insonni. Spaventato, ho tartagliato qualcosa che deve averlo convinto. Potrebbe avermi scambiato per un clandestino dell’est che campa come può. Del resto la mazzetta di asparagi in mano non mi rendeva molto credibile quale parente delle vittime. L’uomo si è sentito autorizzato a raccontarmi della terribile tragedia occorsa alla Giunta Comunale. Di tragedia si trattava effettivamente, dato che ogni bara aveva il suo esanime contenuto, ma niente ordigno e niente Giunta. Potevo ancora scriverne. Carriera giornalistica salva. Il problema, spiega il tenebroso, è che al camposanto, a cavallo di Pasqua, si è registrato un “tutto esaurito” fuori programma. C’è da dire che dalle nostre parti quello pasquale è sempre stato un buon periodo per estinguersi: l’atmosfera è solenne, processioni di cristi, crocefissi, palme ingiallite, fuscelli di olivo, bimbi vestiti da santarelli e frotte di curiosi. Le orazioni, poi, saturano l’aria e tra un “Eterno riposo” e un “De profundis”  l’anima sale al Cielo in un amen. In sostanza, chiosa il necroforo, ci sono stati più arrivi che partenze. Partenze? Sì, perché dopo un certo tempo, se i tuoi discendenti non rinnovano il contratto di locazione del loculo mortuario, c’è lo sfratto delle spoglie e non si è ben capito se si finisce in un’urna cineraria, in un ossario comune o nel campo di pomodori che affianca il cimitero. Finora c’è stato un equilibrio tra chi è in scadenza di contratto e chi lo ha dovuto fare, giocoforza, a morte conclamata. Nei periodi più bui, quelli in cui l’equilibrio arrivi – partenze rischiava di perturbarsi, il Sindaco ordinava la fabbricazione di nuove tombe. Ma con la crisi odierna che sta attraversando l’Amministrazione di Augusta non ci sono soldi nemmeno per retribuire la professionalità del peluto affossatore, figurarsi per mattoni e cemento.

La nostra Za Cuncetta, preoccupata per questa carenza di infrastrutture mortuarie e guardando, diciamo, al lungo periodo, ha iniziato un’indagine di mercato con gli annunci sul quotidiano: cercasi pressi Augusta loculo mortuario buone condizioni prezzi modici. Dice che le hanno risposto dalla vicina necropoli di Pantalica ma l’idea di finire in un’umida e insana tomba rupestre la infastidisce. Per non parlare dei visitatori che non sono nemmeno adusi a elevare una benché semplice orazione di cortesia. Quella di Za Cuncetta, comunque, è previdenza, nient’altro che previdenza. Gli ultimi esami del sangue, del resto, sono andati egregiamente. Poi c’è la questione dell’età media che si sta alzando, del quotidiano bicchiere di rosso che toglie via l’idea del fosso e una sana propensione alla leggerezza dell’essere che non guasta mai.

Alle sei del pomeriggio la mia presenza in cimitero non aveva più una ragionevole giustificazione e, dato che il brutto becchino, esaurita la sua conversazione, già ridotta all’essenziale, non accennava a congedarsi, ho preso l’iniziativa di guadagnare l’uscita. Al mio saluto è seguito un grugnito raggelante. Mi sposto, si sposta anche lui. Cammino, cammina anche lui. Decido per la fuga e imbocco il cancello saettandone fuori. Corro fino alla macchina, mi ci tuffo e sgommo via. Una volta a casa mi rendo conto della ridicolaggine e scoppio in una grassa risata; mi armo di padella, olio e uova. Asparagi soffritti e affogati con le uova sbattute: la morte loro!

Augusta: la voce ai cittadini “La nuova giunta comunale”


di Alessandro Mascia

La nuova Giunta comunale è stata varata e agli augustani non gliene importa una mazza. Questa è la notizia a cui si dovrebbe dare risalto. Gli augustani, a distanza di 7 anni di amministrazione Carrubba, si aspettavano grandi novità: “Chiusi gli scarichi a mare, da oggi è consentita la balneazione” oppure “Riaperta al pubblico la Biblioteca Comunale, installate 10 postazioni Internet” oppure “Giro di vite al fenomeno del randagismo, tutte le femmine risultano sterilizzate”. I diritti dei cittadini, ad Augusta, diventano speranze collettive. Gli augustani vivacchiano in una città sporca, senza strutture sportive, in un’isola senza mare perché il mare è solo una gran fogna a cielo aperto. Ma la sera, prima di addormentarsi, i ragazzini sperano che domani sia diverso, che il Sindaco Carrubba dia una buona notizia.

Invece no. La notizia che dà Carrubba è che ha cambiato le pedine che governeranno la città nei prossimi anni. Nel frattempo che il Sindaco decideva quali assessori rimuovere e quali promuovere, durante le febbrili trattative con i partiti, ad Augusta si percepiva l’insofferenza di chi rischiava di non ricevere alcuna delega assessoriale, di chi aveva ricevuto promesse di delega ma non era soddisfatto, di chi l’aveva blindata la delega ma era vittima delle sue stesse fisime mentali. Tempo fa, probabilmente in previsione del rimpasto della Giunta, c’era stata una migrazione di consiglieri verso il MPA. Un evento eccezionale che noi de I FATTI avevamo titolato “Ma che bello l’uccellone di Lombardo”, 8 consiglieri transitati nel movimento autonomista dal giorno alla notte. Tra questi anche un assessore, Antonio Cammalleri, e due consiglieri, Gino Ponzio e Carmelo Trovato, che, già dall’inizio, avevano dimostrato di non essere perfettamente in sintonia con il coordinatore locale Maurizio Ranno. Quest’ultimo, dopo essersi confrontato con il Sindaco per un eventuale ingresso in Giunta del MPA, ha dichiarato alla stampa “Il mio modello di politica è basato prioritariamente sulla possibilità di rendere servizio alla cittadinanza e non sull’occupazione di sedie in modo sterile e passivo. Se entrare in Giunta deve significare non poter incidere autonomamente e concretamente nella politica della città, se deve significare solo fare da stampella all’attuale Giunta, il Movimento dell’Autonomia, che è composto da 8 consiglieri, ed è ormai una realtà politica concreta, non si presterà a sorreggere l’attuale amministrazione”. Carrubba, che mal digerisce certe uscite da verginella politica, si è premurato di rispondere: “Ho avuto l’impressione che il coordinatore cittadino Maurizio Ranno, facendosi forte della vorticosa e disordinata “campagna adesioni” di consiglieri comunali, aumentasse di continuo le richieste delle tanto “sterili poltrone” al fine di “trovare l’equilibrio tra le diverse anime” che compongono oggi il partito dell’MPA in città”. Dove sta la verità nessuno lo sa. Di fatto i due facinorosi, Ponzio e Trovato, hanno subito preso le distanze dalle dichiarazioni del proprio nuovo coordinatore che, evidentemente, non sta agendo secondo la loro tabella di marcia che più che autonomistica si potrebbe definire autonoma.

Ci sono anche voci fuori dal Consiglio Comunale. I comunisti del circolo Che Guevara, guidati da Attilio Salerno, all’inizio dell’anno si erano proposti quale forza politica di opposizione costruttiva e avevano ricevuto la benedizione di Carrubba. “L’opposizione costruttiva che intendiamo – aveva dichiarato Salerno – va oltre le semplici denunce di inadempienze della Giunta che altri movimenti (vedi Movimento “L’Altra Augusta” del Generale Inzolia ndr) affidano a tazebao in piazza. Così è facilissimo fare opposizione, chiedendo magari le dimissioni del Sindaco; noi invece intendiamo fare un’analisi dei problemi e trovare una soluzione”. Adesso i comunisti hanno cambiato marcia. Forse perché sono stati esclusi dalle trattative per l’ingresso nella nuova Giunta? Ora usano toni come questi: “L’atteggiamento del Sindaco – che non ha mantenuto le promesse fatte a mezzo stampa – e della sua Amministrazione ci impongono di rivedere le nostre precedenti posizioni e passare ad una conflittualità aspra che non faccia sconti a nessuno. Avendo ormai rinunciato ad analizzare i problemi nel tentativo di trovare soluzione, il nostro atteggiamento futuro sarà quello di mettere il dito nella piaga affinché i responsabili del malgoverno e del malcostume politico ne abbiano vergogna”. Dichiarazioni forti che hanno indotto il Generale Inzolia a rispolverare una celebre favola di Esopo: “Ci sono anche anime pure ed ingenue (il riferimento non casuale è diretto a Rifondazione Comunista) che sviolinavano e che erano pronte a sostenere il Sindaco – disinteressatamente, ovvio, e per spirito di servizio – salvo a doversi ricredere; sa tanto di volpe che non riesce a raggiungere l’uva e si lamenta perché è agra!”.

Gli augustani si mettano il cuore in pace: i problemi della città e dei cittadini sono al secondo, al terzo e al quarto posto rispetto alle questioni di governance. È stata appena rinnovata la greppia e attorno a essa, per qualche tempo, ci sarà un pasto che si consumerà in religioso silenzio. Ma nemmeno di questo, agli augustani, importa una mazza.

Il nudo di Roberto Bolle è emozione


di Loretta Dalola

“L’arte non è mai casta, si dovrebbe tenerla lontana da tutti i candidi ignoranti.

Non dovrebbero mai lasciare che gente impreparata vi si avvicini.

Sì, l’arte è pericolosa.

Se è casta non è arte.”

(Pablo Picasso)

Nelle immagini realizzate per il volume «Roberto Bolle: An Athlete In Tights», fotografato da Bruce Weber, l’etoile è il soggetto di  una vera e propria biografia artistica per immagini. In questa monografia è possibile ammirare un Roberto che tende allo stremo una muscolatura impressionante e  mi fornisce l’occasione per  riallacciarmi alla notizia rimbalzata in questi giorni legata proprio al ballerino – Étoile della Scala e principal dancer dell’American Ballet di New Yor, che per qualche minuto si è esibito volteggiando solitario sul palco completamente nudo.

Il ballerino ha deciso di osare e di rompere ogni tabù. Una scelta senza dubbio difficile, che ha contribuito  ad accrescere il mito sulla perfezione statuaria del suo corpo.

Bolle: “Un po’ di imbarazzo c’è: nudi frontali non ne ho mai fatti, neanche in foto. Sarà un momento molto particolare, forte, ma non fine a se stesso. Spero che il pubblico apprezzi più l’interpretazione che la nudità”.

Il fotografo statunitense, Bruce Weber ha seguito questo ballerino  per tre anni, osservando, scattando, ritraendo, cercando di percepire e trasmettere nell’immobilità dello scatto la fluidità che è propria del movimento di questo straordinario “atleta”.

Anche noi, spettatori, dovremmo  fare lo sforzo di immetterci sullo stesso percorso emotivo di chi vive tali emozioni in prima persona. Trasformare il corpo di Roberto Bolle in un medium per veicolare emozioni, un corpo che da parte sua, si presta incondizionatamente alla causa per un risultato di rara forza espressiva.

La vera essenza dell’arte è la bellezza unita alla sensualità del nudo, spesso confusa con la volgarità. La nudità è sempre inquietante, istigatrice e sorprendente. Per questo l’artista, sia nella pittura, come nella scultura, nella danza o nella fotografia, incontra nel corpo nudo un profondo legame con la purezza dell’essere.

E’ la sensualità che stimola la creatività in tutti i sensi. E’ la sensualità che evoca l’amore, la passione e la creazione dell’uomo. Per questo la nudità ci colpisce tanto e così profondamente.

Roberto Bolle visto da Bruce Weber

da http://lorettadalola.wordpress.com