Michele in autobus


 di Alessandro Mascia

Ci sono bambini che si innamorano dei carabinieri, altri dell’ambulanza. Io ero innamorato delle navi, le sognavo, realizzavo scafi anche con poco: mi bastava una foglia di oleandro e un rigagnolo d’acqua per sottrarmi dal mondo per buone ore. Mio figlio, invece, si è innamorato degli autobus, quindi, ultimamente, ci siamo ritrovati a una fermata per fare un giro della città. Una mano al bambino che, con sguardo attento, scrutava l’orizzonte in attesa dell’autobus e nell’altra una copia di Diario clandestino, un’eccezionale cronaca umoristica degli anni trascorsi dentro un lager da Giovanni Guareschi. Quando viaggio in autobus, di solito, leggo pagine e pagine. Il problema è che al servizio di trasporto pubblico, che ritengo non affidabile, preferisco la macchina e il tempo che potrei dedicare alla lettura è sottratto dalla guida. Sarà per questo che nel Nord Europa, dove i servizi di trasporto pubblico funzionano bene, si legge di più? Guidare meno e leggere di più. Ottimo tandem pubblicitario per Trenitalia e Mondadori. Dovrei proporglielo. C’è da dire che anche il clima soleggiato della nostra terra gioca a sfavore della carta stampata. Aprendo i battenti la mattina, alle nostre latitudini, siamo investiti da una gagliarda giornata fatta di luce, di chiacchiericcio, di profumi. Io, poi, che vivo sopra un panificio…! Da noi si esce per strada, si va al mercato, si incontra un sacco di gente e il tempo che il nord europeo dedica alla lettura, noi lo si dedica al ‘cuttigghio’, una forma meno nobile, certamente, ma ugualmente appagante di lavorìo cerebrale. Di qui il nostro inclito vezzo a socializzare anche con gli sconosciuti.

Un luogo dove si attacca facilmente bottone è proprio sull’autobus. Non fosse che io preferirei leggere, ci sarebbe da fare edificanti chiacchierate. Nell’ultimo viaggio, però, mi sono fatto distrarre dalla biodiversità che transitava sul pianale del mezzo, fuoriuscita dalle proprie dimore per spostarsi, a buon prezzo, dal punto A al punto B della città. Quando ho visto l’autobus sbucare dall’angolo e dondolare la testa verso gli astanti alla fermata, mi sono ricordato del dragobruco, un divertente traslato dell’autobus urbano, descritto da Stefano Benni nel suo Achille piè veloce. Il dragobruco ha accostato pesante alla pensilina con quell’occhietto laterale che fiammeggia ammiccante verso gli utenti sempre più addensati nell’intento di varcare per primi la soglia della sua bocca famelica. E a ogni fermata è così, il dragobruco aspira ed espira gente. Siccome mio figlio pretende sempre di compiere un viaggio da capolinea a capolinea, ho avuto un bel daffare a studiare le varietà di homo sapiens che si sono presentate alla mia analisi informale.

Nel viaggio a cui si ispira questa mia cronaca c’era un tizio smilzo e malvestito che dormiva già prima della nostra salita a bordo con la testa reclinata sul vetro del finestrino. Ha dormito durante il tragitto e anche dopo la nostra discesa. No, non era morto e dopo spiego il perché.

La vignetta più dolce e universale, a ogni modo, è quella della caratteristica coppia di anziani. Lui sui 70, giacca, cravatta, pochette candida, loden verde oliva, i capelli residui piegati all’indietro. Lei, poco più giovane, legata a braccetto al suo uomo, distinta, un velo di rossetto sulle labbra. Sono saliti sorridenti sul mezzo, portando un saluto cordiale. Due personcine a modo, d’altri tempi, tutte rappresentanza e buon cuore.

A una fermata centrale, in una boccata di gente inspirata dal dragobruco, è salito un ragazzo invecchiato dall’evidente abuso di sostanze esogene. In mano stringeva gelosamente una bottiglietta di birra marrone malcelata in una busta di cartone, a cui si aggrappava nei frequenti momenti di scoramento. E parlava a voce altissima, arrabbiato, di cose sue che, non fosse stato per l’inintelligibilità di una pronuncia approssimata e pastosa, sarebbero diventate cose anche nostre. Questo tale, che mal si reggeva sui suoi propri piedi, ha ritenuto socialmente utile risvegliare quell’altro tale che dormiva con il capo riverso. E grida che ti grida il risveglio è avvenuto, ma i due, che dovevano essere imparentati dall’uso smodato di xenosostanze, dopo poco, si sono abbandonati entrambi a un sonno tenebroso che nessuno ha osato perturbare.

Davanti a noi era seduta una signora sui 50 che non dava l’impressione di avere tutte le rotelle al posto giusto. Sarà stato l’abbigliamento bizzarro o l’acconciatura arruffata, insomma, qualcosa non andava. Ho avuto certezza quando si è rivolta di scatto all’indietro, con occhi sbarrati, chiedendomi se mio figlio, ormai rapito dall’incedere del dragobruco, fosse maschio o femmina. Sbigottito e tachicardico ho risposto alla sua domanda, dopo di che è ritornata nella posizione originaria come fosse una di quelle statue viventi che stazionano nelle piazze delle città. A pensare che la gente è pazza ci vuol poco se ti fai un paio di fermate sull’autobus urbano.

Alla fine è entrata una zaffata di sporco che si è fatta spazio tra la gente prima di manifestarsi sotto forma di passeggera. Si trattava di una signora attempata, grassa, che dico grassa?, ridondante. Le carni esondavano dalle fessure delle vesti, volevano scappare da quel corpo evidentemente mal lavato che olezzava di giorni e giorni trascorsi senza il bene dell’acqua. Ho proposto a mio figlio di imboccare l’uscita alla fermata immediatamente successiva, ma al suo candido perché? ho fatto spallucce, non volendo condizionarlo con una considerazione che, probabilmente, era soltanto mia.

Finalmente siamo scesi al capolinea del dragobruco. Io non avevo sfogliato neppure una pagina del libro che avevo tra le mani, mi sentivo, tuttavia, in grado di scriverne uno. Un tuffo tra la gente. Tra normali e stravaganti, ordinari e straordinari, lindi e puzzoni. Anche questo è Augusta.