Che i giornalisti raccontino le nostre carceri. Perché nessuno possa fare finta di niente


di Marta Bonafoni
“Ristretto”. Nel dizionario di italiano si legge: “racchiuso, stretto, limitato, angusto”. Ristretto è anche uno dei sinonimi che gli stessi detenuti usano per definire la propria condizione di reclusi. Limitati, appunto. Ristretta e limitata sempre di più è oggi la possibilità per i giornalisti di entrare nelle carceri. Per raccontare. Fare sapere.

Mica solo i fatti tragici che si consumano lì dentro, cosa peraltro fondamentale – quel racconto – alla salute stessa di una democrazia.

Ma la quotidianità dei penitenziari, la vita dei reclusi.Perché stare dentro non può e non deve significare essere fuori: dalla realtà  e dal racconto della stessa.

Non so se vi è  capitato durante le feste appena passate di guardare qualche tg in cui, improvvisamente, si sono in effetti aperti i cancelli di un carcere romano. Era arrivata la Befana – si diceva – in quei giorni in cui la retorica (capitanata dai mass-media) dice che bisogna “essere tutti più buoni”! A me è capitato di vedere un paio di quei servizi: le telecamere indugiavano sui visi dei figli dei detenuti, sulle facce dei reclusi. Un pezzo di colore – come si dice – confezionato su quei volti grigi e su sorrisi rari. Marziani, sembravano, quegli uomini e quelle donne inquadrati sul piccolo schermo.

Specie rare, come ti può capitare di vederle al Bioparco. Anzi no, perché i servizi sulle bestie nelle gabbie del Bioparco sono decisamente di più di quelli che passano in televisione per raccontare le carceri italiane.

Una delle emozioni più forti fino ad oggi provate facendo la giornalista mi ha investito alcuni anni fa ascoltando Radio Popolare di Milano e la sua trasmissione Fuori di cella, con i familiari dei detenuti a salutare i loro parenti reclusi: quelli da una parte al telefono, gli altri in cella con le radioline accese.

Era, quella, l’emozione di una possibilità. Per i diretti interessati, che per un attimo potevano entrare in comunicazione tra loro oltre alla restrizione. Per i giornalisti, che troppo spesso dimenticano che si può – o si deve – svolgere questo mestiere non per fare da megafono ai forti ma per dare voce ai deboli. Per la politica e le istituzioni (anche quelle penitenziarie), perché la conoscenza e la trasparenza dovrebbero essere sempre amiche del buon governo.

Poi c’è il dramma delle carceri, come quello vissuto fino a esserne ucciso da Stefano Cucchi. Anche in quel caso Stefano sarebbe rimasto solo un numero, se non ci fosse stato il coraggio della sua famiglia a mostrarne le foto del supplizio.

Prima di quelle immagini la morte di Stefano non era una notizia. Dopo, sono arrivate le prime pagine. Abbiamo visto: per nessuno è stato più possibile fare finta di niente.

Dovrebbe essere sempre così, e non solo quando ormai è troppo tardi.

da www.linkontro.info

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“Tornare è come entrare”


di Tiziana Mignosa

Custode dei primi voli incerti

e dei sogni bambini

è quel luogo amato

scrigno dove un pezzo del mio cuore s’è imbrigliato.

Ogni qualvolta torno

tra quelle vie di vento e mare

che solo i miei balocchi hanno lambito

percorsi scartati e nuove orme incontro.

Tornare è come entrare

nel giardino delle opportunità perdute

luoghi dove convergono

strade recise e poi dimenticate.

Raccolgo palpiti dietro le porte chiuse

sentieri ormai smarriti

anime di polvere nella mente

che di sorriso socializzano col presente.

  Note dell’autrice: dedico questa poesia alla mia bellissima Siracusa, città amata e lontana

E io pago per andare…a Messina


di Vittoria Princi

pedaggioChe la vista dello Stretto nelle sere migliori, il gusto del pesce spada alla ghiotta, l’architettura del Duomo, l’orologio del campanile, la Madonnina del porto e qualunque altra bella cosa vi venga in mente quando pensate a Messina possa essere definita “impagabile”, non è vero.
O meglio, potrebbe presto diventare pagabilissimo, 2 euro per la precisione.

L’idea viene dal Movimento per l’Autonomia e dai gruppi di centrodestra della Provincia di Messina: insieme alla richiesta di una serie di interventi governativi straordinari nelle aree alluvionate e a rischio idrogeologico dell’hinterland messinese, al nobile comprensibile scopo di realizzare “tutte quelle opere necessarie ed indifferibili, per la messa in sicurezza dell’intero territorio messinese e per la ricostruzione delle zone colpite dalle alluvioni del 2008 e del 2009” e ammortizzare i costi di tali lavori, si propone di istituire un ticket da pagare per chi arriva a Messina dal continente.
Non è un’idea nuova: nel Medioevo il pedaggio per spostarsi di zona in zona ed entrare in una città era la norma.

Tuttavia, ne è passato di tempo da allora, e benché siano per ovvie ragioni esentati dal pagamento i residenti delle città dello Stretto, basta leggere i commenti degli internauti messinesi alla notizia per indovinare come la proposta sia fatalmente destinata a suscitare polemiche: “Fra parcheggi a pagamento, autostrade, traghetti salatissimi, benzina cara non sanno più come spremerci”.
Ma non è ancora garantito che il ticket della discordia si realizzi: dopo essere stata approvata dal consiglio a livello provinciale, questa potenziale bomba da due lire (pardon, euro) dovrà infatti essere vagliata dalla presidenza del Consiglio dei Ministri.
Sperate nell’emendamento di questa proposta, oppure se passa, assicuratevi di non invitare mai a Messina e a Reggio dal resto d’Italia amici taccagni.

da www.newsfood.com