“Figlio del vento” di Claudio Crastus


tratta dalla raccolta “Attendere il sole”


Io sono figlio del vento.
Fui generato
Nell’insenatura
Della roccia secolare
Da un seme sconosciuto
Bagnato dalle onde del mare
In tempesta.
Io sono figlio del vento.
Fui scaraventato
Nel mondo,
Percosso dal sole,
Morso dalla luna e
Scacciato dall’umanità.

Io sono figlio del vento.
Travolsi esili steli,
Strappai delicate corolle
Sparpagliai innumerevoli petali
Sulla devastazione
Del mio passaggio.

Io sono figlio del vento.
Urlo il mio delirio
Nei labirinti ove mi hanno imprigionato,
Ove mi dibatto e rido solo,
Quando mi insinuo nei giardini in fiore
Devastandoli senza pietà.

Io sono figlio del vento.
Giaccio stanco e senza cuore
Nel silenzio eterno delle grotte,
Privo del coraggio di amare
Mi contorco su me stesso all’infinito
Fin quando esausto stramazzo al suolo.

Io sono figlio del vento.
Esco piano e sfioro il mondo
Osservando le sconfinate pianure
Con occhi spauriti e melanconici,
Poi con paura mi ritraggo
In solitudine struggente.

Io sono figlio del vento
Il mio destino è quello
di infrangermi sugli scogli,
Tra le onde furiose dei mari.
Il mio destino sarà sempre
Suicidarmi nei ricordi,
Infrangermi negli angoli del mondo
Ove mi dibatto privo d’amore

La metamorfosi, fiaba di Claudio Crastus


In un bosco fitto di vegetazione, in un paese sradicato dal mondo, tra le incavature e le radici degli alberi secolari, viveva il popolo delle formichine azzurre. Erano bellissime, potevano essere più di sette milioni ed erano una per una e tutte per tutte: praticamente tutte insieme erano invincibili.

La loro vita si svolgeva da sempre con ritmi e percorsi identici: erano abitudinarie e gran lavoratrici.

Passavano gran parte del loro tempo a riempire le immense dispense di viveri per assicurarsi la sopravvivenza nell’inverno freddo e crudele che sarebbe giunto da lì a poco.

All’interno di un’immensa quercia vi era il loro quartier generale, una città meravigliosa ricavata da una sorta di scala a chiocciola scavata e lavorata nel legno. Ad ogni gradino vi era l’abitazione di una famigliola; tra un gradino e l’altro, invece, vi erano le campanelline d’allarme, così che in caso di emergenza chiunque era in grado di avvisare le altre dell’imminente pericolo. Ogni mattina verso le 6.00 si incamminavano verso un torrente per rifornirsi d’acqua potabile; tutte insieme “armate” di secchielli e pale (quest’ultime per scavare il terreno alla ricerca di cibo) cantavano in coro le belle canzoni imparate da bimbi.

Tra queste formichine vi era un gruppo di giovani che non aveva tanta voglia di alzarsi presto e di lavorare, ma che comunque con gli occhi appena socchiusi seguiva in fila i più laboriosi. Spesso borbottavano tra loro che la vita delle formichine era grama e faticosa e che vi erano poche feste e divertimenti.

All’udire queste lamentele gli altri si giravano e, canzonandoli, li facevano passare avanti tra loro, in modo da incoraggiarli ad affrontare la giornata che li attendeva.

Un giorno, mentre erano intenti a lavorare, giunse un violento acquazzone che le sommerse d’acqua e fango; le immense gocce cadevano sulle loro testoline come grandi macigni, e di lì a poco buona parte di esse annegò nelle pozzanghere. I sopravvissuti erano riusciti ad aggrapparsi a dei rami: galleggiavano sull’acqua e osservavano i corpicini dei compagni esanimi e li piangevano.

Mentre erano in balia della corrente, disperati, ecco giungere una ranocchia, la quale sopra una grande foglia osservava la desolazione delle formichine. Appena si accorsero della sua presenza, tutte insieme gridarono: “Aiuto! Aiuto! Ranocchia bella, per favore, portaci sulla terraferma, altrimenti annegheremo”.

Udendo la loro supplica, la rana si commosse e aiutò le formichine scampate al diluvio.

“Tenetevi forte, si vola!” gridò tutta felice, mentre con tutte le formiche aggrappate alla sua schiena saltava tra le pozzanghere enormi.

Non appena furono sulla terraferma, le formichine ringraziarono la rana e si incamminarono verso la grande quercia per dare la notizia della tragedia avvenuta. Giunti a destinazione a tarda sera, quando furono davanti alla loro dimora, non trovavano il coraggio di entrare. Ciononostante, dopo qualche minuto si fecero coraggio l’un l’altra e pian piano salirono nell’incavatura principale della quercia.

Appena furono di fronte al primo campanellino d’allarme, incominciarono a tirare forte la corda e in tutta la quercia si diffuse l’eco del suono: “Din, din, din…”. Così nel giro di dieci minuti svegliarono tutte le altre formichine. A drappelli si affacciavano dalla infinita scala a chiocciola, tutte assonnate, con i pigiamini di lana, le pantofole, i cappucci per scaldare le teste, borse d’acqua calda, ecc., chiedendosi cosa fosse accaduto di così grave per essere svegliate in piena notte.

Osservavano in attesa di una spiegazione il nugolo di sopravvissuti che non riusciva ancora a proferire parola, sopraffatto dal pianto.

Di lì a breve tutte le formichine furono sull’entrata della quercia a domandare cosa fosse accaduto e dove fossero le altre formiche lavoratrici.

Dopo un interminabile minuto di silenzio assoluto, una voce si elevò nell’atrio: “Siamo state sommerse dalle acque: un violento acquazzone ci ha colte di sorpresa, inaspettato, devastante; noi siamo tutto ciò che rimane della spedizione”.

A queste parole seguì un lungo silenzio; tutti i parenti delle vittime della tragedia si incamminarono con il loro dolore verso le loro case. Gli scampati al pericolo furono accolti nei loro nuclei familiari con gioia e trepidazione.

Trascorsero molti anni e la vecchia quercia era sempre più bella, non solo esternamente, ma soprattutto al suo interno.

Quello che stava arrivando era un inverno gelido e tutte le formiche si erano assicurate che non mancasse proprio nulla dalla scorta, dal cibo all’acqua, alla lana e alla seta, ai vari tipi di tabacco da pipa, ai giochi per i più piccini, al materiale per l’istruzione e via via tutto l’occorrente.

I falegnami avevano scavato all’interno della quercia altre stanzette, una sorta di classi di scuola ove i più piccoli potessero trascorrere le giornate in modo sereno e costruttivo.

Quando incominciò l’anno scolastico, tutti i piccoli delle formiche , forniti di tutto punto di cartelle, astucci con matite, quaderni, penne e libri, si presentarono all’entrata della scuola, ove attaccate sul portone si potevano vedere dei bachi che in seguito sarebbero mutati in farfalle, ma questo ancora i piccoli lo ignoravano. Il primo giorno di scuola fu sereno; la vecchia professoressa fece l’appello per conoscere i nomi di tutti gli alunni. All’ultimo banco, in un silenzio impenetrabile, vi era una formichina orfana di padre e di madre; non sapeva più cosa fosse un momento di gioia, lo stare insieme con i compagni di gioco: a lei piaceva dipingere fiori bellissimi e viveva esclusivamente per i suoi colori.

Un giorno, ad anno iniziato, fuori dalla grande quercia giunse un piccolo ranocchietto che era stato abbandonato forse senza volere dai genitori, anzi: sicuramente non era stato abbandonato, ma si era semplicemente perso! Le formichine azzurre dalle loro torri di vedetta scorsero quel piccolo essere

smarrito e, vedendo che era incapace di provvedere a se stesso, lo fecero entrare nel loro regno.

Il capo delle formiche era un tipo barbuto con capelli arruffati; si diceva che fosse colto, intelligente, saggio e tutti i suoi sudditi si domandarono che cosa gli frullasse in testa quando intimò di inserire il ranocchio nella classe dei più piccini, ma nessuno azzardò chiedergli nulla.

Fu così che avvenne l’incontro tra le formiche azzurre e il ranocchietto.  osservandolo, le formichine si resero conto che era incapace di esprimersi, così incominciarono a deriderlo e a isolarlo: erano convinte che la malattia del ranocchietto contagiasse tutte. Avevano il terrore di non riuscire più a esprimersi e così lo lasciarono nell’ultima fila, accanto alla formichina orfana.

I due cominciarono ad osservarsi con cautela, appena appena con la coda dell’occhio, con timore, fino a quando un giorno la formichina chiese al ranocchietto: “Ti andrebbe di mangiare con me?”

Il piccolo ranocchietto, affamato, rispose: “Sì!”

Dentro di sé, però, si meravigliò di essersi fidato subito di quella formichina azzurra, tuttavia si incamminò verso la casetta dell’amico, seguendolo velocemente.

Non appena entrò, vide appesi alla parete tanti bellissimi quadri colmi di colori bui, scuri, ma con fiori mai visti prima; la cosa che li caratterizzava erano gli intrecci dei rami e delle foglie, davvero particolari, i quali immediatamente mettevano in risalto il mondo interiore, ricco e fantastico della formichina.

Il ranocchietto con il suo nuovo amico imparò tante cose, perché la formica era un tipo intelligente e colto; si divertì persino a dipingere con il suo aiuto, ma comprese che non era tagliato per la pittura.

La formica, essendo un tipo provocatorio e originale, incominciò a convincere la rana a scrivere poesie, perché a suo dire (dopo aver letto alcuni versi dell’amico) scriveva bene ed in quel modo si sarebbe fatto comprendere universalmente.

Quando il ranocchietto mostrò le sue prime poesie, raccolse molti consensi, ma questo non lo rassicurava affatto sulle sue capacità, anzi lo rattristava, perché in cuor suo pensava che quei complimenti fossero dettati dalla pena che suscitava la sua malattia; così era sempre solo e triste.

La formichina non perdeva occasione per provocarlo quando non si dedicava alla scrittura. Alle volte era veramente odioso agli occhi dell’amico, che tuttavia (seppure litigassero spesso) non smetteva di stimare e di volergli bene come a un fratello maggiore, a cui è necessario dare ascolto.

Dopo circa tre anni che viveva con il popolo delle formichine azzurre, il nostro ranocchio un bel giorno notò i bachi nei pressi della scuola, proprio mentre mutavano in farfalle multicolori, e così da allora iniziò a pensare al volo, alla libertà interiore, alla metamorfosi degli esseri viventi. Nel suo cuore era avvenuto qualcosa: non gli bastava più la compagnia dell’amico, era triste, infelice e

consapevole che, seppure l’amico l’avesse fatto crescere e guarire dal “mutismo” interiore e gli avesse mostrato i colori della libertà, era giunto il momento di andar via, di sperimentare l’esperienza acquisita fuori dal mondo delle formiche azzurre.

Dopo alcuni mesi di profonde riflessioni, il ranocchietto con immenso dolore salutò l’amico formichina, l’insegnante occhialuta e tutte le formichine. La formichina più dolce, che tanto lo aveva aiutato, non avrebbe voluto che partisse, ma rispettò il suo volere: era una damigella molto forte e saggia, perciò sapeva bene che le cose buone che aveva donato non sarebbero state vane e

sapeva che sarebbe rimasta per sempre nel cuore del ranocchio. Così, in un giorno di pioggia come quello in cui era arrivato, s’incamminò verso il suo destino, nel fitto bosco, abitato da animali sconosciuti che lo incuriosirono.

Salto dopo salto giunse in un laghetto bellissimo, fitto fitto di canne gialle. Il silenzio era interrotto dai grilli e dal gracidare delle rane; era giunto nel suo ambiente naturale, ma era molto timoroso, perché non ricordava nemmeno la lingua delle ranocchie. Comunque si spinse all’interno del canneto, saltando di foglia in foglia, finché improvvisamente si imbatté in due bellissime ranocchiette che, vedendolo, si spaventarono e dissero: “E tu chi sei? Ci hai spaventate sbucando

dalle canne all’improvviso!”

Il ranocchietto, più spaventato di loro, iniziò a raccontare le vicissitudini della sua vita e pianse tante lacrime dai suoi occhini tristi. Le due ranocchiette si commossero e dissero al ranocchietto che non doveva piangere più, perché da quel momento avrebbero pensato loro a stargli vicine e a farlo

sorridere. Infatti da quel giorno incominciarono ad incontrarsi tra le canne dorate e insegnarono al loro amico la lingua dei ranocchi.

Il nostro piccolo ranocchietto, avendo acquistato fiducia, ricominciò a scrivere poesie per farsi volere più bene, dato che credeva che con lo scritto riuscisse ad esprimersi meglio. Le due amiche erano molto contente di quella nuova amicizia, in particolare la più piccina che, non avendo il fidanzato, aveva iniziato ad osservare con occhi dolci dolci quel ranocchietto solo al mondo; di contro, era evidente che anche lui fosse cotto di lei. Vederli giocare era davvero meraviglioso:

formavano una coppia di ranocchi bellissima, tanto che nel canneto suscitavano l’invidia di tutti, ma questo per loro non aveva nessuna importanza.

Un brutto giorno una ranocchia cattiva, dato che era gelosa della bellezza e intelligenza della bella ranocchietta, la invitò nel laghetto delle streghe, determinata a farle del male. La dolce ranocchietta aveva molta paura, dato che non aveva fatto nulla di male a quella cattivissima rana brutta, tuttavia sperava che con il dialogo l’avrebbe fatta desistere dai suoi propositi malvagi.

Il giorno prima dell’incontro i due ranocchietti innamorati si incontrarono e lei ebbe modo di sfogarsi un po’; lui cercò di rasserenarla, così da infonderle coraggio e sicurezza per quell’incontro.

Quando la ranocchietta andò all’appuntamento al lago delle streghe, il ranocchietto si incontrò con l’amica ranocchia e insieme parlarono a lungo della loro amata amica. In quei momenti di ansia si rendevano conto ancor di più di quanto lei fosse importante per loro.

Tuttavia il ranocchietto fin dai primi giorni di vita aveva imparato a “percepire” i pericoli e così sentenziò alla cara amica ranocchia che la loro ranocchietta se la sarebbe cavata benissimo da sola.

Quanta felicità nel rivederla nuovamente, quanta gioia provarono mentre felici saltellavano tra le canne del laghetto, che emozione bella comprendere sempre più che erano fatti l’uno per l’altra! Si amavano tantissimo e avevano bisogno di stare insieme sotto il sole o la pioggia, sfiorati dal vento,

addormentati sotto la luna. Nonostante fossero tanto felici, erano consapevoli che la “vita” avrebbe potuto riservare loro amarezze e dolori e per questo gustavano e si godevano ogni attimo di felicità.

In quei canneti, infatti, volavano delle terribili api velenose, che a volte con i loro pungiglioni uccidevano altri animaletti.

Loro sapevano bene quanto fossero cattive quelle brutte api e così stavano molto attenti a non farsi individuare. Nonostante questo, un brutto giorno d’inverno il piccolo ranocchietto fu punto da un’ape velenosa e restò agonizzante su una foglia che galleggiava nel lago.

I ricordi incominciarono a farsi sbiaditi, confusi; i giorni trascorsi nella quercia riaffiorarono: il ranocchietto “vedeva” l’amico formichina, i fiori multicolori dei suoi quadri, la scala a chiocciola, quel giorno buio in cui fu raccolto sullo spiazzo della quercia, la damigella che nella quercia era la formichina più attenta ai bisogni degli altri, il capo formica, e poi il buio impenetrabile lo avvolse nel silenzio.

Le due ranocchiette piansero per lungo tempo il loro piccolo amico e di tanto in tanto si recavano sotto l’alberello dove lo avevano deposto per farlo riposare al riparo dalle intemperie del tempo.

Lì sul tronco incisero una poesia del piccolo ranocchio che diceva:

Fui raccolto

in un giorno

di pioggia,

bagnato,

sporco,

privo di parola.

Mi fu insegnato

ad esprimermi,

a vedere i colori,

ad amare il prossimo

e la vita;

avvenne così

il miracolo

della mia metamorfosi.

Voi che passate

senza “vedere”

né udire:

soffermatevi

un attimo

ad amare la vita.

Da www.claudiocrastus.it

“A mia figlia Serena” di Claudio Crastus


Appena ricevuta, copiata e pubblicata

Avrei voluto cullarti in eterno

e mi danno l’anima

con il rimorso d’aver rincorso

una polverina sporca

lasciandoti sola.

Quanti anni ho bruciato, figlia adorata!

Brandelli di carne

ho venduto ai mercanti.

Quindici anni

e il cervello bruciato

da quell’oscena mercanzia.

Ti chiedo perdono, giglio immacolato!

Tenero germoglio del tuo papà.

…………………………………………………

Mi sei apparsa in sogno:

un interminabile abbraccio

che ha spezzato la realtà.

Perché non mi parli

nemmeno ne sogni?

Mi appari in sogno,

lo sguardo triste,

l’aria smarrita.

Forse è questa

disperata angoscia

il conto

che ho in sospeso

con la vita.

“Madri di anime di uomini vivi” di Giovanni Farina dal carcere di Siano Catanzaro


Ricevuta, copiata e pubblicata

Da anni vivo sotto il peso di un’esistenza che non è più la stessa.

Incontri di spiriti e di fantasmi nelle lunghe passeggiate sotto le larghe

Braccai dei castagni illuminati dalla luna, dalle fronde ombrose, bagnate dalla brina della nebbia. Momenti di immaginazione e di pensiero libero nel corpo e nella mente.

Ora invece il mio corpo è stretto da mura di cemento nere di umidità prigioniero di un’esistenza lenta, senza idee, senza limite.

Sono geloso dei sogni che non ci sono pi, che si sono allontanati, svaniti, sciolti nel nulla…

Il mio spirito, anche da sveglio, è sotto assedio scrutato da occhi invisibili che, in continuazione, mormorano dentro le mie orecchie i minuti, gli attimi della mia condanna senza esistenza.

Sono costretto, giorno dopo giorno, a camminare dentro un vestito nuovo, logoro dal tempo che passa.

Non sono reale stretto in un’esistenza che non c’è.

Circondato da corvi che si cibano del tuo respiro, di ogni tuo attimo.

Resto assente per giorni, non vedo, non sento la loro presenza, sono piombato in un profondo oblio da anni, insensibile, non sento la mia presenza.

Il sonno profondo che, giorno dopo giorno, mi ha fatto suo non mi fa sentire i rumori, le voci che sento non mi appartengono.

Prigioniero di un soffitto che non vuole farmi riconoscere il cielo, il sole che mi ha nutrito a ogni risveglio del mattino.

Sono giorni che dalla stretta finestra entra un insetto nero con macchie gialle, si fa un giro in questo angolo buio penso stia cercando dove fare il suo nido. Lo lascio fare, non mi dà fastidio, è troppo concentrato a creare la rinascita.

Da Giovanni Farina una riflessione sull’uomo, sempre dal carcere di Siano Catanzaro.


Ricevuta, copiata e pubblicata come sempre…pensate che queste parole sono state scritte da una persona che è all’ergastolo e che prima faceva il pastore e che non ha studiato…

L’uomo è un esploratore della vita.

Sa guardare la luce dall’oscurità. Anche dal luogo più lontano può dare un senso alla sua esistenza se gli è permesso di crescere dentro di sé.

Basta dargli la possibilità di raccogliere il buono che incontra nel suo tragitto.

Ogni ramo di un albero quando viene attraversato da un filo di vita manda un richiamo di esistenza al mondo, alla mente che sa ascoltare.

Ci sono luoghi dove ogni suono diventa canto e ogni pensiero magia che darà gioia e frutti nel tempo.

Di nuovo nel “nostro” carcere di Augusta…


di Daniela Domenici

Dopo 6 mesi e 5 giorni oggi ho rimesso piede dentro il “nostro” carcere grazie alla visita ispettiva, non ci crederete ma per me è stata una vera emozione perché dopo più di due anni trascorsi là dentro quasi ogni mattina e dopo questi mesi di assenza non voluta… mi mancava!!! Mi prenderete per folle, lo so, e ne avete tutte le ragioni…come si può sentire l’assenza di un luogo come il carcere da cui la gente “normale” non vede l’ora di scappare? Io non sono normale e chi mi conosce bene lo sa già da un pezzo.

Oggi due episodi avvenuti in due luoghi diversi del “nostro” carcere mi hanno commosso e voglio condividerli con voi.

Il primo è avvenuto nelle cucine, sempre durante la visita ispettiva; ho visto che tra i detenuti-lavoranti ce n’era uno alto e con la pelle nera corvina, mi sono avvicinata e ho riconosciuto (e anche lui mi ha riconosciuta subito) quel detenuto del Senegal che durante una delle tante volte che abbiamo fatto cineforum un giorno mi ha dato una lezione estemporanea su di un insegnamento del Corano che mi è rimasta impressa e che mi ha fatto capire perché i detenuti musulmani più credenti mi salutavano, ogni volta che ci vedevamo, con la mano destra sul petto. E oggi io, memore di quell’insegnamento, l’ho salutato così e lui ha sorriso senza parlare e ha ricambiato il saluto allo stesso modo.

L’altro momento per me emozionante è stato quando durante la visita siamo andati in una delle sezioni da poco riaperte dove sapevo che c’è uno dei detenuti con cui, in quei due anni, abbiamo stretto un legame di stima e affetto oltre al fatto che ho pubblicato nel mio sito tante sue poesie e due fiabe; volevo riabbracciarlo dopo tanti mesi e quando mi ha visto apparire davanti alla sua cella è stata così tanta la sua emozione che non finiva di ripetermi “che splendida sorpresa che mi hai fatto, grazie”.

Dal carcere di Augusta una fiaba: “Latte di volpe” di Carmine De Feo


C’era una volta una coppia di contadini che abitava in una bella casetta in un paesino ai piedi di una montagna. Loro avevano due figli entrambi di bon carattere e grandi lavoratori che li aiutavano nel duro lavoro dei campi. La madre, una donna caparbia e incontentabile, si lamentava che i due giovani non possedevano sufficienti capacità per migliorare le sorti economiche della famiglia e spesso diceva :”Oh se potessi avere una ltro figlio più intraprendente di questi ragazzi che anche se bravi sono due tonti!” Così anche se la famiglia era povera e in casa c’era poco da mangiare il marito l’accontentò e decisero di avere un altro bambino. Quando, finalmente, la creatura venne al mondo c’era molta gioia ma la donna temeva che anche questo figlio potesse essere come gli altri due senza furbizia. Allora si rivolse ad una vecchia del paese da tutti considerata una strega; per farsi ricevere le portò il miglior pollo del suo pollaio, le chiese di far diventare il suo bambino astuto. La vecchia megera le disse che poteva far diventare il bambino molto furbo ma solo se la madre avesse seguito scrupolosamente le sue istruzioni. La donna acconsentì e per mostrarle la sua gratitudine le promise polli e verdura per sempre. Così la vecchia strega le consigliò di allattare il suo bambino con “latte di volpe” perché è risaputo che è l’animale più furbo che esiste così il bimbo avrebbe ricevuto il dono dell’astuzia. La contadina tornò a casa dal marito e lo scongiurò di aiutarla a trovare “il latte furbo”. L’uomo in un primo momento si arrabbiò con la moglie dicendole che era una stupida, che doveva essere felice di avere dei figli bravi e in buona salute e che non doveva andare dietro alle chiacchiere di una vecchia pazza. Ma poi, non sopportando più le lagne della moglie, le procurò una mamma volpe che aveva da poco partorito e aveva latte a sufficienza anche per suo figlio. In casa cos’ tornò la serenità necessaria per affrontare la vita di tutti i giorni. Gli anni passarono e i primi due figli si sposarono ma continuarono a star vicino ai genitori aiutandoli amorevolmente. Il terzo figlio che crescendo aveva assunto i tratti del viso simili a una volpe (infatti in paese lo chiamavano “il volpino”) dimostrava invece il suo talento nel riuscire sempre a scansare i lavori che gli venivano affidati.  Volpino mostrava ingratitudine e ignoranza verso la famiglia; quando i genitori gli dicevano che doveva guadagnarsi il pane lui rispondeva: “Voi mi avete messo al mondo quindi dovete mantenermi, se non lo farete io morirò sarà vostra la colpa!”. I due contadini, ormai anziani e stanchi, non avevano la forza di reagire e si rassegnarono. La donna disperata e con i sensi di colpa un giorno si recò dalla vecchia strega per chiederle aiuto per far diventare Volpino come i suoi fratelli: affettuoso e lavoratore. La strega rispose: “Donna, tu hai voluto che fosse diverso dagli altri, pensavi che nella vita bisognasse essere qualcosa di più che un bravo e onesto lavoratore?” la vecchia con occhi cattivi e una risata assordante continuò a dirle: “Hai quello che ti meriti, un figlio furbo…ah ah ah!”

Purtroppo gli incontentabili non sanno distinguere il bene dal male e finiscono per farselo da soli cercando di cambiare ciò che semplicemente e generosamente la vita gli dà in dono.