Testamento spirituale di Raimondo Vianello per sua moglie Sandra


Grande, dolcissimo Raimondo, pubblico queste tue parole per l’amore della tua vita, Sandra, perchè è come se le avessi scritte io, vorrei che fossero ricordate come anche mie quando passerò dall’altra parte, quando mi nasconderò nella stanza accanto…

GRAZIE RAIMONDO…:-)

La morte non è niente. Sono solamente passato dall’altra parte:è come fossi nascosto nella stanza accanto. Io sono sempre io e tu sei sempre tu. Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora. Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare;parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste. Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme. Prega, sorridi, pensami!Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima:pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza. La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza. Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista?Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo. Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio cuore,ne ritroverai la tenerezza purificata. Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami:il tuo sorriso è la mia pace.

Dal carcere di Spoleto: Carmelo Musumeci scrive a Roberto Gervaso, che gli risponde, sulla barzelletta di Berlusconi sugli ergastolani


Ho ricevuto questa lettera da Carmelo Musumeci che ho copiato e che pubblico:

Signor Gervaso, il presidente del Consiglio ha raccontato una barzelletta di pessimo gusto su noi ergastolani. Forse non sa, se lo faccia spiegare dai suoi famosi e bravi avvocati che in Italia esistono due tipi di ergastoli. Uno normale, che ti dà la speranza ma non la certezza, un giorno, di poter uscire; un altro, l’ergastolo ostativo, che non te ne dà alcuna se non passi il tuo ergastolo a qualche altro.

Io non so che tipo di ergastolo avesse il Gesù del Cavaliere nella barzelletta che ha raccontato ma le assicuro che se aveva quello ostativo non sarebbe riuscito neanche lui se non avesse fatto come Giuda.

L’ergastolano ostativo, per tornare a essere un uomo libero, può solo donare la propia vita alla morte.

Raccontare barzellette sugli ergastolani è come ridere dei morti perché in Italia con l’ergastolo ostativo non c’è speranza. E non ha scelta. O hai solo quella di togliere la libertà a un altro per avere la tua.

Se siamo uomini non possiamo vivere senza speranza. Solo gli animali ci riescono. La criminalità organizzata non si sconfigge solo col pentitismo; si sconfigge soltanto con l’abolizione dell’ergastolo ostativo.

L’ergastolo è una pena di morte a gocce ed è sbagliato dire che assomigli alla morte, perché è molto peggio. In questo modo continui a vivere, ma smetti di esistere. Ti lascia la vita, ma ti ammazza il futuro per il futuro.

Lo sa cos’è la cosa più brutta nella giornata di un ergastolano? Che domani inizia tutto daccapo, che sarà una giornata come ieri, come sarà domani o dopodomani, come sarà sempre. Un ergastolano ostativo non può fare altro che prepararsi a morire. Il capo del governo farebbe a non raccontare più barzellette sugli ergastolani.

Ed ecco la risposta di Roberto Gervaso sul quotidiano “Il Messaggero”:

Caro Musumeci, lei ha ragione: barzellette sugli ergastolani, come su chi soffre, non se ne raccontano, non se ne devono raccontare. L’uomo colpevole, se la sua colpa è accertata, va condannato, ma rispettato. E’ un uomo come gli altri, e gli uomini, tutti gli uomini, anche i più malvagi, vanno spiritualmente soccorsi. Lo so che la vita è una giungla, ma bisogna fare di tutto per renderla più sopportabile. Anche a chi ha sbagliato.

Io non so perché lei sia finito all’ergastolo, quali reati abbia commesso. Ma questo non m’impedisce di giudicare l’ergastolo ostativo come un errore, un grande errore. Al’uomo si può togliere di tutto, anche la vita, con un colpo di pistola alla nuca o affidandolo alla sedia elettrica o un plotone di esecuzione (delitto esecrato perché la vita è sacra, come, del resto, la morte, ma non quella inflitta dagli uomini). Si può togliere tutto a un uomo, meno la speranza. La speranza gli va lasciata sempre, perché senza speranza è la disperazione. La fine di tutto, la morte in terra. E questo non è giusto, questo non è umano, questo è un’infamia.

E’ difficile capire le cose, le emozioni, le sensazioni, le disperazioni che non si sono provate. E’ difficile, specialmente nel dolore, mettersi nei panni degli altri. In coloro che hanno l’animo straziato, la coscienza che non si rassegna all’ineluttabile.

Ci sono reati odiosi, ci sono reati orribili, che indignano e disgustano la società e ne commettono ogni giorno: chi spaccia droga, che stupra un minorenne, chi commette delitti in serie, ma il riscatto morale non si può negare a nessuno. L’ergastolo normale basta perché, come ho detto, non ti toglie la speranza;      quello ostativo va cancellato dai codici.

Noi non sappiamo perché alcuni di noi siano portati a delinquere, altri a commettere errori veniali. Senza le leggi, il mondo sarebbe in balia dei lupi, degli assassini, de prevaricatori, ma le leggi devono tener conto che l’uomo è fallibile, l’uomo può venir meno ai doveri verso la società, e anche violarli in modo sanguinario. Non chiediamo per lui comprensione, ma offriamogli, con i codici, e anche con un trattamento più equo, uno spiraglio di futuro. Anche se lascerà la vita in carcere perché morirà prima di aver scontato l’ergastolo normale, non togliamogli la fiducia. Lasciamogli assaporare quel ritorno alla vita che forse, non avverrà mai, ma che potrebbe anche avvenire.

Ignoriamo, perché la conoscenza del futuro ci è negata, quello che potrebbe accadere anche a noi, ma ricordiamoci che qualunque cosa potrebbe accaderci. Tutti abbiamo una coscienza, sentimenti e risentimenti e, se tradiamo quella, alla resa dei conti, auguriamoci di trovare chi ci capisce, chi ci dà una mano, senza risparmi sulla pena che meritiamo. Che non deve essere l’ergastolo ostativo.

Chiesa dolce chiesa: don Pino Puglisi


di Roberto Puglisi

Il sorriso di quest’uomo voleva unire il cielo sopra Brancaccio alla terra di Brancaccio. Per l’eresia della tenerezza l’hanno ucciso. Tutto, volendo, si perdona e si dimentica, anche gli schiaffi. Ma la dolcezza prima o poi paga il suo conto. La dolcezza non ha alibi.
Tuttavia, chi credeva di spegnere l’amore per il prossimo di don Pino Puglisi, semplicemente spegnendo il suo corpo, non rese un buon servizio alla propria malvagità di calcolo. La storia di quel sorriso è cominciata con la morte di un sacerdote, con la sua caduta sul marciapiede. La gentilezza con cui accolse i suoi assassini si è slargata fino a diventare parabola, lezione. Fino ad acquisire una veste umilissima  d’immortalità.
Il sorriso di don Pino ci è tornato in mente con  l’appello di tre vescovi, di tre coraggiosi uomini di Chiesa. Un invito all’eresia del coraggio, all’abbandono dell’ortodossia del silenzio. Perché il silenzio si intreccia sovente con l’omertà e l’omertà è il cognome della mafia. Ci sono preti – è la sovrascrittura che leggiamo in filigrana, forse eccedendo, nel monito dei prelati – che si limitano alla tecnica sacramentale del ruolo. Aspersori umani di riti cattolici, supplenti dell’incenso, distributori dell’ostia consacrata. Non che non sia fondamentale. Però Gesù Cristo – ricordiamo scarsi lacerti di catechismo – non aveva in gran simpatia il tempio e i dottori. La liturgia serve a poco, quando non è vivificata da un messaggio, da una convinzione da un cuore umano che sappia diventare coraggio, rischio e testimonianza al momento opportuno. Pensiamo ai preti amministratori delle sacre pagine. E pensiamo all’apostolato di don Pino, a quel suo volere ricamare un tessuto comune tra terra e cielo, a Branaccio come in ogni luogo. Col suo stesso sangue.
 L’appello dei vescovi lo traduciamo liberamente in un bisogno di vicinanza, nella santa volontà di riunificare i sentimenti umanissimi con una speranza che spesso appare fredda e siderale. Un buon vademecum per tutto, non solo contro la mafia, che è il male specifico chiamato col suo titolo. La lezione della dolcezza ha in sé i germi di una rivoluzione possibile. E pensiamo che sarebbe un peccato santificarla. Sarebbe il colmo della banalità, per esempio, appiccicare un’aureola da presepe al sorriso di don Pino. Sarebbe imperdonabile separare di nuovo Brancaccio e il suo  cielo

da www.livesicilia.it

“Povera patria” di Franco Battiato – 1991


Sembra stata scritta per la morte della democrazia in Italia di ieri questa canzone di Franco Battiato del 1991, incredibile…

http://www.youtube.com/watch?v=3UUS65a1c6Y

L’albero della vita


“L’albero, come simbolo dell’Universo, si ritrova nella maggior
parte delle tradizioni spirituali. A partire dalle radici sino ai
frutti, passando per il tronco, le foglie e i fiori, tutte le
creature hanno una funzione da qualche parte su quell’albero…
Tutte le esistenze, tutte le attività e tutte le regioni trovano
posto sull’Albero della Vita.
In epoche diverse dell’anno, le foglie, i fiori e i frutti
cadono dall’albero; si decompongono e diventano humus che a poco a poco viene assorbito dalle radici. Lo stesso vale per gli
esseri. Quando un uomo muore, ritorna alla terra originaria, ma
ben presto riappare da qualche parte sull’albero. Niente si perde
: gli esseri scompaiono e riappaiono incessantemente sull’Albero
cosmico della Vita. ”

Omraam Mikhaël Aïvanhov

Gay anche in Cosa Nostra purchè non si sappia


Mafia e omosessualità non vanno d’accordo. Non sono ammessi gay in Cosa Nostra e nella ‘ndrangheta la repressione di rapporti tra uomini e’ ferocissima. A queste conclusioni sono arrivati gli studi di Girolamo Lo Verso, ordinario di psicoterapia all’università di Palermo, e Cecilia Giordano docente della facoltà di Scienze della formazione, che sono stati presentati questa mattina al seminario di studi su “Omosessualità, omofobia e psicoterapia”, organizzato dalla cattedra di Psicoterapia della facoltà di Scienze della Formazione, in collaborazione con l’università Federico II di Napoli e “La Sapienza” di Roma. Il convegno, che indagherà su quali danni psichici può causare la convinzione, scientificamente errata che l’omosessualità sia una malattia, si occupa anche del rapporto tra criminalità organizzata e gay. “Soprattutto in Sicilia – spiega Lo Verso – rimane l’idea che nei gay ci sia qualcosa da curare, ma in realtà tutto nasce dall’omofobia, radicata anche nella cultura mafiosa. Sappiamo che una relazione omosessuale può essere perversa quanto una etero, ma consideriamo la prima in maniera molto più negativa”. Anche il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, ha parlato in un’intervista della presenza di omosessuali all’interno di Cosa Nostra: “Non si tratta di boss, ma di esponenti di medio livello”, ha spiegato confermando che la condizione di omosessuale tra i mafiosi viene vissuta con una certa paura. Negli anni passati gli studi di Lo Verso si sono focalizzati su Cosa nostra, ma ultimamente si sono estesi al mondo della ‘Ndrangheta. ”Nella criminalità organizzata calabrese – prosegue il professore – la repressione dei comportamenti gay è ancora più forte. In carcere, per esempio i malavitosi hanno l’obbligo di farsi la doccia con le mutande e di cambiarsi dietro la porta dell’armadietto. Inoltre, nelle ‘ndrine i rapporti, in molti casi, sono costituiti da legami di sangue. Sono famiglie vere e proprie, non come quelle ‘allargaté di Cosa nostra. Questo causa una maggiore attenzione perché rapporti omosessuali potrebbero essere addirittura incestuosi”. E’ ancora ignota, però, l’origine dell’omofobia in Sicilia. “La cultura mediterranea – dice Lo Verso – è sempre stata molto aperta ai rapporti omosessuali. Nell’antichità l’omofobia non esisteva. Una spiegazione potrebbe essere che tutte le culture che si sono avvicendate nell’isola, a parte i francesi, avevano tutte il culto della morte. Questi aspetti mortiferi potrebbero tendere all’oppressione, ma ovviamente questa è una pura speculazione”.

da www.livesicilia.it

Marco Pantani – 14 febbraio 2004


Oggi nel 2004 moriva ancora giovanissimo un grande ddel ciclismo Marco Pantani, per ricordarlo pubblico il testo della canzone dei Nomadi “L’ultima salita” e il video

Corri più veloce del vento
il vento non ti prenderà mai
corri ancora adesso lo sento
sta soffiando sopra gli anni tuoi.
Dammi la mano fammi sognare
dimmi se ancora avrai
al traguardo ad aspettarti
qualcuno oppure no

Dimmi cos’è che fa sentire
il vuoto che ti toglie tutto
e fa finire il gioco
dimmi cos’è dentro di te
dimmi perchè

Cerchi questo giorno d’inverno
il sole che non tramonta mai
lo cerchi in questa stanza d’albergo
solo e sempre con i tuoi guai.
Dammi la mano fammi sognare
dimmi se ancora avrai
al traguardo ad aspettarti
qualcuno oppure no

Dimmi cos’è che fa sentire il vuoto
che ti toglie tutto
e fa finire il gioco
dimmi cos’è dentro di te
dimmi perchè

Dimmi cos’è che fa sentire
il vuoto che ti toglie tutto
e fa finire il gioco
dimmi cos’è dentro di te
dimmi perchè

A braccia alzate verso il cielo
nella notte te ne andrai
e a pugni chiusi sulla vita
la tua vita graffierai

Dammi la mano fammi sognare
dimmi se ancora avrai
al traguardo ad aspettarti
qualcuno oppure no

Dimmi cos’è dentro di te
dimmi perchè
dimmi cos’è dentro di te
dimmi perchè….

http://www.youtube.com/watch?v=Nkj1Z9269vs&feature=related

Come morirò? – How will I die?


di Daniela Domenici

E’ una domanda che molti di voi, almeno una volta nella vita, si saranno sicuramente posti.

Bene, io me lo sono chiesto spesso e “sento”, con assoluta certezza, che me ne andrò con un tumore, non per un infarto o un incidente in auto o un ictus… la cosa non mi stravolge più di tanto, solo vorrei che il medico che me lo annuncerà mi dicesse con sincerità quanti mesi o anni mi restano da vivere su questa terra in modo da potermi organizzare e vivere al meglio il tempo residuo, soprattutto per non lasciare rapporti in sospeso, spiegazioni non date, perdoni non concessi, chiarimenti non detti, insomma…lasciare tutto in ordine così da non portarmi nell’altra vita, quella vera ed eterna, nella Casa, situazioni in sospeso.

E proprio per sdrammatizzare questo argomento che per me è uno come tanti dato che siamo tutti mortali e che, presto o tardi, ce ne dobbiamo andare, non importa come, nella mia follia ho inventato una delle mie solite filastrocche sul…tumore!!!

Il cancro o tumore

è un signore

che arriva senza far rumore

con un gonfiore

e dopo poche o tante ore

ti conduce dal vero Signore!!!

La pistola è scarica


di Franco Bomprezzi

Avevo ragione, ma forse era troppo facile. Salvatore Crisafulli non andrà in Belgio, ha deciso di non morire. Lo scrive il portale Superabile.it e dunque la mia cronaca annunciata si conclude con un lieto fine. Il colpo di scena avviene con tanto di troupe delle Iene, con domanda e risposta ripetuta, “se vuoi partire per il Belgio, sbarra gli occhi, sennò chiudili”. E finalmente Salvatore chiuse gli occhi, permettendo al fratello di annunciare che il viaggio in Belgio, per cercare l’eutanasia, e porre fine alla sua condizione di vita priva di assistenza 24 ore al giorno, non avverrà più.

Bene. Che cosa è cambiato in così pochi giorni? C’è stata una nuova massiccia dose di talk-show, di espressioni di solidarietà, di dichiarazioni di politici, di articoli on line. Salvatore ha rotto il muro del silenzio utilizzando una minaccia estrema, che io avevo definito una “pistola alla tempia”. Adesso Salvatore pare abbia avuto “rassicurazioni concrete” per un nuovo intervento di assistenza finanziato dalla Regione Sicilia.

E’ davvero triste, se le cose stanno veramente così, che soltanto di fronte a un’emergenza esistenziale estrema si trovino le soluzioni istituzionali per venire incontro a un diritto fondamentale, quello a una vita dignitosa nella propria dimensione familiare, anche quando si è in presenza di un grave handicap. Ed è triste che i media ormai servano solo da detonatori delle tragedie familiari, rinunciando a svolgere in modo autonomo il ruolo di informazione completa e seria sullo stato dei servizi destinati alle persone con disabilità non autosufficienti.

Sono contento che Salvatore voglia vivere, aggiungo che ne ero certo fin dall’inizio. Aspetto la prossima scena madre, non so dove avverrà, ma sono certo che è solo questione di tempo.

da www.vita.it

“Prendi un sorriso”


Oggi moriva il Mahatma Gandhi, un esempio di vita per molti e soprattutto per me, pubblico questa sua celbre poesia che è sempre stata fondamentale per il mio comportamento fino a ieri quando ho pubblicato “Mi arrendo”…momento di dolorosa consapevolezza dell’ingratitudine umana…oggi riprovo a mettere in pratica quello che dice il grande Mahatma e a essere di nuovo quella di sempre con un dolore dentro in più, però…

Prendi un sorriso,
regalalo a chi non l’ha mai avuto.
Prendi un raggio di sole,
fallo volare là dove regna la notte.
Scopri una sorgente,
fà bagnare che vive nel fango.
Prendi una lacrima,
posala sul volto di chi non ha pianto.
Prendi il coraggio,
mettila nell’animo di chi non sa lottare.
Scopri la vita,
raccontala a chi non sa capirla.
Prendi la speranza
e vivi nella sua luce.
Prendi la bontà
e donala a chi non sa donare.
Scopri l’amore
e fallo conoscere al mondo.