Berlinale, quei gay “Mine vaganti”


di Fulvia Caprara

Il tabù dell’omosessualità, ma soprattutto gli equilibri complessi di una grande famiglia patriarcale del Sud. Essere gay, finalmente, non è un dramma e nemmeno una bandiera, piuttosto un incidente di percorso che si può superare, anche grazie ai colori, alla luce, al cibo, alle risate, di una comunità vitale, capace, con fatica, di metabolizzare il problema della diversità: «In Italia, da Trieste a Catania, la situazione è quella del film. Il punto sta nella comunicazione tra padri e figli, nel fatto che anche il genitore con la mentalità più aperta in fondo si preoccupa delle difficoltà che un figlio gay dovrà affrontare nella vita».

Alla Berlinale, nel giorno in cui l’attenzione è soprattutto per Shutter Island di Martin Scorsese con Leonardo DiCaprio (che cita Kennedy: «Ich bin ein Berliner»), Ferzan Ozpetek presenta fuori concorso Mine vaganti (dal 12 marzo nei cinema), ballata tragicomica nel bianco del barocco leccese, dedicata al padre scomparso tre anni fa, straordinariamente simile, confessa l’autore, al capofamiglia interpretato da Ennio Fantastichini. Su di lui, classico maschio meridionale completo di moglie granitica (Lunetta Savino) e amante debordante (Gea Martire) si abbatte la più terribile delle maledizioni, il primogenito gay: «C’è la mia storia, ma anche quella di tante famiglie che conosco. Con mio padre non abbiamo mai parlato apertamente della mia omosessualità, non sono cose di cui è necessario parlare… Lui, pur sapendolo, non ha mai smesso, quando mi vedeva con una ragazza, di fare battute del tipo: non te ne fai scappare una».

Sul set, in Puglia, Ozpetek ha ricostruito il clima delle sue tavolate romane all’ombra del gasometro, nel cuore del quartiere ostiense: «Girare un film è come mettersi a cucinare, non sai mai che cosa verrà fuori». Gli ingredienti sono gli attori, e si vede che il regista si è divertito un mondo a usarli, mescolarli, strapazzarli. Basta guardare i fratelli, motore della storia, Riccardo Scamarcio e Alessandro Preziosi, due sex-symbol dello spettacolo italiano alle prese con sofferte confessioni di omosessualità: «Mi piacevano, li ho trovati adatti per la parte». A Scamarcio è toccata la scena di un bacio appassionato: «Nessun problema, è scivolata via senza intoppi, però Riccardo continua a dire che, quando suo padre la vedrà, avrà le stesse reazioni di quello raccontato nel film». Di Preziosi, dice ancora il regista, «mi ha colpito la grande ambiguità, è molto istintivo, quando recita senza metterci il cervello raggiunge livelli eccellenti».

Anche Daniele Pecci ha accettato la trasformazione senza battere ciglio, anzi, racconta l’autore, «non ha voluto nemmeno leggere il copione». E dire che tutti hanno dovuto rinunciare a un bel pezzo della loro immagine: «A Riccardo ho fatto tagliare i capelli, volevo che facesse tenerezza».

E salti mortali sono stati richiesti pure a Elena Sofia Ricci che condensa, nel personaggio della zia Luciana, «le tre zie della mia infanzia». L’unica perfetta, fin dall’inizio, è stata Ilaria Occhini, la nonna depositaria dei segreti di famiglia, la più anticonformista, perché sa bene che fingere non serve: «L’ho scelta per la sua bellezza, per il fascino, per l’eleganza. Dopo, vedendola recitare, ho scoperto che è una grande attrice». La musica di Mine vaganti è importante, così come lo sono i titoli di coda che, nell’anteprima romana riservata alla stampa, sono saltati per errore gettando l’autore nel più totale sconforto: «Sono stato malissimo, ho preso venti gocce di Lexotan e sono andato a vedere Avatar». Il buonumore ritorna parlando delle ammiratrici celebri. Oltre a Madonna che, qualche tempo fa, in un’intervista, ha citato Cuore sacro e La finestra di fronte tra i suoi film preferiti, c’è Patty Pravo, autrice del brano Sogno composto apposta per il film: «Mi ha detto: sei l’unico regista a cui darei una canzone».

Come gli altri italiani invitati a Berlino (oggi tocca a Silvio Soldini con Cosa voglio di più), Ozpetek non è in gara per l’Orso: «Meno male, ieri notte, per l’ansia di essere qui, ho creduto di avere due infarti, già vedevo i titoli sui giornali, “Regista morto nella sua stanza al Festival”… Ma sarebbe stato stupido rifiutare per orgoglio l’offerta di partecipare fuori concorso». Mine vaganti parla di legami familiari, tema principe del cinema italiano: «Forse, raccontando la famiglia, cerchiamo di raccontare quello che succede nel Paese, perché è da lì che parte tutto».

da www.lastampa.it

Una sala giochi per i bimbi delle detenute


Una sala per attività ludico-formative dei bambini delle detenute. L’area giochi sarà inaugurata alle ore 10.30 di oggi presso la sezione femminile della casa circondariale Borgo San Nicola di Lecce.
Saranno presenti Maria Rosaria Piccinni, direttrice del Carcere, Filomena D’Antini Solero, assessora alle Pari opportunità della Provincia di Lecce, Serenella Molendini, consigliera di Parità della Provincia di Lecce, Michela di Ciommo, presidente della Commissione provinciale Pari opportunità della Provincia di Lecce e le componenti, Giovanna Caretto, dirigente del liceo artistico di Lecce, e Maria Antonietta Zecca in rappresentanza del Comitato Impresa Donna Cna.
La sala giochi che sarà inaugurata stamani è il risultato di un Protocollo d’intesa tra varie istituzioni. Il progetto, finanziato attraverso l’attività svolta dalla consigliera di Parità della Provincia di Lecce, si è svolto tra marzo e giugno 2009, ed è stato promosso dalla Commissione provinciale Pari opportunità. I lavori sono stati realizzati grazie alle competenze professionali degli studenti del liceo artistico “Ciardo” di Lecce, mentre il Cna ha curato i rapporti tra la casa circondariale e le varie istituzioni che hanno aderito all’iniziativa.

da www.iltaccoditalia.info

Carceri: primo suicidio 2010, interrogazione Radicali-Pd ad Alfano


Interrogazione a risposta scritta al ministro della Giustizia, Angelino Alfano, sul primo suicidio in carcere del 2010. A firmarla, Rita Bernardini, del gruppo Radicali-Pd, che fa riferimento alla morte – avvenuta l’altro ieri nel carcere di Altambura (Bari) – di Pierpaolo Ciullo, 39 anni, originario della provincia di Lecce, arrivato da poco nell´istituto penitenziario proveniente dalla casa circondariale di Lecce.
“Da quanto si e’ appreso – si legge nell’interrogazione – sarebbe stato lui stesso a chiedere di essere trasferito, perche’ nel carcere leccese vi era un rapporto difficile con gli altri detenuti; il giovane e’ stato rinvenuto, ormai senza vita, ai piedi del letto nella sua cella, dove sembra fosse da solo; vicino al corpo un fornello da campeggio, alimentato da una bombola di gas, di quelli in dotazione ai detenuti. A nulla sono serviti i soccorsi del personale: l’ipotesi del suicidio non e’ stata ancora confermata ufficialmente, ma sembrerebbe al momento la piu’ probabile”.
“Dopo che il 2009 ha fatto registrare il numero piu’ alto di suicidi in carcere della storia italiana (72), il 2010 sembra essere iniziato all’insegna della medesima ‘emergenza’ – prosegue il testo – Complessivamente nelle carceri pugliesi i detenuti sono oltre 4.300 (la capienza e’ di 2.535 posti) e nel 2009 si sono verificati 3 suicidi (a Foggia, all’IPM di Lecce e a San Severo), mentre i tentativi di suicidio sono stati circa 80. Nei luoghi di reclusione pugliesi, nel 2008, i suicidi erano stati 2 ed i tentativi di suicidio 60. Nel 2009 sono state 173 le persone morte nei luoghi di reclusione”. Al guardasigilli, tra l’altro, Rita Bernardini chiede “se non intenda avviare, nel rispetto e a prescindere dalla eventuale inchiesta che sulla vicenda aprira’ la magistratura, un’indagine amministrativa interna volta a verificare le cause che hanno cagionato la morte di Pierpaolo Ciullo”; “se non ritenga che l’alto tasso di suicidi in carcere dipenda dalle condizioni di sovraffollamento degli istituti di pena e dalle aspettative frustrate di migliori condizioni di vita al loro interno”; “se ritenga necessario assumere iniziative normative volte a modificare il regolamento sull’ordinamento penitenziario al fine di assicurare, attraverso una maggiore personalizzazione del trattamento, una ‘detenzione giusta’”.
“se non ritenga urgente riferire sulla reale consistenza delle morti in carcere in modo che possano essere concretamente distinti i suicidi dalle morti per cause naturali e da quelle avvenute per cause sospette”.