Cinema e colonne sonore: Salvino Strano al pianoforte


di Daniela Domenici

Ieri nella sera in una cornice molto particolare, il cortile all’aperto dell’hotel Palazzo Zuppello di Augusta, la FIDAPA di Augusta, a conclusione del suo anno sociale, ha ospitato Salvino Strano, un pianista di origine augustana, che abbiamo applaudito anche nelle vesti di fisarmonicista, in un concerto di musiche per film dal titolo “IMMAGINI TRA LE NOTE – Un viaggio musicale al centro dell’ottava arte”.

La parte del leone l’ha fatta, naturalmente il premio Oscar Ennio Morricone del quale Salvino Strano ha eseguito IL BUONO IL BRUTTO IL CATTIVO (1966), CITTA’ VIOLENTA (1970), LE BAMBOLE DI VETRO (1971), IL SEGRETO DEL SAHARA (1988), LA PIOVRA 5 (1990) e My heart and I (1990).

Non potevano mancare brani immortali, scolpiti nella nostra memoria, come COLAZIONE DA TIFFANY (1961), OTTO E MEZZO (1963), VIVERE PER VIVERE (1967) fino ai più recenti LEZIONI DI PIANO (1993) e IL POSTINO (1994).

La scaletta comprendeva ben quindici brani che hanno inondato di note il cortile di questo hotel nel centro storico di Augusta: un momento di assoluta magia senza tempo regalatoci da Salvino Strano.

Morto Lelio Luttazzi, il re dello swing


E’ morto la scorsa notte all’età di 87 anni a Trieste Lelio Luttazzi, uno dei maggiori protagonisti della canzone italiana degli anni ’50 e ’60.

Nato a Trieste il 27 aprile 1924, Luttazzi, dopo aver studiato giurisprudenza, comincia a suonare il pianoforte ispirandosi al jazz. Prima un piccolo gruppo che si esibisce in localetti della costa triestina poi, nel 1944, l’incontro con Ernesto Bonino, cantante swing dell’epoca, che si accorge di quel ragazzo che canta un brano intitolato ‘Il giovanotto matto’, che poi diventerà il suo primo successo. Dopo la guerra, Luttazzi abbandona gli studi. Incontra Teddy Reno e ne diventa socio nel 1948 in qualità di arrangiatore e direttore d’orchestra della Cgd.

Per anni la sua carriera resta divisa tra la sua passione jazzistica, che lo porterà a suonare nel giro di musicisti come Piero Piccioni, Armando Trovajoli, Gianni Ferrio, e la musica leggera che gli farà scrivere canzoni come ‘Muleta mia’, ‘E tu biondina capricciosa’, ‘Una zebra a pois’ e ‘El can de Trieste’.

fonte Adnkronos

Poi, dopo un grave incidente stradale nel 1963, torna al lavoro in radio e in tv: conduce ‘Hit parade’ in radio, inventando tormentoni come ‘La canzone regina’ per indicare la prima in classifica. ‘Lelio Luttazzi presenta: Hit Parade!’ era il grido che gli adolescenti degli anni Settanta riconoscevano immediatamente e che significava che stava per iniziare la classifica radiofonica dei 45 giri più venduti.

In tv presenta spettacoli storici come ‘Studio Uno’ con Mina, ‘Teatro Dieci’, ‘Il Paroliere’, ‘Musica insieme’, ‘Ieri e oggi’. Diverse anche le colonne sonore per film tra cui quella di ‘Totò, Peppino e la malafemmina’ e ‘Venezia la luna e tu’ (ma compare anche come attore nell”Avventura’ di Antonioni e in ‘Oggi, domani, dopodomani’).

Nel 1970 all’apice del successo, viene coinvolto in una vicenda legata a detenzione e spaccio di stupefacenti: un clamoroso errore giudiziario nato da una telefonata di Walter Chiari, implicato nel caso, e concluso con 27 giorni passati a Regina Coeli e lo scagionamento completo da ogni accusa (sull’esperienza Luttazzi ha scritto anche un libro intitolato ‘Operazione Montecristo’).

Da allora solo radio, ancora qualche anno di ‘Hit parade’ e poi il lungo isolamento interrotto, di tanto in tanto, da poche partecipazioni televisive come quella al programma condotto da Gigliola Cinquetti, ‘Festa di compleanno’ e alla partecipazione, nel 1998, alla trasmissione di Raidue’Scirocco’. Nel 2009 accompagna al Festival di Sanremo la canzone vincitrice ‘Sincerità’ di Arisa e, grazie alla sua sonata al pianoforte, risulta determinante per l’affermazione della giovane.

Cinema: tre corti di Charlie Chaplin musicati da Sergio Cammariere


Le ‘Comiche Vagabonde’ di Charlie Chaplin incontrano la musica di Sergio Cammariere e Fabrizio Bosso. Questo dvd, in uscita venerdi’ in allegato alle pubblicazioni del gruppo L’Espresso, fa parte della collana ‘Sound for Silence’, curata dal produttore ed editore discografico Gianluigi Salvioni, e prevede tre composizioni estemporanee per pianoforte e tromba su altrettanti corti come ‘Charlot a teatro’, ‘Charlot alla spiaggia’ e ‘Charlot vagabondo’.

”Per me e’ stato un’onore -rivela Cammariere- partecipare a questo progetto. Innanzitutto, perche’ sono sempre stato innamorato della figura di Charlie Chaplin, una passione che riguarda gli esordi del cinema muto in bianco e nero, e poi perche’, per la prima volta, ho avuto la possibilita’ di esprimermi pianisticamente per quello che sono veramente. Cosa che purtroppo sia nei dischi per le colonne sonore sia in quelli da cantautore mi e’ quasi impossibile. In questo caso, invece, mi sono proprio ispirato alle atmosfere di quei film e alle emozioni che mi suscitavano -racconta il pianista- guardando le immagini e suonandoci sopra. Tutto questo ha dato vita a una musica che avevo dentro e che esprime tutto il Novecento, dal ragtime a Debussy, da Satie ad Erroll Garner”. In particolare, si segnalano su ‘Charlot a teatro’, suadenti mix di ragtime e swing; su ‘Charlot alla spiaggia’, suggestioni ‘classiche’ che evocano Eric Satie e Scott Joplin; e infine su ‘Charlot vagabondo’, una composizione dall’ampio respiro blues. ”Su queste musiche pianistiche molto virtuose, a meta’ fra Rachmaninov e Peter Nero -rivela ancora Cammariere- abbiamo poi appoggiato la versatile tromba del sempre meraviglioso Fabrizio Bosso, creando cosi’ una colonna sonora completa e totalmente inedita che dura oltre 65 minuti e commenta tre capisaldi del cinema di quegli anni, figlio del teatro vaudeville”.

fonte Adnkronos

Nikolaj Rjmski Korsakov – Николай Андреевич Римский-Корсаков


Oggi nel 1844 nasceva il compositore russo Nikolaj Rimski Korsakov, dalla sua produzione ho scelto la “Canzone Araba” da Sheherazade  per violino e pianoforte.

Today in 1844 the Russian music composer Nikolaj Rimski Korsakov was born, among his works I have chosen the “Arab Song” from Sheherazade for violin and piano.

http://www.youtube.com/watch?v=3htd8TW-vp4&feature=related

Il concerto di Varsavia – Warsaw concert


Dal film del 1941 “Dangerous Moonlight” questa brano celebre e immortale di Addinsell che ne fu la colonna sonora

http://www.youtube.com/watch?v=XPLWQInP1lo&feature=related

“Danza rituale del fuoco” di Manuel De Falla


Godiamoci, per iniziare questa nuova settimana e questo lunedì ch ha un numero “mastro”, magico, il 22, questa stupenda “Danza rituale del fuoco” nell’interpretazione del pianista Aldo Ciccolini.

http://www.youtube.com/watch?v=13CmP2tGr_g&feature=related

Muti va in carcere e duetta in dialetto


di EGLE SANTOLINI
Il momento clou del pomeriggio di Riccardo Muti nel carcere di Bollate si registra verso la fine, quando si scopre che uno dei detenuti in silenzio adorante è di Molfetta. Segue uno scambio di battute in molfettese stretto; segue, soprattutto, un’esecuzione imperdibile (il maestro flamboyant al piano, il detenuto, sommessamente, con quieta voce tenorile) della Santa allegrezza, il cantico di Natale che nella città pugliese tutti conoscono e sul quale, confessa Muti, «mi sono formato, perché sarò pure arrivato al podio dorato di Vienna, quattro volte a dirigere il Concerto di Capodanno, ma è dal paese che vengo, e cerco di non dimenticarmelo».

L’aveva promesso: «Oggi vedrete un Muti che non vi aspettate, perché continuano a descrivermi come tutto il contrario di quello che sono, arrogante presuntuoso e del Sud, e invece del Sud sono eccome, ma arrogante e presuntuoso proprio no». In effetti, nel suo ritorno storico a Milano (perché dopotutto è da cinque anni e cioè dal famoso strappo della Scala che non si esibiva pubblicamente in città, e andate pure a fare i sofistici sul fatto che siamo nel comune limitrofo di Bollate, ma insomma la sostanza è quella), il diabolico Muti che strapazza le orchestre e non tollera concorrenti ha sfoderato verve, calore e perfino una certa tenerezza.

L’aveva invitato un detenuto, Willy Bulandi, ora felicemente fuori perché ha pagato il suo tributo alla società, a nome del gruppo musicale del settimo reparto della seconda casa di reclusione di Milano. Un carcere modello, come si dice, diretto da Lucia Castellano, napoletana del Vomero, che prima del concerto chiacchierava col maestro delle bellezze di via Chiaia e del suo recente successo a Parigi (e lui: «Ha visto che ha scritto il Figaro? Una bella soddisfazione»). Il pubblico, un centinaio di persone tra detenuti attentissimi, guardie carcerarie ammaliate, perfino un gruppo di magistrati tedeschi che passava lì per caso e si è trovato in mezzo a un fuoriprogramma di lusso e un po’ si commuovevano a sentire il Chiaro di luna di Beethoven, lo ha seguito per quasi due ore, in quello che programmaticamente Muti non ha voluto chiamare concerto («Anzi, accendete quella luce: come diceva mia madre, amm’a stà all’oscuro pe’ tanto tiempo») ma che si è snodato fra esecuzioni al piano e aneddoti, all’insegna del potere salvifico della musica: «Che vi servirà sempre, qui dentro e poi fuori, che non richiede competenza ma solo cuore e ascolto, e mi raccomando fregatevene dei soloni che non capiscono un cacchio».

Passando dai Preludi di Chopin agli Improvvisi di Schubert, Muti spiega la dodecafonia in dodici secondi netti, consiglia di prestare attenzione anche all’armonia oltre che alla melodia «perché se guardate solo alla linea melodica fate come quelli che mangiano gli spaghetti senza ragù né pomodoro», polemizza con gli austriaci «che non riuscirono nemmeno a dare una sepoltura a Mozart e poi si son fatti ricchi con le palle di Mozart, intese come quelle di cioccolato». Svela particolari sulla sua origine geografica: «Mia madre era sposata a Molfetta ma, se doveva partorire, prendeva il treno e tornava a Napoli: quando dovrete dire dove siete nati, spiegava, se dite Napoli vi capiscono tutti, se dite Molfetta dovete star lì a spiegare per mezz’ora dov’è». Ricorda un lontano concerto di Rubinstein a Bari, «dove lui eseguì Schubert e io capii che se si riuscivano a trasmettere quelle emozioni valeva la pena che ci provassi anch’io». Racconta che, la mattina, a una riunione degli studenti lombardi più meritevoli, ha fatto cantare a tutti l’Inno di Mameli, «anche se loro forse credevano di dover fare La bela madunina». E minimizza sulle proprie doti di concertista: «Una volta ero un pianista discreto, adesso faccio schifo».

Alla fine firma un mazzo di autografi e promette di farsi rivedere da queste parti molto presto, forse già in estate. E il più felice di tutti è Willy, perché può rifiutare il pur affettuoso invito di un ex collega: «Adesso cosa fai, torni a dormire in cella da noi?».