“Il cinghiale fico”, fiaba di Giovanni Farina dal carcere di Siano Catanzaro


Un’estate mio padre mi disse: “Giovanni, stai attento che nessun animale entri nell’orto a mangiare le verdure e le patate.”

Una mattina all’alba vidi un grosso cinghiale che stava entrando nell’orto. Gli sparai subito una fucilata perché volevo eliminare, una volta per tutte, l’animale che distruggeva da tempo il mio orto.

Non lo uccisi come avevo sperato ma lo ferii.

Il cinghiale ferito iniziò una carica verso di me, voleva a sua volta ferirmi.

Preso dalla paura gli sparai una seconda fucilata con la bacchetta ancora nella canna , non avevo fatto in tempo a completare il caricamento del fucile.

Il cinghiale, sentendosi colpito per la seconda volta anche dalla bacchetta che si era piantata nel suo corpo, si buttò tra i cespugli e si diede alla fuga.

Passò un anno.

Un giorno mentre stavo girando per la mia campagna vidi tra gli alberi un albero di fico che non avevo mai visto prima in quel luogo, mi arrampicai sull’albero e iniziai a mangiare i fichi maturi.

Mentre stavo mangiando i fichi maturi sentii l’albero muoversi, guardai verso il basso domandandomi perché l’albero di fichi si stesse muovendo.

Con mia grande sorpresa vidi che l’albero di fichi era radicato sul corpo di un grosso cinghiale.

Dopo un momento di sorpresa e di domande mi ricordai che, qualche tempo prima, avevo sparato a un cinghiale mentre stava entrando a mangiarsi gli ortaggi del mio orto. Gli avevo sparato insieme alla palla di piombo anche la bacchetta che era di legno di fico. La bacchetta di legno di fico non era andata persa, aveva messo radici sul corpo del cinghiale, era diventata albero e aveva fatto il frutto.

Ancora oggi in Maremma i contadini e tutti i pastori vedono il cinghiale fico attraversare i campi di grano maturo quando c’è la luna piena alta nel cielo.

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Favola di Amore e Psyke


di Francesco Sabatino

“Sono Cupido.
Con le mie ali d’oro, accarezzo il tuo corpo con accesa voluttà.
Conficco le mie frecce impertinenti nella parte più calda, dolce e voluttuosa del tuo corpo.
Ti prego, Psyke, non accendere la luce, o morirò.
Lasciati amare dolcemente nelle tenebre, perché solo nell’oscurità prende vita la passione
Danziamo nella lunga notte eterna, sarò io a guidarti ciecamente, sarà il mio amore a scaldarti e a darti luce”.
E fu così che Cupido e Psyke si amarono felici e contenti per l’eternità
,Odio e Invidia caddero negli inferi
e l’umanità fu finalmente libera di amare in pace.

La favola del detenuto e del mare


di Daniela Domenici

C’era una volta…

un uomo che parla come Totò perchè viene dalla sua stessa terra e si chiama pure come lui, che casualità.

Un giorno di tanti anni fa quest’uomo ha commesso  un reato ed è stato arrestato.

Gli è stata data la pena più lunga che esista, l’ergastolo, quella che si chiama anche “fine pena mai” perché non si esce mai più dal carcere se non dentro la bara.

Ma a quest’uomo, almeno, non è stata data l’aggravante dell’ostatività perché il reato che aveva commesso non era così grave da meritarlo.

E questo detenuto ha girato tante carceri prima di approdare definitivamente in uno sulla costa orientale dell’isola più grande del Mediterraneo.

Qui lui, che mentalmente è un buono, ingenuo come un bambino mai cresciuto,  si comporta tanto bene che un giorno, insieme ad altri compagni di pena, riceve il permesso di partecipare a un progetto lavorativo: uscire ogni mattina per lavorare all’esterno per poi rientrare ogni pomeriggio in carcere.

Per mesi tutto sembra andare per il meglio quando un giorno…

…un giorno a questo detenuto-bambino che non si ricorda più come sia fatto il mare, cosa si provi a immergersi e nuotare, che profumo abbia, che sensazione dia la libertà di stare in acqua senza confini, senza sbarre, senza controllori, senza orari, un giorno, dicevamo, gli viene voglia di provare questa emozione, questa libertà e come un bambino ignaro di tutto, inconsapevole del divieto, entra nel mare durante l’orario di lavoro e…

…ma come si spiega a un detenuto-bambino che è proibito fare il bagno?

Questa favola del detenuto-bambino e del mare purtroppo non ha un lieto fine perché, scopertolo, viene rinchiuso nuovamente nei nove-metri-quadri di una cella da cui potrà solo ricordare, chissà per quanti anni ancora finchè il ricordo non sbiadirà, “com’è profondo il mar…”

I sogni della bambina albero


di Roberto Puglisi

Ho conosciuto una bambina che è diventata un albero. Quando l’ho vista per la prima volta era ancora una bambina. Le ho regalato un libro. Io regalo un libro a tutti i neonati, come un investimento di parole per il futuro. Ora mi viene in mente che forse è tutta colpa mia. La carta del libro è tornata alla sua radice, alle foglie e ai rami. Ha preso con sé la bellissima bambina. E la bambina è diventata albero.
Cosa vuol dire diventare albero? Significa marciare a passi spediti verso una condizione di infrangibile interiorità. Tutto si muove e abita  dentro la corteccia. Tutto l’amore, tutta la rabbia, tutti gli sguardi sono rinchiusi in un recinto nodoso. La vita scorre irraggiungibile, trasparente solo per chi sa immaginarla. Bisogna imparare la lingua degli alberi, allora. E’ necessario sintonizzarsi sulla frequenza delle foglie, imparare a tradurre il movimento delle fronde. I genitori dei bambini autistici imparano tutto per amore. Inventano e decifrano un manuale di comunicazione. Vivono appesi agli occhi indicibili di una bimba o di un bimbo  albero.
Stasera, a Palermo, i genitori dei bambini e dei ragazzi autistici saranno dalle nove in poi a piazza Politeama. Una giusta protesta contro l’abbandono delle istituzioni che ignorano il silenzio degli alberi umani, le grida disperate strette nella corteccia. Possono intervenire tutti. Non è doveroso vivere sulla propria pelle il problema per esserci. Basta avere voglia di imparare ad ascoltare la saggezza delle foglie.
Io ci sarò per l’affetto che provo nei confronti della bambina albero e dei suoi genitori. Ci sarò per quel libro che le ho regalato. Ricordo il titolo come se fosse ieri: “La storia infinita”.

da www.livesicilia.it

“Quel giorno tornai a casa prima del solito…”


Ricevo e volentieri pubblico questo raccontino con poesia:

di Emidio Giardina

QUEL GIORNO TORNAI A CASA PRIMA DEL SOLITO. INSERI LA CHIAVE NELLA SERRATURA DELLA PORTA D’INGRESSO LA GIRAI  MOLTO LENTAMENTE  FACENDO ATTENZIONE A NON FARE IL MINIMO RUMORE . E‘ MI INTRODUSSI  DENTRO.

DEI SUONI FAMILIARI PROVENIVONO DALLA CUCINA  LO SCIACQUETTIO DELL’ACQUA CHE SBATTEVA SULLE STOVIGLIE SI FRAMMISCHIAVA AL CANTO DI UNA DONNA .

MI STAVO AVVICINANDO PIANO PIANO PER FARGLI UNO DEI MIEI SOLITI SCHERZI QUANDO VIDI ADAGIATO SULLA SUA SPALLA CHE RIPOSAVA UNA MATASSINA GIALLA NEL BECCO AVEVA UN RICCIOLO DI CAPELLO NERO ERA: “ CIOCCIO’ “.

LO AVEVO ACQUISTATO ALCUNI ANNI FA. CAPITATO PER CASO,- IN OCCASIONE DEI MIEI FREQUENTI GIROVAGARE NEI PAESINI -, VICINO UN NEGOZIETTO PER ANIMALI , PER  INGANNARE IL TEMPO IN ATTESA DI UN APPUNTAMENTO DI LAVORO, ENTRAI  DENTRO E FUI SUBITO ATTIRATO ED INCURIOSITO DA UNA GABBIETTA CON DENTRO DEGLI UCCELLINI GIALLI .

SONO DEI CANARINI MALINOIS , SONO STATI PORTATI PROPRIO OGGI DA UN ALLEVATORE , SA’ SONO I PRIMI NATI DI QUEST’ANNO “  ERA LA VOCE DEL NEGOZIANTE.

“ QUANTO COSTANO” DOMANDO PER NON ESSERE SCORTESE E PER DARE UN SENSO ALLA MIA PRESENZA .

“ NON SI PREOCCUPI LE FACCIO UN PREZZO PARTICOLARE, NE PRENDA QUALCUNO VEDRA’ CHE NON SE NE PENTIRA’ , LO SCELGA , SE VUOLE, LO PUO’ ANCHE PRENDERE. “

M RITROVAI CON LA MANO DENTRO LA GABBIA , IN MEZZO AD UN NUGOLO SVOLAZZANTE DI UCCELLINI IMPAURITI, QUASI  INAVVERTITAMENTE NE AFFERRAI UNO ERA IL MENO IMPAURITO DEGLI ALTRI, ANCHE SE STRETTO NELLA MIA MANO SENTIVO IL BATTITO TUMULTUOSO DEL SUO CUORICINO , IL BATTITO DI UN BATUFFOLINO GIALLO CON UNA MACCHIETTA NERA SUL CAPO CHE MI GUARDAVA.

PER  CHI NON LO SAPESSE  I CANARINI MALINOIS SONO DEGLI UCCELLINI ALLEVATI NELLA OMONIMA LOCALITA’ BELGA  DA CUI PRENDONO IL NOME , HANNO SUBITO NEL CORSO DEL TEMPO UNA SELEZIONE  CHE NE HA FATTO UNO DEI PIU’ APPREZZATI CANTORI DELLA RAZZA , IL CANTO ASSOMIGLIA AD UNA CASCATA GORGHEGGIANTE D’ACQUA , LE MELODIE  CHE QUESTI PICCOLI ESSERI RIESCONO AD ESPRIMERE E LE VARIAZIONI  DEL CANTO NE FANNO UNA DELLE MERAVIGLIE ORNITOLOGICHE.

TUTTO QUESTO L’HO APPRESO POCO TEMPO DOPO.

“ CIOCCIO ”  DIMOSTRO’ FIN DA SUBITO UNA VIVACITA’ E UNA CURIOSITA’ ECCEZIONALE , QUALITA’ CHE LO AIUTARONO A VINCERE LA RITROSIA E LA PAURA INNATA CHE GLI UCCELLINI HANNO PER GLI UMANI , COSI’ UN GIORNO QUASI PER CASO APRI’ LO SPORTELLINO DELLA GABBIETTA ; DOPO UN PO’ VIDI  “ CIOCCIO “ FARE CAPOLINO CON LA TESTOLINA FUORI DALLO SPORTELLO , QUINDI CON UN SALTINO VI SI POSO’ SOPRA  E’ DOPO AVER TENTATO UN PAIO DI VOLTE DI STACCARSI  SI DECISE E  FECE IL SUO PRIMO VOLO NELLA STANZA.

VOLTEGGIO E SI POSO’ DAPPERTUTTO SI VEDEVA CHE ERA SPAESATO NON AVEVA LA SENSAZIONE DI SPAZIO E DI LIBERTA’ NON AVENDOLA MAI CONOSCIUTA., CIO’ NONOSTANTE CINQUETTO’ FELICE ; E’ CURIOSO COME ERA, PICCHIETTO’ SU TANTE COSE  E’ SOLO DOPO TANTO TEMPO INGOLOSITO DA UNA FOGLIOLINA DI LATTUGA CHE AVEVO MESSO DENTRO LA GABBIETTA SI  DECISE A RIENTRARE .

CON IL PASSARE DEL TEMPO LE SUE SORTITE  DIVENTARONO COSI’ USUALI CHE MI PARVE  NATURALE LASCIARE APERTO LO SPORTELLINO , “ CIOCCIO’ “ ERA LIBERO DI ENTRARE ED USCIRE  TANTO CHE LA GABBIA LA ADOPERAVA SOLO PER POGGIARSI SUI POSATOI  O BECCARE UN PO’ DI MANGIME , LUI ORMAI PASSAVA QUASI TUTTO IL SUO TEMPO CON NOI PRENDEVA IL CIBO DALLE  NOSTRE  MANI, PILUCCAVA LE DITA ,GIOCAVA CON I CAPELLI  PASSANDOSELI  CONTINUAMENTE IN MEZZO AL BECCO FINO A RIDURLI IN PICCOLI RICCIOLINI , POI STANCO SI RIPOSAVA SULLE NOSTRE SPALLE DISDEGNANDO ANCHE I POSATOI .

NATURALMENTE OGNI QUALVOLTA CHE SENTIVA L’ACQUA USCIRE DAI RUBINETTI , LA SUA PREDISPOSIZIONE AL CANTO PRENDEVA IL SOPRAVVENTO: ED ALLORA SI SOLLEVA IN ALTO SI STIRACCHIAVA PER TUTTA LA SUA LUNGHEZZA ED INCOMINCIAVA A CANTARE : IL GARGAROZZO SI GONFIAVA A SDISMISURA  ED IL CANTO ERA UN CRESCENDO VIA VIA SEMPRE PIU’ INTENSO E POTENTE  ESIBIVA GORGHEGGI , VARIAZIONI CANORE E  VIRTUOSISMI DEGNI DEI MIGLIORI RAPPRESENTANTI DELLA SUA RAZZA ERA SEMPLICEMENTE MERAVIGLIOSO; SE NON FOSSE CHE AL TERMINE TUTTO VENISSE ROVINATO CON DELLE NOTE FINALI  SGRAZIATE E STONATE  CHE INVALIDAVONO   LA BELLEZZA  DELLA  MELODIA.

QUESTE NOTE AVEVONO UN SUONO DI QUESTO TIPO:  CIO’ , CIO’, CIOCCIO’, E POI ANCORA CIO’,CIO’ A MORIRE  DA QUI’ NACQUE IL SUO NOME.

 TANTI EPISODI E’ UNO SU TUTTI VALGONO A FARMELO RICORDARE ADESSO CHE NON C’E’ PIU’.

ERA UN POMERIGGIO INVERNALE , IL SOLE  INVOGLIAVA A RESTARE  ALL’APERTO, ERO AFFACCIATO  SUL BALCONE DI CASA CON “ CIOCCIO’” SULLE SPALLE, LUI STAVA BEATO E SONNECCHIOSO RISCALDATO DAI TIMIDI RAGGI , QUANDO UN RUMORE IMPROVVISO , ASSORDANTE , INASPETTATO LO FA’ TRASALIRE E SPAVENTARE ,CADE DALLE MIE SPALLE  E’ PRECIPITA GIU’. 

ALLORA ABITAVO VICINO AL MARE ACCANTO CORREVA UN MURO PERIMETRALE CHE DELIMITAVA LA  ZONA  ABITATIVA DA UN’AREA MILITARE DEMANIALE L’AREA ERA RICOPERTA DA UN VASTO CANNETO ,INTERROTTO QUA’ E LA’ DA MACCHIE DI VEGETAZIONE SPONTANEA , TUTTA LA ZONA  DAVA SU UNA BATTIGGIA PORTANTE I CUMULI DI ALGHE STRAPPATE DAI FONDALI NEL CORSO DELLE INUMEREVOLI  MAREGGIATE CHE SI ERANO SUCCEDUTE DURANTE QUEI MESI INVERNALI.

SCENDO GIU’ SCAVALCO IL MURO MI INFILO NEL CANNETO , NEI STERRATI E NELLE MACCHIE DI VEGETAZIONE ,LO CERCO INUTILMENTE, IL BUIO SI AFFACCIA ,ED UNA LEGGERA PIOGGERELLINA INIZIA A CADERE E’ SI FA’ SEMPRE PIU’ INTENSA ED INSISTENTE NON VEDO PIU’ NIENTE SONO BAGNATO DALLA TESTA AI PIEDI INCOMINCIO A DUBITARE CHE AVREI  POTUTO PIU’ RIVEDERLO .  LO CHIAMO , LO URLO CON VOCE COSI ALTA COME  NON  AVEVO MAI  FATTO PRIMA ,MENTRE INCESPICO AD OGNI PASSO , L’ANGOSCIA ,L’ANSIA DI NON VEDERLO PIU’ UCCIDE VIA VIA ANCHE LA SPERANZA ,POI  SENTO UN FLEBILE  “CIOCCIO’” “ CIOCCIO’” , TRASALISCO NON SPERAVO PIU’ DI SENTIRLO MI DIRIGO DOVE PENSO SIA PROVENUTO QUEL SUONO , CHE UNA VOLTA MI SEMBRAVA COSI’ SGRAZIATO E DEFORMANTE  ED ORA MI SEMBRA IL VERSO PIU’ BELLO CHE  LE MIE ORECCHIE POTESSERO ASCOLTARE , SPERO CHE NON SIA IL FRUTTO DI UN ABBAGLIO ,INTANTO IL BUIO SI FA’PIU’ INTENSO NON VEDO QUASI  NIENTE ; MA IL “ CIOCCIO’ “ “ CIOCCIO’ “  SI RIPRESENTA DI NUOVO E DI NUOVO CONTINUA INSISTENTEMENTE , POI E POI, AD UN TRATTO DAL FOLTO DI UN MACCHIA NERA COMPARE UNA MACCHIETTA GIALLA TUTTO BAGNATA E TREMANTE ERA “CIOCCIO’” MI STAVA D’AVANTI ALLUNGO IL BRACCIO ,LUI  FA ‘ UN SALTO E’ VI E’ SOPRA , INSIEME SIAMO TORNATI A CASA.

DISPIEGA LE ALI VERSO IL CIELO

AMICO MIO

VAI DOVE TI PORTA LA TUA VOGLIA DI LIBERTA’

FA’

CHE POSSA VEDERE UN PUNTINO GIALLO

SEMPRE PIU’IN ALTO E PIU’ LONTANO

FINO A SPARIRE AL MIO SGUARDO.

DI TE

MI RIMARRA’ IL BATTITO DEL TUO CUORICINO

I TUOI OCCHI CHE SI FONDONO CON I MIEI

E LA MIA MANO CHE SI APRE E TI LASCIA

ANDARE VERSO UN DESTINO CHE PER UN ISTATNTE

E’ STATO ANCHE IL MIO

VA’ AMICO MIO

CANTA AL MONDO LA FELICITA’

CON I SUONI PIU’ BELLI

CHE MAI NESSUNO A SENTITO

VA’ E’ PARLA DI ME’ SE PUOI

AFFINCHE’

POSSO ANCH’IO VIVERE

CON TE.

Niente carcere, settimo giorno: “Il brigante e le api”, breve fiaba di Carmine dal carcere di Augusta


In attesa che mi arrivino altre lettere con fiabe, poesie, riflessioni e sfoghi dal carcere di Augusta ma anche da quello di Spoleto, pubblico nuovamente questa fiaba deliziosa di Carmine, originario della provincia di Salerno.

C’era una volta un brigante cattivissimo, faceva paura a tutti. Scorazzava per i monti e la campagne ed era solito aspettare i viandanti su un ponte che attraversava un fiume.

Derubava chiunque gi capitasse a tiro e se quei poveri sventurati si opponevano lui faceva loro del male.

Durante una delle sue scorrerie capitò in un campo dove una povera vedova aveva un’arnia da cui prendeva del miele per fare i dolcetti ai suoi bambini.

Il brigante da lontano vide che, quando la donna prelevava il miele dalle arnie, le api non le facevano nulla e pensò che anche lui potesse farlo.

Il brigante già si leccava i grandi baffi che aveva al pensiero del miele saporito che avrebbe rubato. Si fece avanti con aria minacciosa ed urlò tanto che la povera vedova ed i suoi bambini scapparono di corsa.

Allora il cattivone si avventò sull’arnia cercando di distruggerla per impadronirsi del miele saporito, ma le api inferocite lo attaccarono in gruppo e cominciarono a pungerlo dappertutto e mentre lui correva loro lo pungevano sempre di più finché raggiunse il fiume e vi si buttò dentro.

Solo l’acqua lo salvò dall’ira dello sciame d’api!

Passò del tempo ed il brigante ripensava spesso a quanto gli era accaduto, cercando di capire il perché le api lo avessero aggredito con tanta forza, mentre alla donna non facevano nulla.

Così si recò di nuovo verso il campo della vedova per chiederlo direttamente a lei. La poverina, quando lo vide, terrorizzata, cercò di scappare via, ma stavolta il brigante fu più lesto di lei, la raggiunse e la bloccò.

Con tono minaccioso le chiese: “Adesso devi dirmi perché tu prendi il miele e le api non ti fanno nulla, mentre a me, per aver cercato di prenderne un po’, mi hanno inseguito e punto dappertutto; mi sono salvato solo perché ho raggiunto il fiume”.

La povera donna era tremante di paura, temeva che dicendo la verità il brigante si arrabbiasse e le facesse del male ma, soprattutto, temeva che ne facesse ai suoi bambini.

Spaventata dalle minacce si decise a parlare e con tono calmo e gentile disse :”Dunque, brigante, devi sapere che le api mi permettono di prendere un po’ del loro miele perché io le curo, poi, quando vado a prelevarlo lo faccio con delicatezza e capiscono che non voglio far loro del male. Tu, invece, hai buttato l’arnia per terra e loro si sono arrabbiate”.

Il brigante, non abituato a dare né a ricevere gentilezze, non riusciva a capire e no le credeva, così lei gli mostrò come fare.

Il rude brigante, con gentilezza, si avvicinò all’arnia e prelevò del miele, le api si allontanarono e poi ritornarono senza fargli alcun male.

Ripensò a tutta la sua vita scoprendo che non esisteva solo il suo modo cattivo di vivere.

Pensò che :”se le api capiscono che anch’io posso essere buono, allora anche gli uomini possono capirlo”. Queste considerazioni fecero sì che cambiasse, comportandosi in modo gentile.

Da quel giorno del cattivo brigante non si sentì più parlare.

Egli divenne buono e decise di rimanere con la vedova ed i suoi bambini per aiutarli nel loro duro lavoro nei campi.

“Il profumo del pane alla lavanda” di Sarah Addison Allen


di Daniela Domenici

Un albero protagonista di una storia, un albero magico.

E alla fine credi che sia tutto vero, che quell’albero di mele in quel giardino al centro della storia abbia veramente il potere di farsi capire, di mandare messaggi, di avere sentimenti umani, di essere il vero deus-ex-machina della vicenda che si svolge tutta in una cittadina immaginaria degli Stati Uniti e che ha come protagoniste, oltre all’albero di mele, soprattutto figure femminili, dalla piccola Bay all’anziana cugina Evanelle (che hanno poteri di preveggenza), dalle sorelle Claire e Sidney all’antagonista Emma.

Sono queste piccole grandi donne che muovono i fili della vicenda molto fiabesca (oseremmo un paragone, perdonatecelo) molto simile, nel suo piccolo, al capolavoro di Marquez “Cent’anni di solitudine”; talmente reale questa favola che rimani ammaliato, come un’ape sul fiore, dai profumi e dai sapori che la pervadono, che ne fuoriescono, che senti e gusti come se fossero reali.

Ci sono, naturalmente, anche dei personaggi maschili che fungono da perfetto contraltare alle protagoniste, Tyler per Claire, Henry per Sidney, Hunter per Emma, Fred per Evanelle, ognuno di loro viene perfettamente caratterizzato dall’autrice sia attraverso i dialoghi che nelle descrizioni.

E’ la prima opera narrativa di Sarah Addison Allen, le auguriamo di continuare in questo suo percorso narrativo con la stessa voglia di stupire e di ammaliare che ha trasfuso in questo suo libro d’esordio.