World music a Palermo: Jazzopolis a villa Pantelleria


Non sarà solo jazz, nel senso più stretto del termine, ma anche ritmi klezmer, flamenco, frevo (lo stile musicale del nord-est brasiliano). Per quattro giorni, dal 15 al 18 luglio, il palco di villa Pantelleria si accende per la prima edizione di Jazzopolis, un festival della musica jazz e delle sue contaminazioni create da artisti di fama mondiale.

La rassegna, prodotta da Darrel Shines (Intersection), con il patrocinio dell’assessorato regionale ai Beni Culturali e Ambientali, è stata preasentata oggi all’Open Jazz Club di Palermo.

In primo piano le presenze del jazz statunitense (Contact, Ari Hoenig, Jason Lindner), fino ad arrivare al funk di Fred Wesley con gli Abraham Inc. e l’Africa di Vieux Farka Touré, originario del Mali, che ha partecipato al coloratissimo concerto di apertura dei mondiali di calcio in Sudafrica.

Imperdibile il jazz contemporaneo dei Contact (Billy Hart, Dave Liebman, Drew Gress, John Abercrombie e Marc Copland), come il duo Gary Smulyan e Riccardo Fassi o gli entrambi reduci dalla premiazione con il Jazz Journalists Association Award 2010, Vijay Iyer (pianista) e Rudresh Mahanthappa (sassofonista). Ed ancora l’estro del batterista americano Ari Hoening (Punk Bop Trio), la vocalist jazz Eve Cornelious con il pianista Chip Crawford e la magia della Bossa Nova col concerto diretto dal Loredana Spata, special guest Eric Miller, il giovane talento trombonista, il duo Mirco Rubegni (tromba) e Tarek Yamani (Pianoforte) un mix di tonalità che svariano dall’arabo all’afrocubano, dal sound brasiliano a quello del flamenco e della musica elettronica. E proprio il flamenco, il canto sefardì e le musiche dei popoli mediterranei saranno al centro del concerto dei Flamenjazz (Alejandra Bertolino Garcia, Romina Denaro, Laura Bonfiglio, Silvio Natoli e Dario Sulis).

Definito da Chick Corea “un universo musicale”, Jason Lindner, pianista che si è imposto sulla diversificata scena musicale newyorkese, suonerà a villa Pantelleria con il suo trio. Di grande richiamo anche l’Orquestra Spokfrevo, una variopinta formazione, 18 elementi, che si configura come una vera e propria band costiruita da giovani di maggior talento della regione brasiliana di Pernambuco.

“E’ una scommessa che intendo vincere – ha detto durante la conferenza stampa Darrell Shines -, sperimentare a Palermo il primo Jazzopolis per poi esportarlo in tutto il mondo. Per la gran parte degli artisti che si esibiranno sarà la prima volta in un palco palermitano o italiano. musicisti e band che nel panorama mondiale stanno lasciando il segno. A questi si aggiungeranno i ‘campioni’ italiani e locali del jazz contemporaneo”.

E il grande jazz siciliano è rappresentato dal trio Danilo rea, Harvie S e Mimmo Cafiero, dal duo Gianni Gebbia e Francesco Cusa, da Vincenzo Palermo e la scuola di samba Fala Brasil, Claudio Giambruno quartet, Naima jazz vocal quartet (Anita Vitale, Alice Sparti, Giorgia Mali e Florinda Piticchio), After Work (Fabrizio Cassarà, Claudio Guarcello, Marco Ferrigno e Fabrizio Pezzino) e l’Open Jazz Orchestra, special guest Giulio Martino.

Ad animare le quattro giornate di musica saranno i workshop. A partire dalle 18,45, ogni giorno, a villa Pantelleria assieme a Mimmo Cafiero, Loredana Spata, Eric Miller, Giulio Martino, Harvie S e gli allievi della Open Jazz School.

I concerti, quattro al giorno, avranno inizio a partire dalle 20,15. Il biglietto giornaliero sarà di 15 euro, 40 euro il full pass (4 giorni), sconto di 10 euro per gli studenti. Gratis per i bambini di età inferiore ai 12 anni. Infoline: 0918431787. Per info: www.jazzopolis.org info@jazzopolis.org

da http://www.livesicilia.it

Dire addio a Leoluca


di Roberto Puglisi

Il “SinnacOllanno” continua a dividere. E’ bastato il racconto di una storia – la favola triste del condannato Joe O’ Dell – per riattizzare la contrapposizione tra amanti e odiatori. Non c’è mediazione che tenga: i giudizi sono draconiani. Ottimo o pessimo, con qualche punta di moderazione. E’ che Palermo non ha mai risolto il rapporto con questo suo padre nobile e ingombrante. E’ rimasta traumatizzata dai cingolati del passaggio orlandiano. Dopo, boccheggiando, la città ha desiderato un sindaco di basso profilo e l’ha votato. Tardi si è accorta della clamorosa svalutazione.  Il prescelto non era nemmeno un sindaco.  L’errore è dipeso proprio dall’antico e ruvido sfregamento emozionale con la figura di Leoluca Orlando detto Luca. Ci siamo svegliati dopo una sbronza colossale di Europa, di antimafia, di sogni e di cultura. Era naturale andare a sbattere.
Il lato tragicomico è nella probabile ripetizione. Ci infrangeremo di nuovo contro qualche parete liscia,  senza prima aver risolto la natura del nostro legame psicologico con l’era orlandiana, col Leoluca padrone della nostra speranza, legittimo spacciatore di svolte e grandezza, fantasma che di tanto in tanto ritorna.

Il finale è evidente. Il “SinnacOllanno” non  ha cambiato Palermo. La sua rivoluzione si è arenata, per un errore capitale che è anche una caratteristica del’uomo: l’egocentrismo. Leoluca Orlando non ha preparato il ricambio, non ha permesso che una buona classe dirigente studiasse per la successione. Ferocemente, ha decapitato ogni possibile delfino. Un re senza erede prepara il suo reame a un futuro grigio. La rivolta orlandiana ha indicato la strada,  non ha saputo percorrerla fino in fondo. Ha meritoriamente ricusato la “natura per forza mafiosa” della capitale che ha amministrato, ha disegnato un avvenire senza padrini. Tuttavia, nonostante i magnifici orizzonti segnati a dito, i conti nel quotidiano, a un certo punto, non sono tornati più. La linea del sogno – specialmente nell’ultima parte del mandato complessivo – si è identificata con una pallida linea di galleggiamento, in un clima di crespuscolo da basso impero. Palermo è stata straziata da una realtà schizofrenica, contesa tra la scenografia di eventi mondiali e le quinte di un mondo putrefatto. Abbiamo capito – era il motto di una rassegnata fatalità -: non è mutazione, è maquillage, è cipria sul volto di un cadavere. Ecco perché non abbiamo creduto più alle promesse che alzavano la posta in proporzione inversa col precipitare di ogni cosa verso il suolo.

Eppure, nel bene o nel male, la stagione di Orlando è stata l’estate, non la primavera, il canto di cicala della nostra dignità. Per la prima volta, i palermitani hanno pensato al miglioramento, alla diversità possibile. Si sono smarriti nel vagheggiamento di una verità capovolta rispetto al passato. E ci sono stati fermenti che hanno corroborato la felicità pazzesca di una salvezza finalmente a portata di mano. La trama di Orlando si è limitata alla visione onirica di una Palermo celeste e irrealizzabile, dicono i suoi detrattori. In essa è annegata.  Non è già un titolo di merito?

Quella stagione, nel bene e nel male, fu migliore di questa, rassegnata, sporca e umiliata. Qualcuno può affermare serenamente il contrario? Migliore – con tutte le sue macroscopiche pecche – nei fatti, non solo nelle promesse. Ma è una stagione finita. Non tornerà, nelle sue forme e nei suoi riti.  Ricercarla, uguale,  con gli stessi protagonisti sarebbe un secondo errore, più deleterio della rielezione di  Cammarata. Se svolta sarà, un giorno, non avrà più il viso e le parole del “SinnacOllanno”.
E la città di Palermo, che odia sempre ciò che un tempo ha amato per inconsolabile e incongrua doglianza, riuscirà mai a farsene una ragione?

da http://www.livesicilia.it

Come eravamo diversi quando ancora c’era Joe


di Roberto Puglisi

Quest’uomo che fu sindaco nostro e della speranza – malinconico o perplesso nello scatto – può essere benedetto o inchiodato con diversi aggettivi, tutti forse legittimi. Ma a distanza di anni, vorrei dirgli grazie per un dono, uno soltanto. Per avere preso per mano e condotto a Palermo il corpo e l’anima di Joseph O’ Dell – condannato a morte e assassinato in Virginia – per averlo trapiantato qui, nel cuore di tutti. E il dono resta, anche se non ne siamo stati degni.
Joseph detto Joe fu ucciso con un’iniezione letale il 23 luglio del 1997, tra un po’ sarà compleanno.  Pochi giorni dopo, per volere di sua moglie, Lori Urs, e ostinazione di Leoluca Orlando, conobbe la pietosa sepoltura di Palermo, una delle città che più l’aveva amato e che più si era battuta contro un’esecuzione non suffragata dalla certezza. Ma c’era molto altro dietro la partecipazione che ci teneva svegli le notti. Gli occhi di quell’uomo avevano attraversato l’oceano e si erano impressi in una zona molle della nostra sensibilità. Vittorio Zucconi di “Repubblica” scriveva articoli che ci portavano Joe, un estraneo,  in casa. Si compì il miracolo della vicinanza con uno talmente lontano.  Lui, Joseph, diventò uno di noi. Colpevole o innocente, non saremmo rimasti indifferenti per la sua sorte. Non avremmo permesso la sua esecuzione senza battere ciglio, senza un grido. E, in quella età mezzana dell’estate, Palermo si vide finalmente cambiata, all’apice del suo rinascimento. Palermo, come una persona unica, sapeva amare e consolare, sapeva allargare le braccia e stringere per confortare, poteva essere un punto di riferimento: da capitale della mafia a roccaforte della dolcezza. Palermo amava e soffriva gratis per un milite ignoto della condanna capitale.

Sono tornato un paio di anni fa sulla tomba di Joe, che mi tenne sveglio per più di una notte, a Santa Maria di Gesù. Una lapide spoglia. Anche le ultime mani che portavano fiori si sono dileguate. Ho tentato di accarezzare la pietra tombale, come si accarezza un viso, per cercare un contatto, per ritrovare il me stesso di allora. Niente, nemmeno una stilla di pietà, neanche un battito. Forse siamo cambiati tutti e con noi è mutata Palermo. Ha smarrito la compassione, per diventare sporca, feroce e raminga. Magari è solo tempo che passa. Ieri la nostra bandiera era Joe ‘O Dell, oggi il nostro simbolo è una pantera che si aggira tra i boschi. Ed è già nobile, perché poi c’è la munnizza. Colpa di chi? Forse pure dell’uomo della foto e dei sogni che non seppe inverare, delle promesse che non riuscì a mantenere. Forse pure nostra, perché scambiammo il sindaco per un Mago di Oz. Intanto, il guaio è fatto. Abbiamo dato il cuore in pasto alla smemoratezza. Ecco perché fissare gli occhi dell’uomo della foto è un gesto che riflette di sponda malinconie assortite. Mette tristezza.
Riposa in pace Palermo. Addio Joe.

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Se l’amore è un negozio chiuso


di Carmelo Caruso

E poi perché dopo trent’anni debba finire, proprio non si capisce. Cosa credevi che io ero per te solo una semplice compagnia? Credevi che a sessantotto anni la vita ricominciasse e che io potessi mettere i jeans a tubo degli anni ‘80? Io ho sessantotto anni diamine! L’amore non ricomincia!
No, tu non puoi andare via, e non lo devi fare! E poi è da trent’anni che ci svegliamo insieme. Già non siamo sposati ma cosa vuol dire?
Avrà – fantastichiamo – rimuginato queste parole da un mese, camminato con la lingua di fuori come un cane affamato nella Palermo calda, nella Palermo della sfiducia al sindaco, nella Palermo di Bellolampo, nella sua Palermo che più non lo ama. Ma fino a stamattina, quando i carabinieri hanno messo la camicia di forza ai suoi flussi di coscienza, spento il suo cellulare, cancellata l’ultima mail che stava inviando a quella donna che lo aveva lasciato come l’ultimo cliente che ha deciso di non entrare più nel suo negozio e andare forse in quello nuovo aperto proprio di fronte al suo, o forse in uno dei tanti centri commerciali giovani e anonimi come l’amore. No, questa volta la merce venduta non si cambia, accettalo!
Quante volte hai detto che il cliente ha sempre ragione ed hai chinato la testa! Ma l’amore non è una merce e trent’anni non sempre bastano a fare di un rapporto un sodalizio, una preferenza, un contratto. La legge ti arresta perché non si pedina una donna, non si mandano cento messaggi al giorno come la pubblicità che avevi pensato “più martellante, più funziona”. E allora sembra quasi uno dei tanti randagi che vengono arrestati e portati in un canile questo commerciante denunciato per stalking, questo uomo che non accetta che l’amore sia il primo contratto precario della storia, quello che si rinnova di giorno in giorno senza notai e uffici ma in cucina e con le forchette. Però la parola “stalking” vuol dire tutto e niente, e confina in un’isola la molestia così vicina, così evidente da essere più che materia di Astrea (dea della giustizia) materia di nemesi, quindi vendetta.
Cos’era rimasto di quella lingua segreta che è la narrativa di ogni coppia, se non il rancore di chi voleva recitare il monologo, messaggi di castigo per quella donna andata via per imparare un’altra lingua?
E’ giusto che quest’uomo venga fermato, perché le molestie ad una donna sono catene e rischiano di diventare coltelli, perché una donna è sempre “ quella cosa leggera e vagante”, non ha che le unghie per difendersi contro i pugni dei bruti, non ha che unghie lucide ma da cuccioli.
Forse avresti potuto vestirla di bianco, fare per lei ogni giorno “un festino”, forse sarebbe bastato uno di quei cento messaggi caricati a salve, come le pistole giocattolo che sparano una margherita. Chi lo sa poteva bastare uno scontrino che una volta tanto era un saldo per una cliente e un debito per te: l’amore è sempre un debito, ma questo non te lo dice il commercialista.
Questa volta non è colpa dell’arbitro, hai sbagliato l’ultimo passaggio. E trent’anni a volte non bastano ad imparare che non servono chiavi per aprire le saracinesche del tuo “amato” negozio

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“Others” in mostra a Catania e Palermo


Others (altri) è il titolo con cui si presentano per la prima volta in Italia, a Palermo e a Catania, mostre, progetti, residenze promosse dalle tre più interessanti e nuove Biennali d’arte del Mediterraneo. Le iniziative si terranno giovedì a Palazzo Valle a Catania e venerdì a Palazzo Riso a Palermo. Nel capoluogo etneo domani sera è prevista una performance dell’artista turca NevinAladag che presenterà “Raise the Roof”,che coinvolge 10 siciliane. La musica e la danza come espressioni della propria identità e come interazioni e articolazioni culturali nello spazio urbano sono i temi centrali dell’opera di Nevin Aladag. Nella sua nuova opera, articolata in più parti, questi due temi, già al centro dei suoi interessi artistici, sono collegati in modo nuovo. In Raise the Roof, già presentato a Berlino nel 2007, le danzatrici ballano al ritmo di canzoni non udibili dallo spettatore. Sembra che rovinino la copertura di catrame del cortile con i loro tacchi a spillo; il suono di questi pesanti passi di danza, amplificato elettronicamente, crea una nuova frenetica esperienza uditiva, che, a sua volta, crea un legame tra i movimenti isolati delle danzatrici. Ciascuna delle quattro protagoniste indossa una T-shirt che reca il titolo e la durata di una canzone che solo lei può sentire attraverso un auricolare; ciascuna danzatrice balla al ritmo della propria canzone su una immaginaria pista da ballo.

A Catania, la Fondazione Puglisi Cosentino ospiterà,della Biennale di Atene, opere di 18 artisti selezionati da “XYZ” (Xenia Kalpaktsoglou, Poka-Yio ed Augustine Zenakos, co-direttori della Biennale d’Atene). Sempre a Catania, negli spazi diPalazzo Valle, la XI Biennale internazionale di Istanbul presenterà 26 artisti, selezionati da Ana Devic, Natasa Ilic, Sabina Sabolovic e Ivet Curlin (Collettivo Whw – What, How & for Whom). Palermo ospiterà una selezione di video, film, tele, sculture d’architettura e sceniche di 26 artisti selezionati per la III Biennale internazionale d’arte di Marrakech da Abdellah Karrou. Da Palermo andrà in onda una trasmissione radiofonica con la marocchina Radio R22, per raccontare la città. Una sezione della mostra sarà ospitata dalla Galleria d’Arte Moderna. Others, che costruisce il primo organico rapporto di collaborazione culturale tra Palermo, Catania, Istanbul, Marrakech e Atene, organizza anche un programma di scambi artistici. A Catania n egli spazi messi a disposizione dalla Fondazione Brodbeck, lavoreranno Mohamed El Baz (Casablanca), Nazim Hikmet Richard Dikbas (Istanbul) e Vassilis Patmios Karouk (Atene). Riso proporrà invece Sebastiano Mortellaro a Rabat, Domenico Mangano ad Atene e Barbara Gurrieri-Group ad Istanbul, giovani artisti che fanno parte del programma Sportello per l’arte contemporanea in Sicilia.

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Lettera di un maialino disoccupato


di Anonimo

Salve, non mi firmo perché non è importante. Sono un maialino disoccupato.
La mia vita è cambiata in meglio qualche giorno fa. Mi hanno tolto dal grufolare collettivo con quei porci dei miei colleghi. Un tizio mi ha fatto un discorso: “Senti, c’è una pantera in giro. Ci dai una mano ad acchiapparla?”. Mi tremò la cotenna e chiesi: “Devo tramortirla, cafuddandoci un colpo di karate (uà taaa)  o mi date una pistola e ci sparo direttamente nelle gengive?”. Niente di tutto questo – mi rassicurarono – devi solo stare in una gabbietta e aspettare un po’. Sarà lei a trovare te. Bene.
Ora, come si sa, la nostra porca vita è un’attesa infamante: della mannaia del macellaio o di una vecchiezza appassita in un putridume di fango e ghiande. Cosa c’è di meglio per un maialino di un sogno di gloria? Solo nella gabbietta, con la pantera. E se la gabbietta cede, mi sono chiesto col tremito della cotenna? Bè, sempre meglio che finire sulle tavole di cani e porci. Carni suine anonime (CSA) che non passeranno alla memoria, ma resteranno sospese sol per qualche minuto tra il palato e lo stomaco di un orrido gozzovigliare. Dunque accettai, pregando in cuor mio: “Santa Rosalia…” (sono un devoto maialino palermitano).
Il viaggio è stato breve. Mi hanno messo nella gabbietta dentro un bosco, guardato e sorvegliato, manco fossi Buscetta. Dopo tre ore non si era visto nessuno, della pantera nemmeno l’orma. Così per le due sere successive. A un certo punto mi siddiò.  Mi stavo perdendo Spagna-Paraguay e senza motivo. Il quarto giorno la tremenda notizia. Il maialino ha fallito, si sono detti. Proviamo con la carne di bestie morte. Siccome ho il diritto di prelazione, mi hanno chiesto: non è che vuoi fare tu da carne morta? Ho risposto col famoso gesto della zampetta a ombrello. Insomma, sono disoccupato ora. La paga da esca era buona: tre ghiande e la visione registrata di Brasile-Olanda. Sono tornato nel recinto dei miei colleghi che mi sfottono e vi scrivo per protestare e per chiedere (allego curriculum). Ho maturato una certa esperienza di caccia ai fantasmi, mi sembra di essere perciò adatto al ruolo di capo dell’opposizione a Palermo, o di sindaco, tanto è lo stesso, o di politico purchessia. Perché che differenza c’è? E poi la politica è una questione da porci, sì o no?

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No all’abbandono degli animali E la modella si chiude in gabbia


E’ rimasta rinchiusa stamane in una piccola gabbia per alcune ore sotto il sole in piazza a Mondello, la località balneare di Palermo per manifestare contro l’abbandono dei cani in estate. ”Sola e abbandonata – ha affermato la modella Anita Sorano – come migliaia di animali a quattro zampe che ogni estate trovano rifugio negli angusti spazi dei canili”. L’iniziativabattezzata ‘Adotta invece di abbandonare’, è stata sponsorizzata dal gruppocinotecnico Vilardo e curata dalla Mediatica Mnc diMonica Longo. ”Sono migliaia i cani che ogni anno, arrivata l’estate – affermano gli organizzatori – vengono abbandonati da famiglie senza pudore che, prima di andare in vacanza, decidono di disfarsi dell’amico a 4 zampe quasi fosse un rifiuto”. ”Spesso questi cani muoiono di fame o investiti dalle auto. Molti, grazie ai volontari e alle associazioni – aggiungono – trovano rifugio nei canili dove, però, sono costretti a vivere una vita in gabbie troppo piccole e sovraffollate. L’unica loro speranza è l’adozione”. Sorano ha voluto con la sua recita immaginare la sorte di ”quei cani che un tempo avevano un nome ed una famiglia e che oggi sono condannati ad una vita di solitudine e malinconia dietro le sbarre”.

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