Carceri, Bernardini su dichiarazioni di Maroni: Pura demagogia, da dare in pasto a tutti i tg. Il problema è che il sistema/sicurezza modello “Italia” fa acqua da tutte le parti. Prosegue sciopero della fame giunto oggi al 21° gi


  Insieme a Rita Bernardini, digiunano da 21 giorni anche i Radicali Valter Vecellio, Donatella Corleo, Lucio Bertè, Donatella Trevisan, Michele Capano, Claudio Scaldaferri, Yasmine Ravaglia, per scandire i tempi di un provvedimento riguardante la possibilità di accedere alla detenzione domiciliare per coloro che debbano scontare in carcere meno di 12 mesi.

 Dichiarazione di Rita Bernardini, deputata Radicale nel gruppo del Pd, membro della Commissione Giustizia.
Alle sparate di Maroni ci siamo abituati, ma il problema serio è che lui va a rete unificate su tutti i TG senza che nessuno possa replicargli.
Sparate puramente demagogiche considerato che, comunque, quelle persone – che lui vuole inchiodare in carceri illegali per sovraffollamento e mancanza di personale e dove viene tolta ogni dignità – tra uno, due, cinque o dodici mesi uscirebbero avendo finito di scontare la loro pena.
Inoltre, la sua “sicurezza” fa acqua da tutte le parti proprio perché l’unica risposta che viene data è il carcere e non si fa alcun uso dell’esecuzione penale esterna che in altri paesi europei viene usata venti volte più che in Italia. Basti pensare al Regno Unito dove sono ben 243.000 le persone sottoposte a pene non detentive o alla Francia dove sono 160.000. In Italia, siamo ad una media di 21.000 scesa ultimamente a circa 11.000 persone vista la paralisi dei Tribunali di sorveglianza.
E se andiamo a vedere i tassi di recidiva italiani, i dati sono ancora più eloquenti: chi accede a misure alternative ha un tasso di recidiva del 20% mentre coloro che scontano la pena nelle galere nostrane senza poter accedere a misure alternative, hanno un tasso di recidiva del 68%. Ecco dove sta la demagogia ed ecco perché prosegue il nostro ragionevole sciopero della fame.
Annunci

Dalla Sicilia uno schiaffo a Maroni


di Lara Cirinò

Per il tribunale di Ragusa, la circolare del ministro che vieta le nozze ai clandestini non può prevalere sul diritto a sposarsi. E a un albanese irregolare è stato permesso di unirsi in matrimonio con una ragazza italiana. Un precedente che può portare a migliaia di ricorsi

Sei in Italia senza un regolare permesso di soggiorno? Non ti puoi sposare. Lo ha stabilito una circolare del ministero dell’Interno del luglio 2009 collegata alle norme del cosiddetto “pacchetto sicurezza” voluto da Maroni, grazie alla quale alcuni sindaci hanno già bloccato matrimoni che non s’avevano da fare.

La circolare viene applicata da tempo da alcuni sindaci del Nord, soprattutto della Lega. E a Morazzone, un comune nel varesotto, nel 2007 il primo cittadino leghista Giancarlo Cremona ha proposto anche un protocollo tra sindaci per evitare le “nozze di comodo“, mentre il sindaco leghista di Caravaggio, nel bergamasco, ha emesso un’ordinanza contro i matrimoni tra extracomunitari e cittadini italiani con «lo scopo di tappare una grossa falla contenuta nel regolamento dello stato civile di tutti i comuni». A Gallarate, nel giugno 2009, un giovane marocchino, già colpito da decreto di espulsione, e la fidanzata italiana sono stati fermati all’ingresso del municipio dai vigili urbani.

Stava per accadere di nuovo a Ragusa, dove un ufficiale di stato civile aveva vietato le nozze a un giovane albanese di 24 anni, in attesa del rinnovo del permesso di soggiorno, e alla sua compagna ragusana, ma questa volta il finale ha un happy end che farà discutere. Dopo lo stop dell’ufficiale giudiziario infatti i due ragazzi, entrambi 24enni, non si sono dati per vinti e hanno fatto ricorso al tribunale. Ebbene i giudici hanno accolto l’istanza del loro legale e hanno motivato il provvedimento con la considerazione che «la libertà di sposarsi (o di non sposarsi) e di scegliere il coniuge in assoluta libertà, riguarda la sfera dell’autonomia e dell’individualità e, quindi, una scelta sulla quale lo Stato, che tutela la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, non può interferire».

Egentian Mucaj ed Eugenia Libro così sono tornati in Comune, a Ragusa, e si sono fatti sposare dal sindaco: ora sono marito e moglie.

Il precedente siciliano potrebbe ora aprire la stura a una serie di ricorsi in tribunale per far prevalere il diritto al matrimonio sulla circolare del ministero degli Interni e sulle oridnanze dei sindaci. Nel frattempo le coppie miste in cui uno dei partner non è in regola con le norme sull’immigrazione possono andare a sposarsi a Ragusa: tra capolavori del Barocco e con la brezza dei monti Iblei, non dev’essere peraltro un’esperienza per nulla sgradevole.

E la morale della storia si potrebbe riassumere parafrasando uno slogan caro al centrodestra italiano: l’amore vince sempre su Maroni e su Silvio.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio//2125494

L’ultima beffa agli immigrati: spunta la sanatoria trappola!


di Paolo Rumiz
Come criminali comuni, magnaccia o spacciatori di droga. Gli immigrati che hanno fatto domanda di sanatoria ma in passato non hanno rispettato un decreto di espulsione vanno rispediti a casa.Non ovunque, ma così, come gira agli uffici stranieri delle questure. Qua e là, alla chetichella, partendo dalla provincia, che nessuno mangi la foglia in anticipo. Uno sì e l’altro no, in modo che tutti restino col fiato sospeso. Funziona così la sanatoria Maroni: inflessibile in alcune province, a maglie larghe altrove. Una dicotomia interpretativa che colora la carta d’Italia come le chiazze del morbillo.

Durezza a Trieste, Rimini, Perugia. Clemenza a Milano, Venezia, Bologna e in altre province. Incertezza ovunque, di conseguenza. La voce si è sparsa e gli immigrati si scoprono a bagnomaria, con un contratto regolare in mano ma senza sapere ancora se saranno espulsi o no. In gran parte africani, gli stessi che la mafia ha preso a fucilate a Rosarno. I più visibili, quelli espulsi più di frequente, dunque più ricattabili e di conseguenza a costo più basso sul mercato del lavoro. L’incertezza del diritto in Italia la vedi sulla pelle degli stranieri.

La storia si gioca negli ultimi sette mesi, da quando parte la sanatoria Maroni. A monte, la contraddizione insita nella precedente legge Bossi-Fini, che all’articolo 14 individua nella mancata ottemperanza all’espulsione l’unico reato veniale del codice per il quale è previsto l’arresto obbligatorio. Come dire: non hai fatto niente, ma ti ficco dentro lo stesso. Di fronte a questa incertezza del diritto, molte organizzazioni vogliono vederci chiaro. I condannati per mancata obbedienza al decreto di espulsione possono fare domanda, sì o no? La Confartigianato di Rimini per esempio, città che in seguito vedrà espulsioni, pone il quesito al Viminale. Ottiene circostanziata risposta ufficiale via mail in 48 ore: la richiesta si può fare. Data: 23 settembre 2009. Anche il buon senso dice che non può essere altrimenti. Che cosa si deve sanare se non una precedente illegalità? Che senso avrebbe impedire la legalizzazione di coloro che sono stati illegali? Insomma: lasciate che le pecorelle vengano a noi con fiducia.

Tutto sembra mettersi bene. Il ministero raccomanda alle prefetture, che devono istruire le domande, di lavorare con larghezza. Ovunque si instaura un clima di efficienza ecumenica. Traduttori, mediatori culturali, rispetto. L’Italia sembra improvvisamente un altro Paese. Ma attenzione: la raccomandazione del Viminale non avviene per iscritto ma con telefonate dirette a ogni prefetto d’Italia. L’elettore medio non deve sapere che questo governo tratta gli immigrati come persone.

Ma i prefetti non si formalizzano e la macchina s’avvia. Scatta l’emersione. Decine di migliaia di stranieri escono dalle catacombe, trovano datori di lavoro per un contratto, spesso minimale ma sufficiente. Pagano l’Inps e le varie tasse di regolarizzazione. Firmano montagne di carte. Fanno lo stesso i cittadini italiani che li hanno assunti. Ma l’ultima parola spetta alla questura, che deve controllare la fedina degli stranieri.

E qui il clima cambia di colpo. Alcune questure convocano gli immigrati, comunicano il respingimento della domanda e, contestualmente, il decreto di espulsione. Il pollo è lì, si è autoconsegnato con i documenti in mano, e viene caricato su un aereo. La sua colpa è appunto quella individuata dalla Bossi-Fini: avere ignorato la condanna all’espulsione. Il tutto gli viene spiegato senza preavviso prefettizio e senza dar tempo al malcapitato di consultare un legale. Via subito. Il caso di Trieste.

La voce gira, e gli immigrati si organizzano, cercano patrocinio legale. Alcuni consegnano i passaporti ai loro datori di lavoro, non si sa mai. Tutti fiutano il trappolone, temono che la larghezza iniziale sia stata propedeutica alla chiusura successiva. E intanto partono nuove domande al Viminale. Il giornale di Trieste, per esempio, segnala la cosa al ministro, il quale risponde, ma con un appunto anonimo, cioè senza firma, compilato dalla stessa questura.

C’è scritto: la condanna per mancata obbedienza all’espulsione è da considerarsi reato grave, tant’è vero che comporta arresto obbligatorio. La cacciata dall’Italia è dunque legittima. L’esatto contrario di quanto sostenuto ufficialmente il 23 settembre. Ora nemmeno al ministero ci capiscono più niente. Gli uffici cui fanno capo le prefettura ignorano quanto pensano e fanno al piano di sopra gli uffici delle questure. Il marasma è tale che le stesse questure chiedono istruzioni, vedi Pavia e Alessandria. E il ministro risponde con appunti senza firma perché non può sostenere un nonsenso e contraddirsi.

“Noi applichiamo la legge” dichiara il questore di Trieste, il quale peraltro aggiunge subito dopo che il reato in questione “può rientrare” tra quelli ostativi alla concessione della sanatoria. “Può rientrare”, si badi bene: non “rientra”. Dunque quell’interpretazione è, per sua stessa ammissione, facoltativa. Ed è quanto avviene, per l’appunto, in giro per l’Italia. Chi vuol mostrare i muscoli col ministro espelle; gli altri no. E le prefetture, laddove subalterne alle questure, si adeguano all’anarchia interpretativa. Sulla quale sarebbe ora che il ministro si pronunciasse in prima persona, in nome dello stato di diritto.