Lettera di un maialino disoccupato


di Anonimo

Salve, non mi firmo perché non è importante. Sono un maialino disoccupato.
La mia vita è cambiata in meglio qualche giorno fa. Mi hanno tolto dal grufolare collettivo con quei porci dei miei colleghi. Un tizio mi ha fatto un discorso: “Senti, c’è una pantera in giro. Ci dai una mano ad acchiapparla?”. Mi tremò la cotenna e chiesi: “Devo tramortirla, cafuddandoci un colpo di karate (uà taaa)  o mi date una pistola e ci sparo direttamente nelle gengive?”. Niente di tutto questo – mi rassicurarono – devi solo stare in una gabbietta e aspettare un po’. Sarà lei a trovare te. Bene.
Ora, come si sa, la nostra porca vita è un’attesa infamante: della mannaia del macellaio o di una vecchiezza appassita in un putridume di fango e ghiande. Cosa c’è di meglio per un maialino di un sogno di gloria? Solo nella gabbietta, con la pantera. E se la gabbietta cede, mi sono chiesto col tremito della cotenna? Bè, sempre meglio che finire sulle tavole di cani e porci. Carni suine anonime (CSA) che non passeranno alla memoria, ma resteranno sospese sol per qualche minuto tra il palato e lo stomaco di un orrido gozzovigliare. Dunque accettai, pregando in cuor mio: “Santa Rosalia…” (sono un devoto maialino palermitano).
Il viaggio è stato breve. Mi hanno messo nella gabbietta dentro un bosco, guardato e sorvegliato, manco fossi Buscetta. Dopo tre ore non si era visto nessuno, della pantera nemmeno l’orma. Così per le due sere successive. A un certo punto mi siddiò.  Mi stavo perdendo Spagna-Paraguay e senza motivo. Il quarto giorno la tremenda notizia. Il maialino ha fallito, si sono detti. Proviamo con la carne di bestie morte. Siccome ho il diritto di prelazione, mi hanno chiesto: non è che vuoi fare tu da carne morta? Ho risposto col famoso gesto della zampetta a ombrello. Insomma, sono disoccupato ora. La paga da esca era buona: tre ghiande e la visione registrata di Brasile-Olanda. Sono tornato nel recinto dei miei colleghi che mi sfottono e vi scrivo per protestare e per chiedere (allego curriculum). Ho maturato una certa esperienza di caccia ai fantasmi, mi sembra di essere perciò adatto al ruolo di capo dell’opposizione a Palermo, o di sindaco, tanto è lo stesso, o di politico purchessia. Perché che differenza c’è? E poi la politica è una questione da porci, sì o no?

da http://www.livesicilia.it

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La peste di Palermo


di Roberto Puglisi

I segni dell’evento terribile sono alle porte. Una pantera si aggira tra i boschi, come una divorante premonizione. Le meduse hanno invaso in massa lo scirocco e il mare di Mondello. Il Festino sarò fritto e mangiato come un cibo di poco conto. E non avrà nemmeno la povera dignità delle cotture di strada: cibo masticato, sputacchiato e rimasticato. Apocalisse Palermo. Le trombe già suonano e l’annunciano. Ma andiamo oltre con lo sguardo ironico e atterrito, perché a Palermo infelicissima ogni tragedia reca le stimmate del comico, del paradosso. E osserviamo, sorridendo con dolore, o dolendoci con un sorriso, la munnizza che non è mai sparita dalle strade, la povertà delle gente, la tristezza delle ragazze (Severgnini), lo sbando delle periferie, la decadenza del centro, la dissolvenza di ogni ipotesi di cittadinanza possibile. Forse dovremmo viaggiare più spesso. Partire e tornare, per aprire gli occhi davvero. Per scorgere la profondità delle cicatrici che noi stessi abbiamo inflitto ai nostri luoghi, ai nostri amori, alle nostre speranze. Un grido soccorrerebbe allora il nostro stupore, un gemito come una risacca. Un’esclamazione antica per scongiurare la peste, nemica eterna: Rusulia….

Si sta bene nel santuario di Nostra Signora Rosalia. E non è la fede cristiana soprattutto a condurti qui. I palermitani acchianano perché vogliono confidarsi con qualcuno. La fanciulla sul monte sa ascoltare. A valle, labbra serrate e padiglioni auricolari sigillati dalla ceralacca dell’indifferenza.

Acchiano pure io, ed è già luglio,  in cerca di una doppia frescura, del corpo e dell’anima. Ho smesso di credere in Dio da quando ero ragazzo. Col tempo, l’ateismo è sfumato in una sorta di perplessità piena di trasalimenti: attimi di commozione e preghiera, giornate di cieca rabbia. Acchiano lo stesso perché so che Rusulia è qui, si tratta di una certezza che ogni palermitano succhia col latte della madre. So che non è mai morta, si è appena trasformata. Che potrei riconoscerla in quella ragazza dai capelli corvini e dai jeans sdruciti che mi precede di qualche panca. O in uno schisto brillante della nuda roccia. O in un fiore dai petali bianchi. O nelle parole di una vecchia preghiera che mi sforzo di biascicare.

Intorno, sono sbocciati bigliettini. Richieste , qualche ringraziamento. Si supplica per la guarigione degli occhi, delle braccia, e non per la salvezza del cuore. I pizzini della Santuzza si accarezzano con discrezione. E’ come mettere le dita nell’anima sudata delle persone che affidarono a una tenera bottiglia di carta un fragile messaggio di aiuto. Qui, nella frescura del corpo e dello spirito, Apocalisse Palermo sembra lontana, con il suo caldo, i suoi furori e i suoi orrori. La peste si dilegua, lasciando trasparire fessure di gioia. E’ una notizia. Che ci importa del Festino una volta all’anno? Ogni giorno esiste la possibilità di rinascere nell’unico luogo in cui Palermo ritrova se stessa. Nessun altro ha un miracolo così a portata di passo. Basterebbero pochi minuti alla settimana, protetti nell’intercapedine del santuario di Rusulia, per ritrovare la speranza che a valle è una chimera, o una bestemmia. Da quassù la resurrezione, per vie straordinarie che non so spiegare, appare certa più che probabile. Scendi, prima o poi – meglio poi – col sentimento guizzante della rinascita e dell’appartenenza a qualcosa che merita di essere migliore.

A valle, ci sono le fauci di una pantera metaforica che dovrebbe farci più paura di quella in carne e ossa. Apocalisse Palermo, sì. I segni si vedono nettamente, perfino da quassù. Però si inala il sogno del riscatto che sempre accompagna la bellezza sbocciata dove non te l’aspettavi. Il problema è portarlo laggiù, quando la strada del monte sarà diventata la malinconia un quaggiù che occhieggi di sbieco.
Almeno si può scolpire un intaglio del passaggio e della voce che si ascolta, inaudibile altrove. Io l’ho fatto, perché non credo, con l’ardore dei pazzi. Ho preso un pizzino e l’ho lasciato sulla nuda roccia, accanto a un fiore. Se lo trovate, c’è scritto: “Rusulia, ti amo”

da http://www.livesicilia.it