Onorevole, come parla?


di Roberto Puglisi

Onorevole, ma come parla? E meno male che Nanni Moretti non traffica e non bazzica dalle parti dell’Ars. Onorevole, ha presente la scena di “Palombella rossa”, quando la giornalista intervista l’ombroso Nanni, utilizzando termini orrendi come “cheap” e consimili, e si becca un dovuto ceffone? Ecco. Non arriviamo a tanto, però forse uno schiaffetto (tenue e affettuoso, per carità) sarebbe ben meritato.
Alcuni esempi. Quando uno sta per finire il suo intervento, non è elegante mormorare “concludo dicendo”. Lo insegnano alle scuole elementari, se uno ha la ventura di averle praticate.  Dà un’impressione di eccessiva considerazione per i propri discorsi che – si tenga forte onorevole – non cambieranno la storia dell’umanità. E poi perché, quando ci si riferisce a questa o a quella categoria, egregio onorevole, le scappa un: “Questi soggetti”? Questi chi? Soggetti o complementi oggetti?  E perché il riferimento grammatical-burocratico? Queste persone, proprio no? Perché sa, onorevolissimo, coloro che battono le nocche, fino al sangue, sulla porta dei palazzi del potere o soffrono in silenzio, questo sono: persone.  E infine, lasciando stare altre facezie come “questa questione”, i congiuntivi massacrati, i trapassati a miglior vita, gli avverbi scellerati…  Tralasciando tutto l’abominevole resto, perché quegli interventi “anema e core” in cui lei, caro onorevole, finge di essere un uomo nuovo, un marziano estraneo alle tematiche di palazzo, anche quando ha le piaghe da quasi decubito, per il troppo lungo attaccamento alla poltrona?
Sì, onorevole, ci vorrebbe un ceffone alla Moretti. O forse basterebbe una porzione di poesia, per riflettere sulle cose umane. Basterebbe un verso di Edgar Lee Masters: “Diffidate dell’uomo che oggi ha il potere e una volta portava una sola bretella”.

da www.livesicilia.it

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Il presente, il passato e l’avvenire


“Ogni mattina, al risveglio, dite a voi stessi che niente è più
importante che vivere bene l’oggi. In un certo modo, il passato è
sempre vivo: agisce ancora sul vostro presente, ma voi non siete
obbligati a permettergli di prendere il potere. È al presente che
dovete dare il potere, affinché domini il passato, sgominandolo
anche, per trasformarlo.
Quando il passato era “il presente”, era onnipotente. Ora che è
diventato il passato, è subordinato al presente, ed è il presente
ad avere voce in capitolo. Il passato è trascorso, e l’avvenire,
per l’appunto, deve ancora “avvenire”. Sta al presente imporre la
propria volontà, al fine di trasformare il passato e orientare
l’avvenire. ”

Omraam Mikhaël Aïvanhov

“Il gioco delle ventidue”


di Tiziana Mignosa

Bocciolo
che di sorpresa
rose e spine sul diletto delle ventidue
al tepore della novità
si schiude

era quasi palpabile
l’energia che l’altra sera ho annusato nell’aria
frizzante e sottile
mi ha tenuto compagni
lungo la notte desta.

Calde maree
vanno
e poi ritornano
tra la forza del potere
il tremolio del dubbio e lo stupore

gelido graffio, brivido e piacere … fanno l’amore con la pelle.

Alla parola che si spoglia
il sussulto
si fa presto treccia
carezza e sferza
assolvono i pensieri.

Leggero è il tocco
anima ad anima
rassicura l’angelo
deciso ma impalpabile
strappa paura e tempo

ma la donna
di sorriso allaccia la puntata e fugge
dono si fa dono all’attimo
strega e carne
adesso

La felicità e la beatitudine…


La felicità e la beatitudine non sono date da abbondanza e ricchezza o splendore di fortuna, nè da alcuna forma di potere o facoltà di nessun tipo di cui l’uomo disponga, ma da assenza di tristezza, mitezza di passioni e da un’inclinazione naturale dell’animo che ci dispone a vedere i limiti di quanto è secondo natura…” (Epicuro, “Sentenze e frammenti, 125, in “Scritti morali”)

Ringrazio Riccardo Di Salvo a cui ho “rubato” questo suo post in Facebook

“Le vessazioni e l’art.27: la rieducazione” di Francesco dal carcere di Augusta


Caro amico lettore,

le condizioni di vita di un carcere incidono molto sull’aggressività dei carcerati e dei carcerieri. La salubrità delle prigioni, intesa non solo come vivibilità dei luoghi ma anche come tica dei rapporti fra tutti gli abitanti, è un fortissimo deterrente contro i rigurgiti della cultura del “machismo”.

Ed è un argine potente alla vessazione che, ben più dei pestaggi, dilaga nelle galere italiane ostacolando la costruzione di una pena sensata.

La vessazione è il frutto avvelenato della “filosofia del camoscio” e “dell’accamosciato” che relega i detenuti ad animali da controllare e trasforma gli operatori più disponibili in personaggi di cui diffidare perché troppo vicini al camoscio.

Questo avanzo di barbarie è un modo distorto per esprimere la pur comprensibile esigenza di non confondere i ruoli all’interno dell’istituzione totale e, quindi, ddi combattere il rischio di “osmosi”; ma trasfigura il significato della pena e la professionalità degli operatori.

“Accamosciato” è un termine molto usato dagli agenti. L’ho ascoltato da un ispettore mentre parlava con un volontario ringhiando un sorriso beffardo, di scherno. Miserrimo! E’ un modo per marcare distanza.

La verità è che nei nostri carceri la vessazione è tentacolare.

In un contesto verticistico dove l’unico titolo di merito sembra essere l’anzianità o il grado e si comunica per ordini di servizio formali, l’atteggiamento vessatorio rischia di diventare la modalità di comunicazione e di gestione del carcere.

“Ti pitto” (ti dipingo, in siciliano) è la minaccia del rapporto disciplinare sbandierata dai superiori verso i sottoposti, carcerati o carcerieri che siano.

La minaccia paralizza trasformando il poliziotto o il detenuto in un mero esecutore privo di qualsiasi capacità critica.

Il detenuto è fortemente esposto al ricatto di essere “pittato” per aver violato qualche regola interna (anche quelle più formali e insensate) e, quindi, di perdere i benefici premiali.

Appendere una foto al muro, rifiutare un lavoro, spostare i mobili della cella senza permesso…si può incorrere in un rapporto anche per questo.

“Il detenuto mi ha apostrofato in arabo” scrive l’agente di turno sardo, calabrese, napoletano, siciliano nel “rapportino” che prelude alla sanzione disciplinare.

“Da quanto tempo non ci facciamo una bella perquisa?” dice un altro agente al detenuto che fa parte della “commissione vitto” e che ha rilevato, coerentemente alla sua funzione, la scarsa qualità del cibo. E il detenuto come reagisce? Rinuncia all’incarico.

Chi rivendica i propri diritti, presenta reclami, denuncia vessazioni, chi, insomma, si rivolge all’istituzione per segnalare irregolarità, abusi, disfunzioni nel rispetto della legge e senza offendere nessuno, rischia di essere punito, trasferito (come  successo a me), isolato se detenuto; emarginato, spostato di servizio, rapportato se è un agente.

La vessazione qualifica il potere, dà forza all’autorità ma è sempre gratuita. Fa parte di quel bagaglio di “afflittività” aggiuntiva aborrita dalla legge perché totalmente antieducativa.

Il carcere più avveniristico, fucina dei più promettenti progetti rieducativi, è destinato al fallimento se la quotidianità si consuma sul terreno delle piccole variazioni.

Può sembrare una cosa stupida ma certi gesti…le chiavi sbattute ripetutamente sul blindato da un agente mentre sei nel bagno, un segnale “freddo” nell’unico momento di privacy della vita di un detenuto. Oppure la luce della pila puntata in faccia che ti sveglia in piena notte durante la conta. In tutti questi anni di carcere sono tanti di questi episodi. Quotidiani!

Forse questa è la cosa più odiosa: l’autorità di queste persone che gli permette di dire e di fare certe cose sono nefande nequizie che talvolta consentono  l’offesa e il ludibrio della dignità dell’uomo detenuto.

Alla fine ti dovresti sentire “trattato”, sei sempre e comunque “trattato, in questo senso devo dire che sono stato trattato peggio di un animale perché gli animali non capiscono.

Quando la legge parla di “trattamento rieducativo” non prende l’adesione supina del detenuto alle regole interne del carcere, spesso anacronistiche e usate in modo vessatorio. Pretende che i carcerieri lavorino per la partecipazione attiva, motivata, consapevole del detenuto alle attività organizzate durante la giornata. Pretende che si dia ascolto alle sue richieste, soprattutto quando si rivolge all’istituzione per la tutela dei propri diritti.

Tutto questo significa riconoscerlo come persona. E restituire dignità ed efficacia al trattamento.

Le linee guida della legge che nel 1975 e poi nel 2000 ha riformato l’ordinamento penitenziario italiano, inteso come normativa che presiede all’esecuzione della pena, sono inequivocabilmente rinvenibili nella Carta Costituzionale all’art 27, comma 2,3.

Di tali indicazioni è immediatamente visibile il riflesso nei principi direttivi della legge laddove (art. 1 comma 6) si fa menzione di un trattamento rieducativo, ovviamente rivolto ai condannati. Il trattamento è attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni dei soggetti. In aggiunta alla regola dell’umanità del trattamento, nella norma viene sancita, rispetto al dettato costituzionale, quella del rispetto della dignità del detenuto, molto importante in quanto introduce il principio dell’autodeterminazione dello stesso.

Pertanto solo uno sviluppo centrato sull’umanità che si basi sul pieno rispetto dei diritti umani può guidare verso uno sviluppo equo e adeguato di ognuno dei “ristretti”.

E’ un concetto forte a sostegno di uno sviluppo coerente indirizzato alla costruzione di un carcere in cui il conflitto sia sostituito dal dialogo e da una cultura basata ssul senso di GIUSTIZIA.

Il trattamento, come precisato nell’art.1 del Regolamento di esecuzione, consiste nell’offerta di interventi diretti a sostenere nei detenuti i loro interessi umani, culturali e professionali e diretto a promuovere un processo di modificazione degli atteggiamenti che sono di ostacolo a una costruttiva partecipazione sciale.

Il nostro ordinamento penale edificato ull’assioma della funzione rieducativa della pena espresso all’art.27 è il prodotto sapiente di molteplici interventi legislativi che, talvolta, presenta talune discrasie contenutistiche.

E’ notorio che il legislatore costituzionale espressamente statuisca all’art. 27 comma 3:”le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Ciò che immediatamente si rileva è l’inserimento della “rieducazione” come obbiettivo tendenziale perseguibile. In particolare la rieducazione come obbiettivo perseguito (art. 27 comma 3 e art.25 comma 2) allude al processo di riappropriazione, da parte del reo, dei supremi principi della convivenza sociale. Su questa bifronte linea, “vessazione-rieducazione”, è lo stato di cose in cui versa il carcere italiano.

La vessazione è una vergogna per l’uomo detenuto, bisogna dire “BASTA!” a questo sopruso. Una limitazione al DIRITTO che ha il sapore di un ulteriore fattore di aggravata afflizione della pena.

Vi lascio riflettere!!!

“Storia di ordinaria follia”


d Francesco dal carcere di Augusta

“Educare, anzi, rieducare è lo scopo della pena”.

Rieducare nel rispetto della dignità umana, precisa la Costituzione, memore della mortificazione patita da chi, nel ventennio fascista, assaggiò la galera “cimitero dei vivi”.

“Mai più un carcere così” dissero i Costituenti aprendo la strada a una vera e propria rivoluzione.

Carcere non più intenso come controllo dei corpi ma come servizio a persone private della libertà e tuttavia integre nei diritti fondamentali. Non un luogo dove si finisce ma da dove si può ricominciare. Dove i detenuti sono accompagnati verso la libertà nel rispetto della loro capacità di scegliere. Da dove non si esce abbrutiti né peggiorati. Un “dentro” che guarda costantemente “fuori”. Un carcere che produce libertà individuale e sicurezza collettiva.

“Ecco, abbiamo fatto la rivoluzione ma non ce ne siamo accorti. O non vogliamo”.

Ancora oggi, all’interno del muro di cinta, si consuma la contraddizione tra l’obbiettivo dichiarato dalla legge e la gestione quotidiana della vita fondata sull’annullamento dell’identità del detenuto, sulla negazione di ogni autonomia, sulla violazione dei più elementari diritti umani. La rieducazione, o risocializzazione che sia, resta sulla carta. Il rispetto della dignità pure. Carceri fuorilegge: Cucchi e quant’altri.

Alla rivoluzione dei Costituenti è sopravvissuta una gelida cultura autoritaria e burocratica dei carcerieri cosicché, al di là degli obbiettivi dichiarati, lo scopo reale della pena è ancora quello di eliminare l’identità dei carcerati per gestirli più agevolmente. Una schizofrenia micidiale.

Il carcere che funziona non è quello che priva della libertà ma che produce libertà. E per produrre la definitiva libertà dei suoi abitanti deve rivoluzionare se stesso. Deve trasformarsi in un luogo in cui non c’è bisogno di esercitare il potere, già esercitato dal muro di cinta. Deve diventare un luogo in cui si organizza un servizio. Una grande utopia, forse. Ma come dice un vecchio proverbio :”Nessuna carovana ha mai raggiunto l’utopia, però è l’utopia che fa andare la carovana”.

Il carcere, ancora oggi, è un luogo di dolore. La galera deve sembrare una galera. Dunque è disadorna, buia, noiosa, scomoda. Punitiva. Se manca l’acqua, se le docce non funzionano, se i metri quadri calpestabili dai detenuti dietro il blindato si riducono a un paio di metri a testa a causa del perenne sovraffollamento è normale. E’ galera. Se la cella resta chiusa venti ore al giorno e neanche si può aprire la finestra perché il letto a castello è stato sopraelevato è normale. Questa è galera. Anche l’aria è impregnata di galera. C’è odore di chiuso, di fumo, di cibo avanzato, di medicine. Qualche volta, però, il detersivo prende il sopravvento sugli afrori. Persino la carta igienica a volte scarseggia, soprattutto in tempo di crisi economica.

Ecco, questa è la storia di ordinaria follia che nel nome della rieducazione vive un detenuto dell’universo-carcere italiano.

Un’intensa attività in cella: restare chiusi per 20 ore al giorno; di cultura: guardare la TV in orari stabiliti; di sport: giocare a carte. E di formazione: incontrare gli altri detenuti all’ora d’aria. Insomma, un trattamento avanzato, sperimentale.

Questa è una giornata-tipo:

–      Ore 7 del mattino. “Sveglia!!!” E’ il gentile urlo di un agente. Ci si alza dalle brande e si fa la fila davanti alla porta dell’unico bagno della cella.

–      Ore 8. “Conta!!!” lo stesso aggraziato urlo. E’ l’appello dei detenuti presenti in cella. Dopo averci contato, arriva il carrello del latte. Il liquido giallastro  la nostra colazione.

–      Ore 9. E’ il primo appuntamento formativo della giornata. Si scende in cortile per fare l’ora d’aria. In un ambiente confortevole, fatto di cemento, si apprendono le novità dal carcere. Chi è entrato, chi è partito, chi si è tagliato le braccia. Molto istruttivo!!!

–      Ore 10.30. Si torna in cella. Inizia l’attività culturale del carcere: guardare la televisione!!! Segue un breve ma intenso confronto sul programma visto in TV: Hai sentito la Santanchè? Che grandissima pu…!!!

–      Ore 11.30. Passa il carrello del pranzo, si mangia in cella. Oggi, come ieri e come domani, è servita un’ottima pasta scotta e scondita. Il tempo della tavola cronometrata è al massimo di 5 minuti. Straordinario!!!

–      Ore 13.00. E’ il secondo momento formativo della giornata. Un’altra ora d’aria. I temi sempre gli stessi. Costruttivo!!!

–      Ore 14.30. E’ l’ora della doccia ma non c’è acqua, no, è arrivata, è fredda, l’asciugacapelli non funziona. Si è rotto e quello che doveva essere un momento di relax è un dramma.

–      Ore 15.30. Inizia l’attività sportiva. I detenuti indossano tuta e scarpe da ginnastic. E, seduti intorno al tavolo della cella, danno il  via alla partita di carte. Il clima è teso. Chi perde dovrà lavare i piatti stasera.

–      Ore 17.30. La partita a carte è finita, chi ha perso non era ancora pratico di tresette. Posta!!! Tutti in attesa di avere notizie da “fuori”. Questa sera per me non c’è.

–      Ore 18.00. Passa il carrello per la cena. Qui c’è una variante. Una delle poche. Perché se è domenica o un giorno festivo la cena non arriva affatto. Si fa dieta. Altro pregio del carcere di Augusta. In compenso per la sera ci riuniamo con l’invito di uno o due ospiti e chiaramente cuciniamo noi stessi.

–      Ore 19.30. E’ l’ora delle gocce. Dei tranquillanti. C’è chi urla perché ne vuole di più. Ma una sberla istituzionale riporta la calma nelle celle.

–      Ore 20.00. C’è il ritiro posta e ancora una volta “Conta!!!”. Si ripete il teatrino d’appello.

–      Ore 21.000. Nelle celle si spengono le luci. Questa sera c’è una “prima TV”.

E i detenuti di Augusta, dopo una giornata “estenuante”, si addormentano.

E’ un anno che sono qui ad Augusta e ho dovuto vivere in questo deposito di carne umana lo stesso giorno moltiplicato per 365: storia di ordinaria follia!!!

Salute: il potere della musica nella depressione


musicaCurare la depressione con la musica preferita è una possibile terapia al male oscuro, così viene definito il dolore dell’anima. Un’ora di musica tre volte a settimana produce un beneficio importante per alleviare o allontanare i sintomi depressivi in persone anziane, over65. Lo studio è stato condotto su 100 anziani molto depressi, osservati e curati con la musicoterapia dal gruppo del Professor Marigliano Ordinario di geriatria e Direttore del dipartimento di scienza dell’invecchiamento all’Università La Sapienza di Roma. Tra le considerazioni fatte al termine della ricerca, presentate al Congresso della Società Italiana di Medicina Interna il 27 ottobre 2009 è interessante notare che non esiste la canzone antidepressione. Per ogni persona la musica più adatta e curativa si trova nel tempo. Non esiste una sola musica che vada bene per tutti. Il paziente e i suoi cari, vengono sottoposti a più colloqui per capire quali canzoni o musiche sono legate ai momenti più felici della sua e della loro vita.

www.intrage.it