“Sicilia”


di Angela Ragusa

Terra di suli ,terra d’alligria,
terra d’amuri e di beddi figghi…
tu sula ,sii, Sicilia mia
tu sula a passioni m’arrisbigghi…

Cantanu i ciuri , cantanu l’ aceddi,
canta lu mari cu li pisci in coru
sciogghiunu li sireni i capiddi beddi
lu suli brillìa supra lu granu d’oru…

sugnu luntana ma ju ti pensu
comu nu chiovu dintra a la testa
quannu sacciu ca perdu lu sensu
tornu ‘nti tia e facemu granni festa!

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Niente carcere, seconda settimana: riflessione sul far del bene a chi non lo merita


di Daniela Domenici

“Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi” (dal Vangelo di Matteo 7,6)

Ecco come ho trasformato queste straordinarie parole evangeliche in una filastrocca di qualche tempo fa, in tempi non…sospetti:

“…le cose sante ai cani e le perle a porci non dobbiamo dare

il nostro affetto doniamolo solo a chi ci sa apprezzare

il cuore e la mente non facciamoci calpestare

da chi non merita e non capisce come si deve amare.”

E non mi riferisco naturalmente ai detenuti (a parte uno, ma l’eccezione conferma la regola) che hanno meritato e meritano, tutti, indistintamente, il nostro affetto, la nostra attenzione, la nostra disponibilità, le nostre parole, i nostri sorrisi, le nostre strette di mano…a parte quel gentilissimo ragazzo del Senegal che proprio la mattina del nostro addio, lo scorso 10 febbraio,  mi aveva appena spiegato perché non mi poteva dare la mano: non per maleducazione, ha sottolineato, ma per una sua forte fede musulmana. E mi ha salutato con la mano destra aperta e appoggiata sul suo petto, bellissimo gesto, e così ho capito perché molti altri, prima di lui, ogni volta che mi incontravano mi salutavano con quello stesso gesto: ti saluto col cuore, selèm, pace.

Tutto questo non potranno più averlo, purtroppo, mi dispiace…mi mancano…

…sciuscràn (come ho imparato da alcuni detenuti di lingua araba), grazie di cuore a tutti voi: cattolici, evangelici, musulmani, buddisti, non importa la razza, la fede, la lingua, mi avete dato tanto, ognuno di voi nel suo piccolo, mi avete fatto crescere, e spero di aver seminato, in ognuno di voi, una goccia di gioia, di sorriso, di affetto.

La potenza della parola


“Che potenza possiede l’essere umano grazie alla parola! Con la
sola parola, può ottenere gli stessi risultati che ottiene con
ogni altro mezzo materiale: può costruire e può distruggere, può
unire e può dividere, può ristabilire la pace o scatenare la
guerra, può guarire o dare la morte… La potenza della parola
deriva dal fatto che essa è prodotta dalla bocca, nella quale i
due principi, maschile (la lingua) e femminile (le due labbra),
lavorano insieme per creare. La parola è il figlio nato da loro.
Quando, secondo la tradizione, l’androgino primitivo è stato
diviso in due, si può dire che, simbolicamente, la donna ha
mantenuto le labbra (il principio femminile) e l’uomo ha
mantenuto la lingua (il principio maschile). Ecco perché ora, per
poter ritrovare la loro potenza originale, essi si cercano
incessantemente per unirsi. Sì, qui sta l’origine lontana
dell’impulso che spinge gli uomini e le donne a cercarsi. Anche
se spesso si vede tale ricerca prendere la forma del piacere e
dello svago, il suo significato profondo è quello di ritrovare
l’unità del Verbo, l’unità del principio creatore che è maschio e
femmina.”

Omraam Mikhaël Aïvanhov

L’evoluzione diacronica della lingua italiana, dalla crusca alla escort


Diamo nobiltà alla caniglia

La caniglia è il corrispondente italiano della crusca. Un tempo veniva, anche nelle nostre campagne, ritenuta la parte meno nobile del macinato di frumento. Oggi, è arrivata la sua rivalutazione ed è diventata una delle componenti essenziali per le diete e aiuta alle evacuazioni.

Le origini di nobiltà della caniglia (crusca) risalgono al Cinquecento, quando fu fondata l’Accademia della Crusca. I soci dell’accademia scelsero il nome crusca “quasi per dire che l’Accademia doveva procedere a una scelta fra i buoni e i cattivi vocaboli”.
Insomma, si doveva scegliere quali parole erano degne di far parte del lessico della nascente lingua italiana. La crusca (a caniglia) aiuta a fare la cacca, ma le sue origini sono comunque nobili…

Cosa direbbe oggi il prof. Umberto Panozzo.

Ho ancora conservata una vecchia Grammatica Italiana redatta dal professore Umberto Panozzo, edita nel 1967, e andando a pagina 252 del bellissimo volume, trovo dei consigli su come usare correttamente i vocaboli italiani.
Seguitemi.

Non si deve dire: terrò al corrente ma terrò informato; numero di giornale arretrato ma numero passato; è un uomo fenomenale ma è un uomo straordinario; si è verificato ma è avvenuto; declini le sue generalità ma mi dica il suo nome e cognome; fece il suo nome ma disse il suo nome; le acque vengono convogliate verso il lago ma vengono incanalate verso il lago.

Non dite Baby ma bambino. Bebé ma bimbo. Bitter ma amaro. Bluff ma imbroglio. Camion ma autocarro. Chalet ma padiglione. Chàssis ma telaio. Box ma recinto. Chic ma elegante. Notes ma taccuino. Premier ma primo ministro.
Eppure, oggi, siamo costretti a sentire gli orrendi attenzionare, candalerizzare, scannerizzare, microciffare, paparazzare. E poi, tronista, fare una esterna e il fantastico, poco più di una spaecherina. (Rosanna Cancellieri).

Contaminazioni anglo-sicule-italiane.
In un ufficio di Palermo.

Mi ma da scimunita non si può proprio farla scuffari dal nostro staff”
Non si preoccupi, signor direttore, ci penso io. Ora mi ci attacco ri supra e comincio a fare un po’ di corte e, se non cala i mutanni subito, la minaccio che non la mando allo stage che sta organizzato la presidenza. Si un ci basta, l’attacca le, signor direttore, cu mobbing e viri ca cala i cuorna. E di poi c’è Ciccio, l’amicu nostru, che ha sempre a mania dello stalting e lo usa a minchia chiina.

L’attaccamu e se poi non lo capisce mancu accusssì, che se ne deve andare, diremo in giro che s’arrangiulìa facendo fa la escort. Virissi, carissimu (ri subitu) signor direttore, ca quannu sannu ca fa la squillo, i colleghi si ci ettanu a pisci e raccussì vedrà che come un nenti, presenterà le voluntary resignantion e si ni va a casa cu i sui piedi e di leva davanti ai testi…moni con rispetto parlando”.

da www.ragusa.blogsicilia.it

L’associazione radicale Esperanto a Montecatini contro la colonizzazione inglese delle scuole italiane


Oggi a Montecatini Terme, in Via Kennedy 71, davanti al Liceo Scientifico “Salutati”, in concomitanza con l’uscita degli studenti dalla scuola, l’associazione radicale “esperanto” terrà una manifestazione contro  la pretesa  del Preside Calussi di condurre i colloqui con gli studenti in lingua inglese anziché in lingua italiana.
Gli italiani non possono – dichiara Giorgio Pagano – continuare a favorire il piano, non divino bensì commerciale, come quello angloamericano di monopolizzare/dominare il mondo per via linguistica allo scopo di favorire le proprie imprese. 
Non possiamo rendere a vita i nostri giovani, fessi italiani, schiavi per lingua dei giovani, furbi inglesi, sapendo benissimo che le competenze linguistiche di un bimbo inglese di 5-6 anni un nostro ragazzo le raggiungerà almeno 10 anni dopo. Questo significa fare dei notri giovani dei “ritardati” cronici a priori con conseguenze gravissime circa l’informazione, l’occupazione, il mercato; significa favorire l’organizzazione per caste linguistiche della comunità internazionale dove i “familiari del Re” sono i madrelingua inglese.
Calussi deve capire – ha continuato il Segretario dell’ERA – che le persone come lui, oggi, stanno operando come Pétain  in Francia a favore dell’occupazione tedesca: allora l’occupazione tedesca riguardava i territori geografici e la guerra era militare, oggi quella inglese riguarda  i territori della mente degli individui e la guerra è economico-linguistica.
Allora, come oggi, va organizzata la Resistenza. Risolto il problema della comunicazione transnazionale in chiave di Federalismo linguistico e non  di multilinguismo, che porta storicamente a favorire sempre e comunque i madrelingua inglese. Va sostenuto l’uso della lingua italiana in tutti gli ambiti, anche i più specialistici, come forte elemento di coesione sociale  e del diritto a comprendere così come, anche all’estero, prodotto del genio italiano così come la lirica, l’arte o la cucina del Bel Paese.
Ci aspettiamo  che i giovani rispondano positivamente a favore dei loro interessi poiché l’apatia è l’anticamera della schiavitù dei popoli.

’Jazz Colours – La Musica che ti gira intorno ‘’ – Jazz e Spiritualità


di Giulia La Rosa, una Cantante di Jazz

Si è conclusa ieri sera  la rassegna ‘’Jazz Colours- La Musica che ti gira intorno ‘’ presso la  Casa del Jazz  a Roma e presentata dal giornalista Alfredo Saitta.

E’ stato affrontato un argomento  molto particolare: Il Jazz e la Spiritualità.

‘’Ognuno prega nella lingua che conosce ‘’diceva il grande Duke Ellington, musicista e compositore di Jazz. La Musica è molto più di una lingua , è un ‘elaborazione istintiva  tra il cuore e le diverse culture in cui viviamo.

 ‘’Nobody knows the trouble I’ve seen..nobody knows but Jesus ‘’ frase che può aiutarci a  comprendere la vera anima della spiritualità nel Jazz che nasce dalla forte esigenza del popolo africano deportato negli Stati Uniti di parlare a Dio.

Nobody knows the trouble I’ve seen
Nobody knows but Jesus
Nobody knows the trouble I’ve seen
Glory Hallelujah

http://www.youtube.com/watch?v=SVKKRzemX_w (Vi invito all’ascolto ) famoso gospel dove si avverte forte l’abbandono a Dio, la disperazione  di un uomo  che vive le ‘’troubles’’di una condizione di vita molto difficile ed oppressa  esprimendosi con un canto di dolore, di fede e speranza per raggiungere un conforto e sentirsi vicino a Dio.

La musica diventa un mezzo di congiunzione tra il terreno e la sfera del sacro elevando l’uomo in una sorta di sublimazione  rendendolo migliore.

Con il Jazz le tematiche classiche possono essere contaminate, sfumate,  ritrattate con dissonanze raggiungendo ugualmente la riconciliazione spirituale dell’intenzione iniziale.

Cambia la forma ma non l’essenza.

Ieri ho avuto il piacere di poter ascoltare da vivo il pianista romano Riccardo Biseo, il quale ha espresso il suo sentire natalizio con una versione insolita di “White Christmas” per solo piano, versione Jazz che oscillava tra lo swing e frasi musicale molto lente;  il tutto dava un senso di raccoglimento delle note….Lui era lì tra quelle note.  E’ stato un momento di profondo silenzio e religioso.

Che sia Pergolesi, J.Sebastian Bach, Miles Davis, John Coltrain, Gershwin, musica Classica , rock, sacra  non importa, la musica nasce dal cuore,  sfiora le anime, fa il giro del mondo  e ritorna nel cuore.

Vi invito a una riflessione: come potrebbe  un uomo di chiesa  sentirsi uno strumento divino suonando una chitarra Gibson, ed esattamente il modello ‘’Diavoletto’’, esprimersi in modalità rock e rimanere ugualmente  un sant’uomo ?

Sembrerebbe paradossale ascoltare un abate in concerto con i Deep Purple  nell’esecuzione di ‘’Smoke on the water’ ?  vi allego il video http://www.youtube.com/watch?v=ZjJI8zBG0yQ    e capirete.

Parlo di padre Wolf  Notker, abate della Basilica di Sant’Anselmo a Roma; un uomo di grande cuore,  religioso  e musicale….semplicemente un Grande Uomo.

Vi parlo da musicista, sono una cantante di Jazz e ho ricevuto da Dio il dono di riuscire a vivere la mia vita  con i colori della Musica.

Il potere della Musica è quello di aprire le anime  per ritrovare le note  della Vita e viverla  in perfetta  Armonia.

Immigrati: il 23% dopo 10 anni in Italia parla italiano anche in casa


immigratiIl 23% degli che vivono in Italia da almeno 10 anni utilizza la lingua italiana anche al di fuori dell’ambiente lavorativo. E’ quanto emerge da una ricerca dell’Istat sull’integrazione degli nel nostro Paese.

Parlare l’ anche in casa, con i proprio connazionali, in modo naturale significa non solo una piena integrazione ma anche la testimonianza di un significativo allontanamento dalla cultura d’origine.

Un dato che può essere molto utile al fine del dibattito sulla legge sulla cittadinanza che si sta svolgendo in Parlamento. Ultimamente il tema della cittadinanza ha creato attriti tra le parti politiche e, a volte, anche all’interno dei singoli partiti. Uno dei requisiti che tutti considerano fondamentale per il rilascio della cittadinanza, sia che questa avvenga dopo 5, 8 o 10 anni, è proprio la conoscenza della lingua italiana.

Scorrendo la tabella dell’Istat, allora, si scopre che i più “integrati” da questo punto di vista sono i (il 29,3% di quelli che risiedono in Italia parla frequentemente la nostra lingua anche in casa). Segue poi la comunità peruviana (19,5%), albanese (19,4%) e romena (19,3%). Praticamente inesistente invece, l’uso corrente dell’ fra i gruppi cinese (1,2%) e filippino (2,4%).

da www.blitzquotidiano.it