Un Pm e un giornalista raccontano a un alieno la giustizia italiana


di Valentina Marsella

Il libro di Francesco Minisci, magistrato romano, e Arcangelo Badolati della Gazzetta del Sud, percorre storie di ordinaria ingiustizia e paradossi del sistema giudiziario italiano, complesso e contraddittorio, spiegando a un marziano come (non) funziona.

Fonte: Immagine dal web

Se un alieno arrivasse sulla Terra da un

pianeta sconosciuto, come giudicherebbe la Giustizia? Probabilmente, con il caos che la invade ai nostri giorni, non ci capirebbe nulla. Ma c’è chi ha provato a dare una risposta a questo interrogativo. Un omino verde proveniente da un’altra galassia è il protagonista del libro ‘La giustizia italiana raccontata a un alieno’, scritto dal magistrato della Procura di Roma Francesco Minisci, titolare della nuova inchiesta aperta per far luce sulla morte di Pierpaolo Pasolini, e dal giornalista Arcangelo Badolati, caposervizio del quotidiano ‘Gazzetta del Sud’.

Il volume, edito dallA Rubbettino, racconta le incongruenze, le storie di

ordinaria ingiustizia e i paradossi prodotti dal sistema giudiziario italiano. I due autori, basandosi su vicende reali, sostengono quanto esigue siano spesso le pene inflitte ai responsabili di gravi reati. Ma anche quanto dannoso e inutile si sia rivelato il meccanismo dell’indulto e quanto complesso sia diventato lottare contro le cosche mafiose.

La copertina del libroNon solo, nel libro-denuncia si evidenzia quanto

facile sia divenuta la vita per i cosiddetti ‘colletti bianchi’, che delinquono in giro per l’Italia e quanto, ancora, sia vantaggioso e redditizio per faccendieri e imprenditori senza scrupoli lucrare illegittimamente fondi dall’Unione europea. E ancora, gli autori puntano il dito sulla farraginosità del nostro ordinamento, pieno di trappole e, sostanzialmente, incapace di offrire risposte a chi invoca giustizia.

All’omino verde sbarcato sulla Terra, gli autori

raccontanto la giustizia italiana “complessa, contraddittoria, inapplicabile. La Giustizia italiana è un sistema precario – dicono – che spesso lascia i cittadini smarriti, increduli di fronte all’incertezza della pena. Mentre il crimine occasionale, organizzato o dissimulato, resta impunito. Molti uomini di legge -continuano –  eroi quotidiani e sconosciuti, tentano di reagire: denunciano, indagano, resistono. E non si sottraggono alle proprie responsabilità, compresa quella di spiegare a un curioso extraterreste come e perché in Italia la legge rischi di non essere uguale per tutti”.

Ad illustrare i contenuti del libro, presentato in prima nazionale al teatro

Quirino di Roma il 17 giugno, Luca Palamara, presidente dell’Associazione nazionale magistrati, affiancato dallo storico Enzo Ciconte, sotto la moderazione del giornalista Marco Damilano de ‘L’Espresso’. Minisci, in magistratura dal 1997, è sostituto procuratore della Repubblica a Roma. Per 10 anni, dal 1999 al 2009, è stato in servizio in Calabria dove, come pm Antimafia, ha condotto alcune tra le più importanti indagini nei confronti delle cosche ‘ndranghetistiche del cosentino. È membro della Commissione ‘Potere e Procedimento disciplinare’ dell’Associazione Nazionale Magistrati.

Arcangelo Badolati, giornalista professionista, è caposervizio del

quotidiano ‘Gazzetta del Sud’. Autore di numerose pubblicazioni sulle devianze criminali e i misteri calabresi, ha seguito, negli ultimi venti anni, i più importanti processi che si sono svolti in Calabria. È componente del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell’Università della Calabria ed è autore, inoltre, di Nera di Calabria, una delle trasmissioni televisive più seguite della regione. Tra i suoi libri, ‘I segreti dei boss’ I e II (il primo nel 2001, il secondo nel 2008), ‘Crimini’ (2007),  ‘ ‘Ndrangheta eversiva’ (2007), ‘Faide e Banditi e schiave’ (2009).

da http://www.nannimagazine.it

Premi. Diritti umani: solo il 3% nelle news


Claudia Duque vince il premio “Women and Leadership” all’interno del Premio Ilaria Alpi. Intervista audio

Si chiama Claudia. Per la precisione: Claudia Julieta Duque. Professione: giornalista.
E’ lei la vincitrice del premio Women and Leadership promosso da UniCredit Group all’interno della 16a edizione del Premio Ilaria Alpi a Riccione. Un riconoscimento – sottolinea Antonella Massari, Responsabile Group Identity and Communications del Gruppo bancario – voluto per sostenere la necessità di un’informazione corretta e libera, capace di guardare in profondità e di riflettere sugli eventi del mondo. Un nome, quello di Claudia Duque, che non molti forse conoscono in Italia, ma che in Colombia, dove la giornalista lavora e vive, significa minacce, esilio, censura. Pedinata e controllata Claudia Duque sta continuando da anni il suo coraggioso lavoro per raccontare la verità sulla scomparsa del giornalista colombiano Jaime Garzòn, ucciso nell’agosto del ’99 in circostanze misteriose. Un omicidio nel quale sarebbero implicati anche un paramilitare e diversi componenti delle forze di sicurezza. Da quando ha iniziato ad indagare sulla vicenda di Garzòn, la giornalista colombiana ha cominciato a ricevere minacce e nel 2001è stata costretta a lasciare il suo Paese. Da qualche mese anche sua figlia, una ragazza di 16 anni, è minacciata di morte. Per questo Amnesty International è intervenuta e ha chiesto al Governo colombiano maggiore protezione per la famiglia della giornalista. Raggiunta al telefono da VITA.it, Claudia Duque si dice molto contenta e onorata di poter ricevere il premio all’interno di un evento dedicato alla memoria di Ilaria Alpi. Senza però nascondere le difficoltà del suo lavoro, e più in generale della sua vita: «In Colombia mi occupo principalmente di diritti umani. Per fare un esempio, però, solo il 3-4% dell’informazione colombiana tratta di questi temi. Temi scomodi, e dietro i quali si celano interessi economici molto alti». «Da qualche tempo la mia situazione personale è leggermente migliorata – continua Claudia – ma abbiamo dovuto aspettare che un dossier sul mio conto del DAS (Dipartimento amministrativo di Sicurezza, i servizi segreti colombiani, ndr.), fosse reso pubblico» e aggiunge «Su quel dossier era scritto, nero su bianco, quando, come e a che scopo avrebbero dovuto minacciarmi gli stessi servizi per mettermi a tacere. La verità richiede tempi lunghi. Ma senza credersi eroi, ma giornalisti, l’importante è andare avanti. Ed è per questo che ho firmato anch’io l’appello del Premio Ilaria Alpi per chiedere maggiore impegno ai politici e alle istituzioni sulla verità dell’omicidio ai danni di Ilaria Alpi in Somalia». «Si tratta di un riconoscimento, quello ricevuto da Claudia Duque – sottolinea Antonella Massari, Responsabile Group Identity and Communications di UniCredit – voluto per sostenere la necessità di un’informazione corretta e libera, capace di guardare in profondità e di riflettere sugli eventi del mondo, in linea con l’esempio di Ilaria Alpi e del Premio a lei dedicato”.

da www.vita.it

In Afghanistan una scuola nel nome di Maria Grazia Cutuli


Forse la frase più semplice e bella l’ha detta Said Ahmad, l’ ‘elder’ di Kush Rod, il capo villaggio. “Maria Grazia Cutuli non è morta invano. Grazie al suo sacrificio avremo una scuola dove far studiare i nostri bambini”. La scuola intitolata alla giornalista del Corriere della sera uccisa in Afghanistan il 19 novembre 2001, mentre percorreva la strada tra Jalalabad e Kabul, sorgerà in questa landa desolata del distretto di Injil, ad un’ora di fuoristrada da Herat. L’ha voluta e l’ha finanziata la Fondazione Cutuli e oggi, in pompa magna, è stata posata la prima pietra della struttura che ospiterà 600 bambini, 350 femmine e 250 maschi. C’erano tutti, a cominciare dal presidente della Fondazione, l’architetto Mario Cutuli, che per la prima volta mette piede in Afghanistan, nove anni dopo l’omicidio della sorella. “Un paese che Maria Grazia amava molto, l’Afghanistan, per il quale credeva in un futuro di pace e sviluppo”, ha detto, parlando davanti ai notabili della zona, al vicegovernatore di Herat, alla gente del posto e, soprattutto, ai tanti bambini che nei prossimi mesi avranno un posto dove imparare a leggere e a scrivere. “Vengo per mettere la prima pietra di una scuola che rappresenta un piccolo passo per il futuro di tutto il Paese e un grande contributo per lo sviluppo di questo villaggio”. La scuola, che nasce in una delle zone più povere della provincia di Herat, è stata gratuitamente progettata in Italia attravero un workshop cui hanno partecipato diversi studi di architettura. Si tratta di un complesso che occuperà un’area di 2.000 metri quadrati, di cui 650 saranno coperti dall’edificio scolastico vero e proprio – con otto classi, una biblioteca, diversi servizi per la didattica (il Corriere della Sera donerà 50 computer) – e un’altra vasta zona adibita ad orto e giardino, su cui verranno piantati 50 alberi da frutta. Il progetto della Fondazione (che vede tra i soci fondatori, oltre alla famiglia Cutuli, il Comune di Roma, l’Ordine dei giornalisti, il Corriere, Rcs quotidiani, Banca Nuova, la Regione Sicilia, Confindustria Sicilia e la Fnsi) è stato sostenuto dal Prt, il Team di ricostruzione provinciale del contingente militare italiano, che ha individuato l’area e fornito il sostegno logistico. Lo stesso colonnello Emmanuele Aresu, comandante del Prt, insieme al rappresentante della Farnesina ad Herat, Sergio Maffettone, si sono impegnati in prima persona per favorire i contatti con le autorità locali e per ottenere, in tempi rapidi, le necessarie autorizzazioni. “La nostra Fondazione – ha detto Mario Cutuli – ha voluto lasciare un segno simbolico sul territorio per ricordare e proseguire il lavoro di studio e di ricerca iniziato da Maria Grazia e per onorarne la memoria proprio nel Paese dove è finita la sua breve, ma intensa esistenza. Oggi sono felice perché qui ritrovo il suo spirito ed è come se pecepissi ancora la presenza di mia sorella”. Per far luce sull’assassinio della giornalista del Corriere della Sera sono stati aperti due processi: uno in Italia, attualmente bloccato perche non è stato possibile notificare agli inquisiti (la procura di Roma ne ha individuati sei) la chiusura delle indagini a loro carico, e uno in Afghanistan, che ha portato alla pena capitale per tre persone. La prima di queste condanne è stata eseguita a Kabul l’8 ottobre: in questa occasione la famiglia di Maria Grazia ha ribadito la sua contrarietà alla pena di morte.

da www.livesicilia.it

Il cronista e il cielo di casa


di Roberto Puglisi

Ho cominciato a fare il giornalista perché il cielo sopra casa mia non mi bastava più. Ho il tesserino, all’esame mi hanno promosso. Ma sono rimasto un insicuro, in fondo. Non so se lavoro sempre all’altezza di ciò che io, in primis, mi aspetto da me.

Né il tesserino mi consola o mi rafforza. La conferma la trovo – quando la trovo – negli occhi delle persone di cui ho raccontato qualcosa, nelle loro mani, nella loro voce. E mi basta. Io mi faccio piccolo piccolo, quando entro nella vita delle persone, anche se peso 115 chili e sono uno e ottanta.

Mi faccio minuscolo, quando entro nella vita di chi ha subito un lutto. Quando provo a spiegare qualcosa. Quando mi tocca una cronaca complessa. Mi faccio piccolo perché non voglio essere visto, né voglio disturbare. Non sono io la cronaca. Ma tento di riflettere quello che vedo col piccolo specchio che mi porto in tasca. Si chiama taccuino. E sono così impegnato a camminare che non mi interessa stabilire una supremazia, in una ipotetica gara.

Come potrei dire che altri occhi sono peggiori dei miei? Magari avrà ragione chi sostiene che sia necessario un tesserino per l’accesso alla professione, non dico di no. Però io quando lavoro mi sento coinvolto in un grande rapporto d’amore con le cose e le persone che ho davanti. Se non l’avessi, basterebbe un tesserino?

Io ho fatto il giornalista perché il mio cielo e la mia vita non mi bastavano più. E ho scoperto, nel mio viaggio fin qui, che il cielo è immenso, che può essere la casa di tutti.

E che i veri beati sono quelli che lo attraversano in decoroso silenzio.

da www.palermo.blogsicilia.it

Genova: morto Vincenzo Curia, cronista da Guinness dei primati


Se esistesse il Guinness del , un primato che consacrasse il cronista che ha lavorato di più e che è arrivato al record di anni  di servizio, lui lo avrebbe vinto di sicuro. E per distacco. E’ morto a , dopo una breve malattia, , cronista giudiziario nella redazione genovese di .

I prossimi sarebbero stati 89 anni, ma “Unghia” non ci è arrivato per un soffio. E’ morto sicuramente perché si è accorto che  non avrebbe più potuto andare a caccia di notizie come aveva fatto ininterrottamente per 66 anni, tutti i giorni, dalla mattina alla sera, pochissime ferie escluse. “Unghia”, al secolo , era un giornalista calabro-genovese, premiato dal presidente Napolitano nel 2008 per la sua eccezionale carriera di cronista.

E’ morto senza sapere del suo straordinario primato di longevità,  forse, solo nascondendosi il fatto che nessuno in un giornale aveva mai lavorato quanto lui. Alla redazione genovese di   aveva un computer un po’ particolare, più semplice di quello dei colleghi, l’unica differenza preferenziale, concessa alla sua veneranda età.

Ma le altre differenze erano tutte a suo vantaggio. Il primo a andare a lavorare, a caccia di notizie appunto, il primo a chiudere l’ultimo pezzo, il cronista che in qualsiasi statistica mondiale ne ha portate al giornale più di ogni altro. Sessantasei anni senza tregua, con la stessa forza e la stessa passione e la vita intera dentro a un lavoro rispetto al quale non aveva nessun cedimento iconografico, ma solo un’austerità quasi rigida. Avrebbe potuto essere uno dei protagonisti del celebre film “Front page” (“” nella versione italiana), con Jack Lemmon primo attore, ma non aveva alcun vezzo messo in vetrina dagli interpreti di quella stupenda pellicola, ambientata nella sala stampa di un palazzo di Giustizia.

Curia macinava notizie e la parte del giornalista non l’ha mai recitata. Semplicemente lo era e non aveva bisogno di mostrarlo.

Era un figlio del Sud, Calabria profonda, diventato un genovese perfetto dopo avere combattuto la guerra d’Africa, essere sbarcato nel 1943 a ed avere incominciato a fare, prima il fattorino, poi il cronista nello storico “” di . Il giornale che Pertini avrebbe diretto per venti anni tra il 1948 e il 1968 e che Granzotto aveva normalizzato nella sua breve parentesi fascista: l’ultimo quotidiano ad arrendersi al Duce e al suo Minculpop.

Curia di direttori ne ha visti decine, tutti dopo la Liberazione. Lui era già là. Paolo Vittorelli, Giuliano Zincone, , Ugo Intini,  Ferruccio Borio, Franco Recanatesi, Umberto Bassi. Passavano, lo conoscevano, lui regalava torrenti di notizie, loro se ne andavano, lui restava sempre lì.

Era piccolo e elegantissimo sempre, mai una cravatta allentata, mai senza il vestito appropriato, d’estate e d’inverno con il caldo asfissiante e in certe giornate di gelo, con il suo blocco degli appunti in mano e occhi piccoli e attenti che ti perforavano. Era lo stile Curia. Si era specializzato nella cronaca nera, ma poi era diventato il re di Palazzo di Giustizia (“Il Palazzaccio”, diceva lui, con un mix di amore e di aggressività cronistica). Per cinquanta anni con il suo passo breve ma deciso entrava a un’ora impensabile per qualsiasi giornalista, largamente  primo, nel palazzo dei processi, delle inchieste degli scandali e si metteva a scavare, appunto, con la sua Unghia.

Nel frattempo il , i giornali sono cambiati mille volte, dal piombo, all’offset, ai primi computer. Sono cambiati tanto anche i giornalisti, che ai tempi dell’esordio di Curia erano come lupi affamati fuori dai giornali a caccia di notizie e poi piano piano sono diventati prevalentemente impiegati attaccati alla sedia, poi al computer, fatte le doverose eccezioni.

Curia è rimasto sempre lo stesso. La professione per lui era consumare veramente le sue scarpe e la sua unghia. Continuava a salire le scale del Palazzaccio a bussare ogni giorno a centinaia di porte, a fare domande a sedersi nelle aule dei processi, mentre intorno tutto cambiava, non solo la società, ma anche i processi, il diritto penale. Rovesciava sul tavolo dei suoi capi un fiume di notizie. «E’ cambiata la procedura? – ironizzava se lo stuzzicavi chiedendogli come facesse a capire tutte quelle rivoluzioni – Storie! c’è sempre un’accusa e una difesa. O no?».

Il suo ritmo non è cambiato mai: a sessanta, a settanta, a ottanta anni, quando gli altri pensavano alla pensione, al resto della vita o a ruoli più comodi, “Unghia” era ancora lì a scavare. E guai se qualche direttore o caporedattore gli proponeva qualcosa di diverso. Sarebbe morto in un giorno a fare dell’altro.

E’ una storia senza precedenti la sua, che ha bruciato ogni regola umana, fisiologica e perfino sindacale. Ma che ci faceva quell’ottuagenario in redazione e tutto il giorno a caccia di news? Gli istituti previdenziali, le federazioni della Stampa, i capi azienda tremavano, ma poi alla fine anche il sindacato si era arreso già qualche decennio fa. Via libera. Curia aveva una tessera professionale per l’eternità.

Generazioni di avvocati, di giudici, di uscieri, di uomini della Polizia giudiziaria sono stati per decenni la sua altra famiglia, che quella vera se la dimenticava un po’. L’unico rimpianto confessato, ma poche volte e con quella faccia da duro che non può rinunciare. Aveva rapporti di confidenza estrema con di altissimo rango che non avrebbero salutato neppure con un cenno qualsiasi altro giornalista o che alla stampa non regalavano un briciolo di notizia.

A lui raccontavano tutto e di più, come se si confessassero in chiesa. Un magistrato come Nicola , primo presidente della Corte di Cassazione, che lui aveva conosciuto quando era il giovane Pm del caso , il famoso biondino della spider rossa, faceva fare anticamera a chiunque se don era con lui. E gli avvocati non cominciavano l’arringa se Curia non era appostato con il suo taccuino in aula. Sapevano che Unghia avrebbe lasciato il segno.

Confidenti? Fonti segrete? Informatori speciali? Curia usava un altro termine per far capire che aveva soffiate importanti, notizie esplosive che bollivano. «Ho una cosca che mi deve regalare qualcosa…», ti soffiava sottovoce, prendendo il cappotto e uscendo dalla redazione a caccia dell’ultimo colpo. Aveva nel sangue la nobiltà della notizia, anche la più piccola. Ogni notizia, doverosamente trattata, aveva il suo valore, il suo peso e non c’era affronto maggiore che non capirla. Aveva anche capito che non tutti avevano quella nobiltà di comprensione  e accettava anche il giudizio diverso, ma ti faceva capire il suo dissenso e insisteva. «Guarda che questo omicidio non è un banale regolamento di conti. Dietro c’è…» . Non si arrendeva avrebbe insistito a lungo, magari per giorni, fino a quando il pezzo non usciva.

Curia aveva un fiuto inesauribile e tali e tante fonti che era diventato una specie di monumento dentro alle aule di giustizia. Chi non gli avrebbe dato una notizia? Lui sapeva tutto e non tradiva mai,  la fonte o la cosca segreta, perché sapeva quando era il momento giusto per pubblicare e riusciva a stare nell’equilibrio giusto tra la sua fonte e le impellenze del giornale. Tanto le notizie, quelle vere, vincono sempre.

da www.blitzquotidiano.it

E’ morto Igor Man


E’ morto Igor Man, una delle firme più prestigiose del quotidiano La Stampa. Era nato a Catania 87 anni fa. Studioso delle religioni, particolarmente attento alle questioni del mondo arabo e del medioriente, nel 2000 aveva vinto il premio di giornalismo Saint-Vincent alla carriera.

La morte di Igor Man, secondo quanto si è appreso, risale a mercoledì. La notizia è stata data a funerali già avvenuti dalla famiglia, secondo quanto disposto dallo stesso giornalista. Man si è spento per vecchiaia in una clinica romana, dove era ricoverato da alcuni giorni per una banale influenza. Ignor Man, pseudonimo di Igor Manlio Manzella, era figlio di Titomanlio Manzella, esperto di politica estera. E’ stato una delle firme più prestigiose del quotidiano La Stampa, dove aveva iniziato a lavorare nel 1963 sotto la direzione di Giulio de Benedetti. Studioso delle religioni e delle società, Man aveva una spiccata sensibilità e competenza per i temi riguardanti il mondo arabo e islamico. Nel 2009 aveva ricevuto il Premio America della Fondazione Italia Usa. Nel 2000 aveva vinto il premio di giornalismo Saint-Vincent alla carriera. In oltre quarant’anni di professione, ha intervistato grandi personaggi, tra i quali spiccano i nomi di John Fitzgerald Kennedy, Nikita Khruscev, Ernesto Che Guevara, Gheddafi, Khomeini, Yasser Arafat e Shimon Peres.

Igor Man e’ stato una firma storica del giornalismo italiano. Figlio d’uno scrittore siciliano e di una nobile russa esule in Italia, era cresciuto professionalmente a Roma. Giovanissimo, dopo aver preso parte attiva alla lotta clandestina contro i nazifascisti, con la Liberazione era entrato a Il Tempo; nel 1963 era stato chiamato da Giulio De Benedetti a La Stampa dove ha lavorato fino alla fine come editorialista e inviato speciale. 

Aveva girato il mondo, riportando gli accadimenti piu’significativi degli ultimi 50 anni, sopravvivendo all’assedio di Camp Kannack in Vietnam e al plotone di esecuzione in Sudan. Ha intervistato protagonisti della nostra storia contemporanea da Kruscev a Kennedy, da De Gasperi a Malaparte, da Golda Meir ad Arafat, da Khomeini a Saddam Hussein, da Gheddafi a Che Guevara,da Padre Pio a Madre Teresa.

Aveva vinto il premio Hemingway ed, exaequo con Amnesty International, il premio Colomba d’Oro per laPace; il premio cattolico La Navicella; il premio Estense 1992 per ‘Diario Arabo’ (Bompiani) e il Premio Valle dei Trulli 1992 con ‘Gli Ultimi cinque minuti’ (Sellerio).

Nel 1993 gli era stato conferito il Premio Napoli per la Deontologia. Il suo ‘Il professore e le melanzane’ (Rizzoli),  ha vinto il Premio letterario Citta’di Scalea 1996 e il ‘Chiantino 1997’.
 
Nel ’99, per ricordare solo alcuni degli altri premi ricevuti da Man, gli venne attribuito il ‘Premio Barzini all’inviato’, e vince il Premio ‘E. Vittorini’ di giornalismo, nel 2000 il Premio Internazionale St. Vincent ‘alla carriera’ e il ‘Pannunzio’.

fonte ANSA

Arriva il condono-lampo per la villa di Santoro di Paolo Bracalini


santoroLa costiera amalfitana, i limoni, il mare verde, un paradiso specie da quelle finestre affacciate sul golfo. Tre piani di roba con terreno e agrumeti, eccola lì Villa Santoro, nuova acquisizione del tribuno di Annozero, tenuta da 950mila euro, quasi per intero pagati con assegni circolari. Abitazione con annesso terreno «disposta su tre livelli, composta da quattro vani al piano terra, da tre vani con cucina bagno ingresso ripostiglio e terrazzo al primo piano» si legge nel rogito, e altro spazio da utilizzare e ristrutturare al piano superiore.

Don Michele da Salerno, gran fustigatore di condoni e scudi fiscali, fa shopping immobiliare in vista della prossima estate e le pratiche burocratiche, per il vip di origini salernitane, viaggiano come Eurostar. La casa comprata il 26 giugno scorso ad Amalfi, frazione Lone, proprio in copp ’o mare, aveva un difettuccio ma è stato tutto risolto per Sant’Oro, e in tempi record, talmente record da far imbufalire parecchia gente in attesa da anni per le stesse questioni di permessi. Nell’atto di vendita firmato dal notaio Andrea Pansa se ne parla dopo qualche pagina, laddove si precisa che il fabbricato presenta un successivo ampliamento «realizzato in assenza del dovuto titolo». In parole semplici: abusivamente. Per quell’abuso edilizio era stata presentata domanda di condono presso il Comune di Amalfi moltissimi anni prima, nel marzo 1986, ovvero 23 anni di attesa senza nulla di fatto. Poi però è successo qualcosa, il «fabbricato» è diventato oggetto di interesse di Michele Santoro, quello della tivù, non uno qualsiasi ma una potenza soprattutto nella sua terra d’origine. E così Santoro a gennaio del 2009 versa già un preliminare, cioè un anticipo in diverse tranches. Dunque a gennaio, quando il conduttore Rai si aggiudica la nuova residenza amalfitana, la villa ha ancora il suo «ampliamento realizzato in assenza del dovuto titolo abitativo», cioè l’abuso. Poche righe dopo, però, il notaio Pansa attesta la novità: «In data 21 maggio 2009 è stato rilasciato dal Responsabile dell’Ufficio Tecnico del Comune di Amalfi permesso a costruire in sanatoria n. 175».

Ricapitolando la tempistica: primo pagamento a gennaio, condono dell’abuso a maggio, rogito a giugno. In sostanza la pratica ferma dal 1986 e ormai ricoperta dalla polvere viene miracolosamente resuscitata dagli archivi del comune di Amalfi e prontamente risolta nel giro di poche settimane. Un miracolo, degno di Sant’Oro: per lui il 2009 è l’annozero dei condoni edilizi. Ma il paese è piccolo e la gente mormora, il miracolo santoriano passa di bocca in bocca, e arriva anche agli amalfitani che quel permesso lo aspettano da tempo, ma di miracoli non ne vedono affatto. Si rivolgono alle associazioni, come «Cittadinanza Attiva», coordinata da quelle parti dal ragionier Andrea Cretella: «Mi sono arrivate un sacco di telefonate di gente indignata perché si è sentita scavalcata. Ci sono tantissime pratiche di quel tipo giacenti al comune di Amalfi e quella di Santoro è stata sbrigata subito, in quattro e quattr’otto? Abbiamo chiesto gli atti al Comune per capire come è stato possibile ma ce li hanno negati, e questo è grave».

Ma c’è anche un altro mistero a Villa Santoro. Il nome del venditore, Alfonso Cavaliere, corrisponde a quello di un consigliere comunale del Pd di Amalfi, cioè del Comune che ha condonato rapidamente l’abuso. Il Giornale ha contattato il Comune per verificare se la data di nascita dell’Alfonso Cavaliere nel rogito è la stessa dell’Alfonso Cavaliere nel Pd locale, e il Comune ha confermato: 26 aprile 1965. Poi abbiamo contattato il consigliere del Pd, che invece ha smentito di essere parte in causa: «No, non sono io, è un mio cugino…». Misteri. Il Comune di Amalfi, e questo non è un mistero, è gestito da una giunta di centrosinistra, e lì il paladino dell’anti-berlusconismo catodico, Michele Santoro nato a Salerno il 2 luglio 1951 e residente ai Parioli di Roma, è una celebrità, un vanto della costiera intellettual-progressista. Qualcuno se lo ricorda ancora giovanissimo agitatore e organizzatore della cellula salernitana di «Servire il Popolo», il movimento della sinistra maoista di fine anni ’60, e poi ancora giovane e rampante direttore della «Voce della Campania», già aspirante martire della libertà di stampa.

da www.ilgiornale.it