Protesta gay: Manuel smette lo sciopero della fame per un malore


Manuel Incorvaia a CNRmedia.com: “Ho sospeso perché sono stato molto male. Il mio compagno Francesco sta proseguendo la protesta. Aspettiamo una risposta dalla politica italiana”

Un malore l’ha colpito l’altra notte e ha dovuto interrompere lo sciopero della fame. “Alle 4 del mattino mi sono alzato coi crampi allo stomaco, continuavo a rimettere, la testa vuota” racconta a CNRmedia.com Manuel Incorvaia, 22 anni, digiuno dal 4 gennaio scorso assieme al suo compagno per chiedere la calendarizzazione parlamentare di una legge sul matrimonio civile fra persone dello stesso sesso. Il compagno, Francesco Zanardi, 38 anni, proseguirà a non mangiare finché da Roma qualcuno non darà risposte. Manuel e Francesco convivono dal 2007, abitano a Savona, e hanno deciso questa forma estrema di protesta per dare una scossa ad un Paese ancora molto arretrato riguardo ai diritti degli omosessuali. “Francesco continua lo sciopero della fame e io potrò stargli vicino. Abbiamo scritto anche al presidente della Camera Fini, stiamo ricevendo la solidarietà da tante persone e associazioni, ma nulla si muove. Stiamo affrontando tutto da soli, ma c’è tanta gente omosessuale che aspetta di avere il diritto di essere una famiglia, senza discriminazioni”

 da www.cnrmedia.com

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“Il mondo che vorrei”, riflessioni di Francesco dal carcere di Augusta


Caro amico lettore,

c’è una frase che turba i miei pensieri ed è questa: “il tempo guarirà tutto”. Ma che succede se il tempo stesso è una malattia?

Oggi il nostro mondo è malato! Un mondo che noi stessi uccidiamo giorno per giorno asenza renderci conto di quanto grave è la situazione. Per questo, caro amico lettore, nell’anno che verrà, tutti insieme, con ferma intenzione, dobbiamo aspirare a un mondo migliore: “il mondo che vorrei”.

Il mondo che io vorrei potrebbe esistere se avessimo gli occhi giusti per guardarlo.

Nel mondo che vorrei, gli uomini e le donne di qualsiasi razza, colore e di qualsiasi parte di questo mondo non dimenticherebbero le esperienze storiche perché da esse si può imparare.

Nel mondo che vorrei, non esisterebbero imperialismi, né occidentali né orientali, né politici né economici, né religiosi né ideologici.

Nel mondo che vorrei, i politici, le persone che democraticamente verrebbero elette dal popolo non declamerebbero discorsi sterili scritti dagli altri ma parlerebbero con il cuore ai cuori, con parole scritte di loro pugno, con il rispetto che si deve alla “cosa pubblica”.

Nel mondo che vorrei, non ci sarebbero civiltà che si scontrano ma culture e popoli e nazioni che si incontrano e si arricchiscono reciprocamente, nel rispetto delle proprie individualità.

Nel mondo che vorrei, sono consapevole che non potrebbero non esserci guerre. Ma, nel mondo che vorrei, non esisterebbero guerre fatte per motivi religiosi, né economici né ideologici. Allora non ci sarebbe motivo per fare le guerre.

Nel mondo che vorrei, non sarebbero i vincitori a fare la storia ma la fiducia che le persone riporrebbero in ciò che la storia può insegnarci.

Nel mondo che vorrei, non si condannerebbero i vivi né si piangerebbero i morti perché si darebbe la giusta importanza alle persone e alle loro azioni quando sono ancora in vita.

Nel mondo che vorrei, nessun essere umano dovrebbe essere costretto ad abbandonare il proprio Paese per fuggire alla fame e cercare una vita migliore che forse non arriverà mai in un Paese che non lo vuole.

Ma, nel mondo che vorrei, ogni essere umano dovrebbe avere il diritto di essere e sentirsi cittadino in ogni terra che percorre e in ogni acqua che naviga peerchè il mondo sarebbe di tutti qualsiasi siano i confini che lo separano.

Nel mondo che vorrei, i terremoti, tutti i disastri naturali sarebbero solo delle calamità naturali, non delle disgrazie per cui si possa perfino dubitare che ci sia dietro l’essere umano.

Nel mondo che vorrei, l’elezione di un presidente nero, donna od omosessuale non desterebbe novità.

Nel mondo che vorrei, non ci sarebbero muri né cortine né torri che crollano, né esportazioni di democrazia, né lapidazioni per adulterio, né ergastolo né pene di morte.

Nel mondo che vorrei, non ci sarebbe bisogno di ricordare, nelle aule dei tribunali, che la giustizia è uguale per tutti.

Nel mondo che vorrei, c’è bisogno di una società che promuova serenità, che faccia sentire ogni cittadino necessario. L’uomo ha bisogno di piccole gratificazioni, di sentirsi accettato e soprattutto utile: di fare qualcosa per qualcuno. E allora c’è bisogno di qualcuno che richieda l’aiuto dell’altro anche se non ne ha necessità perché così aiuta l’altro che a voglia di aiutare.

Nel mondo che vorrei, occorre incrementare la percezione verso i bisogni dell’altro, non essere attenti solo ai propri desideri. Nessuno, quando è felice, sente più il dolore che ha attorno. Nessuno, mentre brinda alla propria fortuna, sente il tormento di chi non ha mai avuto niente e ogni volta che si è impegnato per ottenere qualcosa è stato colpito dalla sfortuna.

Nel mondo che vorrei, abolirei le festività, mi mettono sempre una grande malinconia poiché sento che alcuni gozzovigliano e altri sono invece assetati. Che alcuni gettano bottiglie ancora piene e altri, in preda all’arsura, sono alla ricerca di qualche goccia d’acqua.

Nel mondo che vorrei, occorre una società che non si spaventi di fronte alla propria sofferenza, che non la giustizi, che non la narcotizzi. Non saprebbe più capire quella degli altri, finirebbe per pensare che non esiste. Bisogna sapere cos’è la sofferenza per essere frenati dal promuoverla, sovente per gioco, per gioco di potere: semplicemente peerchè uno può farlo. E allora calpesta ogni diritto e ogni dignità umana.

Nel mondo che vorrei, bisogna cancellare questo strano imperativo del dover pensare sempre a ciò che non si è fatto, agli errori commessi, quindi dimenticando i risultati positivi che si sono raggiunti. Bisogna togliere questo velo opaco, questa lente che distorce mettendo a fuoco i nemici invece delle persne care, le cose ancora da fare invece di quelle dignitosamente concluse.

Nel mondo che vorrei, c’è bisogno di un mondo che voglia essere felice. Che cerchi i segreti della felicità. Che veda l’altro come un compagno con cui vivere insieme serenamente. Non più un nemico, non solo un nemico. Il mondo pieno di amici e di persone che ti guardano come si guarda a un fiore con la possibilità di coglierlo, annusarlo e di goderne. Un uomo può essere più bello di un fiore. “La felicità è prima di tutto voglia di felicità”.

Oggi si festeggia il giorno del Natale.

Dio nasce come un bambino, totalmente indifeso. E abbandonato perché nessun albergo l’ha accolto. Nasce in una grotta, nel ventre della terra: la terra stessa diventa Madre di Dio e questa nascita rappresenta un atto cosmico.

Così Cristo trasforma ogni cosa: il fatto più misero della  vita acquista grandezza e dignità. Il Natale testimonia che Dio assume su di sé tutte le nostre cadute: ci ha fatto liberi ma non lascia sulle nostre spalle gli effetti di questa libertà ferita.

La nostra profondità è Cristo e il Suo volto che risplende negli occhi dell’altro, che ci guarda con amore. Anzi conoscere l’altro significa conoscere Dio. E la vita di tutti i giorni diventa un’avventura. E’ lui che incontriamo nell’altro uomo. Tutto il mondo, in ogni sua più piccola parte, rispecchia il volto di Cristo. Senza questa percezione dell’altro la disperazione dell’altro. Scoprire la gioia nell’aiutare, la bellezza della solidarietà quando uno ti guarda silenzioso ma vuol dirti che gli hai dato la vita.

L’altro è parte di te e hai bisogno dell’altro che ha bisogno di te. Con questa voglia dell’altro di scopre quanto ricco può essere l’uomo, quante potenzialità nasconda, quanti pensieri.

La curiosità verso l’altro, chiunque esso sia. Non bisogna dimenticare chi soffre e ha bisogno solo di un sorriso, del tuo sorriso. E’ forse anch’esso velato di malinconia ma ti trasmette un senso di umanità che ti rende persino felice.

Questa è la grande scoperta che si può fare nel quotidiano, un’avventura che si trova lì, davanti a noi.

Il mondo che vorrei… vorrei non averlo. Altrimenti già esisterebbe.

Questo mio desiderio è solo una riflessione ma in questa utopia c’è la luce della speranza.

Noi non sappiamo come sarà la nostra vita e quindi il nostro tempo.

Io, per esempio, ho dei nipotini e posso parlare di come sono adesso senza essere in grado di prevedere come sarà la loro vita tra venti, trenta o quarant’anni. Forse possiamo immaginare un futuro migliore, un futuro di pace se non ci sarà un’altra grane guerra. La storia ce lo dirà.

In questo mondo “è tutto insieme”, tutte le voci, tutte le mete, tutti i desideri, tutti i dolori, tutta la gioia, tutto il bene e il male, tutto insieme è il mondo.

Ecco, questo è il mondo che vorrei dove l’uomo possa amare invece che ammazzare, possa cooperare invece che dominare, possa essere felice invece che piangere o sorridere perversamente.

All’uomo si lega il futuro del mondo e non basta insegnare che sono nati fratelli, non basta dirlo loro o scriverlo sui libri. Bisogna che la parola FRATELLO cresca in rilievo sul cuore di tutti cosicché lo scoprono essi stessi mentre vivono momento per momento, ogni giorno.

“Storia di ordinaria follia”


d Francesco dal carcere di Augusta

“Educare, anzi, rieducare è lo scopo della pena”.

Rieducare nel rispetto della dignità umana, precisa la Costituzione, memore della mortificazione patita da chi, nel ventennio fascista, assaggiò la galera “cimitero dei vivi”.

“Mai più un carcere così” dissero i Costituenti aprendo la strada a una vera e propria rivoluzione.

Carcere non più intenso come controllo dei corpi ma come servizio a persone private della libertà e tuttavia integre nei diritti fondamentali. Non un luogo dove si finisce ma da dove si può ricominciare. Dove i detenuti sono accompagnati verso la libertà nel rispetto della loro capacità di scegliere. Da dove non si esce abbrutiti né peggiorati. Un “dentro” che guarda costantemente “fuori”. Un carcere che produce libertà individuale e sicurezza collettiva.

“Ecco, abbiamo fatto la rivoluzione ma non ce ne siamo accorti. O non vogliamo”.

Ancora oggi, all’interno del muro di cinta, si consuma la contraddizione tra l’obbiettivo dichiarato dalla legge e la gestione quotidiana della vita fondata sull’annullamento dell’identità del detenuto, sulla negazione di ogni autonomia, sulla violazione dei più elementari diritti umani. La rieducazione, o risocializzazione che sia, resta sulla carta. Il rispetto della dignità pure. Carceri fuorilegge: Cucchi e quant’altri.

Alla rivoluzione dei Costituenti è sopravvissuta una gelida cultura autoritaria e burocratica dei carcerieri cosicché, al di là degli obbiettivi dichiarati, lo scopo reale della pena è ancora quello di eliminare l’identità dei carcerati per gestirli più agevolmente. Una schizofrenia micidiale.

Il carcere che funziona non è quello che priva della libertà ma che produce libertà. E per produrre la definitiva libertà dei suoi abitanti deve rivoluzionare se stesso. Deve trasformarsi in un luogo in cui non c’è bisogno di esercitare il potere, già esercitato dal muro di cinta. Deve diventare un luogo in cui si organizza un servizio. Una grande utopia, forse. Ma come dice un vecchio proverbio :”Nessuna carovana ha mai raggiunto l’utopia, però è l’utopia che fa andare la carovana”.

Il carcere, ancora oggi, è un luogo di dolore. La galera deve sembrare una galera. Dunque è disadorna, buia, noiosa, scomoda. Punitiva. Se manca l’acqua, se le docce non funzionano, se i metri quadri calpestabili dai detenuti dietro il blindato si riducono a un paio di metri a testa a causa del perenne sovraffollamento è normale. E’ galera. Se la cella resta chiusa venti ore al giorno e neanche si può aprire la finestra perché il letto a castello è stato sopraelevato è normale. Questa è galera. Anche l’aria è impregnata di galera. C’è odore di chiuso, di fumo, di cibo avanzato, di medicine. Qualche volta, però, il detersivo prende il sopravvento sugli afrori. Persino la carta igienica a volte scarseggia, soprattutto in tempo di crisi economica.

Ecco, questa è la storia di ordinaria follia che nel nome della rieducazione vive un detenuto dell’universo-carcere italiano.

Un’intensa attività in cella: restare chiusi per 20 ore al giorno; di cultura: guardare la TV in orari stabiliti; di sport: giocare a carte. E di formazione: incontrare gli altri detenuti all’ora d’aria. Insomma, un trattamento avanzato, sperimentale.

Questa è una giornata-tipo:

–      Ore 7 del mattino. “Sveglia!!!” E’ il gentile urlo di un agente. Ci si alza dalle brande e si fa la fila davanti alla porta dell’unico bagno della cella.

–      Ore 8. “Conta!!!” lo stesso aggraziato urlo. E’ l’appello dei detenuti presenti in cella. Dopo averci contato, arriva il carrello del latte. Il liquido giallastro  la nostra colazione.

–      Ore 9. E’ il primo appuntamento formativo della giornata. Si scende in cortile per fare l’ora d’aria. In un ambiente confortevole, fatto di cemento, si apprendono le novità dal carcere. Chi è entrato, chi è partito, chi si è tagliato le braccia. Molto istruttivo!!!

–      Ore 10.30. Si torna in cella. Inizia l’attività culturale del carcere: guardare la televisione!!! Segue un breve ma intenso confronto sul programma visto in TV: Hai sentito la Santanchè? Che grandissima pu…!!!

–      Ore 11.30. Passa il carrello del pranzo, si mangia in cella. Oggi, come ieri e come domani, è servita un’ottima pasta scotta e scondita. Il tempo della tavola cronometrata è al massimo di 5 minuti. Straordinario!!!

–      Ore 13.00. E’ il secondo momento formativo della giornata. Un’altra ora d’aria. I temi sempre gli stessi. Costruttivo!!!

–      Ore 14.30. E’ l’ora della doccia ma non c’è acqua, no, è arrivata, è fredda, l’asciugacapelli non funziona. Si è rotto e quello che doveva essere un momento di relax è un dramma.

–      Ore 15.30. Inizia l’attività sportiva. I detenuti indossano tuta e scarpe da ginnastic. E, seduti intorno al tavolo della cella, danno il  via alla partita di carte. Il clima è teso. Chi perde dovrà lavare i piatti stasera.

–      Ore 17.30. La partita a carte è finita, chi ha perso non era ancora pratico di tresette. Posta!!! Tutti in attesa di avere notizie da “fuori”. Questa sera per me non c’è.

–      Ore 18.00. Passa il carrello per la cena. Qui c’è una variante. Una delle poche. Perché se è domenica o un giorno festivo la cena non arriva affatto. Si fa dieta. Altro pregio del carcere di Augusta. In compenso per la sera ci riuniamo con l’invito di uno o due ospiti e chiaramente cuciniamo noi stessi.

–      Ore 19.30. E’ l’ora delle gocce. Dei tranquillanti. C’è chi urla perché ne vuole di più. Ma una sberla istituzionale riporta la calma nelle celle.

–      Ore 20.00. C’è il ritiro posta e ancora una volta “Conta!!!”. Si ripete il teatrino d’appello.

–      Ore 21.000. Nelle celle si spengono le luci. Questa sera c’è una “prima TV”.

E i detenuti di Augusta, dopo una giornata “estenuante”, si addormentano.

E’ un anno che sono qui ad Augusta e ho dovuto vivere in questo deposito di carne umana lo stesso giorno moltiplicato per 365: storia di ordinaria follia!!!

“Una favola reale” di Francesco dal carcere di Augusta


Caro amico lettore,

chi ricorda in quale romanzo compariva questa frase “Nessun posto è come casa”. Credo nessuno perché molti hanno perso la capacità di crescere con dei sogni o, più semplicemente, molti non hanno sogni e vivono la vita come viene, giorno per giorno.

Crediamo di imparare tutto dalla vita guardando il comportamento degli altri, magari imitandoli, tralasciando così i piccoli insegnamenti che potrebbe dare una fiaba.

Quale fiaba? Ad esempio “Il Mago di Oz” dove proprio il mago dice alla piccola Dorothy che si sta bene dovunque ma, per quanto si possa stare bene, nessun posto è come casa.

Dorothy è alla ricerca di una via per tornare a casa perché un tornado l’aveva trasportata in un mondo fantastico dove tutto era animato: tronchi d’albero, foglie, fiori, pareti, tutto; dove tutto era strano, i personaggi, gli uccelli parlanti, i grifoni, le streghe del nord, sud, est ed ovest, ma anche i tre simpatici personaggi che accompagnano Dorothy nel suo viaggio: il tagliaboschi di latta in cammino per chiedere al mago un cuore vero; il leone parlante che voleva chiedere un po’ di coraggio e, infine, lo spaventapasseri che voleva avere un’intelligenza come gli altri esseri.

La favola non racconta il viaggio dei tre personaggi ma rappresenta, nell’inconscio, la ricerca di quello di cui Dorothy pensava fosse priva, cioè coraggio, amore e intelligenza mentre credeva di avere tutte le paure, tutte le insicurezze, tutte le incertezze.

Se vogliamo ciò che accade nella fiaba è identico a ciò che succede spesso nella realtà.

Pensiamo di non avere abbastanza coraggio per affrontare tutte le prove che la vita ci pone davanti giornalmente.

Quando tentiamo di confrontarci con altre persone spesso ci sorge il dubbio di non reggere il confronto, di essere meno intelligenti e capaci del nostro interlocutore e questo, di conseguenza, ci rende insicuri.

Crediamo di non avere abbastanza cuore per amare, capire e perdonare e ognuno di noi si identifica, a turno, con personaggi come il leone, il tagliaboschi di latta e lo spaventapasseri.

Se nella vita reale ci prendessimo un po’ meno sul serio e pensassimo un po’ più alle favole le cose andrebbero meglio e questo vale per tutti e, in particolare, per i detenuti, persone che, per un motivo o per un altro, si trovano a combattere una guerra persa in partenza.

Il detenuto è un uomo privo di affetto, di amore, di ogni intimità personale che, nei momenti di maggiore sconforto, non sempre trova il coraggio, il cuore e la forza per andare avanti.

Perdere tutto e sprofondare nel baratro della disperazione provoca dolore che, se compreso, aiuta a crescere senza lasciare spazio a rimpianti o rimorsi, aiuta ad apprezzare le piccole cose che offre la vita, non quelle che siamo abituati ad avere senza sforzo.

Ecco, con questa riflessione, auguro a voi, cari amici lettori, BUONE FESTE.

“Lettera a una bambina mai nata”


di Francesco dal carcere di Augusta

Cosa hai sentito finora del mondo

attraverso l’acqua e la pelle

tesa della pancia di mamma?

Cosa ti hanno detto le tue orecchie

imperfette della nostra paura?

Riusciremo a volerti senza pretendere,

a guardarti senza riempire il tuo

spazio di parole, inviti, divieti?

Riusciremo ad accorgerci di te

anche dai tuoi silenzi, a rispettare

la tua crescita senza gravarla

di sensi di colpa e affanni?

Riusciremo a stringerti senza che

Il nostro contatto sia richiesta

spasmodica o ricatto d’affetto?

Vorrei che i tuoi natali non fossero

colmi di doni, segnali a volte sfacciati

delle nostre assenze, ma di attenzioni.

Vorrei che gli adulti che incontrerai

fossero capaci di autorevolezza, fermi

e coerenti: qualità dei più saggi.

La coerenza mi piacerebbe per te.

E la consapevolezza che nel mondo

in cui verrai esistono oltre alle regole

le relazioni e che le une

non sono meno necessarie delle altre,

ma facce di una stessa luna presente.

Mi piacerebbe

che qualcuno ti insegnasse a inseguire

le emozioni come gli aquiloni fanno

con le brezze più impreviste e spudorate;

tutte, anche quelle che sanno di dolore.

Mi piacerebbe

che ti dicessero che la vita

comprende la morte.

Perché il dolore non è solo

vuota perdita ma affettività,

acquisizione oltre che sottrazione.

La morte è un testimone che i

migliori di noi lasciano ad altri

nella convinzione che se ne possano

giovare: così nasce il ricordo,

la memoria più bella che è storia

della nostra stessa identità.

Mi piacerebbe

che qualcuno ti insegnasse a stare da sola,

ti salverebbe la vita.

Non dovrai rincorrere la mediocrità

per riempire vuoti,

né pietire uno sguardo

o un’ora d’amore.

Impara a creare la vita

dentro la tua vita

e a riempirla di fantasia.

Adora la tua inquietudine

finché avrai forza e sorrisi,

cerca di usarla per contaminare gli altri,

soprattutto i più pavidi e vulnerabili.

Dona loro il tuo vento intrepido,

ascolta il loro silenzio con curiosità,

rispetta anche la loro paura eccessiva.

Mi piacerebbe

che la persona che più ti amerà

possa amare il tuo congedo

come un marinaio che vede

la sua barca allontanarsi

e galleggiare sapiente

lungo la linea dell’orizzonte.

E tu allora

porterai quell’amore sempre con te,

nascosto nella tua tasca più intima.

Progetto “Il lavoro in carcere”


di Francesco dal carcere di Augusta

Oggi vorrei parlare di una questione estremamente delicata del pianeta carcere: il lavoro in carcere.

Il lavoro appartiene semplicemente all’essere dell’uomo in quanto significa, in genere, un essere attivo nel mondo. Una delle condizioni più penose e meno comprensibili della vita in carcere è indubbiamente l’ozio: uno stato di noia mortale.

Il lavoro è occasione per evidenziare e testimoniare le proprie capacità e la valenza del proprio status: un’esperienza umana insostituibile che contribuisce alla crescita personale, favorisce il raggiungimento di equilibri personali, familiari e sociali.

Il lavoro diventa “perno centrale” nella vita e può condizionare mutamenti, decisioni, soluzioni esistenziali anche determinanti. La complessa problematica connessa con il lavoro penitenziario suppone un quadro di riferimento che include considerazioni sociologiche, giuridiche ed economiche. Nell’ambito della stratificazione sociale, la categoria dei detenuti è inserita, nella corrente sociologica, tra le categorie marginali o emarginate, i cosiddetti “luoghi poveri”.

L’attenzione verso le categorie marginali come i detenuti, a parte le lentezze abituali, non si è sempre espressa in un piano di interventi organicamente e moderatamente  collocato, ma le profonde trasformazioni della società contemporanea hanno esercitato un determinante influsso anche sulla realtà carceraria. Per cui a una notevole incidenza culturale politica non si è sottratta neppure la “questione lavoro” che ha vivamente segnato la conoscenza degli stessi detenuti ai quali occorre oggigiorno assicurare non belle parole e nobili intenzioni bensì concrete opportunità di una scelta diversa a quella criminale e quindi “qualificazione professionale” e “attività produttive”. A ciò aggiungasi che gli orientamenti comuni degli studiosi, coerentemente col dettato della Costituzione che postula la finalità rieducativa e perciò riabilitativa e risocializzante della pena, concordano nell’affermare che il lavoro costituisce uno strumento fondamentale di redenzione e riadattamento alla vita sociale. Esso acquista valenza liberatoria, è realtà unificante rispetto alla separatezza della detenzione, rompe le attuali divisioni tra carcere e società. Le carceri, un tempo separate dalla società civile per necessità, tradizione e cultura, si sono aperte in questi ultimi decenni al mondo esterno, al territorio facendo emergere una nuova visione della pena indicata come “cultura del dialogo”, capace di garantire, a quanti concretamente lo vogliono, un reinserimento, aiutando chi ha sbagliato.

Occorre quindi consolidare l’impegno attorno all’uomo in detenzione incrementando un umanesimo solidaristico capace di sfatare luoghi comuni. In sostanza si tratta di tradurre in termini di concretezza operativa il campo della solidarietà. In questo senso il lavoro intramurario non assume il significato di premio, non rappresenta una concessione, tanto meno una semplice terapia. Esso può configurarsi come “diritto”, come “diritto-dovere” la cui assenza risulta senz’altro “desocializzante”. E’ auspicabile, perciò, una più determinante e incisiva attuazione di piena solidarietà attorno all’uomo in detenzione che veda un coinvolgimento delle componenti politico-produttive sindacali e del volontariato in quanto si ritiene possano essere feconde premesse e sostegno delle iniziative fattibili nell’immediato. E’ la politica dei piccoli passi che condiziona e determina le grandi riforme spesso internazionali.

In conclusione sia consentito affermare che siffatta metodologia, se attuata e che già ha avuto sperimento pratico in varie regioni, consentirebbe, una volta emanati i decreti attuativi della legge 193/2000 “legge Smuraglia”, forme diverse di organizzazione del lavoro e quindi nuove e concrete possibilità occupazionali a quanti vivono nelle carceri. Quindi il lavoro quale strumento privilegiato per il recupero sociale. Esso, infatti, riveste un ruolo di primaria importanza nel processo di risocializzazione per un soggetto in esecuzione penale perché consente alla persona detenuta di intraprendere un cammino di “responsabilizzazione” e di conformità alle regole giuridico-sociali nonché di soddisfare esigenze personalistiche  di gratificazione emotiva e professionale. L’appagamento professionale, inteso quale effettiva possibilità per il detenuto di contribuire al sostegno economico del proprio nucleo familiare, favorisce il recupero dei valori di solidarietà e responsabilità e innalza la spinta motivazionale per la prosecuzione del percorso intrapreso prevenendo il rischio di nuove condotte criminose.

Il reinserimento sociale e lavorativo della persona detenuta in Sicilia è processo problematico date le oggettive difficoltà economiche e sociali del contesto territoriale siciliano. Il percorso riabilitativo e di reinserimento lavorativo, che si presenta già comunque con difficoltà nella maggior parte del territorio nazionale, risulta difatti assai più disagevole in Sicilia dove si aggiungono aspetti da sempre discriminatori per i soggetti che hanno pagato il loro debito con la giustizia i quali hanno già alle spalle, nella maggioranza dei casi, un vissuto di disagio e crescente marginalità senza protezioni sociali. In tale situazione estremamente problematica l’inserimento lavorativo per la persona con pregiudizi penali assume un valore ancora più forte poiché è solo attraverso l’attività lavorativa che la persona può concretamente cambiare lo stile di vita finalizzato alla “non reiterazione dei reati”.

Qui ad Augusta, casa di reclusione e, in particolare, per i detenuti del circuito “alta sorveglianza”, detenuti quindi con ergastolo e pene altissime, in atto il posto assegnato a ognuno che è chiamato a svolgere il “lavoro” non può essere modificato e perciò non possono svilupparsi ambizioni né in bene né in male oltre quella offerta dall’amministrazione: spazzino o spesino.

A ciò aggiungasi che in questi anni di vita della Casa di Reclusione di Augusta non è stato assunto, da chi istituzionalmente preposto, un comportamento coerente con quanto contenuto nella normativa . Infatti nulla si è fatto per reperire le risorse necessarie al fine di predisporre adeguarti piani di riconversione e riqualificazione delle esistenti manifatture penitenziarie né è stata prevista dall’amministrazione, nel suo budget, alcuna voce di spesa per formare almeno quei quadri che avrebbero dovuto assicurare le condizioni minime indispensabili per sviluppare il lavoro qui ad Augusta. C’è bisogno di una sinergia di tutti gli enti, pubblici e privati. C’è bisogno di una progettualità regionale del provveditorato finalizzata al rilancio e al rinnovamento dell’amministrazione penitenziaria avendo, tra le priorità, proprio quella di una progettazione di interventi tesa a incentivare le opportunità di lavoro sia all’interno degli istituti che all’esterno e capace, soprattutto, di creare continuità tra “dentro” e “fuori” per costruire così concrete occasioni di recupero sociale. Una nuova politica penitenziaria regionale che agisca contestualmente su più fronti per incrementare i posti di lavoro disponibili per i detenuti sia all’interno che all’esterno degli istituti penitenziari ponendo particolare attenzione all’instaurazione e al consolidamento di una stabile rete di rapporti e intese con gli enti istituzionali territoriali (regioni, province, comuni) e con le associazioni e il terzo settore per la qualificazione del lavoro penitenziario e la creazione di nuove opportunità d’impiego per i detenuti. E’ necessario, quindi, sperare per la definizione di un protocollo d’intesa con l’unione regionale delle camere di commercio e le associazioni di categoria regionali. La creazione di una rete stabile di rapporti e collaborazioni tra i diversi attori istituzionali e dell’imprenditoria darà impulso alle attività produttive che si concretizzeranno all’interno dell’istituto con obiettivi e finalità posti dal progetto “Lavoro in carcere”. Inoltre sarà fondamentale far acquisire ai detenuti una preparazione professionale adeguata alle condizioni lavorative per agevolarne il reinserimento sociale. L’amministrazione penitenziaria dovrà avere la capacità di progettare e predisporre una serie di esperienze formative e professionali realmente utili che devono essere in grado di far acquisire ai detenuti un bagaglio di conoscenze e di abilità tecniche spendibili nell’avviamento di un’attività autonoma oppure nell’offerta di manodopera sul libero mercato. E’ ovvio, pertanto, che il lavoro intramurario, nel suo complesso, appare in grado di raggiungere soltanto una parte degli obiettivi per i quali esso è previsto rimanendo relegata in secondo piano quella che dovrebbe essere la finalità di gran lunga assorbente: il reinserimento attraverso la qualificazione professionale.

In particolare tutte le parti chiamate in causa devono concordare sull’opportunità di ricercare e attuare misure volte al sostegno e al reinserimento sociale e lavorativo di detenuti, ex detenuti e sottoposti a esecuzione penale esterna affinché vengano applicati i benefici previsti dalla legislazione nazionale e regionale. Si impegnano a valorizzare le lavorazioni interne agli istituti penitenziari, a promuovere intese operative, anche a livello locale, per incentivare le ipotesi previste dalla vigente normativa per la gestione, da parte di terzi, delle lavorazioni penitenziarie come pure per favorire progetti di cooperative sociali, formate anche da detenuti, internati, ex detenuti o ex internati che abbiano lo scopo di creare posti di lavoro interni ed esterni agli istituti penitenziari  e che offrano garanzia di fattibilità e di continuità basate anche su commesse pubbliche.

E ancora, concordare sull’opportunità di promuovere congiuntamente, attività finalizzate alla produzione di beni e servizi per il mercato realizzati all’interno e all’esterno degli istituti di pena in base alle effettive possibilità occupazionali esistenti sul territorio nel confronto con gli organismi competenti a livello regionale. In tale ambito le parti si dovranno impegnare a promuovere e stimolare commesse di lavoro per i detenuti da parte di enti pubblici, cooperative sociali e imprese.

La presente idea non rappresenta, ed è ben chiaro per chi ha esperienza in merito, la “soluzione” della complessa tematica affrontata sia perché il sistema economico nazionale è in continua evoluzione sia perché, in ultima istanza, appare necessario il riscontro in un costante impegno politico e amministrativo a livello nazionale, regionale e locale, ma sicuramente tutte queste azioni eliminerebbero l’incertezza della posizione dei detenuti e attenuerebbero quella tensione palpabile oggigiorno nelle carceri.

Per quanto detto finora, amico/a lettore, concludo con un monito pr la direzione di questo carcere rivolgendo l’invito che se è vero che il nostro paese attribuisce al lavoro dei detenuti un alto valore per il loro riscatto sociale deve dimostrare, nelle sedi proprie, un comportamento coerente con quanto contenuto nelle stesse leggi. Deve cioè saper reperire le risorse necessarie per rendere economico questo tipo di lavoro. All’amministrazione penitenziaria spetterà il non facile compito e di formulare un piano di intervento realistico programmato nel tempo, e di mobilitare le forze capaci di indirizzarlo e sostenerlo e nell’affiancare la difficile azione del Ministero della Giustizia finalizzata al raggiungimento degli obiettivi complessi e delicati indicati dal legislatore.

La stessa Corte Costituzionale ha avuto modo di esprimersi sul lavoro carcerario evidenziando che “Ben lungi dall’essere in contrasto con la morale esigenza di tutela e rispetto della persona esso (il lavoro) è gloria umana, precetto per molti, dovere e diritto sociale per tutti”.

L’impegno ultimo di   questo progetto è mirato a creare le condizioni idonee per la realizzazione di una nuova mentalità e cultura nella prospettiva di un nuovo rapporto tra il cittadino e la società che ha origine nel riconoscimento del diritto morale e sociale dei detenuti di essere sostenuti e reinseriti nella società allontanando lo spettro della stigmatizzazione etichettante.

Il lavoro diventa quindi una sfida sia per la società che per il detenuto. In tal senso si è ipotizzato di vedere il lavoro come metodica di relazione del soggetto detenuto con la società. Un nuovo strumento di “co-municare”, di mettere insieme qualcosa, di condividere le regole della vita quotidiana per un identico fine. Un linguaggio comune è uno strumento molto forte di partecipazione e confronto. La responsabilità della società nei confronti dei soggetti detenuti è di tipo etico e l’obiettivo è un bene socialmente condivisibile. L’etica diventa uno strumento di comunicazione fra la società, il mondo del lavoro, le regole del lavoro e il soggetto detenuto che, non dimentichiamo, è parte integrante della società stessa.

A tal proposito Hegel diceva: “Il lavoro è il modo fondamentale con cui l’uomo produce la sua vita dando inoltre una forma al mondo”. Io aggiungerei :”diventando la fonte di ogni valentia terrena, di ogni virtù e di ogni gioia”.

Vi lascio riflettere…

vostro Francesco

“SE” di Francesco dal carcere di Augusta


Se credi che un perdono

va più lontano di una vendetta

se sai cantare la falsità degli altri

e danzare la loro allegria

se puoi ancora ascoltare il disgraziato

che ti fa perdere tempo e donargli un sorriso

se sai accettare la critica e farne tesoro

senza respingerla e difenderti

se sai accogliere e accettare

un parere diverso dal tuo

se ti rifiuti di battere

la tua colpa sul petto degli altri

se per te l’altro

 è innanzitutto un fratello

se preferisci essere danneggiato

che far torto a qualcuno

se rifiuti che dopo di te

“succeda quel che succeda”

se ti schieri dalla parte del povero

e dell’oppresso senza considerarti un eroe !

se credi che l’amore

è la sola forza di discussione

se credi che la pace è possibile…

…allora la pace verrà

e saremo tutti fratelli.