Stavolta una poesia d’amore fisico di Giovanni Farina che ormai già conoscete…


Copiata e pubblicata…

La tua sottile figura…

una necessità vitale

per la mia esistenza

ossigena il mio cervello.

Sento svegliarsi, al solo pensarti,

il richiamo dell’intimo animale

che vive in me.

Mi inebria la percezione

di fluire nel denso tuo sangue,

dentro di te,

scorrere nelle tue vene

come un fiume che raggiunge

le profondità del mare,

sei viva, reale,

sono dentro al tuo corpo

fai di me un naufrago

mentre affondo

nella liquida ebbrezza

del tuo amore.

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Una poesia di Giovani Farina all’ergastolo nel carcere di Siano Catanzaro


Oggi ho ricevuto da Giovanni un centinaio tra poesie e riflessioni in prosa, ne ho copiata una per iniziare ma sono tutte meritevoli di lettura, credetemi…

Cerco di non pensare al passato,

desidero di più il presente

anche se i giorni

se ne vanno

come nebbia al sole,

vedo davanti a me

una luce di speranza

che non mi abbandona mai

anche se la mia vita

si affanna

in questa cornice

angusta e chiusa.

Lascio ai morti

di avere il loro riposo eterno.

Finché sono vivo

voglio essere felice di sperare.

Solidarietà dei detenuti ai lavoratori della Fiat di Pomigliano dal carcere di Spoleto


Ricevuta, copiata e pubblicata

Molti di noi sono in carcere, e siamo quasi tutti del Sud, perché fuori, da giovane, non abbiamo trovato un lavoro.

Mario Pontillo dello Sportello di Segretariato Sociale sul Carcere presso il Circolo PRC Fratelli Cervi di Roma ci ha inviato dei volantini dei lavoratori della Fiat di Pomigliano ed ecco che è scattata subito l’idea di firmare un documento di solidarietà ai lavoratori.

La stragrande maggioranza dei detenuti in carcere è in “ozio istituzionale” e quei pochi detenuti che lavorano sono sottopagati, sfruttati e non hanno nessuna copertura sindacale.

Il lavoro in carcere nella sua accezione più ampia svolge una duplice funzione: ua personale, perché serve alla realizzazione umana e al sostentamento materiale del detenuto, e una sociale, perché facilita l’inserimento di un cittadino che ha sbagliato e che sta pagando il debito alla società.

Dal lavoro in carcere devono scaturire vantaggi anche d‘ordine psicologico e sociale e il detenuto deve essere avviato al lavoro non tanto per essere sottratto all’ozio avvilente quanto perché il lavoro è un dovere sociale, è un diritto costituzionale, perché è un essenziale strumento di rieducazione e di reinserimento sociale.

L’ozio forzato non fa parte della pena cui siamo stati condannati ma è un’afflizione aggiuntiva che nessun tribunale ci ha elargito

Ma se il lavoro in carcere è importante nel mondo libero lo è ancora di più, per questo abbiamo deciso di dare la solidarietà ai lavoratori della Fiat di Pomigliano.

I detenuti e gli ergastolani del carcere di Spoleto ricordano ai padroni e agli azionisti della Fiat che l’uomo è e vale specialmente per quello che fa, non per quello che ha o per le azioni che possiede.

“Carcere a morte” di Carmelo Musumeci da Spoleto


Ricevuta, copiata e pubblicata

Ancora suicidi in carcere! Ancora un detenuto si è ucciso stanotte impiccandosi alle sbarre!

Dalla rassegna stampa di “Ristretti Orizzonti” leggo:

“Da inizio anno salgono così a 39 i detenuti suicidi nelle carceri italiane (33 impiccati, 5 asfissiati col gas e 1 sgozzato), mentre il totale dei detenuti morti nel 2010, tra suicidi, malattie e cause “da accertare” arriva a 109 (negli ultimi 10 anni i “morti in carcere” sono stati 1.707 di cui 595 per suicidio)

In un altro giornale leggo:

“In Italia i reati diminuiscono e la mafia uccide di meno”

Quest’ultima affermazione mi ha fatto amaramente sorridere perché la mafia è stata superata abbondantemente dallo Stato.

Lo Stato italiano e i suoi carcerieri uccidono o spingono al suicidio più della mafia, della ndrangheta, della camorra e della sacra corona unita, tutte insieme.

Lo Stato può essere orgoglioso di essere riuscito ad essere più cattivo e sanguinario dei delinquenti. Riesce persino a convincerli ad ammazzarsi da soli.

In carcere si continua a morire.

Forse in questo momento se ne sta suicidando un altro.

E nessuno fa nulla.

Il Presidente della Repubblica rappresenta tutti ma non i carcerati.

I politici per consenso elettorale gridano “Tutti dentro” fuorché i politici corrotti, i loro complici e i colletti bianchi.

Il Presidente del Consiglio, sicuro che lui in carcere non ci andrà mai, continua a farsi gli affari suoi.

La gente onesta preoccupata ad arrivare alla fine del mese e a pagare la rata del mutuo non ha tempo di preoccuparsi di qualche detenuto che si toglie la vita stanco di soffrire.

Non solo i mafiosi, pure le persone “oneste” non sentono, non vedono e non parlano.

I “buoni” difendono solo “i buoni”, i cattivi possono continuare a togliersi la vita in silenzio.

In carcere si dovrebbe perdere solo la libertà, non la vita.

Se questo accade non è colpa di chi si toglie la vita, ma di chi non l’ha impedito.

La morte è l’unica cosa che funziona in carcere in Italia.

E’ l’unica possibilità che hai fra queste mura per non impazzire e per smettere di soffrire. Di questo passo il sovraffollamento sarà risolto dagli stessi detenuti.

A chi importa che dall’inizio dell’anno, in uno dei luoghi più controllati e sorvegliati della società, muoiano le persone come mosche?

Importa a me.

E ANCHE A ME, AGGIUNGO.

Dal carcere di Spoleto una poesia di Sebastiano Milazzo


IL NULLA

Più nulla c’è in questo luogo

che arpiona l’avvenire.

Non l’abbraccio dei bambini

né il ponte fra gli ontani

né i respiri sussurrati

nel cuore della notte.

Questo è il luogo

per una razza inservibile

dove i brandelli di carne viva

sono appesi al filo spinato

dell’umiliazione.

“L’ambiguità dell’ergastolo”, riflessioni di Sebastiano Milazzo dal carcere di Spoleto


Appena ricevuta, copiata e pubblicata esattamente com’è scritta.

Gli esperti affermano che la giustificazione della pena si basa su tre principi, il principio retributivo, quello preventivo e quello rieducativo. Per i suoi aspetti di amara crudeltà, l’ergastolo senza benefici penitenziari non è più una pena proporzionata alla gravità del reato commesso e nemmeno al grado di ravvedimento del condannato, ma proporzionata soltanto alla vita del condannato: tanto durerà la sua vita, tanto durerà la sua pena.

Se viene tolta la possibilità di reinserimento, il problema della rieducazione non si pone nemmeno e non basta dire che “sulla carta” anche l’ergastolo può essere oggetto di liberazione condizionale, perché questa possibilità che, differenza dei permessi premio, è un diritto previsto dalla legge e non una gentile concessione, ormai non viene più concessa se non in presenza della collaborazione. Se non c’è la collaborazione, l’ergastolo non è più una pena ma diventa una morte bianca , un annientamento della persona a vita. Privo di qualsiasi legittimazione costituzionale l’ergastolo è solo una forma di vendetta sociale contro un essere umano, non più per quello che è o è diventato dopo decenni di detenzione, ma solo per ciò che gli è capitato di commettere molti decenni prima.

La vendetta fa diventare l’ergastolano un corpo privato dell’anima, un corpo che ogni giorno lotta per la sua sopravvivenza, ma consapevole di non poter godere del diritto di avere diritti e senza diritti, per l’ergastolano, la migliore amica sarà la morte, l’unica certezza e l’unico diritto che gli rimane, in un modo muto, sordo e cieco  su quella che è la sua condizione. Ora che l’ergastolano ha perso anche l’ultima perversa illusione che è anche una perenne e perversa bugia di poter dare qualcosa di diverso ai propri affetti, durante il giorno non pensa di morire ma durante la notte, mentre tutti dormono, pensa a quale sia la forma meno dolorosa e meno clamorosa per andarsene in silenzio e senza farsene accorgere. Con l’ergastolo ostativo nulla è cambiato dal medioevo ad oggi. E’ scomparso solo il patibolo. E’ cambiato soltanto che con l’ergastolo ostativo le esecuzioni avvengono in maniera lenta e silenziosa nel mondo dei dimenticati. L’ergastolo ostativo è peggiore della pena di morte perché proietta l’individuo nella dimensione di un non luogo in cui ogni misura del tempo appare dissolta e ogni senso del reale definitivamente perduto.

“Amplessi”


Dal carcere di Spoleto una poesia di Sebastiano Milazzo, ricevuta, copiata e pubblicata

Le notti vissute senza sonno

simulano gli amplessi

di chi è avvezzo a contare

giorni sempre uguali

con la stessa vogia

di donne fragranti.

In quel preciso momento

vivono situazioni astratte

figlie di un solo enigma

e ogni pensiero si prostituisce

per chiamarsi vita.

In quel baleno

la duna si alza obliqua

e un piccolo sole

illumina chi è sepolto

sotto l’ombra di ragni neri.

In quelle notti

nessuno s’attende magie

nemmeno il sangue che

all’improvviso sale

e poi scende giù

alla medesima velocità.

Un sangue che rompe la nebbia,

fa battere piano le ciglia,

mentre una lacrima muore

rigata dietro spente comete.