“Svegliamoci” una provocazione politica di Pasquale De Feo dal carcere di Siano Catanzaro


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I politici, come questi che ci governano, non fanno altro che tagliare i fondi per noi detenuti rf emanare leggi oppressive e disumane mentre per loro c’è l’impunità totale, raramente capita in galera un politico, uno dell’alta finanza o dei poteri vari, se succede è per pochi mesi. Tanzi che ha fatto suicidare decine di persone e rovinato migliaia di famiglie ha scontato tre mesi e difficilmente verrà più in galera; a Napoli, tempo fa, per un pacco di biscotti un uomo che lo aveva rubato per fame lo condannarono a circa tre anni per effetto della legge Ciriello.

Questi signori non fanno altro che aumentare le pene, emanare leggi contro la povera gente e restringere la vivibilità nei carceri; per coprire le loro malefatte, i loro privilegi e i loro arricchimenti a spese dello Stato. Continueranno a fare i loro comodi perché ormai controllano i media e plasmano la realtà come meglio è funzionale ai loro interessi.

Sono circa 20 anni che hanno istituzionalizzato la tortura e rese perenni le leggi emergenziali per le stragi degli anni ’90; oggi da più parti si afferma che sono state stragi di Stato ripercorrendo la strategia della tensione degli anni ’60-’70.

Con tutto ciò questi signori al governo ancora si accaniscono sulla vivibilità interna ai carceri, sollecitando i bassi istinti della gente, sia per crearsi l’aureola di professionisti dell’antimafia e sia per un ritorno elettorale.

Siccome in Italia tutto è politica, se vogliono avere una vita dignitosa nei carceri con il rispetto dei nostri diritti e processi giusti, senza più subire e sottostare alla mercede del primo politico prezzolato di turno e né sottostare gli abusi arbitrari dei burocrati del sistema, dobbiamo scendere in politica.

I nostri familiari e parenti votano, chiediamo loro di votare il partito che mette nel suo programma alcune nostre richieste che sono contenute nella nostra Costituzione e nella Convenzione Europea.

1)    L’abolizione dell’ergastolo con il massimo della pena di 30 anni. Una pena di morte diluita nel tempo, schiavitù perpetua.

2)    5 anni di sanatoria generalizzata per tutti i detenuti, nessuno escluso, per sanare tutti gli aumenti di pena e la sospensione dei diritti nei tribunali a causa delle leggi emergenziali degli ultimi 30 anni

3)    Il diritto al voto per tutti i detenuti; la Corte Europea lo ha sancito anche con una sentenza

4)    Il garante dei diritti per i detenuti con reali poteri per porre fine agli abusi sistematici nei carceri

5)    Inserire nel Codice Penale il reato di tortura come indica l’ONU e l’Unione Europea all’Italia

6)    Territorializzazione della pena; abbiamo diritto a scontare la pena vicino ai nostri familiari

7)    Il ripristino integrale della legge Gozzini per tutti i regimi detentivi, ai detenuti comuni ai detenuti nel regime di 41bis, con l’automatismo dei benefici per evitare il dispotismo di chicchessia

8)    L’abolizione dell’art. 4bis e l’art. 7, due mostri giuridici e barbari

9)    Tutela sindacale dei detenuti che lavorano, oggi sono privi di tutela e con una paga da schiavi

10)  Libero accesso ai giornalisti nei carceri affinché ci sia trasparenza e non un mondo chiuso da “segrete dei castelli medievali”

11) Abolizione del 41bis, una tortura istituzionalizzata respinta anche dagli USA che ha la pena di morte, pertanto è una vergogna alla nostra civiltà e aal nostro diritto che è stato faro nel mondo.

Il partito politico che inserisce nel suo programma della giustizia queste undici richieste tutti i detenuti diranno ai familiari e parenti di votarlo; inoltre faranno almeno dieci copie e le spediranno ad altri detenuti e non.

Con i nostri familiari e parenti siamo centinaia di migliaia, possiamo incidere nella politica ed è l’unico modo per difenderci dai politici che per salire alla ribalta seminano odio e fanno a gara a chi inventa legge più disumane; e dai burocrati che più opprimono pi ritegono di essere nel giusto, nel meccanismo perverso simile a quello nazista.

Siamo cittadini italiani, non possiamo né dobbiamo né vogliamo essere trattati da cittadini di serie C, la Costituzione sancisce che siamo tutti uguali in tutto e nessuno può toglierci i nostri diritti e classificarci a servi della plebe, il feudalesimo è finito secoli fa.

Nel 2013 ci saranno le elezioni nazionali, dovremmo tutti iniziare a pensare di impegnarci affinché anche noi dobbiamo avere una politica di riferimento alla luce del sole che realizzi i nostri undici “Punti di civiltà”.

Pasquale De Feo

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“La regressione dell’HOMO ITALICUS” di Sebastiano Milazzo dal carcere di Spoleto


Ricevuta, copiata e pubblicata

Una volta c’erano i Calamandrei, i Vassalli, i Pertini, i De Gasperi, i Togliatti. Poi c’è stato il garantista Bertinotti il quale, prima di ogni elezione, affermava che l’ergastolo è una pena infame, e quando l’on. Ersilia Salvato era riuscita a farne approvare l’abrogazione alla Camera, il garantista Bertinotti ha pensato bene di far cadere il governo per non abolirlo e per cancellare l’affronto ha fatto scomparire dalla politica l’on. Ersilia Salvato.

Tipica regressione dell’Homo Italicus.

Dopo il garantista Bertinotti è venuto uno più garantista di lui che ha chiamato il suo partito il Partito della Libertà, l’on. Berlusconi, che in coerenza con il nome del suo partito ha tolto definitivamente ogni speranza agli ergastolani per poterli mostrare come trofei ogni volta che qualcuno del suo partito viene preso con il sorcio ancora in bocca.

Tipica dimostrazione di regressione dell’Homo Italicus.

Una volta avevamo l’on. Moro che insegnava ai suoi studenti “E per quanto riguarda questa richiesta della pena, di come debba essere la pena, un giudizio negativo, in linea di principio, deve essere dato non soltanto per la pena capitale che istantaneamente, puntualmente, elimina dal consorzio sociale la figura del reo, ma anche nei confronti della pena perpetua, l’ergastolo che, privo com’è di qualsiasi speranza, di qualsiasi prospettiva, di qualsiasi sollecitazione al pentimento e al ritrovamento del soggetto, appare crudele e disumano non meno di quanto lo sia la pena di morte”.

Ora abbiamo l’avv. Calvi del PD che afferma “sì, sono favorevole all’abolizione dell’ergastolo ma non per coloro che hanno agevolato l’attività della criminalità”.

Qualcuno lo avvisi che senza il reato associativo l’ergastolo non lo prende nessuno in Italia.

Tipica dimostrazione di regressione dell’Homo Italicus.

Abbiamo avuto il sen. Gozzini, ora abbiamo i circuiti differenziati  voluti da Oliviero Diliberto e dal dott. Caselli e chi sconta la pena in quei circuiti quando fa istanza per un beneficio riceve la risposta con un prestampato, uguale per tutti, che afferma “Rilevato come la cartella personale dell’istante non rechi traccia di alcun accertamento di condotta collaborativa con la giustizia ex art. 58 ter o.p. ovvero della collaborazione irrilevante o impossibile, ritenuto pertanto di dover denegare, allo stato, la richiesta di permesso premio, si dichiara inammissibile l’istanza”.

Con questa risposta viene imposta l’omologazione della follia di applicare la pena di morte senza doverlo ammettere “Ha 87 ani – Vive in uno stato d’incoscienza. Dicono che con il acldo che fa indossi ancora il cappello e le calze di lana dell’inverno, sempre gli stessi. E che la biancheria pulita che gli portano in carcere riesce intatta al posto di quella sporca. Sta solo in una cella dell’infermeria di Pagliarelli, sporco e abbandonato a se stesso. Se non gli danno da mangiare non mangia, se non lo reggono non cammina. E soprattutto non capisce” Alessandra Ziniti su Repubblica del 3 agosto 2008.

Tipica dimostrazione di regressione dell’Homo Italicus.

Siamo partiti col diritto romano che stabiliva l’eguaglianza tra patrizi e plebei e ora abbiamo la Santanchè che è capace, nello stesso contesto, di criticare ferocemente i magistrati che concedono un beneficio penitenziario e con la stessa ferocia definire i magistrati subdoli attentatori alla democrazia quando si ostinano a non capire che a Scajola gli hanno pagato, a sua insaputa, un appartamento a Roma con vista Colosseo.

Tipica dimostrazione di regressione dell’Homo Italicus.

Abbiamo avuto Beccaria e siamo finiti con i march ettari mediatici che nel fare il gioco delle parti con i politici, dicono loro, io ti do in televisione del mafioso e del camorrista, tu per far vedere che non lo sei, approvi leggi sempre più repressive contro gli altri, così noi vendiamo libri e ci facciamo contratti miliardari con la Rai e tu puoi continuare a combattere il male degli altri e mai il tuo.

Tipica dimostrazione di regressione dell’Homo Italicus.

Una volta c’era il fascismo che raccomandava ai carcerieri “Le relazioni tra le famiglie e i detenuti si mantengano affettuose, esortando le famiglie a dare ai detenuti frequenti notizie e buoni consigli”. Ora si allontanano i detenuti dalle residenze dei famigliari oppure si destinano in regimi carcerari che scavano un solco sempre più profondo tra il condannato e i propri affetti.

Tipica dimostrazione di regressione dell’Homo Italicus

Una volta si andava nelle piazze a protestare contro la pena di morte applicata in America, ora un giudice americano nega l’espulsione di un italiano avvalendosi della testimonianza di un agente FBI che,  a proposito del 41bis, ha riferito al giudice “Lo useranno per ottenere informazioni” e il giudice ha motivato la negazione dell’estradizione “C’è il rischio che venga sottoposto al regime di carcere duro previsto dall’art 41bis del codice italiano, un trattamento che equivale alla tortura”. E nessuno protesta.

“L’ambiguità dell’ergastolo”, riflessioni di Sebastiano Milazzo dal carcere di Spoleto


Appena ricevuta, copiata e pubblicata esattamente com’è scritta.

Gli esperti affermano che la giustificazione della pena si basa su tre principi, il principio retributivo, quello preventivo e quello rieducativo. Per i suoi aspetti di amara crudeltà, l’ergastolo senza benefici penitenziari non è più una pena proporzionata alla gravità del reato commesso e nemmeno al grado di ravvedimento del condannato, ma proporzionata soltanto alla vita del condannato: tanto durerà la sua vita, tanto durerà la sua pena.

Se viene tolta la possibilità di reinserimento, il problema della rieducazione non si pone nemmeno e non basta dire che “sulla carta” anche l’ergastolo può essere oggetto di liberazione condizionale, perché questa possibilità che, differenza dei permessi premio, è un diritto previsto dalla legge e non una gentile concessione, ormai non viene più concessa se non in presenza della collaborazione. Se non c’è la collaborazione, l’ergastolo non è più una pena ma diventa una morte bianca , un annientamento della persona a vita. Privo di qualsiasi legittimazione costituzionale l’ergastolo è solo una forma di vendetta sociale contro un essere umano, non più per quello che è o è diventato dopo decenni di detenzione, ma solo per ciò che gli è capitato di commettere molti decenni prima.

La vendetta fa diventare l’ergastolano un corpo privato dell’anima, un corpo che ogni giorno lotta per la sua sopravvivenza, ma consapevole di non poter godere del diritto di avere diritti e senza diritti, per l’ergastolano, la migliore amica sarà la morte, l’unica certezza e l’unico diritto che gli rimane, in un modo muto, sordo e cieco  su quella che è la sua condizione. Ora che l’ergastolano ha perso anche l’ultima perversa illusione che è anche una perenne e perversa bugia di poter dare qualcosa di diverso ai propri affetti, durante il giorno non pensa di morire ma durante la notte, mentre tutti dormono, pensa a quale sia la forma meno dolorosa e meno clamorosa per andarsene in silenzio e senza farsene accorgere. Con l’ergastolo ostativo nulla è cambiato dal medioevo ad oggi. E’ scomparso solo il patibolo. E’ cambiato soltanto che con l’ergastolo ostativo le esecuzioni avvengono in maniera lenta e silenziosa nel mondo dei dimenticati. L’ergastolo ostativo è peggiore della pena di morte perché proietta l’individuo nella dimensione di un non luogo in cui ogni misura del tempo appare dissolta e ogni senso del reale definitivamente perduto.

Dal carcere di Spoleto: l’inasprimento del regime di 41bis


Il pacchetto sicurezza, approvato recentemente dal governo Berlusconi, prevede, fra le altre misure, l’inasprimento del regime 41bis.

La spietatezza di questo inasprimento non risiede, come si può pensare, nella esigenza di maggiore sicurezza ma nella cattiva coscienza degli intransigenti dell’ultima ora impegnati a misurarsi in fughe in avanti ostentando una innocente e sdegnata intolleranza e murando vivi i mafiosi, i soli colpevoli da offrire alla bulimia dell’opinione pubblica.

A nessuno come a questi signori si adattano le parole di Kalhil Gibran a proposito del delitto e del castigo. Lo Stato ha dimenticato di essere pianta e ha risposto con furore vendicativo alla stagione di follia mafiosa, scivolando nella deriva di una crudeltà gratuita e abdicando a un ruolo equilibratamente severo. Con questo spirito Esso  ha istituito, e ancor di più ne chiede l’inasprimento, il 41bis, misura disumana che contraddice tutti gli standard solennemente proclamati dalla Costituzione italiana e dalla Dichiarazione internazionale sui diritti dell’uomo, e incongruente sul piano logico. Se infatti in regime di 41bis il detenuto ha continuato a mantenere rapporti con la criminalità organizzata, che senso ha il mantenimento di un regime che ha fallito? E se invece il regime non ha fallito e ha interrotto i collegamenti, che senso ha inasprirlo? In verità esso è solo la testimonianza del fallimento dello Stato incapace di controllare le maglie della detenzione ordinaria e di garantire assieme alla sicurezza la tutela della dignità dell’individuo e l’impedimento di inutili angherie.

Ai disinvolti liquidatori delle vite altrui raccomandiamo questa lettura terribile ma istruttiva della lettera di un detenuto in regime di 41bis: “Dopo i primi quindici minuti consentiti il bambino mi fu sottratto e affidato alla madre. Egli mi sorrise da dietro il vetro divisorio e tese le braccia verso di me , incontrò il vetro e batté le mani contro di esso credendo in un gioco, sorrise ancora e ancora batté le mani, poi il sorriso si tramutò in un singulto, le mani continuarono a battere e poi a battere sempre più freneticamente fino a quando un pianto disperato sgorgò dai suoi occhioni spalancati e sgomenti”.

Questa lettera merita di essere iscritta nel cippo che un giorno verrà eretto alla memoria del 41bis, come dell’ergastolo, altro prodotto della stupidità umana.

L’ergastolo è la condanna a una finzione di vita che parla solo a stessa, monca, innaturale, senza connessioni col resto del mondo, è il destino degli uomini che hanno nello sguardo una rassegnata disperazione e fanno della finzione una realtà vissuta tenacemente progettando i loro sogni, coltivando le loro speranze, sbirciando fuori dalla loro emarginazione e aspettando un segnale di interesse per la loro sorte, di percepire che a qualcuno importi della loro vita, che qualcuno li consideri e per ciò stesso, perché sono considerati, esistono. Ed esistono e impongono la loro esistenza rivendicando il diritto alle loro intelligenze urticanti e provocatorie contro la beceraggine di quanti vogliono seppellire i loro sogni revocando indubbio l’autenticità del loro sentire e infliggendo loro, assieme ad un futuro negato, l’astio perché osano.

Non susciti scandalo l’accostamento alla condizione dell’ergastolano a quella vissuta per diciassette anni dall’innocente Emanuela Englaro. Veltroni ha descritto “il corpo di quella ragazza che il dolore, l’assenza di relazione vitale. Che un tempo trascorso senza la gioia di sentire il rumore dei propri passi e di quelli degli altri, avrà reso irriconoscibile”.

Ebbene gli ergastolani sono ciascuno una storia di sofferenza che, dopo decenni, ricordano appena le proprie origini, sono solo gli avanzi dolenti e confusi dell’antico contesto, ossessionati piuttosto che confortati dal rumore dei propri passi, anch’essi privi di relazioni vitali, anch’essi ormai irriconoscibili e costretti a vivere una vendetta inutile.

“Cercare l’originalità della vendetta è un’impresa vana nella misura in cui tutti i personaggi sono presi in una spirale di vendetta, possiamo dire che è maturata una tragedia senza inizio e senza fine” (La nausea della vendetta di Renè Girard).

L’ergastolo, come la vendetta, è una tragedia senza fine in cui l’agostiniano tempo è assente nell’anima di uomini senza più passato, presente e futuro, in cui si dimentica che vittima e carnefice sono i fili intrecciati di un’unica fune, che “insieme sono intessuti il filo bianco e il filo nero e, se il filo nero, si spezza, il tessitore dovrà esaminare la tela da cima a fondo e provare di nuovo il suo telaio” (Kahlil Gibran).

di Nino Mandalà

Dal carcere di Spoleto: Carmelo Musumeci scrive a Roberto Gervaso, che gli risponde, sulla barzelletta di Berlusconi sugli ergastolani


Ho ricevuto questa lettera da Carmelo Musumeci che ho copiato e che pubblico:

Signor Gervaso, il presidente del Consiglio ha raccontato una barzelletta di pessimo gusto su noi ergastolani. Forse non sa, se lo faccia spiegare dai suoi famosi e bravi avvocati che in Italia esistono due tipi di ergastoli. Uno normale, che ti dà la speranza ma non la certezza, un giorno, di poter uscire; un altro, l’ergastolo ostativo, che non te ne dà alcuna se non passi il tuo ergastolo a qualche altro.

Io non so che tipo di ergastolo avesse il Gesù del Cavaliere nella barzelletta che ha raccontato ma le assicuro che se aveva quello ostativo non sarebbe riuscito neanche lui se non avesse fatto come Giuda.

L’ergastolano ostativo, per tornare a essere un uomo libero, può solo donare la propia vita alla morte.

Raccontare barzellette sugli ergastolani è come ridere dei morti perché in Italia con l’ergastolo ostativo non c’è speranza. E non ha scelta. O hai solo quella di togliere la libertà a un altro per avere la tua.

Se siamo uomini non possiamo vivere senza speranza. Solo gli animali ci riescono. La criminalità organizzata non si sconfigge solo col pentitismo; si sconfigge soltanto con l’abolizione dell’ergastolo ostativo.

L’ergastolo è una pena di morte a gocce ed è sbagliato dire che assomigli alla morte, perché è molto peggio. In questo modo continui a vivere, ma smetti di esistere. Ti lascia la vita, ma ti ammazza il futuro per il futuro.

Lo sa cos’è la cosa più brutta nella giornata di un ergastolano? Che domani inizia tutto daccapo, che sarà una giornata come ieri, come sarà domani o dopodomani, come sarà sempre. Un ergastolano ostativo non può fare altro che prepararsi a morire. Il capo del governo farebbe a non raccontare più barzellette sugli ergastolani.

Ed ecco la risposta di Roberto Gervaso sul quotidiano “Il Messaggero”:

Caro Musumeci, lei ha ragione: barzellette sugli ergastolani, come su chi soffre, non se ne raccontano, non se ne devono raccontare. L’uomo colpevole, se la sua colpa è accertata, va condannato, ma rispettato. E’ un uomo come gli altri, e gli uomini, tutti gli uomini, anche i più malvagi, vanno spiritualmente soccorsi. Lo so che la vita è una giungla, ma bisogna fare di tutto per renderla più sopportabile. Anche a chi ha sbagliato.

Io non so perché lei sia finito all’ergastolo, quali reati abbia commesso. Ma questo non m’impedisce di giudicare l’ergastolo ostativo come un errore, un grande errore. Al’uomo si può togliere di tutto, anche la vita, con un colpo di pistola alla nuca o affidandolo alla sedia elettrica o un plotone di esecuzione (delitto esecrato perché la vita è sacra, come, del resto, la morte, ma non quella inflitta dagli uomini). Si può togliere tutto a un uomo, meno la speranza. La speranza gli va lasciata sempre, perché senza speranza è la disperazione. La fine di tutto, la morte in terra. E questo non è giusto, questo non è umano, questo è un’infamia.

E’ difficile capire le cose, le emozioni, le sensazioni, le disperazioni che non si sono provate. E’ difficile, specialmente nel dolore, mettersi nei panni degli altri. In coloro che hanno l’animo straziato, la coscienza che non si rassegna all’ineluttabile.

Ci sono reati odiosi, ci sono reati orribili, che indignano e disgustano la società e ne commettono ogni giorno: chi spaccia droga, che stupra un minorenne, chi commette delitti in serie, ma il riscatto morale non si può negare a nessuno. L’ergastolo normale basta perché, come ho detto, non ti toglie la speranza;      quello ostativo va cancellato dai codici.

Noi non sappiamo perché alcuni di noi siano portati a delinquere, altri a commettere errori veniali. Senza le leggi, il mondo sarebbe in balia dei lupi, degli assassini, de prevaricatori, ma le leggi devono tener conto che l’uomo è fallibile, l’uomo può venir meno ai doveri verso la società, e anche violarli in modo sanguinario. Non chiediamo per lui comprensione, ma offriamogli, con i codici, e anche con un trattamento più equo, uno spiraglio di futuro. Anche se lascerà la vita in carcere perché morirà prima di aver scontato l’ergastolo normale, non togliamogli la fiducia. Lasciamogli assaporare quel ritorno alla vita che forse, non avverrà mai, ma che potrebbe anche avvenire.

Ignoriamo, perché la conoscenza del futuro ci è negata, quello che potrebbe accadere anche a noi, ma ricordiamoci che qualunque cosa potrebbe accaderci. Tutti abbiamo una coscienza, sentimenti e risentimenti e, se tradiamo quella, alla resa dei conti, auguriamoci di trovare chi ci capisce, chi ci dà una mano, senza risparmi sulla pena che meritiamo. Che non deve essere l’ergastolo ostativo.

Niente carcere, seconda settimana: “L’uomo ombra” di Carmelo Musumeci dal carcere di Spoleto


Un’amica mi scrive:

Mi è venuto da riflettere sul verbo “scontare”, infatti si dice “scontare la pena”.

Quindi è già insito nella parola stessa che “scontando una pena” questa diminuisca, infatti più sconti la pena e più la parte restante diminuisce.

Quindi è già insito nella ratio del concetto giuridico di “scontare la pena” che la pena prima o poi si esaurisca proprio in virtù del fatto che con il passare degli anni la pena si sconta.

Allora è assurdo e contraddittorio dire “sconta l’ergastolo ostativo” oppure “sta scontando l’ergastolo ostativo” perché nonostante il passare degli anni, la pena residua non diminuisce.

 È vero!

L’ergastolo ostativo va persino contro la matematica e l’italiano.

La pena perpetua non ti toglie solo la libertà, ti strappa pure il futuro.

Ti  potrebbero togliere tutto ma non la tua intera vita.

Lo Stato si può prendere una parte di futuro,  ma non tutto, se vuole essere migliore di un criminale.

L’ergastolo ostativo è disumano perché l’uomo per vivere e morire ha bisogno della speranza che la sua vita un giorno forse sarà diversa o migliore.

La pena perpetua è un sacrilegio perché anticipa l’inferno sulla terra e la pena eterna senza possibilità di essere modificata è competenza solo di Dio (per chi crede).

L’uomo è l’unico animale che può cambiare,  per questo non potrebbe e non dovrebbe  essere considerato cattivo e colpevole per sempre.

La giustizia potrebbe, anche se non sono d’accordo, ammazzare un criminale quando è ancora cattivo, ma non dovrebbe più tenerlo in carcere quando è diventato buono.

O farlo uscire solo quando baratta la sua libertà con quella di qualcun altro collaborando e usando la giustizia.

Se la pena è solo vendetta, sofferenza e odio,  come può fare bene o guarire?

Voglio ricordare che per chi ha commesso un crimine, il perdono fa più male della vendetta, il perdono lo  costringe a non trovare dentro di sé nessuna giustificazione per quello che ha fatto.

Ecco perché converrebbe combattere il male con il bene, col perdono,  con una pena equa e rieducativa.

La pena dell’ergastolo ostativo ci lascia la vita, ma ci divora la mente, il cuore e l’anima.

Al peggio non c’è fine…La barzelletta sull’ergastolo di Berlusconi


 

Nell’attesa dell’arrivo del Capo dello Stato all’inaugurazione dell’anno giudiziario, Silvio Berlusconi racconta una barzelletta ai presidenti delle Camere e ad alcuni magistrati:Signor Silvio Berlusconi, poche volte ho sentito una barzelletta di così pessimo gusto, forse perchè, per l’appunto, sono un ergastolano.
Forse lei non sa, se lo faccia spiegare dai suoi famosi e bravi avvocati, che in Italia esistono due tipi di ergastolo.
Uno normale, che ti da la speranza, ma non la certezza, un giorno di poter uscire, mentre con l’altro, l’ergastolo ostativo, non hai nessuna speranza se non passi il tuo ergastolo a qualcun’altro.
Io non so che tipo di ergastolo aveva il suo Gesù della barzelletta che ha raccontato, ma le assicuro che se aveva quello ostativo non sarebbe mai uscito se anche lui non avesse fatto come Giuda.
L’ergastolano ostativo per tornare ad essere un uomo libero può solo donare la sua vita alla morte.
Signor Silvio Berlusconi, raccontare barzellette sugli ergastolani è come ridere sui morti, perchè in Italia con l’ergastolo ostativo non c’è speranza.
E non hai scelta!
Hai solo la scelta di togliere la libertà ad un altro per avere la tua.
Signor Silvio Berlusconi, se siamo uomini non possiamo vivere senza speranza, solo gli animali ci riescono.
La criminalità organizzata non si sconfigge solo con il pentitismo, si sconfigge soprattutto con l’abolizione dell’ergastolo ostativo.
L’ergastolo è una pena di morte a gocce ed è sbagliato dire che assomiglia alla pena di morte perchè è molto peggio, in questo modo continui a vivere, ma smetti di esistere: ti lascia la vita, ma ti ammazza il futuro.
Signor Silvio Berlusconi, lo sa che cosa è la cosa più brutta della giornata dell’ergastolano?
Che domani inizia tutto daccapo, che sarà un giornata come ieri, come sarà domani e dopodomani, come sarà per sempre…
Un ergastolano ostativo non può fare altro che prepararsi a morire.

Signor Silvio Berlusconi, è già così dura la nostra vita, se può, non ci prenda per il culo raccontando barzellette sugli ergastolani.

 

Di Carmelo Musumeci (da Carcere di Spoleto)

da www.informacarcere.it

 

 

– Dio è preoccupato per la degenerazione regnante sulla terra,e invia Gesù in missione.
Dopo 33 anni, però, suo figlio ancora non ritorna.
Passa qualche altro decennio e di Gesù nessuna traccia.
Dopo100 anni sente alle porte del paradiso un imprevisto “toc toc”.
Dio apre le porte del Paradiso. “Papà” esclama Gesù.
“Figlio mio, che cosa è successo?
Ti aspettavo 60 anni fa”.
E Lui: “Papà in terra è successo di tutto, non c’è più la pena di morte e mi hanno dato l’ergastolo”.

(Fonte: Corriere della Sera sabato 30 gennaio 2010)