La pena di morte viva


Ricevuto da Carmelo Musumeci, carcere di Spoleto: copiato e pubblicato.

Riguardo all’ergastolo ostativo non lo dico solo più io, ora lo dice anche la Magistratura di Sorveglianza che in Italia, unico paese in Europa, esiste una pena che non finisce mai, esiste “la pena di morte viva”.

Nella rivista “Ristretti Orizzonti” anno 12, numero 3 maggio-giugno 2010 pag 34 leggo che Paolo Canevelli, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Perugia, rilascia questa dichiarazione:

(…) Per finire, e qui mi allaccio ai progetti di riforma del Codice penale, non so se i tempi sono maturi, ma anche una riflessione sull’ergastolo forse bisognerà pur farla, perché l’ergastolo è vero che ha all’interno dell’Ordinamento dei correttivi possibili, con le misure come la liberazione condizionale e altro, ma ci sono moltissimi detenuti oggi in Italia che prendono l’ergastolo, tutti per reati ostativi, e sono praticamente persone condannate a morire in carcere.

Anche su questo, forse, una qualche iniziativa cauta di apertura credo che vada presa perché non possiamo, in un sistema costituzionale che prevede la rieducazione, che prevede il divieto di trattamenti contrari al senso dell’umanità, lasciare questa pena perpetua che per certe categorie di autori di reato è assolutamente certa, nel senso che non ci sono spazi possibili per diverse vie d’uscita.” (Roma, 28 maggio 2010, intervento al Convegno Carceri 2010 “Il limite penale e il senso di umanità”).

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Il primo “collocamento” per detenuti


Al via per tre anni in via sperimentale in cinque regioni l’agenzia ANReL, il più importante progetto di recupero mai realizzato in Europa

L’art. 27 della Costituzione Italiana recita che le pene “devono tendere alla rieducazione del condannato”, una rieducazione che deve puntare al recupero umano, sociale e spirituale della persona.  E  proprio questo è l’obiettivo che si propone il progetto di una “agenzia di collocamento” per i detenuti varato su iniziativa del Ministro della Giustizia Angelino Alfano e del Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (Dap), Franco Ionta. Un progetto che riceverà dalla Cassa delle Ammende del
 Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria la somma di 4,8 milioni di euro, nasce da una convenzione quadro siglata con il Ministero della Giustizia e sarà gestito dalla Fondazione “Mons. Di Vincenzo”.

Si chiama Anrel (Agenzia Nazionale Reinserimentoe Lavoro) ed è stata subito definita come il “più importante progetto di recupero dei detenuti ed ex detenuti”. Al via in cinque regioni pilota (Sicilia, Campania, Lazio, Lombardia e Veneto) si propone di dare un’alternativa a circa 1.800 ex-detenuti avviati al lavoro; di questi 1100 dovrebbe essere collocati in cooperative sociale, 550 come dipendenti e 150 avvieranno nuove imprese o si aggregheranno a progetti esistenti. Cento in totale le imprese che – stimano i promotori – potranno essere costituite dai detenuti. Sarà creata una banca dati dove inserire i curriculum (circa seimila) dalla quale i datori di lavoro possano attingere informazioni e, eventualmente, risorse. Tra gli obiettivi, la presa in carico delle famiglie dei detenuti con la creazione di Cittadelle su territori confiscati alle mafie. 

Alla guida del progetto di recupero c’è il Movimento Ecclesiale “Rinnovamento nello Spirito Santo”, di cui è presidente Salvatore Martinez, in collaborazione con altre realtà, tra cui: Caritas Italiana, le Acli, Coldiretti e Prison Fellowship International.

ANReL è una vera e propria “agenzia di collocamento” che opererà attraverso percorsi personalizzati di orientamento, di formazione, di avviamento al lavoro, d’inserimento professionale, borse lavoro, attraverso partnerariati con le principali organizzazioni sociali e datoriali, con un significativo cofinanziamento del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e dei Partner operativi e attuatori.

Si tratta del primo e più grande incubatore di buone prassi sociali per la redenzione e la rigenerazione del mondo carcerario mai realizzato in  Europa, un intervento concreto per un percorso di recupero sociale, umano e spirituale dei detenuti, ex detenuti e delle loro famiglie, da sottrarre all’influenza e al controllo della criminalità organizzata che, attraverso la vicinanza alle famiglie dei detenuti, punta a intrappolare sempre più una persona nella ragnatela della criminalità e della devianza sociale.

Partenza in 5 regioni

Destinatari, in via sperimentale e per un percorso triennale, sono i detenuti e gli ex detenuti delle Regioni Sicilia, Campania, Lazio, Lombardia e Veneto – che ospitano oltre la metà della popolazione carceraria in Italia – con il coinvolgimento attivo dei nuclei familiari dei soggetti coinvolti. Sono oltre 68.000 oggi i detenuti nelle carceri italiane; di questi 7.500 lavorano in parte alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria, in parte per datori di lavoro esterni o in proprio (dati DAP). Nella prima fase il progetto porterà ad un ampliamento dell’anagrafe della popolazione carceraria (banca dati) fino a 6.000 soggetti, ad un aumento del numero di detenuti avviati al lavoro pari a 1.800 soggetti e all’ampliamento del numero di imprese costituite da detenuti che, nel primo triennio dovrebbero essere già più di 100. Nel corso degli anni, si potrà inoltre procedere in modo graduale al coinvolgimento di altre regioni italiane.

L’avvio delle attività

L’operatività si concretizza in una serie di fasi e di piani di azione: dalla costruzione di una banca dati dei profili professionali dei detenuti ed ex-detenuti coinvolti, all’avvio di percorsi di formazione personalizzati; attività di informazione e sensibilizzazione di soggetti pubblici e privati per ampliare il target di potenziale impiego delle figure professionali disponibili; sostegno alle iniziative e ai progetti di imprese sociali;  tutoraggio e accompagnamento continuo dei soggetti presi in carico dall’Agenzia e aderenti al Progetto. Saranno immediatamente avviati contatti per la proposta, il coinvolgimento e l’accesso dei detenuti al progetto mediante apposita informativa; a 6 mesi dall’avvio del progetto è prevista la partenza dei percorsi di formazione. Il lavoro con i detenuti inizierà già durante il loro soggiorno in carcere; nelle 5 regioni coinvolte saranno creati centri di coordinamento sul territorio e centri di consulenza.

Polo di Eccellenza in Sicilia

ANReL conta oggi sull’esperienza pilota realizzata in Sicilia, presso il Polo di Eccellenza della solidarietà e promozione umana “Mario e Luigi Sturzo”. Avviato nel 2003, alle porte di Caltagirone, su un Fondo agricolo di 52 ettari appartenuto agli Sturzo, dotato di un antico Casale e di un Baglio oggi rifunzionalizzati. Ad oggi sono stati coinvolti nel progetto 12 detenuti ed ex-detenuti, impegnati in attività di formazione umana e professionale altamente specializzati focalizzate sulle attività peculiari della tradizione del territorio, quale la produzione delle famosissime ceramiche di Caltagirone, la coltivazione, la trasformazione e il confezionamento di prodotti agricoli.

da http://www.vita.it

“L’ambiguità dell’ergastolo”, riflessioni di Sebastiano Milazzo dal carcere di Spoleto


Appena ricevuta, copiata e pubblicata esattamente com’è scritta.

Gli esperti affermano che la giustificazione della pena si basa su tre principi, il principio retributivo, quello preventivo e quello rieducativo. Per i suoi aspetti di amara crudeltà, l’ergastolo senza benefici penitenziari non è più una pena proporzionata alla gravità del reato commesso e nemmeno al grado di ravvedimento del condannato, ma proporzionata soltanto alla vita del condannato: tanto durerà la sua vita, tanto durerà la sua pena.

Se viene tolta la possibilità di reinserimento, il problema della rieducazione non si pone nemmeno e non basta dire che “sulla carta” anche l’ergastolo può essere oggetto di liberazione condizionale, perché questa possibilità che, differenza dei permessi premio, è un diritto previsto dalla legge e non una gentile concessione, ormai non viene più concessa se non in presenza della collaborazione. Se non c’è la collaborazione, l’ergastolo non è più una pena ma diventa una morte bianca , un annientamento della persona a vita. Privo di qualsiasi legittimazione costituzionale l’ergastolo è solo una forma di vendetta sociale contro un essere umano, non più per quello che è o è diventato dopo decenni di detenzione, ma solo per ciò che gli è capitato di commettere molti decenni prima.

La vendetta fa diventare l’ergastolano un corpo privato dell’anima, un corpo che ogni giorno lotta per la sua sopravvivenza, ma consapevole di non poter godere del diritto di avere diritti e senza diritti, per l’ergastolano, la migliore amica sarà la morte, l’unica certezza e l’unico diritto che gli rimane, in un modo muto, sordo e cieco  su quella che è la sua condizione. Ora che l’ergastolano ha perso anche l’ultima perversa illusione che è anche una perenne e perversa bugia di poter dare qualcosa di diverso ai propri affetti, durante il giorno non pensa di morire ma durante la notte, mentre tutti dormono, pensa a quale sia la forma meno dolorosa e meno clamorosa per andarsene in silenzio e senza farsene accorgere. Con l’ergastolo ostativo nulla è cambiato dal medioevo ad oggi. E’ scomparso solo il patibolo. E’ cambiato soltanto che con l’ergastolo ostativo le esecuzioni avvengono in maniera lenta e silenziosa nel mondo dei dimenticati. L’ergastolo ostativo è peggiore della pena di morte perché proietta l’individuo nella dimensione di un non luogo in cui ogni misura del tempo appare dissolta e ogni senso del reale definitivamente perduto.

Dal carcere fiorentino di Sollicciano: Una lettera dalle ragazze addette agli asini


Con la presente, noi, ovvero il gruppo composto da Cinciu Dumitra, Charles Pamela, Massaro Stefania, Laccertosa Anna Maria e Botticelli Anna Maria, scelte fra tante per il progetto asino-terapia (Educare con gli asini), abbiamo sposato e accettato di prenderci cura delle ormai nostre Marina e Marinella (le asine in questione). Fin dal 11 gennaio 2010, giorno in cui sono arrivate in Sollicciano nello spazio recintato tutto loro all’aria, le abbiamo accolte con entusiasmo, cresciuto giorno dopo giorno. Siamo state colte da un minimo disorientamento iniziale, dato dall’organizzazione per gestire i nostri precedenti impegni di lavoro, con la loro cura che avviene tutti i pomeriggi. Le nostre ciuchine (nome che alterniamo con altri vezzeggiativi per riferirci a loro) all’inizio erano recalcitranti alle nostre attenzioni, standoci lontane. Mentre adesso si avvicinano con più sicurezza, scevra di timore. Non è stato facile abbonirle ma con la nostra costanza ci siamo recate tutti i giorni, sia con il vento forte che con la pioggia e neve. Senza pensare al fango che imbrattava i nostri vestiti e le scarpe. Abbiamo superato anche la fatica di riempire i secchi d’acqua, prima che venisse introdotto un rubinetto all’interno della stalla. Neanche le ultime giornate d’afa ostacolano la nostra andata. Sino ad una ventina di giorni fa riempivamo cassette d’erba che abbiamo estirpato dal cortile. Da subito abbiamo raccolto il pane avanzato e dalla cucina, dove lavorano un paio di noi, ci occupiamo di conservare le bucce del taglio di carote, di cui sono ghiotte, foglie di verza e broccoli e pere che anzichè mangiarle noi le portiamo volentieri a loro. Poi mangiano disinvolte le caramelle, in particolare alla frutta. Ci preoccupiamo di rimuovere la segatura e la paglia dalla stalla, dato che la usano come se fosse un water, perchè vogliamo siano pulite. Questo avviene non solo quando le abbiamo tenute chiuse (consigliate da Tommaso – il ragazzo che ci sta formando e che viene un paio di volte a settimana – per permettere all’erba di crescere) ma anche adesso che sono prevalentemente aperte, in quanto all’interno lasciamo il mangiare che portiamo loro. Poi, anche perchè il giorno dopo anche loro ci lasciano qualcosa, come dicevamo i loro bisognini. Siccome da subito abbiamo saputo che erano incinta, ci siamo preoccupate e ci preoccupiamo che vivano il loro periodo di gestazione nel modo più confortevole possibile e per cui chiediamo una visita di un veterinario che si/ci assicuri del buono stato e che dia scadenze più precise inerenti il parto. Fra noi e loro si è creato un bel rapporto, noi proviamo affetto ma anche questo sentimento è in crescendo. Poiché siamo accorte ad ogni loro minimo raglio non solo quando siamo in loro compagnia ma anche quando siamo in cella. Spesso ci affacciamo pensando di sporgere ciò che fanno. Loro ci inteneriscono tanto anche quando, prima di mangiare i cibi sopracitati, tendendoli con la nostra mano, li annusano. Poi sono spettacolari quando si sdraiano o si grattano sia a terra che sui rami e tronchi degli alberi; sono proprio da immortalare con delle foto, magari per un calendario! Siamo convinte che anche loro ci vogliono bene, si sono affezionate a noi, altrimenti non spieghiamo perchè appena ci vedono giungere emanano ragli diversi da quelli che fanno tutte le volte che qualcuno si avvicina al recinto. Quelli rivolti a noi sono festosi e ciò ci fa provare tanta gioia. Noi siamo fiere di loro, di essere riuscite ad ammansirle e renderle parte della nostra vita. Raccontiamo un breve aneddoto che concorre a confermare l’unione del gruppo. Attendiamo la nascita dei ciuchini/e o ciuchetti/e e fantasticando sui nomi, poi ci chiediamo se nasceranno femmine o maschi. Questo dilemma ci fa desistere dal comprare un fiocco azzurro o rosa. Eh sì, perchè noi le trattiamo come se fossero umane, proprio come noi. In conclusione chiediamo di non rimuovere l’incarico in cui abbiamo creduto dall’inizio fermamente. Abbiamo saputo con certezza che dal 1° giugno 2010 il progetto si tramuterà in un lavoro, dato che adesso è l’Istituto che provvede a retribuire. Anche se ciò non avviene da due mesi. La nostra è una vera preoccupazione e delusione se ciò dovesse accadere. Fra un po’ nasceranno i ciuchetti e sapere che saremo sostituite da altre ragazze ci ferisce. Chiediamo pertanto gentilmente che l’associazione intervenga affinchè ciò non avvenga. Cordiali saluti.

Le ragazze addette agli asini

Passeggiando con gli amici detenuti nel parco dell’hangar di Augusta


di Daniela Domenici

Chissà se molte delle persone di Augusta che ieri mi hanno incontrato tra i viali del parco dell’hangar o si sono fermate a salutarmi al tavolo davanti alla bancarella dei panini si sono chieste chi fossero quei signori con cui chiacchieravo e scherzavo così amabilmente e serenamente, unica donna in mezzo a tanti uomini.

Chissà, forse, se avessi detto loro che erano alcuni dei dodici detenuti del carcere di Augusta che ogni giorno escono, grazie al progetto “Reload” basato sull’art.21, per lavorare all’esterno e rientrano poi nella casa di reclusione, avrebbero girato alla larga o sarebbero addirittura fuggite inorridite all’idea che dei detenuti possano stare in mezzo alla gente “normale” senza fare qualcosa di male e, soprattutto, che la sottoscritta, nota in città come madre, moglie, docente e tante altre cose, si mescolasse con questa fetta emarginata della società.

Eppure tutto questo è potuto succedere grazie alla splendida iniziativa del presidente dell’Hangar Team di Augusta, il dott.Saccomanno, di cui ho parlato nel mio articolo di ieri.

Alessandro A, Angelo F, Francesco L, Giovanni L, Giovanni C, Giovanni U, Leandro C, Orazio F, Salvatore C, Salvatore I, Sergio C e Simone R, undici di loro siciliani e solo uno campano, con condanne diverse ma uniti dalla voglia di dimostrare che la fiducia in loro riposta è stata ampiamente ripagata dando così attuazione pratica al dettato dell’art. 27 della Costituzione che parla di rieducazione per un reinserimento nella società, ringraziano, tramite me, il presidente dell’Hangar Team per questo regalo che è stato loro fatto: trascorrere un fine settimana fuori dalla loro “vita ristretta” mescolandosi tra la gente qualunque.

I detenuti del carcere di Spoleto recitano Shakespeare


Grande successo ieri per lo spettacolo della compagnia teatrale carceraria Araba Fenice.
Davanti ad un folto pubblico formato dai dirigenti del carcere, da parenti, insegnanti e formatori professionali, i detenuti hanno recitato, da veri professionisti, testi liberamente tratti da opere di W. Shakespeare, ed altri da essi stessi elaborati insieme alla regista Patrizia Spagnoli. Lo spettacolo narra di un gruppo di attori che si prepara ad affrontare un provino per poter “calpestare” i palcoscenici dei più grandi teatri del mondo e dopo ore ed ore di prove e di vita in comune, dovranno accettare l’esito delle selezioni che per alcuni sarà positivo e per altri negativo e, come in tutte le sfide della vita, ci saranno vincitori e vinti. La consapevole ed amara conclusione è sulle possibilità, le opportunità e le condizioni che, favorevoli o avverse che siano, determinano i diversi percorsi della vita ma che la condanna a vita non offre più ai reclusi alcuna possibilità di partecipare ad altre sfide. La rappresentazione si è conclusa tra lunghi applausi in un’atmosfera che, per tutta la durata, ha fatto completamente dimenticare l’esistenza di quei pesanti cancelli entro i quali i detenuti poi sono tornati alla loro quotidianità.
Il Direttore, dott. Ernesto Padovani, ha ringraziato calorosamente tutti coloro che hanno collaborato alla riuscita dell’evento sottolineando le difficoltà in cui si è dovuto lavorare in questo periodo particolarmente critico a causa del sovrappopolamento che affligge la conduzione della Casa di Reclusione.

 Tratto dal sito http://www.spoletonline.com/