“Accarezzando le mie malinconie”


di Tiziana Mignosa

Danzano i tratti morbidi

sui passi lenti

e intanto a te giungono

i miei sorrisi zuppi.

Realtà stagnanti

in questo pieno vuoto dove conto

i sì che di me ne fanno

il suo balocco.

E’ a passi nudi che sugli aguzzi cocci

si sgretola la personalità mondana

mentre raccolgo perle rosse e trasparenti

per farne collane saldaconto.

Frammenti di materia diventano fulgide fantasie

particelle colorate d’arcobaleno

aquiloni svolazzanti levitano festosi

sopra tutti i crucci.

E’ la tua mano che io cerco

invisibile conforto in questo tempo duro

mentre ancora a denti stretti

sorvolo il sottobosco della vita.

A te rivolgo la leggerezza del pensiero

quando controvento piango

imboccando la via che i piccoli

dedicano alla follia

quando nella notte del giorno pieno

mi accoccolo dentro il caldo abbraccio tuo

e chiudendo gli occhi stanchi

scivolo nel sogno che non conosce inganno.

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Appello per il voto a Sergio Rovasio, candidato tra i capilista della Lista Bonino-Pannella alla Regione Lazio. Artisti, giornalisti, professori universitari, tibetani, avvocati…


I sostenitori di Sergio Rovasio, candidato tra i capilista della Lista Bonino-Pannella alla Regione Lazio, hanno promosso un appello sottoscritto da decine di personalità e artitsti. Di seguito il testo dell’appello e i primi firmatari:

Alle cittadine e cittadini del Lazio:
“In occasione delle prossime elezioni regionali per il rinnovo del Consiglio Regionale del Lazio, vi invitiamo a dare la preferenza a Sergio Rovasio, candidato della Lista Bonino-Pannella perché oltre che un amico di cui fidarsi è anche una persona da molti anni impegnata con i radicali per la promozione dei diritti civili e umani e per la difesa delle persone più deboli. Il suo impegno, la sua onestà e la sua coerenza, sono caratteristiche fondamentali per il ruolo di Consigliere Regionale del Lazio”.
Luigi Manconi, politico, sociologo; Oliviero Toscani, fotografo, pubblicitario; Adriano Sofri, giornalista, scrittore; Tania Sachs, Consulente Comunicazione e Immagine, Ufficio Stampa Vasco Rossi; Stefano Disegni, disegnatore satirico; Massimo Caviglia, giornalista e autore satirico; Marilisa D’Amico, Professore Ordinario di Diritto costituzionale, Università Statale di Milano; Aldo Brancacci, Professore Ordinario di Storia della filosofia antica – Università Tor Vergata – Roma; Andrea Pugiotto, Professore Ordinario di Diritto costituzionale, Università di Ferrara; Vittorio Lingiardi, Professore Ordinario di Psicopatologia Generale, Università di Roma La Sapienza; Romano Scozzafava, Professore Ordinario di calcolo delle probabilità, Università di Roma La Sapienza; Claudio Coccoluto, Dj; Barbara Cupisti, Regista – Premio Donatello 2008; Sharon Nizza, esponente della Comunità ebraica; Ouattarà Gaoussou, Presidente Movimento degli Africani – Roma; Maria Gigliola Toniollo, Responsabile Nuovi Diritti Cgil; Flavia Lazzarini, DJ; Liliana Pannella, Presidente Fondazione Valentino Bucchi; Claudia Sterzi, Segretaria Associazione Radicale Antiproibizionisti; Helena Velena, attivista ed esponente Transgender; Daniele Nardini, Direttore dei contenuti del portale www.gay.it; Federico Boni, pubblicista, collaboratore di YouDemTv e, da Roma, di www.gay.it; Ottavio Marzocchi, funzionario Commissione Libertà pubbliche del Parlamento Europeo; Enzo Cucco, Direttore Fondazione Sandro Penna – Torino; Giuliano Federico, Direttore www.gay.tv Clara Comelli, Presidente Associazione Radicale Certi Diritti; Dechen Dolkar, Presidente donne Tibetane in Italia; Thupten Gashon, già Presidente comunità Tibetana in Italia; Rossana Barbolla, Presidente dell’Istituto Samantabhadra, Centro di Studi di Buddhismo e cultura tibetana – Roma; Monica Rossellini, Presidente dell’Associazione La Strega da bruciare; Antonio Rotelli, Avvocato, Presidente Avvocatura lgbt – Rete Lenford; Francesco Bilotta, Avvocato, co-fondatore di Avvocatura lgbt – Rete Lenford; Gaia Carretta, giornalista; Alessandro Litta Modignani, giornalista.

“Storia di ordinaria follia”


d Francesco dal carcere di Augusta

“Educare, anzi, rieducare è lo scopo della pena”.

Rieducare nel rispetto della dignità umana, precisa la Costituzione, memore della mortificazione patita da chi, nel ventennio fascista, assaggiò la galera “cimitero dei vivi”.

“Mai più un carcere così” dissero i Costituenti aprendo la strada a una vera e propria rivoluzione.

Carcere non più intenso come controllo dei corpi ma come servizio a persone private della libertà e tuttavia integre nei diritti fondamentali. Non un luogo dove si finisce ma da dove si può ricominciare. Dove i detenuti sono accompagnati verso la libertà nel rispetto della loro capacità di scegliere. Da dove non si esce abbrutiti né peggiorati. Un “dentro” che guarda costantemente “fuori”. Un carcere che produce libertà individuale e sicurezza collettiva.

“Ecco, abbiamo fatto la rivoluzione ma non ce ne siamo accorti. O non vogliamo”.

Ancora oggi, all’interno del muro di cinta, si consuma la contraddizione tra l’obbiettivo dichiarato dalla legge e la gestione quotidiana della vita fondata sull’annullamento dell’identità del detenuto, sulla negazione di ogni autonomia, sulla violazione dei più elementari diritti umani. La rieducazione, o risocializzazione che sia, resta sulla carta. Il rispetto della dignità pure. Carceri fuorilegge: Cucchi e quant’altri.

Alla rivoluzione dei Costituenti è sopravvissuta una gelida cultura autoritaria e burocratica dei carcerieri cosicché, al di là degli obbiettivi dichiarati, lo scopo reale della pena è ancora quello di eliminare l’identità dei carcerati per gestirli più agevolmente. Una schizofrenia micidiale.

Il carcere che funziona non è quello che priva della libertà ma che produce libertà. E per produrre la definitiva libertà dei suoi abitanti deve rivoluzionare se stesso. Deve trasformarsi in un luogo in cui non c’è bisogno di esercitare il potere, già esercitato dal muro di cinta. Deve diventare un luogo in cui si organizza un servizio. Una grande utopia, forse. Ma come dice un vecchio proverbio :”Nessuna carovana ha mai raggiunto l’utopia, però è l’utopia che fa andare la carovana”.

Il carcere, ancora oggi, è un luogo di dolore. La galera deve sembrare una galera. Dunque è disadorna, buia, noiosa, scomoda. Punitiva. Se manca l’acqua, se le docce non funzionano, se i metri quadri calpestabili dai detenuti dietro il blindato si riducono a un paio di metri a testa a causa del perenne sovraffollamento è normale. E’ galera. Se la cella resta chiusa venti ore al giorno e neanche si può aprire la finestra perché il letto a castello è stato sopraelevato è normale. Questa è galera. Anche l’aria è impregnata di galera. C’è odore di chiuso, di fumo, di cibo avanzato, di medicine. Qualche volta, però, il detersivo prende il sopravvento sugli afrori. Persino la carta igienica a volte scarseggia, soprattutto in tempo di crisi economica.

Ecco, questa è la storia di ordinaria follia che nel nome della rieducazione vive un detenuto dell’universo-carcere italiano.

Un’intensa attività in cella: restare chiusi per 20 ore al giorno; di cultura: guardare la TV in orari stabiliti; di sport: giocare a carte. E di formazione: incontrare gli altri detenuti all’ora d’aria. Insomma, un trattamento avanzato, sperimentale.

Questa è una giornata-tipo:

–      Ore 7 del mattino. “Sveglia!!!” E’ il gentile urlo di un agente. Ci si alza dalle brande e si fa la fila davanti alla porta dell’unico bagno della cella.

–      Ore 8. “Conta!!!” lo stesso aggraziato urlo. E’ l’appello dei detenuti presenti in cella. Dopo averci contato, arriva il carrello del latte. Il liquido giallastro  la nostra colazione.

–      Ore 9. E’ il primo appuntamento formativo della giornata. Si scende in cortile per fare l’ora d’aria. In un ambiente confortevole, fatto di cemento, si apprendono le novità dal carcere. Chi è entrato, chi è partito, chi si è tagliato le braccia. Molto istruttivo!!!

–      Ore 10.30. Si torna in cella. Inizia l’attività culturale del carcere: guardare la televisione!!! Segue un breve ma intenso confronto sul programma visto in TV: Hai sentito la Santanchè? Che grandissima pu…!!!

–      Ore 11.30. Passa il carrello del pranzo, si mangia in cella. Oggi, come ieri e come domani, è servita un’ottima pasta scotta e scondita. Il tempo della tavola cronometrata è al massimo di 5 minuti. Straordinario!!!

–      Ore 13.00. E’ il secondo momento formativo della giornata. Un’altra ora d’aria. I temi sempre gli stessi. Costruttivo!!!

–      Ore 14.30. E’ l’ora della doccia ma non c’è acqua, no, è arrivata, è fredda, l’asciugacapelli non funziona. Si è rotto e quello che doveva essere un momento di relax è un dramma.

–      Ore 15.30. Inizia l’attività sportiva. I detenuti indossano tuta e scarpe da ginnastic. E, seduti intorno al tavolo della cella, danno il  via alla partita di carte. Il clima è teso. Chi perde dovrà lavare i piatti stasera.

–      Ore 17.30. La partita a carte è finita, chi ha perso non era ancora pratico di tresette. Posta!!! Tutti in attesa di avere notizie da “fuori”. Questa sera per me non c’è.

–      Ore 18.00. Passa il carrello per la cena. Qui c’è una variante. Una delle poche. Perché se è domenica o un giorno festivo la cena non arriva affatto. Si fa dieta. Altro pregio del carcere di Augusta. In compenso per la sera ci riuniamo con l’invito di uno o due ospiti e chiaramente cuciniamo noi stessi.

–      Ore 19.30. E’ l’ora delle gocce. Dei tranquillanti. C’è chi urla perché ne vuole di più. Ma una sberla istituzionale riporta la calma nelle celle.

–      Ore 20.00. C’è il ritiro posta e ancora una volta “Conta!!!”. Si ripete il teatrino d’appello.

–      Ore 21.000. Nelle celle si spengono le luci. Questa sera c’è una “prima TV”.

E i detenuti di Augusta, dopo una giornata “estenuante”, si addormentano.

E’ un anno che sono qui ad Augusta e ho dovuto vivere in questo deposito di carne umana lo stesso giorno moltiplicato per 365: storia di ordinaria follia!!!