L’orgoglio di un papà


di Franco Bomprezzi

Sta suscitando un certo scalpore la lettera inviata alla Tribuna di Treviso dal papà di una ragazzina con disabilità. “Quando si hanno dei figli mongoli è meglio restarsene a casa” è la frase elegante pronunciata dall’avventore di una pizzeria della città veneta, infastidito dai giochi di un gruppo di bambine all’interno del locale, fra queste, appunto, una ragazzina disabile. «Non importa se quelle parole le ha dette “ sapendo” oppure no – dice il papà della ragazzina, Luca, che ha scritto una lettera al giornale -. A quel punto, ce ne siamo andati dopo aver detto a voce alta che purtroppo ci sono persone infastidite dai bambini – Spero che, con l’acculturarsi progressivo della gente, di questi individui ne rimangano ancora pochi in circolazione. Spero possano riflettere sulle loro miserie e su come migliorarsi, in tempo per dare ai figli dei valori che non li costringano alla paura, alla diffidenza, al deserto. Siamo usciti e, come sempre, ho abbracciato forte la mia figlia più grande. A me – conclude – il suo handicap riempie il cuore».
Ecco, riporto volentieri questa parte della lettera, perché la trovo di una dignità e di una modernità eccezionale. Quasi tutti i commenti si soffermano sulla parte negativa, ossia il becero commento del cliente infastidito, e l’indignazione, come sempre, si esprime con i prevedibili aggettivi: “un essere bestiale”, “ignorante”, “vergogna”, e così via. Pochi si accorgono della parte bellissima di questa storia, ossia il fatto che un papà (e non, come quasi sempre accade, una mamma) evita di imbarcarsi in una discussione sgradevole che potrebbe mortificare sua figlia, esce con dignità dal locale, si rivolge civilmente al giornale della sua città che ospita in modo adeguato la sua storia.

E’ questa forma di orgoglio, che non è generico amore per la figlia, ma è consapevolezza della ricchezza di valori contenuta in quella esistenza, unica, irripetibile, gioiosa. Un orgoglio che va raccontato, diffuso, trasportato ovunque, perché questo è l’unico modo per combattere l’ignoranza e il pregiudizio.

Portare la figlia con disabilità in pizzeria, lasciarla giocare tranquillamente con le amichette, è un segno importante, una testimonianza concreta di come oggi sia possibile allontanarsi definitivamente dalle definizioni offensive e discriminatorie del passato. Il termine “mongoli”, inutile negarlo, sopravvive nelle zone buie della nostra società. L’handicap come stigma, come minorazione da dileggiare, o comunque da allontanare, è duro a morire, e noi “benpensanti” abbiamo bisogno di rassicurarci, di affermare che il mondo è cambiato, che la bontà trionfa.

Non è sempre così. L’indifferenza, il cinismo, l’idea che i disabili e le loro famiglie “pretendono troppo”, sono fattori sempre presenti. Ma proprio per questo va apprezzata la forza di un genitore, e di quegli altri genitori che in ogni angolo d’Italia, ogni giorno, affrontano la vita a testa alta, con orgoglio. Tanto più che ormai da tempo ai genitori si affiancano i figli, e anche nella disabilità intellettiva sono sempre più numerosi coloro che riescono a rappresentare se stessi in modo chiaro e positivo.

Perciò consiglierei a tutti i genitori di ragazzi con disabilità, di andare insieme in pizzeria, a brindare al papà di Treviso.

da www.vita.it

Lettera aperta degli ergastolani al papa Bnedetto XVI


Il Cardinale Sepe ha affermato: “Nessuno uomo è condannato a vita e che tutti devono avere la possibilità di redimersi”.L’Arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, autore di un appello contro l’ergastolo, ha dichiarato: “Toglie la speranza e non rieduca”.
Don Oreste Benzi, Fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII ha sempre appoggiato il superamento dell’ergastolo e qualche giorno prima della sua morte, alle Settimane Sociali del 2007 ha detto: “Adesso inizia lo sciopero della fame a Spoleto, nel supercarcere, per l’abolizione dell’ergastolo. Hanno ragione. Che senso ha dire che le carceri sono uno spazio dove si recupera la persona se è scritta la data di entrata e la data di uscita mai? È una contraddizione in termini. Perché non devono aver il diritto di dare prova che sono cambiati? Non è giusto questo.”
Ora la Comunità Papa Giovanni XXIII, guidata dal successore di Don Oreste Benzi, Giovanni Paolo Ramonda, si unisce a noi in questo appello:
Santo Padre, siamo degli ergastolani, dei condannati a essere colpevoli e prigionieri per sempre, ergastolani con l’ergastolo ostativo ad ogni beneficio. Santo Padre, molti di noi sono in carcere da 20, 30 anni, altri di più, senza mai essere usciti un solo giorno, senza mai un giorno di permesso con la propria famiglia. Molti di noi sono entrati da ragazzi adolescenti e ora sono quarantenni destinati ad invecchiare in carcere, altri erano giovani padri e ora sono nonni con i capelli bianchi.
Santo Padre, noi e la Comunità Papa Giovanni XXIII, Le vogliamo dire che la pena dell’ergastolo è una pena che si sconta senza vita; che avere l’ergastolo è come essere morti, ma sentirsi vivi; che la pena dell’ergastolo è una pena del diavolo perché ti ammazza lasciandoti vivo; che la pena dell’ergastolo tradisce la vita; che subire la condanna dell’ergastolo è come perdere la vita prima ancora di morire; che la pena dell’ergastolo ti mangia l’amore, il cuore, e a volte anche l’anima; che la vita senza promessa di libertà non potrà mai essere una vita.
Santo Padre a cosa serve e a chi serve il carcere a vita? Si diventa non viventi. A che serve vendicarsi in questo modo? Non vediamo giustizia nella pena dell’ergastolo, ma solo una grande ingiustizia perché si reagisce al male con altro male aumentando il male complessivo. Una società giusta non dovrebbe avere né la pena di morte, né la pena dell’ergastolo. Non è giustizia far soffrire e togliere la speranza per sempre per riparare al male che ha fatto una persona. Il male dovrebbe essere sconfitto con il bene e non con altro male. Il riscatto umano non è possibile con una pena che non potrà mai finire. La nostra vita è di una inutilità totale, è aberrazione, sofferenza infinita. L’ergastolo è una pena che rende il nostro presente uguale al passato, un passato che schiaccia il presente e toglie speranza al futuro
Santo Padre, 310 ergastolani tempo fa si sono rivolti al Presidente della Repubblica dicendogli di preferire la morte al carcere a vita.
Nell’anno 2007 un migliaio di ergastolani, sostenuti da 10.000 persone fra amici e parenti, hanno fatto lo sciopero della fame ad oltranza per l’abolizione dell’ergastolo.
Nell’anno 2008 quasi ottocento ergastolani hanno inoltrato un ricorso alla Corte europea per chiedere l’abolizione dell’ergastolo perché in Europa solo in Italia esiste l’ergastolo ostativo.
Sempre nell’anno 2008 un migliaio di ergastolani hanno fatto uno sciopero della fame a staffetta per l’abolizione dell’ergastolo.
Santo Padre, i mass media dicono che l’ergastolo in realtà non esiste, ma allora, se non esiste, perché non lo tolgono?
Vogliamo scontare la nostra pena, ma chiediamo una speranza, una sola, chiediamo un fine pena certo.
Santo Padre ci sentiamo abbandonati da tutti, dagli uomini, dalla Chiesa e a volte persino da Dio, perché non si può essere contro la guerra, contro l’eutanasia, contro l’aborto e non essere contro la pena dell’ergastolo.
Santo Padre, non abbiamo voce: ci dia la Sua per fare sapere che in Italia esiste l’ergastolo ostativo, una pena disumana che non avrà mai termine.
Sicuri di sentire la sua voce, grazie!
Gli ergastolani in lotta per la vita e la Comunità Papa Giovanni XXIII
Dicembre 2009
Per l’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII
Il Responsabile Generale
Giovanni Paolo Ramonda
L’Animatore del Servizio Generale Carcere
Mauro Cavicchioli

da www.caserta24ore.it