Perfezioniamoci per diventare luminosi


Non basta sentirsi animati da un ideale di giustizia, di onestà, di bontà, e volere che quell’ideale si realizzi nel mondo. Se non sapete come agire, vi scontrate continuamente con gli altri e finite per scoraggiarvi. Che fare allora? Lasciare semplicemente gli altri tranquilli e continuare a perfezionarvi. Così, a poco a poco, quando vi presenterete davanti a loro, li impressionerete per la vostra luce; vedendovi, essi capiranno di essersi smarriti lungo strade fangose. Finché volete assolutamente mostrare agli altri che hanno preso una strada sbagliata, sprofondate con loro nel fango. Lavorate soltanto per diventare luminosi, e quando gli altri vi
incontreranno, senza neppure che diciate qualcosa, capiranno che siete voi nel vero, e cercheranno di imitarvi.” Omraam Mikhaël Aïvanhov

Un Pm e un giornalista raccontano a un alieno la giustizia italiana


di Valentina Marsella

Il libro di Francesco Minisci, magistrato romano, e Arcangelo Badolati della Gazzetta del Sud, percorre storie di ordinaria ingiustizia e paradossi del sistema giudiziario italiano, complesso e contraddittorio, spiegando a un marziano come (non) funziona.

Fonte: Immagine dal web

Se un alieno arrivasse sulla Terra da un

pianeta sconosciuto, come giudicherebbe la Giustizia? Probabilmente, con il caos che la invade ai nostri giorni, non ci capirebbe nulla. Ma c’è chi ha provato a dare una risposta a questo interrogativo. Un omino verde proveniente da un’altra galassia è il protagonista del libro ‘La giustizia italiana raccontata a un alieno’, scritto dal magistrato della Procura di Roma Francesco Minisci, titolare della nuova inchiesta aperta per far luce sulla morte di Pierpaolo Pasolini, e dal giornalista Arcangelo Badolati, caposervizio del quotidiano ‘Gazzetta del Sud’.

Il volume, edito dallA Rubbettino, racconta le incongruenze, le storie di

ordinaria ingiustizia e i paradossi prodotti dal sistema giudiziario italiano. I due autori, basandosi su vicende reali, sostengono quanto esigue siano spesso le pene inflitte ai responsabili di gravi reati. Ma anche quanto dannoso e inutile si sia rivelato il meccanismo dell’indulto e quanto complesso sia diventato lottare contro le cosche mafiose.

La copertina del libroNon solo, nel libro-denuncia si evidenzia quanto

facile sia divenuta la vita per i cosiddetti ‘colletti bianchi’, che delinquono in giro per l’Italia e quanto, ancora, sia vantaggioso e redditizio per faccendieri e imprenditori senza scrupoli lucrare illegittimamente fondi dall’Unione europea. E ancora, gli autori puntano il dito sulla farraginosità del nostro ordinamento, pieno di trappole e, sostanzialmente, incapace di offrire risposte a chi invoca giustizia.

All’omino verde sbarcato sulla Terra, gli autori

raccontanto la giustizia italiana “complessa, contraddittoria, inapplicabile. La Giustizia italiana è un sistema precario – dicono – che spesso lascia i cittadini smarriti, increduli di fronte all’incertezza della pena. Mentre il crimine occasionale, organizzato o dissimulato, resta impunito. Molti uomini di legge -continuano –  eroi quotidiani e sconosciuti, tentano di reagire: denunciano, indagano, resistono. E non si sottraggono alle proprie responsabilità, compresa quella di spiegare a un curioso extraterreste come e perché in Italia la legge rischi di non essere uguale per tutti”.

Ad illustrare i contenuti del libro, presentato in prima nazionale al teatro

Quirino di Roma il 17 giugno, Luca Palamara, presidente dell’Associazione nazionale magistrati, affiancato dallo storico Enzo Ciconte, sotto la moderazione del giornalista Marco Damilano de ‘L’Espresso’. Minisci, in magistratura dal 1997, è sostituto procuratore della Repubblica a Roma. Per 10 anni, dal 1999 al 2009, è stato in servizio in Calabria dove, come pm Antimafia, ha condotto alcune tra le più importanti indagini nei confronti delle cosche ‘ndranghetistiche del cosentino. È membro della Commissione ‘Potere e Procedimento disciplinare’ dell’Associazione Nazionale Magistrati.

Arcangelo Badolati, giornalista professionista, è caposervizio del

quotidiano ‘Gazzetta del Sud’. Autore di numerose pubblicazioni sulle devianze criminali e i misteri calabresi, ha seguito, negli ultimi venti anni, i più importanti processi che si sono svolti in Calabria. È componente del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell’Università della Calabria ed è autore, inoltre, di Nera di Calabria, una delle trasmissioni televisive più seguite della regione. Tra i suoi libri, ‘I segreti dei boss’ I e II (il primo nel 2001, il secondo nel 2008), ‘Crimini’ (2007),  ‘ ‘Ndrangheta eversiva’ (2007), ‘Faide e Banditi e schiave’ (2009).

da http://www.nannimagazine.it

“La giustizia in Italia”, riflessioni di Giovanni Lentini e Saverio Masellis dal carcere Dozza di Bologna


Ogni carcere rispecchia la problematiche dello stato o nazione in cui si vive, si è detto, si dice  si dirà tanto ancora, purtroppo, del fattore carcere in Italia, ma quando in uno stato “Democratico” come il nostro un momento di emergenza si trasforma in quotidianità creando allarmismo, sfornando decreti legge solo per affievolire e accontentare la massa pubblica che si appresta a votare per questo o per quel partito politico, diventa solo un fine a se stesso e noi colpevoli e non diventiamo carne putrida da eliminare…certo la mafia esiste ma sono veramente tutti mafiosi quelli che vediamo sbattuti sulle prime pagine die giornali? Certo i giudici corrotti esistono ma sono tutti corrotti? Noi persone normali non possiamo giudicare e se in aso lo facessimo non creeremmo sicuramente nessun problema ma un giudice no! Un giudice, pur essendo una persona normale come noi h l’incarico di giudicare e di condizionare il futuro di un essere umano, per questo dovrebbe guardare, vagliare, scrutare, trovare prove certe e inconfutabili, sfiancare e sfiancarsi e solo dopo aver fatto tutto questo può sentirsi sereno nel giudizio quale esso sia, sia in caso di condanna che in caso di assoluzione. Maggiore attenzione dovrebbero riservare a quei processi dove si decide la vita di un uomo ma purtroppo, sempre più spesso, si assiste inermi a condanne all’ergastolo senza prove certe e inoppugnabili.

Le persone normali dovrebbero capire e interrogarsi sulla veracità di tante sentenze, seguire più da vicino questo mondo sconosciuto a molti e pure così vicino e pronto a inghiottire tutti perché in qualsiasi momento può travolgere la vita di chiunque, specialmente se si è nati in regioni come la Calabria, la Campania o come la Sicilia perché purtroppo il luogo dove si è natio cresciuti fa nascere pregiudizi su chi dovrebbe giudicare con equanimità.

Quindi se siete meridionali o amici di tali preparatevi e state allerta perché da un momento all’altro potreste subire un agguato giudiziario impartito da qualche solerte magistrato che affiancato a marescialli o brigadieri con la sola sete del potere e della carriera si ergono a salvatori del mondo distruggendo vite umane e famiglie intere.

Dal carcere di Spoleto una riflessione di Sebastiano Milazzo (ricevuta, copiata e pubblicata


 Miriam Mafai su un articolo su Repubblica del 15 giugno si chiede scandalizzata se era necessario portare l’imputato Fabio De Santis ammanettato in tribunale visto che non è mafioso. Come a dire che un imputato di essere mafioso, non condannato ma solo imputato, può essere massacrato quando si vuole, come si vuole, quanto si vuole, mentre un galantuomo come De Santis no. La signora Mafai con la sua indignazione tradisce un razzismo sociale molto diffuso con un pensiero che non differisce dal pensiero dell’on. Buonanno della Lega Nord che si augura il suicidio di tutti i mafiosi. Cambia la forma ma la sostanza è la stessa. Questa è l’incultura di questo paese, l’incultura di chi pretende una GIUSTIZIA a due piani, una per i galantuomini per definizione che si fanno regalare le cose in tutto o in parte e per quelli che si fanno portare le escort per soddisfare le proprie voglie. E un’altra GIUSTIZIA per i soliti utili idioti usati come icone del male assoluto per deviare l’attenzione dagli scambi di favori che si fanno gli uomini del sistema, di destra e di sinistra, e i loro sodali che non pagano mai per le loro colpe. A differenza degli Stati Uniti dove non c’è il reato di associazione mafiosa ma leggi che inducono i tribunali a giudicare in base ad elementi oggettivi: il banchiere che ha truffato miliardi di dollari in cinque mesi è stato giudicato e condannato con la stessa severità riservata all’ultimo reietto della società a 150 anni di carcere. De Santis e i suoi sodali faranno al massimo tre mesi di carcerazione preventiva  il loro processo verrà prescritto.

Questa incultura ha portato all’ERGASTOLO OSTATIVO.

L’incultura che individua preventivamente “le categorie” da rinchiudere in carcere privandole del diritto di avere diritti non per quello che in realtà sono ma per come sono fatti apparire e per quello che servono al potere.

Diceva Giuseppe Prezzolini: “Di una cosa sono certo: gli Italiani mi sembrano negati per la democrazia; islandesi, svizzeri, inglese, americani sono nati democratici, noi autoritari e faziosi. Forse non sono stato fascista perché ero troppo poco italiano

Dal carcere di Spoleto: l’uomo ombra


 di Carmelo Musumeci

Ho ricevuto questa domanda nella rubrica della “Posta Diretta” che tengo nel sito di www.informacarcere.it

Voi ergastolani vi definite “Uomini ombra” ma non pensate alle persone che sono morti per causa vostra che non hanno neppure più la loro ombra? Sono d’accordo con lei solo di una cosa “Chi vuole giustizia in realtà desidera vendetta.” Io lo ammetto, voglio vendetta. Spero che lei non esca mai e che muoia in carcere.

 Ho risposto in questo modo

Chi violenta, uccide, mangia bambini o ammazza persone inermi e innocenti difficilmente è condannato all’ergastolo.

Molti di loro scelgono riti alternativi, altri collaborano o scelgono di usare la giustizia per avere sconti di pena.

E anche se alcuni di essi sono condannati all’ergastolo, non è mai quello ostativo a qualsiasi beneficio ma quello normale che dopo dieci anni puoi uscire in permesso, a venti in semilibertà e a venticinque in condizionale.

Lei non sa, o fa finta di non sapere,  che su 1400 ergastolani saranno una trentina quelli che hanno sulla coscienza morti innocenti.

Tutti gli altri sono stati condannati all’ergastolo perché sono riusciti a sopravvivere a guerre interne alla malavita organizzata.

E fra gli ergastolani ostativi sono pochissimi quelli condannati per omicidi di persone innocenti, forze dell’ordine o altro.

Tutti parlano bene dei morti e male dei vivi, se fossi morto nei numerosi attentati che ho subito, forse parlerebbero bene anche di me.

L’ho detto molte volte: nella malavita organizzata sia i vivi, sia i morti, sono colpevoli.

Non ci sono vivi cattivi e morti buoni,  come non ci sono vivi buoni e morti cattivi.

Infatti, molti anni fa era difficile che omicidi maturati nella malavita fossero condannati alla pena dell’ergastolo.

Molto tempo fa l’ergastolo ostativo non esisteva.

Solo esigenze politiche hanno portato a condannare ragazzi di 18-19 anni alla pena dell’ergastolo ostativo e imprenditori, finanzieri e politici corrotti a pochi mesi di carcere.

In guerra non ci sono soldati buoni e soldati cattivi,  ci sono solo soldati che si ammazzano fra loro.  Lo Stato, che li ha condannati e  dopo la condanna li ha usati come trofei politici, è responsabile del fatto che questi ragazzi sono cresciuti nell’illegalità amministrativa e culturale, frutto dell’abbandono più totale da parte delle stesse Istituzioni che avrebbero dovuto tutelarli.

Questa è la verità storica, oggettiva e sociologica che i mass media nascondono.

Io non credo che la Giustizia/vendetta si ottenga con il carcere a vita  perché se lo Stato agisce come i criminali,  dove sta la differenza fra noi e loro?

Un uomo per essere giusto dovrebbe avere pietà e perdonare anche a rischio di farsi ingannare.

Io una volta avevo perdonato un mio nemico e dopo un po’ di tempo sono stato ringraziato da lui con sei pallottole ma non ho mai rimpianto di averlo perdonato.

Per il resto preferisco non uscire mai e morire in carcere che diventare “criminale” come lei.

Buona vendetta.

Pasqua e Pasquetta in carcere


Oggi e domani l’on. Rita Bernardini, radicale eletta nelle liste del PD, membro della commissione Giustizia della Camera, insieme a Marco Pannella e a un altro collaboratore, visiteranno due delle carceri più sovraffollate e tristemente celebri d’Italia, Poggioreale a Napoli e l’Ucciardone a Palermo.

Li seguirò col pensiero, è come se fossi lì con loro.

L’amore, il perdono e la giustizia


“La giustizia non è una virtù che gli umani praticano
spontaneamente, ragion per cui, quando Mosé ha posto l’accento su questa virtù, ha fatto fare loro grandi progressi. In seguito è
venuto Gesù per insegnare loro l’amore, il perdono. Ma bisogna
fermarsi qui? No, c’è ancora un altro grado da raggiungere,
perché in realtà, perdonare non risolve tutti i problemi. Se
qualcuno viene ad attaccarvi, è forse proibito essere più forti
di lui, afferrarlo alla cintola e sollevarlo dicendogli: “Allora,
vuoi che ti scaraventi a terra?” Però voi evitate di farlo, lo
rimettete in piedi dolcemente, e così lui capisce. Ovviamente, è
simbolico: voglio dire con questo che bisogna essere più forti
dei propri nemici, immobilizzarli con un gesto, una parola, uno
sguardo. Non li maltrattate, ma anzi li aiutate dando loro una
magnifica lezione.
Per ottenere questa forza spirituale, dovete pregare, meditare
ed esercitarvi, prendendo il sole come modello. Allora, a
contatto col vostro calore e la vostra luce, chi potrà toccarvi
senza bruciarsi? I nemici resteranno lontani, non oseranno più
avvicinarsi. Di fronte alla potenza spirituale, si è sempre
costretti a capitolare. Dopo la giustizia, dopo l’amore e il
perdono, l’essere umano deve ancora conquistare la vera forza.”

Omraam Mikhaël Aïvanhov

Niente carcere, seconda settimana: “L’uomo ombra” di Carmelo Musumeci dal carcere di Spoleto


Un’amica mi scrive:

Mi è venuto da riflettere sul verbo “scontare”, infatti si dice “scontare la pena”.

Quindi è già insito nella parola stessa che “scontando una pena” questa diminuisca, infatti più sconti la pena e più la parte restante diminuisce.

Quindi è già insito nella ratio del concetto giuridico di “scontare la pena” che la pena prima o poi si esaurisca proprio in virtù del fatto che con il passare degli anni la pena si sconta.

Allora è assurdo e contraddittorio dire “sconta l’ergastolo ostativo” oppure “sta scontando l’ergastolo ostativo” perché nonostante il passare degli anni, la pena residua non diminuisce.

 È vero!

L’ergastolo ostativo va persino contro la matematica e l’italiano.

La pena perpetua non ti toglie solo la libertà, ti strappa pure il futuro.

Ti  potrebbero togliere tutto ma non la tua intera vita.

Lo Stato si può prendere una parte di futuro,  ma non tutto, se vuole essere migliore di un criminale.

L’ergastolo ostativo è disumano perché l’uomo per vivere e morire ha bisogno della speranza che la sua vita un giorno forse sarà diversa o migliore.

La pena perpetua è un sacrilegio perché anticipa l’inferno sulla terra e la pena eterna senza possibilità di essere modificata è competenza solo di Dio (per chi crede).

L’uomo è l’unico animale che può cambiare,  per questo non potrebbe e non dovrebbe  essere considerato cattivo e colpevole per sempre.

La giustizia potrebbe, anche se non sono d’accordo, ammazzare un criminale quando è ancora cattivo, ma non dovrebbe più tenerlo in carcere quando è diventato buono.

O farlo uscire solo quando baratta la sua libertà con quella di qualcun altro collaborando e usando la giustizia.

Se la pena è solo vendetta, sofferenza e odio,  come può fare bene o guarire?

Voglio ricordare che per chi ha commesso un crimine, il perdono fa più male della vendetta, il perdono lo  costringe a non trovare dentro di sé nessuna giustificazione per quello che ha fatto.

Ecco perché converrebbe combattere il male con il bene, col perdono,  con una pena equa e rieducativa.

La pena dell’ergastolo ostativo ci lascia la vita, ma ci divora la mente, il cuore e l’anima.

Niente più carcere, quarto giorno: conferenza dei Radicali “Quando lo Stato sbaglia…”


Martedì 16 febbraio, alle 11, alla sala conferenze stampa del Senato della Repubblica, si terrà la conferenza stampa “Quando lo Stato sbaglia. Casi, storie e proposte al Senato”. “Alcune volte, gli errori dello Stato, ancorché pochi, forse fisiologici, forse comunque troppi, lasciano le vittime a invocare verità, giustizia, risposte. Da parte di chi, se non da parte dello Stato stesso?”. È quanto si legge in un comunicato stampa.

“Lo Stato possiede gli anticorpi per prevenire, riconoscere e intervenire qualora le persone che agiscono in suo nome incorrano in errori? O tali anticorpi possono essere migliorati, resi più efficienti, se non alcune volte addirittura creati? Sono domande che non possono non interrogare profondamente la politica, rivolte in questa occasione, insieme all’associazione radicale il Detenuto Ignoto, da parte delle famiglie coinvolte nelle tremende, sospette storie di detenuti deceduti in carcere. Partecipano: Emma Bonino, vicepresidente del Senato; Rita Bernardini, deputata e membro della commissione Giustizia alla Camera dei deputati; Ignazio Marino, senatore e presidente della commissione parlamentare di inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio sanitario nazionale che ha aperto una indagine sul caso Cucchi; Donatella Poretti, senatrice e segretaria della commissione Igiene e sanità al Senato; Ornella Favero, presidente di Ristretti Orizzonti; Laura Baccaro, criminologa. Moderano: Irene Testa, segretaria dell’associazione radicale Il Detenuto Ignoto, e l’avvocato Alessandro Gerardi”.

da www.ristretti.it

Lettera dal carcere di Velletri


Chi scrive è il detenuto Galante Vito, attualmente detenuto nel carcere di Velletri.
Un carcere spesso rappresentato come fiore all’occhiello ma la realtà non è sempre come viene descritta.
Inizio con il dire che in pochi mesi ci sono stati due suicidi.
In pochi mesi si sono susseguiti tre Direttori, l’attuale ha idee dittatoriali, non rispetta le normative del DPR 230 del 30.06.00, un istituto allo sbando dove la giustizia la si cerca con la fiamma di un accendino acceso proprio come venne rappresentata nelle aule del Tribunale di Milano da un noto avvocato che fece spegnere la luce, prese un accendino, accese e girando attorno a un tavolo, il Presidente del Tribunale gli chiese: “Avvocato che cosa sta facendo?”. L’Avvocato rispose: “sto cercando la giustizia…”. Ecco sono 18 anni che sto cercando io la giustizia per le varie traversie avvenute nelle carceri italiane, dove sono ho soggiornato e dove ho lasciato la mia salute.
Avevo 20 anni quando un reato mi ha visto in concorso, un cumulo pena di anni 30. Avevo un’attività, oggi non ho più niente, non ho neppure la mia mamma che mi ha aspettato invano, sino al 5 febbraio 2009 quando è dipartita.
Con questo appello voglio testimoniare che nelle carceri italiane si muore, ci si ammala proprio come asseriva il filosofo ex senatore Norberto Bobbio: “Il carcere funziona come un ospedale dove ci si facesse ricoverare non per guarire ma per ammalarsi e maggiormente morire”.
Continuo con il dire che bisogna abbattere il muro delle carceri, far entrare un po’ di persone sensibili alle problematiche che avvengono in queste scatolette di carne, sì, scatolette di carne senza valore, senza prezzo, ma con un numero di identificazione, tutto questo non è facile immaginarlo… Viverlo è disumano.
Ribadisco oggi 38enne, preso per il bavero e sbattuto contro il muro della sconfitta, qualcosa dentro di me si è spezzato, qualcosa è andato in frantumi, non è facile ricomporre i frammenti.
Vorrei ribadire che con l’aiuto della fede, del buon Dio, posso dire di aver superato delle tristi realtà, tutto non è una prosa.
Con la presente voglio dire che anche in fondo a un letto, anche in un monastero, anche in una strada, anche in un carcere, se si alimenta la fiamma della speranza si può andare avanti.
Si parla dell’abolizione della pena di morte negli altri stati, quando in casa nostra la pena di morte viene inflitta sotto un’altra forma da parte della Magistratura, sostenendo che nel carcere si può curare le patologie, in un caso il Magistrato negava la libertà a un detenuto affetto da carcinoma epatocellulare perchè nessun miglioramento esterno poteva apportare allo stesso, così poteva benissimo morire in carcere.
Parole che provocano un nodo in gola e ci devono far riflettere che nelle carceri ci sono persone che raggiunto il ravvedimento possono essere reinserite nella società.
Ebbene mi fermo qui, invio i miei saluti, che chi vuol mettersi in contatto per scambio di idee e opinioni può farlo.

Vito Galante
Carcere di Velletri , 02/12/09
Attualmente detenuto a Rebibbia

da www.informacarcere.it