“Grida di dolore” – sempre dal diario, ancora inedito di Claudio Crastus


Se già da prima avevo l’intenzione d’interrompere qualsiasi terapia e di non sottopormi alle analisi, dopo questa legge medioevale il mio rapporto con l’infermeria è giunto a termine. Trovo vergognosa quest’agonia in cui, nostro malgrado, saremo costretti a “vivere”. Che cosa c’entriamo noi con chi è uscito e ha commesso un nuovo reato? Quante volte dovrò pagare? Quando si finirà di lapidarmi? Come si sentiranno quando morirà il primo malato tra queste mura, quando morirà il primo innocente?

Oggi è morta l’umanità, la giustizia, non c’è più proporzione tra reato e castigo. Ha forse senso la condanna a morte? Io non posso accettare di morire in questi recinti, non posso e non voglio sfiorire in cortili squallidi dove la vita è gettata con arroganza e le speranze vengono falciate con crudeltà.

Stanotte ho sognato l’inferno: era identico alla mia realtà. Lui, il demonio, ci ha messi in fila per tre e a drappelli ci destinava al patibolo. Due esseri orrendi mi hanno portato alla ghigliottina e mi hanno invitato ad appoggiare la testa sotto la lama. Pochi minuti, un ultimo sguardo al mio cuore ferito, poi più nulla: era scesa la lama.

Ho aperto gli occhi, e mi sono ritrovato nella mia cella, le lenzuola inzuppate di sudore, il cuore impazzito, sballottato da un incubo a un altro, tra il buio e il silenzio di un’interminabile notte.

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