Teatro: Verona, ‘La tempesta’ da’ il via a 62° Festival Shakespeariano


Sara’ ”La Tempesta” di William Shakespeare a dare il via domani, mercoledi’ 14 luglio, al Teatro Romano, al 62° Festival Shakespeariano dell’Estate Teatrale Veronese. L’opera, proposta dal Silvano Toti Globe Theatre di Roma, diretto da Gigi Proietti, e’ stata presentata oggi a Palazzo Barbieri dall’assessore alla Cultura Erminia Perbellini. Presenti l’attore Giorgio Albertazzi (che nello spettacolo interpretera’ Prospero), il direttore artistico del Silvano Toti Globe Theatre Gigi Proietti, il registaDaniele Salvo, il produttore Alessandro Fioroni e il direttore artistico dell’Estate Teatrale Veronese Gian Paolo Savorelli.

‘Per la prima volta – ha spiegato Perbellini – grazie alla collaborazione con il Globe Theatre di Roma, il Teatro Romano avra’ come sfondo la riproduzione del teatro voluto da Shakespeare a Londra, che fara’ da scenografia allo spettacolo”. Il debutto dell’opera sara’ preceduto dalla consegna della 53esima edizione del premio ”Renato Simoni per la fedelta’ al teatro di prosa”, assegnato quest’anno all’attore, regista, cantante e doppiatore Gigi Proietti. ”La Tempesta” sara’ replicata fino a sabato 17 luglio. Successivamente, dal 23 luglio al 1° agosto, lo spettacolo sara’ in scena al Silvano Toti Globe Theatre di Roma nel ”Parco dei musei” di Villa Borghese.

fonte Adnkronos

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Albertazzi nei panni del padre di una kamikaze: ”Un ruolo che fa male”


”L’uomo è un animale terribile. Ma forse, se così non fosse, non sarebbe sopravvissuto tanti anni”. Sono amare le considerazioni che Giorgio Albertazzi, uno dei massimi maestri della scena teatrale italiana, decide di condividere con AKI-ADNKRONOS INTERNATIONAL. Questa sera, al Teatro India di Roma, andrà in scena la prima dell’attualissimo e inquietante ‘La casa di Ramallah’. Una scrittura teatrale di Antonio Tarantino con la regia di Antonio Calenda che Albertazzi definisce un ”testo sconvolgente”, un ”testo che fa male”

Lui (che ammette: ”Non avevo intenzione di fare questo spettacolo, ma quando l’ho letto mi sono convinto”) ha un tono di voce affranto mentre tiene tra le mani il copione che lo vede nei panni del padre di una giovane kamikaze palestinese. ”Una bambina che i genitori vestono da sposa” e che ”accompagnano in treno fino al luogo in cui si farà esplodere”, lo stesso luogo ”dove hanno già perso altri quattro figli”. E dove ”parlando del passato, dei pomodori che coltivavano, della casa che non hanno più” non vedono che stanno portando a morire inutilmente la loro ultima figlia, ”ispezionata dal padre in ognuna delle parti più intime” per garantire la sua verginità con ”una descrizione degna di de Sade”, lo scrittore francese noto per la sua morbosità letteraria. Una figlia alla quale ”è stato tolto tutto, l’infanzia, l’amore, l’adolescenza”, così privata e violentata da arrivare a ”chiamare ‘amore’ il suo stupratore” abituale.

Persi in una guerra dove nessuno ha ragione, come recita il testo teatrale, ”perché israeliani e palestinesi dicono le stesse cose”, ritiene Albertazzi, e ”le religioni rappresentano la fonte maggiore di violenza”. Perché ”affermare che il nostro Dio è più grande del loro, il mio Dio è il più vero del tuo”, secondo il maestro ”provoca una catastrofe morale” che appare senza fine. Una visione rassegnata che sconcerta e che necessita una domanda su una possibile speranza. ”La speranza è che nel 2012 venga la fine del mondo – risponde provocatorio Albertazzi – Perché se la speranza è un barlume che assomiglia alla vita, con la fine del mondo si può bonificare quello che siamo”.

Un mondo violento, insiste Albertazzi, proiettato con la massima normalità dalle emittenti televisive. Il risultato è un ”fenomeno di aberrazione”, quando rientra nella normalità ”sentire che qualcuno si è fatto saltare in aria in un supermercato o che voleva farlo a Times Square”. Un ”meccanismo perverso” che non risparmia nessuno. Nemmeno chi è direttamente coinvolto nel conflitto israelo-palestinese. ”Tutti ne sono condizionati – dice Albertazzi -. I palestinesi sanno tutto di carri armati, checkpoints, elicotteri. E le persone vengono ridotte a macchine”, strumentalizzate da ”personalità corrotte”.

E’ il caso della giovane kamikaze de ‘La Casa di Ramallah’, ”una bambina che dovrebbe essere vergine, ma che viene violentata dai suoi”, ovvero dai palestinesi e non dal nemico israeliano. Una bambina ”ridotta a macchina”, imbottita di esplosivo per una causa non sua. ”Alla fine lei si pente – anticipa il maestro – prova a tornare indietro, ma ormai è troppo tardi ed esplode. Ma nel posto sbagliato”.

A questo punto, l’autore ha voluto che i ”miliardi di particelle” del corpo della giovane continuino a vivere e ”vagando, vedo tutto e di tutto posso dar conto – recita il testo – e cioè che Dio non esiste, che pace e guerra sono destinate a inseguirsi nel cerchio rovente del tempo, come s’inseguono amore e odio, salute e malattia, giorno e notte, sole e pioggia, padri e figli, noi e loro, la loro storia e la nostra: e nessuno ha ragione, completamente ragione, né completamente torto”

fonte Adnkronos

“Manzoni non sa scrivere in italiano” dice Albertazzi che però lo interpreta a teatro


“A vent’anni non leggi Manzoni perchè è davvero noioso, ma se a ottanta non l’hai letto vuol dire che sei un po’ più povero. Albertazzi da’ un giudizio “greve” su un autore importante che non legge. Confonde gli effetti con le cause, scambia la realtà con la sua rappresentazione e per rifiutare l’Italia dei Promessi Sposi – “sopa opera” – rifiuta lo scrittore che meglio di tutti l´ha raccontata, un po´ come quelli che per opporsi alla mafia danno del mafioso a Sciascia perché per primo l´ha descritta così bene”.

Francesco Merlo su Repubblica difende l’autore dei Promessi Sposi da Giorgio Albertazzi, l’attore che lo porterà a teatro a Milano ma che nonostante ciò si lascia andare a giudizi severi: Manzoni «non sa scrivere in italiano». Eppure, scrive Merlo, sarà proprio lui a interpretare il cardinale Federigo Borromeo, “un santo che gli sembra scipito  perché è l’oleografica incarnazione di quelle virtù astratte – bontà, carità, fede e speranza – che irritano “il conte Attilio Albertazzi”.

È terribilmente manzoniano “don Abbondio Albertazzi” che, scrive Merlo, non ha il coraggio di fare quel che in cuor suo vorrebbe e dovrebbe, cioè «disobbedire e recitare Raskolnikoff invece di adattarsi all´autorità, alla Curia, al committente Michele Guardì e, domani sera, nel Duomo di Milano, dare parole e anima a Egidio, a Gervaso e ad Agnese». Avrebbe voluto dire no “Albertazzi di Monza” perché «io le cose – ha dichiarato – le leggo quando mi va». Invece ha risposto “sì”.

Vedrete, sarà un trionfo, assicura Merlo, perché è davvero il migliore di tutti i nostri attori e perché è il carattere italiano perfettamente disegnato nei Promessi Sposi l’Albertazzi-Tramaglino che nell’osteria annaspa negli spropositi e dice che «Manzoni non sa scrivere».

Albertazzi dice di essere fermo ai suoi venti anni: «Non ho mica cambiato idea». Non gli piacciono i Promessi Sposi perché “ad ogni adolescente non piace il mondo degli adulti, cerca personalità appassionate ed eroiche, e magari i bravi gli piacerebbero se non fossero delinquenti”. Di don Abbondio disprezza la mancanza di carattere, di Renzo Tramaglino non sopporta l’assenza di ardore e di sessualità, Lucia gli ricorda il francobollo della mansuetudine, Gervaso gli sarebbe simpatico se non fosse scemo, don Rodrigo è mediocremente forte con i deboli e debole con i forti e anche Gertrude è solo una povera disgraziata che ammazza le novizie, una patetica donna a delinquere, prodotto feroce delle abitudini familiari bigotte. “Ma che bisogno ha – si domanda allora Merlo – Albertazzi di fingersi ancora adolescente?”

È invece terribilmente manzoniano “don Abbondio Albertazzi” che non ha il coraggio di fare quel che in cuor suo vorrebbe e dovrebbe, cioè disobbedire e recitare Raskolnikoff invece di adattarsi all’autorità, alla Curia, al committente Michele Guardì e, domani sera, nel Duomo di Milano, dare parole e anima a Egidio, a Gervaso e ad Agnese: «che ci posso fare, mi annoiano!».

«La verità è che non l´ho letto» ammette l’attore. Allora “se parli di un libro che non hai letto ti ricongiungi con l´infantilismo” chiosa il giornalista di Repubblica che ricorda quanto l’allegro luogo comune sull’autore dei Promessi Sposi: «È la scuola che ci fa odiare Manzoni».

Albertazzi ha reso inimitabili perché sempre diversi i suoi eroi, ricorda Merlo. “Accadeva anche agli altri due geni del nostro teatro, Vittorio Gassman e Carmelo Bene, il primo indimenticabile lettore del Manzoni con il lago di Como come palcoscenico ed entrambi protagonisti ineguagliati di due Adelchi”. Non c´è nulla da temere per lo spettacolo di domani sera. Sarà un vero trionfo per l’attore. Anche perché con la sua riluttanza “ha rivelato di essere antropologicamente un perfetto Renzo Tramaglino, l’italiano che vuole fare il diavolo a quattro e invece impara a memoria “addio monti sorgenti dall’acque…”.

da www.blitzquotidiano.it

Buon compleanno, Mina!!! – Happy Birthday, Mina!!!


La voce d’Italia arriva a 70. Mina, Minona “l’unica che ha il potere di bloccare tutti e di far fare silenzio anche nelle case più chiassose” come dice Alberto Sordi in uno celebre sketch tv, il prossimo 25 marzo spegne 70 candeline. E’ il giorno ribattezzato dal popolo dei suoi fan ‘Tiger Day’ e che la Grande Signora (al secolo Anna Maria Mazzini) si appresta a vivere lontana dalle scene – come da oltre trent’anni – nel suo ‘eremo’ di Lugano. Il figlio Massimilano Pani, principale collaboratore della cantante, definisce sua madre come “la persona meno autocelebrativa che esista sulla terra”. Per questo la famiglia la festeggerà con un bacio.

 Ma, cogliendo un velato desiderio tra le righe dell’ultimo articolo firmato Mina sulla prima de ‘La Stampa’, lei farebbe ben volentieri borse e bauli e raggiungerebbe la Luna, “un’ottima occasione per guardare la terra da lontano”. Potrebbe star via anche “molto tempo”.

 

Per la regina della canzone italiana in ogni caso si solleva un coro di auguri. Dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (“In anni non più vicini sono stato anch’io un ammiratore di Mina, una grande cantante”, confessa Napolitano a ‘Gente’) ai numerosi collaboratori di cinquantadue anni di carriera, è un ‘concerto’ di omaggi. E se Maurizio Costanzo ricorda il “prodigio” Mina (“Ascoltò una sola volta ‘Se telefonando’ – racconta- poi la cantò. Io non ho mai visto una cosa del genere”), Ennio Morricone le fa gli auguri attraverso IGN, testata online di Adnkronos, esprimendo ancora una volta la sua “grande stima”.

 Secondo Giorgio Albertazzi, lady Mazzini “ha dato voce ai sogni di mezzo mondo”. Mentre Manuel Agnelli degli Afterhours augura a Mina di “rimanere esattamente come è… un esempio per noi”. Massimo Moriconi, dall”83 bassista di tutte le sue produzioni, dice di Mina che “lei non è mai banale, anche quando parla di un lecca lecca”. Per Danilo Rea, pianista jazz e collaboratore di Mina dalla fine degli anni ’80, “le capacità vocali di Mina sono spaventose”. (ASCOLTA LA CANZONE). Ed “è una persona affascinante, con una grande personalità”.

 Cristiano Malgioglio, paroliere di successi come ‘Ancora ancora ancora’ (ASCOLTA) e ‘L’importante è finire”, ha in serbo per Mina una canzone musicata su un testo di Aldo Busi. Altro storico collaboratore della Tigre, Paolo Limiti, che considera Mina “l’evoluzione”, le dedicherà (il prossimo 29 marzo) uno speciale in tivù.

 Un collage di voci per l’unanime tributo alla leggenda della musica italiana, le cui canzoni hanno unito diverse generazioni. E tu, Mina, “chiamale se vuoi emozioni”. Auguri.

fonte Adnkronos

Giorgio Albertazzi al teatro Duse di Bologna


di Marco Frangini

Mercoledì sera al teatro Duse. Filosofi sulla scena, nel senso che Albertazzi interpreta F. Nietzsche e Protagora (nelle serate precedenti si era calato nei panni di Platone e di Ratzinger, ma io non c’ero).

Alla fine il pubblico ha applaudito lungamente. L’applausometro ha misurato la sonorità degli applausi a Protagora (52) e a Nietzsche (35): la vittoria di Protagora è comprensibile, in quanto Albertazzi lo ha descritto come campione dell’Ottimismo, mentre Nietzsche era il Pessimista.

“Tu, amico Protagora, ci parli della Democrazia e del Progresso… io, che per ventura vivo 2400 anni più tardi, ho constatato che la democrazia non è servita ad altro che a trasformare gli uomini in pecore…”

Giorgio Albertazzi è un abilissimo, impareggiabile animale da palcoscenico.

Potrebbe recitare l’orario ferroviario o il regolamento dell’Azienda del gas, il pubblico ne sarebbe ugualmente deliziato.

C’è da aggiungere che non c’erano solo i filosofi in scena. Nel suo monologare Albertazzi ha divagato in lungo e in largo, ha parlato della vecchiezza, di Dante e Beatrice e di Giulietta…

e quando ha iniziato con “se sia cosa più nobile sopportare pazientemente gli strali e i colpi di balestra…” ho provato un brivido. Ricordando che, in quello stesso teatro, 45 anni prima (alla vigilia degli esami di maturità) ero spettatore dell’Amleto con Giorgio Albertazzi.

http://ilbibliofilo.wordpress.com/2010/01/21/albertazzi-al-duse/

Teatro: “Filosofi alle primarie” con Giorgio Albertazzi a Bologna


Debutta al Teatro Duse di Bologna dal 18 al 20 gennaio, in prima nazionale, “Filosofi alle primarie.
  Partite a scacchi da Platone a Ratzinger”, spettacolo/evento con Giorgio Albertazzi che trascende i limiti del palco per coinvolgere il pubblico in un’autentica gara filosofica all’ultima sfida, con il pubblico che vota e decreta di volta in volta il filosofo vincitore, dalle semifinali alla finalissima.
  Nel corso di tre serate Giorgio Albertazzi, mattatore indiscusso della sfida, darà corpo e voce a quattro filosofi tra i più grandi di tutti i tempi, toccando i temi del pensiero su cui ogni essere umano si interroga da sempre. In questo nuovo format teatrale l’interazione tra autore, attore e pubblico è reale e totale e condiziona la sceneggiatura nella sua progressione. I presenti in sala, come in un’attualissima competizione politica per l’elezione del leader, scelgono di volta in volta chi passa il turno ‘costringendo’ Carlo Monaco – l’autore – e Giorgio Albertazzi a una riscrittura del testo fino alla fase finale del match. In scena c?è un solo protagonista che si sdoppia assumendo le identità e le argomentazioni contrapposte di due dei quattro filosofi e li fa interloquire e gareggiare tra di loro in una immaginaria partita a scacchi. Il confronto avviene sulle mosse dei pezzi degli scacchi, che rappresentano i paradigmi generali delle due contrapposte concezioni filosofiche, degli alfieri (i valori ideali di riferimento), dei cavalli (le procedure metodologiche), delle torri (la capacità previsionale-profetica del futuro), della regina (il sommo bene o prima delle virtù) e del re (la natura del potere e della politica). In questa singolare partita Giorgio Albertazzi non si limiterà a interpretare un testo, ma ne offrirà una personale riscrittura, proprio come un vero autore. Alla fine di ogni partita sarà il pubblico presente a scegliere il vincitore della sfida attraverso gli applausi che verranno raccolti da vari microfoni posizionati in teatro. Un software rielaborerà quindi l’intensità delle battute di mani e proietterà il risultato direttamente in scena. La competizione prevede una semifinale per ogni serata, Platone contro Protagora e Nietzsche contro Ratzinger, da cui scaturiranno i vincitori che si contenderanno la vittoria finale nella terza ed ultima serata. L’autore Carlo Monaco è stato Docente di Filosofia e Storia nei licei e presso l’Università degli studi di Bologna, Ravenna, Urbino. È autore di numerose pubblicazioni e libri sia a carattere didattico che scientifico, nonche’ autore e interprete di numerosi testi teatrali tra cui “La lotta tra il vecchio e il nuovo negozio di sapone”, “Achille e la tartaruga”, “Da Agamennone a Bossi”, “Carneade Cup”. E’ stato aministratore locale ed e’ attualmente consigliere regionale.
fonte AGI

Albertazzi e il prodigio della poesia


di Enrico Groppali

giorgio albertazziQuando Italo Calvino, nel 1984, fu invitato a tenere sei lezioni sulla letteratura all’Università di Harvard, non immaginava certo che, venticinque anni dopo, il suo posto sarebbe stato preso da Giorgio Albertazzi. Il quale oggi non incarna il personaggio dello scrittore ma si appropria della sua intima essenza. Rendendo finalmente pubbliche, cioè udibili, quelle mirabili intuizioni che l’autore di Marcovaldo non poté esprimere quando, colto da ictus mentre preparava l’ultima lezione, stava analizzando il senso profondo della forma narrativa. Sulla scena vediamo quindi Albertazzi, parafrasando con somma ironia l’invito racchiuso nella «Lezione» di Ionesco, a colloquio con un’allieva su un tema spinoso come il nuovo millennio. Sezionando, come fa un entomologo alle prese con un insetto misterioso, il prodigio di una rima baciata in cui si riflette la gravità della pesantezza o, viceversa, il privilegio della leggerezza. Scegliendo come pietra di paragone l’esempio additato da Calvino – che evocava la figura di Cavalcanti nel Decamerone di Boccaccio – il professor Albertazzi discetta sulla levità della frase poetica. Piegando la voce in ogni inflessione possibile, dalla comunicazione diretta fino al più tenue sussulto del suono. Lucrezio ed Ovidio diventano così i precursori della leggerezza del verbo: il primo che, giocando con l’atomismo, sposò all’arte la scienza e il secondo che, nel pitagorismo, scoprì l’essenza indefinibile del mistero. Subito dopo Albertazzi saluta in Guido Cavalcanti il poeta dell’impulso che levita nell’aria, e nell’autore della Divina Commedia il poeta che dà concreto rilievo all’immensità del cosmo. Coinvolti entrambi in prima persona, enunciati fino a domenica dal palco del Franco Parenti (info: 02-59995206, http://www.teatrofrancoparenti.it) a spartirsi il dominio della letteratura. Subito dopo l’attore, travalicando Calvino, dimostra che è stata Francesca da Rimini e non Beatrice la vera musa dell’Alighieri. Dato che sarà la passione e non la sublimazione dell’amore a regnare nel nuovo millennio. E qui Albertazzi trascende Calvino. «Mi scindo nella più laica delle trinità – confessa ispirato -. Sono Calvino, sono Giorgio e al tempo stesso Amleto, il personaggio che non ho mai abbandonato da quando, nel’64, ne indossai le spoglie nello spettacolo di Zeffirelli. Senza sfogliare quel libro nero che allora, accompagnando ogni mio gesto, spiegava ed arricchiva la conoscenza che il principe di Danimarca aveva dell’universo. Dato che oggi», conclude con enfasi, «ho conquistato la leggerezza di Cyrano di Bergerac, il poeta che inventò sulla carta le più strepitose macchine volanti che si possano immaginare».

da www.ilgiornale.it