Il gatto e le rose


di Alfredo Sole dal carcere di Opera – Milano

C’è un vecchio detto: “Non tutto il male viene per nuocere”. Beh, non è che io sia d’accordo con questo, tutti i mali nuocciano ma a volte si può ottenere, insieme al male, qualcosa di buono, nel caso che racconterò, qualcosa di bello.
Per un paio di settimane ho sofferto di un gran mal di stomaco da costringermi a una visita specialistica (niente di grave, adesso sto bene). Il Centro Clinico si trova dentro il carcere, in uno stabilimento separato. Ero già quasi guarito dai miei dolori quando mi avvisano che dovevo recarmi al Centro Clinico per una gastroscopia. Sia io che un altro compagno, anche lui per una visita, siamo stati accompagnati da un agente. Pensavo, non avendolo visto prima, che ci si recasse attraverso un qualche lungo corridoio, invece siamo usciti fuori dallo stabile. Circa duecento metri da percorrere all’aria aperta! La mia paura che di lì a poco una sonda avrebbe attraversato il mio apparato digerente entrando dalla gola, svanì alla vista di quel lungo viale costeggiato da un roseto. Siamo a maggio, il mese delle rose. Ero pur sempre dentro il carcere ma quelle rose, quel profumo, erano un pezzetto di natura così bella ai miei occhi che rallentai il passo per poterne godere il più possibile. Non fu solo il roseto a rendere quella mattina così stranamente piacevole. Stavo camminando in senso rettilineo! E non il solito avanti e indietro in pochi metri di cortile. Mi venne da ridere perchè mi accorsi che non riuscivo a camminare in modo fluido. Perdevo un po’ di equilibrio. Troppo spazio aperto davanti a me. Per la prima volta in quasi 20 anni le suole delle mie scarpe erano sporche per aver camminato su una strada seppur una strada dentro il carcere.
Cos’è la bellezza della natura senza animali. Quella mattina ci fu anche quello. Usciti dal Centro Clinico, appena fuori dalla porta, l’agente che ci accompagnava si fermò a parlare con un dottore, credo. Io e il mio compagno di conseguenza, ci fermammo ad aspettare. Incrociai lo sguardo con un grosso e bellissimo gatto dal pelo lungo. Era a una ventina di metri da noi. Mi chinai e lo chiamai. Con mio stupore vidi che si avvicinava a passo lesto, senza timore. I gatti che vivono dentro le mura dei carceri di solito non sono affettuosi, sono per lo più dei vagabondi senza nessun padrone e diffidenti. Questo invece si avvicinava fino a farsi accarezzare e si mise pure a fare le fusa. Mentre io lo accarezzavo, lui con la sua pancia gonfia me lo confermava visto che sicuramente era incinta. Istintivamente gli toccai la pancia, ma fu uno sbaglio. Fece un salto da felino all’indietro e mi diede una zampata sulla mano, ma non volle farmi del male, non aveva tirato fuori gli artigli, fu come se volesse dirmi: “ehi, vabbè che lascio che mi accarezzi, ma vedi di non esagerare o la prossima volta tiro fuori gli artigli”. Capii il messaggio, gli avvicinai di nuovo la mano sotto il musetto e lui tornò a leccarmi e a darmi piccoli morsi ma senza farmi male. Si avvicinò l’agente e l’incanto svanì in un momento. Il felino scappò via.
Beh, tutto sommato quel mal di stomaco mi ha regalato una bella giornata…

da www.informacarcere.it

“La casa piena di code”


di Tiziana Mignosa

Ricordi
quando la casa era piena di code?
Dolce inciampo
grigio e nero in mezzo ai piedi.

E abbaio si faceva qualche volta graffio
sopra il tavolo come gatto
o quel miao un po’ distratto
“schizzomicio” come razzo.

Maria Lupa assai insistente
e Margot per conto suo
elegante e raffinata
con quell’aria indipendente.

Tutti insieme per le scale o sul divano
ma anche dentro il più minuscolo quadrato
in cucina o dove sia
l’importante è stare assieme.

Ma anche adesso
che le lancette l’hanno esiliata
Margot è qui a casa sua
non s’è mai allontanata.

Perché l’Amore
quand’è vero
non conosce tempo
né veleno.

“Gatto”


Oggi è la giornata del gatto nero; voglio pubblicare questo racconto scritto da una persona detenuta nel carcere di Spoleto in cui il gatto del titolo è un metafora…leggetelo con attenzione

Agli inizi degli anni ’70, in un quartiere popolare di una ridente cittadina del Sud, sul tetto di una bella palazzina a tre piani, viveva beato un piccolo gatto grigio screziato di bianco. Da lassù, il suo sguardo abbracciava l’intero rione.

La mattina, ancora col buio, scrutava il proprietario del bar all’angolo aprire bottega e preparare i primi caffè: subito dopo, infatti, sarebbero arrivati i fruttaioli per fare una breve sosta prima di recarsi al mercato generale a rifornirsi di frutta e verdura: Tra di loro, due o tre, i ricchi, giungevano a bordo delle loro scintillanti motoape (le prime in circolazione!); tutti gli altri, i poveri, arrivavano su degli sgangherati carretti tirati da stanchi asini o muli.
Poi, quando cominciava ad albeggiare, al bar giungeva il muratore e, quindi, il calzolaio del quartiere.
Il gattino, (che in realtà non possedeva nome alcuno ma che, per comodità narrativa, d’ora in avanti chiamerò Gatto) aveva imparato a conoscere, ad uno ad uno, tutti quegli uomini e le loro pacate, regolari, abitudini!

Dopo poche ore, Gatto poteva scorgere le donnine mentre, coi secchi in mano e parlottando vivacemente tra di loro, si recavano a prendere l’acqua alla fontanella della piazza (è già! Allora, in quel rione, l’acqua diretta in casa era un lusso che soltanto pochissimi privilegiati potevano permettersi!).

Soltanto poco più tardi, quando fronte di bambini in grembiule blu, colletto bianco e fiocco azzurro (per i maschietti) o rosa (per le femminucce), rallegravano il quartiere col loro vociare squillante, Gatto, non prima di qualche stiracchiamento e alcuni sbadigli, finalmente si decideva a balzare giù dal suo tetto e li seguiva: era sempre (e ne può ben intuire il motivo!) fortemente attratto da quei cestini che i bambini roteavano in aria e che contenevano le loro merendine!
Davanti al portone della scuola, immancabilmente Gatto s’immalinconiva nel vedere, attraverso le finestre, che la metà dei banchi delle aule rimanevano tristemente vuoti. A quei tempi, le famiglie avevano molti figli e, fra questi, molti, anche se ancora bambini, venivano mandati a lavorare a bottega per contribuire al magro bilancio familiare. Alcuni ragazzini, addirittura, erano costretti a rubare, magari anche soltanto qualche frutto dal carretto del venditore ambulante.
Contrariato, Gatto se ne ritornava, sul suo tetto e guardava il mare. Trascorreva delle ore a contemplarlo: solo così gli passava l’arrabbiatura. Immaginava, quindi, paesi lontani, al di là di tutto quel blu. Fantasticava su città in cui tutte le abitudini avevano l’acqua corrente, in cui tutti i banchi delle aule di scuola erano occupati e in cui, soprattutto, i ragazzini non erano costretti a rubare.

Alle prime ore pomeridiane, quando, di solito, per le strade del quartiere non c’era molta gente, spesso Gatto sorprendeva una coppia di giovani fidanzatini che dietro un angolo deserto si davano un casto bacio e si scambiavano, con aria furtiva, dei fogli di carta, minutamente ripiegati, coi quali, reciprocamente, si giuravano amore eterno.

(Negli anni ’70 un bacio rubato esprimeva più amore che non dieci di oggi e un’ innocente carezza riscaldava più di cento abbracci di oggi! Negli anni ’70 una lettera racchiudeva più sentimento che non mille sms odierni! Negli anni ’70 ogni cosa aveva un suo profumo caratteristico e un significato speciale! Negli anni ’70, insomma, era tutto più magico!)

Ma ecco che un malaugurato giorno, Gatto, senza nemmeno rendersene conto, cadde giù dal tetto. Venne immediatamente catturato e rinchiuso, insieme ad altri, in una gabbia fatta di cemento e di ferro, e anche intrisa di tanta, troppa, ignorante prepotenza. Com’erano grandi, grossi e malvagi gli altri prigionieri, avrebbero potuto benissimo annientarlo anche con un’unghia soltanto del piede! Era a questo che Gatto pensava quando una notte, all’improvviso, gli apparve l’inquietante figura di un uomo che al posto delle gambe aveva come un fuoco divorante.
“Che cosa vuoi da me?” Gli chiese Gatto.
“Voglio la tua anima! … In cambio ti farò diventare fortissimo… Io ti trasformerò in un orso, in tal modo potrai lottare e vincere contro chiunque voglia sopprimerti!”
“Accetto!” Rispose Gatto con timore e qualche perplessità. Istantaneamente si trasformò in orso.
(Ma Dio dov’era negli anni ’70?)

Cominciò così la storia di Orso. Ora non aveva più timore degli altri. In quelle gabbie di cemento e ferro, più che sui tetti e le strade del quartiere, vigeva la legge della giungla, la legge del più forte. (Ma Dio dov’era negli anni ’70?) Solo che adesso Orso era tra i forti, nessuno avrebbe sperato di potersela cavare se soltanto avesse osato pensare di fargli del male.
Certo, fu una continua lotta. Feroce. (Ma Dio dov’era negli anni ’70?). In inverno, Orso non andò nemmeno in letargo: Era costretto a stare sempre vigile se voleva sopravvivere.

Col passare degli anni, nella gabbia ferro-cemento l’esistenza divenne meno brutale.
A volte Orso aveva persino il tempo di riflettere su quella che era stata la sua trascorsa esistenza. Così gli riaffiorarono alla mente i tempi in cui era un piccolo, libero, gatto grigio screziato di bianco. Con nostalgica amarezza ricordava soprattutto i banchi vuoti delle aule scolastiche.
Ma ecco che un bel giorno Orso scoprì che anche lì, nella gabbia dove viveva, vi erano delle aule con dei banchi vuoti.
“E se ne occupassi uno io? Tanto sono quasi tutti vuoti…” Pensò.
Prese il coraggio a due mani (Pardon, intendevo dire: “a due zampe”!) e senza starci a pensare troppo su, si sedette.
Incominciò così, piano piano, ad imparare a leggere e anche a scrivere. (Vuoi vedere che lì c’era Dio?!)
Col tempo Orso imparò anche qualche nozione di Storia, di Geografia e di Matematica.
Più passava il tempo e più conosceva però, maggiore diveniva il desiderio di riavere la sua anima. avrebbe voluto essere ancora Gatto. Desiderava ritornare su quel tetto della palazzina a tre piani di quel quartiere popolare della ridente città del Sud.
Non avrebbe avuto, per lui, nemmeno più importanza se alti palazzi avevano ormai del tutto ostruito la visuale del mare, se il bar all’angolo non c’era più, se i bambini si recavano a scuola senza grembiule ma con T-shirt e jeans firmati. Non importava neppure se freddi Ipermercati avevano sostituito le accoglienti botteghe del fruttivendolo, del calzolaio, del macellaio, del panettiere, ecc…
(Però che tristezza non vedere più due giovani innamorati scambiarsi una lettera d’amore!)
Orso percepiva di possedere un’anima nuova. Un’anima donatagli dall’altissimo.
Aveva scoperto che dio è in tutto il Creato. E che il Suo Amore è in tutti gli uomini: Anche se in tanti uccidono tale amore perché, erroneamente, ritengono sia più facile e vantaggioso coltivare odio e egoismo.
Aveva soprattutto intuito che per Dio lui era ritornato ad essere Gatto! (O forse, non aveva mai cessato di esserlo?!)

Giovanni Tropea
Carcere di Spoleto

da www.informacarcere.it