Vive da 5 anni a Malpensa come in ‘The Terminal’


E’ bloccata all’aeroporto di Malpensa da cinque anni e, per questioni burocratiche, non riesce a tornare alle isole Mauritius, dove vivono i familiari. A riportare la storia di Cesira Ton, padovana di 71 anni, sono il sito del Corriere del Veneto e il TgUno: la donna non riesce a tornare a casa a causa di ”un visto scaduto” e spiega di aver deciso di rimanere all’aeroporto ”perche’ si sente piu’ vicina a casa”. Alle Mauritius, dove si era trasferita vent’ anni fa con la famiglia dal Veneto, la attendono il marito, anche lui italiano, e due figli di 40 e 45 anni. Cesira vive grazie alla pensione minima. Porta con se’ i suoi bagagli, dorme sulle panchine dello scalo e trascorre le giornate a scrivere poesie e ad aiutare i passeggeri che si perdono a Malpensa. ”L’aeroporto e’ come un tetto per me – ha spiegato Cesira – e mi sembra di avere un piede qui e uno a casa. Non ho fatto nulla di male ma sono condannata come all’ergastolo, a non tornare dalla mia famiglia. Sono molto impegnata, c’e’ tanta gente che non trova la strada – ha concluso – e quello che posso fare per aiutare gli altri lo faccio”. Un regista, come riporta la stampa, si starebbe interessando alla storia di Cesira per girare un film. Una vicenda che ricorda quella raccontata dal film ‘The Terminal’, con l’attore Tom Hanks nei panni di uno straniero trattenuto dalla burocrazia all’aeroporto Jfk di New York.

fonte ANSA

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Il cane non aiuta solo chi non ci vede


di Barbara Pianca

Cani che guidano persone non vedenti, ma anche cani che raccolgono e consegnano oggetti a persone con limitata mobilità, cani che segnalano la provenienza dei rumori alle persone non udenti e perfino cani in grado di individuare cellule tumorali: i migliori amici dell’uomo sono in grado di aiutare le persone con disabilità in molti modi. Ne parliamo con l’addestratore Igor Facco

Conosciamo tutti i cani guida per non vedenti. Si tratta in genere di cani di grossa taglia addestrati per trainare una persona non vedente indicandole la strada e proteggendola dai pericoli che non è in grado di vedere. Conosciamo anche i cani che collaborano con la polizia e la protezione civile e che aiutano per esempio a cercare i corpi dei dispersi. Ma in Italia non sono in tanti a sapere che i cani possono aiutare l’uomo in ancora altri modi. Le loro sviluppate capacità sensoriali, olfattive e uditive, e la loro spiccata inclinazione all’obbedienza li rendono animali particolarmente adatti ad apprendere comportamenti specifici che possono essere utili alle persone con disabilità.

Chiediamo a Igor Facco, addestratore padovano in grado di formare cani per particolari esigenze, di spiegarci nel dettaglio le potenzialità nascoste del migliore amico dell’uomo.
Il cane Dafne si avvicina all'oggetto che le viene indicato...
Il cane Dafne si avvicina all’oggetto che le viene indicato…«I cani sono in grado di apprendere comportamenti utili alle persone con limitata capacità motoria, innanzitutto. Sono in grado cioè di imparare a raccogliere gli oggetti che la persona gli indica, con un comando ad esempio vocale, e di consegnarglieli. I più bravi arrivano addirittura a raccogliere da terra una moneta, una carta di credito o un chiodo, oggetti piccoli e scivolosi piuttosto difficili da afferrare per chi non ha la mano prensile dell’essere umano. Se sono di taglia più grossa possono anche imparare a trainare la carrozzina, fungendo da locomotiva. Anche per gli anziani cani addestrati in questo modo possono essere molto utili».

Che altre capacità possono sviluppare?
«Possono diventare hearing dogs, e cioè cani per persone non udenti, in grado di segnalare i rumori e la provenienza degli stessi. I cani, cioè, possono venire addestrati a riconoscere alcuni suoni specifici, come un campanello, un bambino che piange o la suoneria di un cellulare, ad avvicinarsi alla persona non udente toccandola e, a un suo segnale, ad accompagnarla di fronte alla fonte del suono»....lo raccoglie da terra...
…lo raccoglie da terra…

Ma come si fa a essere sicuri che il cane sarà sempre obbediente, non creerà mai problemi alla persona con disabilità, non gli disobbedirà e non aggredirà mai lui o terzi?
«Capita qualche volta, pur raramente, di sentire che cani per persone non vedenti abbiano morso qualcuno. Questo perché il cane percepisce la debolezza del proprio padrone, in questo caso non vedente, e assume il ruolo di suo protettore. Se un terzo rappresenta in qualche modo una minaccia nei suoi confronti, è possibile che il cane intervenga per difenderlo. Infatti, mi pare che negli autobus i cani per non vedenti debbano indossare o avere almeno vicino una museruola. Bisogna però anche tenere conto che quelli che hanno questo tipo di incarico devono essere per forza di grossa taglia ed è ovvio che la loro potenza fisica sia più significativa».

... e lo consegna.
… e lo consegna.Nel senso che un cane più piccolo è meno pericoloso?
«Certo. Il cane per non vedenti non può essere piccolo perché la persona che viene trainata deve arrivare al maniglione che è legato alla sua pancia. Ma nel caso di animali che aiutano persone con disabilità motoria o uditiva si dovrebbero preferire taglie più piccole. È una tendenza questa che a dire il vero non c’è in Italia, anzi i pochi che addestrano cani con queste mansioni tendono a scegliere animali grandi. Invece secondo me il cane piccolo, oltre ad avere una minore forza nel caso di eventuale aggressione, è più gestibile dentro casa. È più facile tenerlo in generale, in macchina, in appartamento. Inoltre, è chiaro che l’addestratore gli insegna a non fare le feste saltando addosso al proprietario e lo istruisce in modo che non lo faccia inciampare. Un cane di piccola taglia si può anche tenere sulle gambe, per esempio».

Ci sono altre capacità del cane che possono venire sviluppate tramite un addestramento specifico?
«Possono imparare a lavorare utilizzando il loro olfatto, come già si fa ad esempio per cercare la droga. In particolare, vorrei segnalare una capacità che ha dello straordinario e che infatti non viene generalmente presa molto sul serio. In realtà si tratta di una scoperta che risale ormai a venti, venticinque anni fa quando, osservando dei cani utilizzati nel reparto di oncologia di un ospedale per la pet therapy, ci si è accorti che gli animali riuscivano a individuare e segnalare la presenza di particelle tumorali nei corpi dei malati. In Inghilterra e negli Stati Uniti questa loro capacità viene presa molto sul serio e regolarmente sfruttata, mentre da noi non ancora».

Come si fa ad addestrare un cane?
«Di solito si usa il metodo delle tre fasi, stimolo – risposta – premio. Si chiede al cane di eseguire un comando e quando si ottiene il comportamento desiderato lo si premia con il gioco, con delle carezze o con del cibo».

Per il cane quindi la fase dell’addestramento non è dolorosa?
«No, ovviamente non si usa nessun mezzo coercitivo, tanto più nel preparare cani che devono poi aiutare persone con disabilità. Bisogna lasciarli liberi di gestire le situazioni e non ci riuscirebbero se si sentissero repressi e spaventati. E poi, per come lavoro io e soprattutto per come ho imparato dal mio insegnante, il tecnico cinofilo Massimo Ricatti che si è formato nella sede londinese della Hearing Dogs, l’aspetto fondamentale dell’addestramento è il tipo di rapporto che si riesce ad instaurare con il cane. Un rapporto è fatto di molte cose, del prendersi cura di lui, conquistare la sua fiducia, accarezzarlo in un certo modo, parlargli in un certo modo. Comprende anche l’imparare a fidarsi di lui. Per esempio, ai cani che riconoscono le particelle tumorali si lascia agire soprattutto affidandosi al loro intuito».

Tutti i cani possono venire addestrati?Igor Facco durante una dimostrazione
Igor Facco durante una dimostrazione
«Molti sono fissati con le razze ed è vero che ce ne sono alcune che si prestano particolarmente. Ma secondo me si può lavorare con tutti i tipi di cane, anche meticci. Si potrebbero recuperare anche quelli del canile, certo, previo test selettivo, e sarebbe un bellissimo modo di reintegrare animali destinati a vivere nelle gabbie e senza un padrone. La cosa fondamentale, ripeto, è il tipo di rapporto che si riesce a instaurare con il singolo animale».

Allo stesso modo, quindi, sarà importante anche il rapporto che si instaura tra il cane e la persona con disabilità con cui dovrà lavorare. Come si fa ad addestrare un animale senza che conosca la persona che dovrà poi aiutare?
«Giusta osservazione. Infatti, io e Massimo Ricatti, il mio insegnante, l’anno scorso abbiamo fondato U-dog, un’associazione di volontariato che ha lo scopo di addestrare cani di utilità sociale su misura. Cerchiamo di far sì che la persona cui il cane è destinato e il cane stesso possano, diciamo così, andare d’accordo e stare bene insieme. Per cui prima facciamo un’analisi preliminare di entrambi e poi procediamo lavorando sulle esigenze specifiche della persona, addestrando il cane a fare esattamente quello di cui lei ha bisogno e insegnandogli a muoversi all’interno dello specifico spazio abitativo».

In cosa consiste l’analisi preliminare della persona?
«Dobbiamo capire se è una persona a cui un animale può venire affidato, sia in termini di sensibilità, assicurandoci quindi che il cane verrà trattato amorevolmente, sia in termini pratici. Per una persona con disabilità il cane non deve essere un problema in più da gestire. Occorre trovare delle soluzioni in modo che possa dargli da mangiare e anche per l’espletamento dei bisogni occorre pensare a come si può fare nel caso specifico. Ai cani di piccola taglia destinati a vivere in appartamento, ad esempio, possiamo insegnare a utilizzare la sabbietta come i gatti. Per questo occorre supervisionare la casa e ascoltare bene le richieste specifiche della persona».

La relazione che la persona instaura con il cane che le viene affidato sarà una relazione di tipo affettivo e, come ogni relazione affettiva, avrà degli effetti curativi. Le basi della cosiddetta pet therapy si applicano anche in questo caso?
La donna che ha segnalato un miglioramento della propria vita sociale insieme al suo cane
La donna che ha segnalato un miglioramento della propria vita sociale insieme al suo cane«Certamente. Instaurare un rapporto affettivo con un animale porta sempre dei benefici e in generale diminuisce il senso di solitudine, ad esempio di chi vive da solo. Massimo Ricatti lavora all’interno di progetti di pet terapy nelle carceri, con gli anziani, con pazienti psichiatrici e perfino con i bambini nelle scuole per lavorare sull’autostima e intervenire in dinamiche di bullismo. Inoltre, ci tengo a dire che il cane aiuta anche nei rapporti sociali. Mi spiego. Come associazione, ad esempio, abbiamo addestrato un cane per una persona con difficoltà motorie che cammina con l’aiuto delle stampelle. In questo caso ci siamo limitati, come richiesto, a insegnare l’obbedienza ad alcuni comandi. Ma la persona in questione ci ha detto che la presenza dell’animale l’ha aiutata anche nell’incontro con gli altri. Il cane infatti avvicina le persone, anche quelle che di fronte alla disabilità provano diffidenza».

Quanto costa avere un cane addestrato nei modi di cui abbiamo parlato finora?
«Ci può essere il costo in sé dell’animale se è di razza e in più il costo del lavoro dell’addestratore. Ma i cani di utilità sociale, per persone non udenti, non vedenti e con disabilità motoria non devono costare nulla. Occorre trovare degli sponsor, e infatti la nostra associazione si sta muovendo in questo senso. In realtà, al momento ci è difficile non solo trovare sponsor, ma anche persone con disabilità interessate alle nostre proposte».

Perché?
«Credo sia una questione culturale. U-dog non si propone di addestrare solo cani per non vedenti, ma anche cani per non udenti, i cosiddetti hearing dogs, e per persone con disabilità motoria, i cosiddetti cani protesi. Ci piacerebbe anche addestrare i cani sentinella, quelli capaci di scoprire le particelle tumorali. Si tratta di attività che non siamo abituati qui in Italia a vedere svolte dai cani e le stesse persone con disabilità non ci pensano o non si fidano. Al momento la nostra associazione ha addestrato alcuni cani per scopi dimostrativi, per cui chi fosse interessato può chiamarci e possiamo mostrargli concretamente quello che siamo in grado di fare. Ad esempio, possiamo mostrargli quello che ha imparato a fare Dafne, il cane che aiuta una ragazza con osteogenesi imperfetta appoggiandole in grembo gli oggetti che lei le indica».

Per ulteriori informazioni:
U-dog (Igor Facco), Via Mincio, 35136 Padova, tel. 339 5754872, igor@u-dog.org

da http://www.superando.it

Carcere: due suicidi in due settimane non meritano una riflessione?


  di Elton Kalica

 Vivere in galera mi ha insegnato che un ruolo importante nei suicidi ce l’ha anche il modo in cui il carcere si occupa della salute dei detenuti.

La domenica mattina per molti detenuti significa indossare la camicia più pulita è andare a messa. Stamani però, nella Casa di Reclusione di Padova, un agente ha interrotto la messa per avvisare il cappellano che un detenuto si era appena tolto la vita.

La notizia ha cominciato a fare il giro del carcere. Il detenuto suicida si chiamava Giuseppe Sorrentino ed era un isolato. Il suo nome è noto solo a pochi detenuti e il fatto che era isolato ha lasciato una scia invisibile di sospetto per molte ore. Solo due settimane fa si è suicidato un altro isolato. Era stato messo tra i protetti perché sospettato di violenza sessuale – quella categoria di persone che molti politici dicono di voler castrare e che noi detenuti, purtroppo, diciamo di voler bastonare – e si era tolto la vita, mentre il carcere continuava la sua, di vita, nel quotidiano silenzio di chi preferisce soffrire in pace.

Tuttavia, solo qualche ora dopo tutti hanno cominciato a capire chi era Giuseppe. O meglio si sono ricordati delle sue urla, che uscivano con rabbia dalla finestra della sua cella avvolgendo tutto il carcere e provocando spesso fastidio e insofferenza. Soprattutto perché a volte si scatenava durante la notte; i suoi erano lamenti e accuse rivolti a tutto e a tutti: un malessere che si esprimeva in uno stretto dialetto napoletano, che spesso non suscitava né pietà né curiosità, ma solo disprezzo e insulti.

Nessuno sa cos’aveva fatto Giuseppe per finire in carcere, ma si sa che era stato messo in isolamento forse perché l’aveva voluto lui, o forse, dicono in parecchi, perché la collera di chi aveva perso il sonno per le sue urla poteva metterlo in pericolo. Una procedura standard che il carcere attua per proteggere le persone, solo che, evidentemente, su lui incombeva un altro pericolo, proveniente dall’interno della sua mente e che ha avuto la meglio sulle misure di sicurezza.

Probabilmente ora ci saranno degli accertamenti amministrativi per capire se ci sono state responsabilità o negligenze individuali da parte del personale di turno, ed è ovvio che non si potranno imputare a chi si occupa della sicurezza colpe che hanno origine da problemi sanitari. In carcere il tasso dei suicidi è molto più alto rispetto a fuori, ma ancora si pensa che i suicidi dimostrino solo mancanza di attenzione da parte di chi deve vigilare, come se quello del controllo fosse l’unico obbligo a cui il carcere deve adempiere.

Il carcere di Padova è considerato un carcere “buono” perché ci sono delle cooperative che impegnano in attività lavorative quasi un centinaio di detenuti, e c’è un’offerta didattica e culturale che ne coinvolge altrettanti. Nonostante questo però, si sono suicidate due persone in due settimane. Ciò significa che anche nelle “migliori” carceri italiane esiste un mare di problemi pesantissimi, e individuarli solo nella mancanza di controllo, o nella mancanza di attività, non è sufficiente.

Vivere qui dentro mi ha insegnato che un ruolo importante nei suicidi lo ha ad esempio anche la qualità del servizio sanitario. Dieci anni fa è stata fatta una legge che prevedeva il passaggio di competenza di questo servizio dal Ministero della Giustizia a quello della Salute. L’obiettivo era quello di offrire anche a noi detenuti lo stesso servizio che ricevono i cittadini liberi. Ma in questi anni ho visto tanti tagli ai finanziamenti per la salute, e così si sono prolungati i tempi d’attesa per le visite specialistiche e si è ridotto il numero di medicinali a disposizione dell’infermeria del carcere. Mentre il numero dei detenuti continua a crescere a dismisura. Mi domando allora: quanti altri detenuti devono suicidarsi perché chi si occupa di sanità penitenziaria capisca che ci vuole finalmente un servizio serio, affinché ci sia una vera presa in carico della persona malata?

Stamani, nel carcere di Padova si è consumata un’altra tragedia, che domani sarà solo un numero da aggiungere alla statistica delle morti in carcere. Stamani ho avuto anche la percezione che qualcuno tirasse, forse inconsciamente, un sospiro di sollievo ricordando le urla notturne di Giuseppe, come se al continuo bisogno di silenzio che abbiamo noi detenuti per mantenere l’equilibro mentale o che hanno gli agenti per svolgere il loro lavoro in serenità, non si possa rinunciare nemmeno di fronte alla morte di un altro essere umano. È un sentimento comprensibile, ma abbiamo tutti così tanti problemi, e tanti bisogni, che mi spaventa l’idea che qualcuna di queste nostre miserie possa prevalere sulla morte. E quindi, se questa domenica pomeriggio ho voluto scrivere di Giuseppe Sorrentino è perché spero che la galera, e tutti quelli che ci vivono o ci lavorano, non siano mai più costretti a misurarsi con simili casi di gravi patologie mentali, che trovano oggi l’unica cura nell’isolamento di una cella, oppure nella morte di una domenica mattina.

da www.ristretti.it

Carcere, si continua a morire…avanti il prossimo…e siamo a 13


Nella tragedia dell’ennesimo suicidio in carcere (il tredicesimo dell’anno, il secondo a Padova), mi dà una certa fiducia il fatto che mi abbiate segnalato la notizia in moltissimi. Si vede che che siamo tanti, a credere che la democrazia e lo stato di diritto passino anche -e soprattutto- da come si vive -o come si muore- nelle carceri.

  1. Pierpaolo Ciullo, 39 anni – 2 gennaio – carcere di Altamura (BA), asfissia con gas;
  2. Celeste Frau, 62 anni – 4 gennaio – carcere Buoncammino di Cagliari, impiccagione;
  3. Antonio Tammaro, 28 anni – 7 gennaio – carcere di Sulmona (AQ), impiccagione;
  4. Giacomo Attolini, 49 anni – 8 gennaio – carcere di Verona, impiccagione;
  5. Abellativ Sirage Eddine, 27 anni – 14 gennaio – carcere di Massa, impiccagione;
  6. Mohamed El Aboubj, 25 anni – 16 gennaio – carcere S. Vittore di Milano, asfissia con gas;
  7. Ivano Volpi, 29 anni – 20 gennaio – carcere di Spoleto, impiccagione;
  8. Cittadino tunisino, 27 anni – 22 febbraio – carcere di Brescia, impiccagione;
  9. Vincenzo Balsamo, 40 anni – 23 febbraio – carcere di Fermo, impiccagione;
  10. Walid Aloui, 27 anni – 23 febbraio – carcere di Padova, impiccagione;
  11. Rocco Nania, 42 anni – 24 febbraio – carcere di Vibo Valentia, impiccagione;
  12. Roberto Giuliani, 47 anni – 25 febbraio – carcere di Rebibbia (Roma), impiccagione;
  13. Giuseppe Sorrentino, 35 anni – 7 marzo – carcere di Padova, impiccagione.

da www.metilparaben.it

13esimo suicidio in carcere: detenuto si suicida a Padova


Il legale della vittima: “E’ una morte annunciata, stava male da tempo ma il direttore sanitario non ci credeva, ci disse: ‘Finge'”

 

Un detenuto di 35 anni, Giuseppe Sorrentino, si è ucciso questa mattina nel carcere di Padova. L’uomo, che era in cella da solo, nella sezione ‘protetti’, si è impiccato alle sbarre della finestra del bagno, mentre gli altri detenuti erano fuori per l’ora d’aria. Sono stati proprio i compagni, dal cortile, ad accorgersi di ciò che stava accadendo e a dare l’allarme, ma quando gli agenti sono entrati in cella per soccorrerlo Sorrentino era già morto. E’ il tredicesimo suicidio dall’inizio di quest’anno nel carcere veneto. Il legale della vittima: “Depresso da tempo, è stata una morte annunciata: non doveva rimanere là dentro”.

Di origini campane, era in carcere già da diversi anni e la detenzione lo aveva duramente provato: infatti manifestava da tempo segni di profondo disagio ed era reduce da un lungo sciopero della fame che lo aveva debilitato. Ricoverato più volte in ospedale e nel Centro Clinico Penitenziario, ogni volta al ritorno in carcere riprendeva la sua protesta, lamentando in particolar modo una scarsa attenzione alle sue problematiche da parte degli operatori penitenziari.

Secondo l’avvocato di Sorrentino, Bianca De Concilio, quella del suo assistito “è una morte annunciata, era malato da tempo, soffriva di una grave forma di depressione che lo aveva portato a estraniarsi sempre di più dalla realtà che lo circondava. A nulla sono valsi i nostri sforzi per tirarlo fuori dal carcere, un luogo dove un malato grave com’era lui non doveva stare”. Il legale ricorda le numerose istanze di sospensione della pena, “avevamo anche chiesto il ricovero in ospedale, il trasferimento a un carcere più vicino alla famiglia, nel salernitano, ma nessuno ci ha ascoltato. Anzi, un mese e mezzo fa il direttore sanitario del carcere di Padova in una relazione su Sorrentino scrisse ‘il detenuto non e’ malato, finge’. Oggi il suicidio”.

Il suicidio di Sorrentino è il secondo in meno di due settimane nella Casa di Reclusione di Padova, dove il 23 febbraio scorso, nella stessa Sezione, si tolse la vita Walid Alloui, 28 anni. Dall’inizio dell’anno salgono così a 13 a Padova i detenuti suicidi e a 31 il totale dei morti “di carcere” (che comprendono i decessi per malattia e per cause da accertare). I dati sono dell’Osservatorio permanente sulle morti in carcere, del quale fanno parte i Radicali Italiani, e le Associaziono ‘Il Detenuto Ignoto’,’Antigone’, ‘A Buon Diritto’, ‘Radiocarcere’, ‘Ristretti Orizzonti

‘.

Giustizia: 2 detenuti suicidi in un solo giorno, 10 da inizio anno


  Sono già 10 i detenuti che si sono suicidati in cella dall’inizio del 2010: ieri, in un solo giorno, due detenuti, uno a Fermo e uno a Padova, si sono tolti la vita.

Il giorno prima, un’altra morte nel carcere di Brescia. Il triste bilancio è reso noto dall’Osservatorio permanente sulle morti in carcere. La cronaca dei fatti parla da sola: il 22 febbraio 2010, alle 15.30 nel carcere di Brescia si suicida un detenuto tunisino di 26 anni, il 23 febbraio 2010, alle 17 nel carcere di Fermo si suicida Vincenzo Balsamo, di 40 anni, e poco dopo alle 23.45 nel carcere di Padova si suicida Walid Aloui, 28 anni.

Le altre sette vittime del carcere del 2010 sono: Volpi Ivano, 29 anni, il 19 gennaio a Spoleto, Mohamed El Abbouby, 25 anni, il 15 gennaio a San Vittore, Abellativ Eddine, 27 anni, il 13 gennaio a Massa Carrara, Attolini Giacomo, 49 anni, il 7 gennaio a Verona, Tammaro Antonio, 28 anni il 7 gennaio a Sulmona, Frau Celeste, 62 anni, il 5 gennaio a Cagliari, Ciullo Pierpaolo, 39 anni, il 2 gennaio ad Altamura.

Nel carcere di Padova ieri sera si è suicidato Walid Aloui, tunisino di 28 anni. L’uomo era nel carcere di Padova da circa un mese, trasferito dal carcere di Trento. Era nella sezione “protetti”, accusato di violenza sessuale nei confronti di una ragazza di Trento, fatto che sarebbe avvenuto nel novembre 2008.

I “protetti” – spiega l’osservatorio – non possono avere contatti con il resto dei reclusi, perché il tipo di reato di cui sono accusati è ritenuto inaccettabile per il “codice etico” dei detenuti, quindi vivono la detenzione in condizioni di ulteriore emarginazione, senza poter accedere alle attività trattamentali quali scuola, lavoro, sport. Walid stava, insieme a due compagni, in una cella di 3 metri per 2, più un piccolo bagno annesso.

Uno spazio al di sotto dello standard minimo di vivibilità previsto, che è di 3,5 mq a persona, sottolinea l’Osservatorio, ricordando che per situazioni analoghe lo Stato Italiano è già stato condannato dalla Corte Europea dei Diritti dell’uomo di Strasburgo, che ravvisa gli estremi del “trattamento inumano e degradante” quando un detenuto non ha a disposizione almeno 3,5 metri quadri di spazio.

Nella carcere di Fermo ieri pomeriggio si è ucciso Vincenzo Balsamo, di 40 anni. L’uomo è stato trovato impiccato nel bagno dai compagni di cella, che hanno immediatamente lanciato l’allarme. Nonostante il pronto intervento della polizia penitenziaria e dei sanitari delle Croce Verde, per Balsamo non c’è stato nulla da fare: il suo cuore, che aveva cessato di battere da diversi minuti, non si è più ripreso. Sulla vicenda ha aperto un fascicolo la Procura della Repubblica di Fermo.

Al momento l’ipotesi più accreditata è quella del gesto estremo, anche se la vittima non aveva dato alcun segno di voler tentare il suicidio. L’uomo fino a poco prima della tragedia aveva giocato tranquillamente a carte con gli altri detenuti, poi si era appartato in bagno. I compagni di cella, non vedendolo rientrare, si sono preoccupati e, quando hanno aperto la porta, si sono trovati di fronte alla macabra scena.

Balsamo ieri aveva effettuato il colloquio settimanale con lo psicologo del carcere ed era apparso tranquillo: era anche un consumatore di droga e una settimana fa era scappato dalla Comunità dove era stato provvisoriamente trasferito. Così, con i due suicidi di ieri salgono a 10 i detenuti che si sono tolti la vita da inizio dell’anno.

 Suicida a Fermo, dopo revoca affidamento in prova Vincenzo Balsamo, il detenuto italiano di 40 anni che si è ucciso ieri pomeriggio nel carcere di Fermo, era stato arrestato da pochi giorni, in seguito alla revoca dell’affidamento in prova ad una comunità di accoglienza. Lo si è appreso presso il Dipartimento regionale dell’amministrazione penitenziaria delle Marche.

L’uomo era già stato arrestato altre volte in passato, sempre per reati legati allo spaccio di stupefacenti, ed aveva trascorso periodi di detenzione nello stesso carcere fermano e in quello di Ascoli Piceno. Si è impiccato nella propria cella utilizzando la cordicella dei pantaloni della tuta. Inutili i soccorsi dei sanitari del carcere e quando un equipaggio del 118 è giunto sul posto Vincenzo Balsamo era già morto. L’ufficio regionale del Dap ha avviato un’indagine amministrativa, parallela all’inchiesta aperta dalla procura della Repubblica di Fermo.

 Antigone: detenuto suicida a Fermo ci aveva chiesto aiuto Vincenzo Balsamo, il detenuto che si è suicidato ieri pomeriggio nel carcere di Fermo, aveva scritto, con alcuni compagni di cella, una lettera ad Antigone per fare ricorso, tramite l’associazione, alla Corte europea per i diritti dell’uomo contro il sovraffollamento in quel penitenziario. A renderlo noto è Stefano Anastasia, difensore civico di Antigone, l’associazione che si batte per i diritti nelle carceri.

“Nella lettera – riferisce Anastasia – Balsamo raccontava di una situazione pesante nel carcere di Fermo e di uno spazio a disposizione ben inferiore al minimo vitale, che la corte europea ha fissato in 3 metri quadrati, sotto ai quali si parla di trattamento inumano. “Come associazione – aggiunge Anastasia – abbiamo risposto a Balsamo e ai suoi compagni chiedendo maggiori dettagli per poi inoltrare il ricorso alla corte, ma lui non ha fatto in tempo a risponderci: ieri si è suicidato”. Sono già oltre 1.200 i detenuti per i quali Antigone ha inoltrato ricorsi alla Corte per i diritti dell’uomo contro il trattamento inumano subito nelle carceri italiane a causa del sovraffollamento.

 Detenuto suicida a Padova, la denuncia della Uil “Non c’è troppa voglia di commentare quest’ennesima morte in carcere – dichiara Eugenio Sarno, segretario generale della Uil Penitenziari – abbiamo deciso di surrogare l’amministrazione penitenziaria in tema di comunicazione e trasparenza. Non possiamo non rimettere al capo del Dap, Ionta, ma allo stesso ministro Alfano l’opportunità di ritirare le disposizioni per cui il personale penitenziario non può fornire alcuna notizia autorizzata dallo stesso capo del Dap”. “Padova non è quell’Eden penitenziario di cui sui favoleggia – aggiunge Sarno – ci sono evidenti criticità. Questo suicidio è la più spietata delle denunce sulle vere condizioni della casa di reclusione di Padova, tra l’altro da noi denunciate attraverso una relazione redatta al termine di una mia visita effettuata nel novembre 2008. Purtroppo le personalità che visitano gli istituti lo fanno attraverso percorsi individuati dagli amministratori del carcere. Sarebbe il caso che si visitassero le strutture in tutta la loro estensione e mettendo il naso in tutti gli ambienti”.

E conclude: “Nascondere la polvere sotto il tappeto è operazione inutile, anzi dannosa. Una cosa deve essere chiara: i tanto declamati percorsi trattamentali e risocializzanti di Padova non riguardano l’intera popolazione detenuta e sono possibili solo ed esclusivamente penalizzando il personale che è sottoposto ad incredibili carichi di lavoro ed alla quotidiana contrizione dei diritti soggettivi”.

da www.ristretti.it

CHIOGGIA. Un’intera città dietro le sbarre


Politici, studenti e insegnanti il primo febbraio “occuperanno” il carcere di Padova

 Sarà praticamente un’intera città, rappresentata dai suoi massimi vertici, oltre che dalle più significative rappresentanze della società civile, a trasferirsi lunedì 1 febbraio nel carcere penale di Padova. E non si tratterà (solo) di un gesto di solidarietà, ma di un’occasione per approvare un atto che rappresenta un indirizzo nuovo per l’intera politica del comune.

Quel giorno infatti nella casa di reclusione Due Palazzi di Padova sono attese dal direttore Salvatore Pirruccio due classi quinte del liceo scientifico “Veronese” di Chioggia, guidate dai docenti e dal preside Luigi Zennaro. Ad accompagnare i ragazzi ci sarà anche una delegazione della giunta e del consiglio comunale capitanata dal sindaco Romano Tiozzo, alcuni consiglieri della SST, la società di servizi del comune, i due consiglieri regionali di opposta sponda politica Carlo Alberto Tesserin e Lucio Tiozzo ed esponenti delle cooperative sociali operanti nel territorio cittadino, con in testa la cooperativa sociale Giotto, che in carcere è operativa dall’inizio degli anni Novanta.

 «Con Chioggia i nostri rapporti però sono molto saldi fin dalle origini», spiega Nicola Boscoletto, storico fondatore della Giotto. «Intanto per la provenienza di alcuni soci fondatori della cooperativa e poi perché in questa città la cooperativa svolge una funzione di inserimento lavorativo per persone svantaggiate da oltre un decennio, in particolare nel campo delle disabilità». Il riferimento è soprattutto al progetto Acua, un centro di educazione ambientale comprendente un orto botanico, un acquario con specie del mare Adriatico ma anche tropicali, una serra, un laboratorio ambientale, ma anche un piccolo shop per visitatori e scolaresche. Il tutto organizzato secondo un preciso percorso didattico, in cui i ragazzi delle scuole di ogni ordine e grado possono scoprire i segreti dell’ambiente in cui vivono, ma allo stesso tempo possono anche fare esperienza dell’incontro con persone con disabilità soprattutto psichiche che cercano faticosamente di superare una condizione difficile per reinserirsi nella società. Il Due Palazzi inoltre «oltre ad essere la principale casa di reclusione del nordest e la seconda del nord Italia dopo Opera», spiega Nicola Boscoletto, «è anche di pertinenza a un territorio più vasto della provincia di Padova, che comprende il comune di Chioggia».

 Il programma della giornata prevede alle 9.30 la registrazione, alle 10 la visita ai capannoni interni con le attività lavorative del consorzio Rebus di cui la cooperativa fa parte. Attività che comprendono il montaggio di valige, biciclette, bijoux, la legatoria, il call center, la cucina con servizio catering e la pluripremiata pasticceria ormai conosciuta non solo in Italia ma anche all’estero per i suoi prodotti di alta qualità artigianale. Dalle 11 a mezzogiorno si aprirà un dialogo tra studenti e detenuti. A tema, inevitabilmente, la giustizia. Con l’attenzione però a saltare, spiega Boscoletto, «dalla cronaca spicciola al senso profondo della giustizia, quello per cui si sconta una pena non solo come pagamento di un debito alla società, ma anche come occasione di cambiamento personale e quindi di effettivo reinserimento nella società stessa».

 A mezzogiorno poi il sindaco di Chioggia e le autorità presenteranno alcuni provvedimenti in essere e in fase di adozione nel Comune di Chioggia, quali le borse lavoro per soggetti svantaggiati e l’affidamento di servizi a cooperative sociali, i soggetti più adeguati per il sostegno all’occupazione di persone disabili e svantaggiate che non troverebbero una adeguata risposta nel mercato del lavoro.
«La cooperazione sociale rappresenta uno spaccato imprenditoriale di assoluto interesse per le comunità locali perché offre sul mercato sia qualità nei prodotti forniti e sia professionalità nei servizi prestati», tiene a puntualizzare Boscoletto «Oltre al valore sociale essa produce anche risultati economici molto positivi che a loro volta generano ulteriori ricadute sul piano sociale».

 da www.vita.it