“Il cerchio del piacere”


di Tiziana Mignosa

Tre sono le parti
che colgono tre fiori differenti
quelli che tu senza volere mi presenti.
 
Quando ti vedo
le guance ispide avverto sul mio viso
sospiro e mi divido.
 
Gli occhi 
la voglia delle mani alimentano
ma poi ti sento
 
fervore della voce
è riso divertito e un po’ mi perdo
 impeto che al sogno sovrappone sogno.
 
La terza si fa verbo a vista
dolcezza e confusione
fin quando rivedendoti ricomincia il cerchio del piacere.
 

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Chiesa dolce chiesa: don Pino Puglisi


di Roberto Puglisi

Il sorriso di quest’uomo voleva unire il cielo sopra Brancaccio alla terra di Brancaccio. Per l’eresia della tenerezza l’hanno ucciso. Tutto, volendo, si perdona e si dimentica, anche gli schiaffi. Ma la dolcezza prima o poi paga il suo conto. La dolcezza non ha alibi.
Tuttavia, chi credeva di spegnere l’amore per il prossimo di don Pino Puglisi, semplicemente spegnendo il suo corpo, non rese un buon servizio alla propria malvagità di calcolo. La storia di quel sorriso è cominciata con la morte di un sacerdote, con la sua caduta sul marciapiede. La gentilezza con cui accolse i suoi assassini si è slargata fino a diventare parabola, lezione. Fino ad acquisire una veste umilissima  d’immortalità.
Il sorriso di don Pino ci è tornato in mente con  l’appello di tre vescovi, di tre coraggiosi uomini di Chiesa. Un invito all’eresia del coraggio, all’abbandono dell’ortodossia del silenzio. Perché il silenzio si intreccia sovente con l’omertà e l’omertà è il cognome della mafia. Ci sono preti – è la sovrascrittura che leggiamo in filigrana, forse eccedendo, nel monito dei prelati – che si limitano alla tecnica sacramentale del ruolo. Aspersori umani di riti cattolici, supplenti dell’incenso, distributori dell’ostia consacrata. Non che non sia fondamentale. Però Gesù Cristo – ricordiamo scarsi lacerti di catechismo – non aveva in gran simpatia il tempio e i dottori. La liturgia serve a poco, quando non è vivificata da un messaggio, da una convinzione da un cuore umano che sappia diventare coraggio, rischio e testimonianza al momento opportuno. Pensiamo ai preti amministratori delle sacre pagine. E pensiamo all’apostolato di don Pino, a quel suo volere ricamare un tessuto comune tra terra e cielo, a Branaccio come in ogni luogo. Col suo stesso sangue.
 L’appello dei vescovi lo traduciamo liberamente in un bisogno di vicinanza, nella santa volontà di riunificare i sentimenti umanissimi con una speranza che spesso appare fredda e siderale. Un buon vademecum per tutto, non solo contro la mafia, che è il male specifico chiamato col suo titolo. La lezione della dolcezza ha in sé i germi di una rivoluzione possibile. E pensiamo che sarebbe un peccato santificarla. Sarebbe il colmo della banalità, per esempio, appiccicare un’aureola da presepe al sorriso di don Pino. Sarebbe imperdonabile separare di nuovo Brancaccio e il suo  cielo

da www.livesicilia.it

L’elettricista…dell’anima – seconda puntata


di Daniela Domenici

Questo l’avevo scritto una decina di giorni fa…

Quando si spegne una lampadina perché si è fulminata si va al negozio e se ne compra una nuova…

quando manca all’improvviso la luce in casa si va dall’elettricista per chiedergli di scoprire cosa è successo, dov’è avvenuto il corto circuito…

quando si spegne un’anima non ci sono negozi in cui andare né elettricisti da consultare…

…quell’anima rimane spenta per sempre.

Speravo che avendo pagato la bolletta ininterrottamente per 52 anni con infiniti sorrisi, perenne disponibilità, estrema attenzione, paziente ascolto sempre gratuitamente per tutti indistintamente non mi staccassero la luce dell’anima…e invece, nonostante tutto questo, me l’hanno staccata e non hanno alcuna intenzione di riaccendermela, nessuno, perché?

Era così fastidiosa, provocava così tanta invidia la mia anima perennemente accesa, luminosa, gioiosa, spontanea sia tra le amiche, gli amici, in carcere, dovunque?

“Il brigante e le api”, breve fiaba di Carmine dal carcere di Augusta


Conosco Carmine personalmente essendo volontaria nel carcere di Augusta e posso assicurarvi che il cambiamento che lui ha voluto descrivere sotto forma di fiaba in lui è avvenuto, è stato davvero un “brigante cattivo”, ha fatto molto male e sta pagando e pagherà ancora molto a lungo per questo ma è una persona totalmente diversa dal “brigante” che era: se le api capiscono che anch’io posso essere buono, allora anche gli uomini possono capirlo

…”C’era una volta un brigante cattivissimo, faceva paura a tutti. Scorazzava per i monti e la campagne ed era solito aspettare i viandanti su un ponte che attraversava un fiume.

Derubava chiunque gi capitasse a tiro e se quei poveri sventurati si opponevano lui faceva loro del male.

Durante una delle sue scorrerie capitò in un campo dove una povera vedova aveva un’arnia da cui prendeva del miele per fare i dolcetti ai suoi bambini.

Il brigante da lontano vide che, quando la donna prelevava il miele dalle arnie, le api non le facevano nulla e pensò che anche lui potesse farlo.

Il brigante già si leccava i grandi baffi che aveva al pensiero del miele saporito che avrebbe rubato. Si fece avanti con aria minacciosa ed urlò tanto che la povera vedova ed i suoi bambini scapparono di corsa.

Allora il cattivone si avventò sull’arnia cercando di distruggerla per impadronirsi del miele saporito, ma le api inferocite lo attaccarono in gruppo e cominciarono a pungerlo dappertutto e mentre lui correva loro lo pungevano sempre di più finché raggiunse il fiume e vi si buttò dentro.

Solo l’acqua lo salvò dall’ira dello sciame d’api!

Passò del tempo ed il brigante ripensava spesso a quanto gli era accaduto, cercando di capire il perché le api lo avessero aggredito con tanta forza, mentre alla donna non facevano nulla.

Così si recò di nuovo verso il campo della vedova per chiederlo direttamente a lei. La poverina, quando lo vide, terrorizzata, cercò di scappare via, ma stavolta il brigante fu più lesto di lei, la raggiunse e la bloccò.

Con tono minaccioso le chiese: “Adesso devi dirmi perché tu prendi il miele e le api non ti fanno nulla, mentre a me, per aver cercato di prenderne un po’, mi hanno inseguito e punto dappertutto; mi sono salvato solo perché ho raggiunto il fiume”.

La povera donna era tremante di paura, temeva che dicendo la verità il brigante si arrabbiasse e le facesse del male ma, soprattutto, temeva che ne facesse ai suoi bambini.

Spaventata dalle minacce si decise a parlare e con tono calmo e gentile disse :”Dunque, brigante, devi sapere che le api mi permettono di prendere un po’ del loro miele perché io le curo, poi, quando vado a prelevarlo lo faccio con delicatezza e capiscono che non voglio far loro del male. Tu, invece, hai buttato l’arnia per terra e loro si sono arrabbiate”.

Il brigante, non abituato a dare né a ricevere gentilezze, non riusciva a capire e no le credeva, così lei gli mostrò come fare.

Il rude brigante, con gentilezza, si avvicinò all’arnia e prelevò del miele, le api si allontanarono e poi ritornarono senza fargli alcun male.

Ripensò a tutta la sua vita scoprendo che non esisteva solo il suo modo cattivo di vivere.

Pensò che :”se le api capiscono che anch’io posso essere buono, allora anche gli uomini possono capirlo”. Queste considerazioni fecero sì che cambiasse, comportandosi in modo gentile.

Da quel giorno del cattivo brigante non si sentì più parlare.

Egli divenne buono e decise di rimanere con la vedova ed i suoi bambini per aiutarli nel loro duro lavoro nei campi.

“Poesia”


di Antonella Sturiale

Cos’è…

chi è il poeta che d’amore parla

in mezzo alla gente che d’amore sogna.

Io… poeta del mio pianto

che lento scorre al mistero della vita.

Tu…amore, mio amore che della

luce spende i bagliori più intensi,

che del cuore consuma i suoi palpiti eterni.

Le valigie dell’anima pronte,

come di partenza composte,

e le mani chiuse ai dolori

e di occhi profondi

e di pace

di mare

di oceani immensi battenti agli scogli.

E di…gioie

e ricordi che rifugiano al riso

come nascondino alla morte.

Io…poeta che mi servo di te

per scrivere le memorie,

i ricordi per dettare i miei versi

alla magia di un sogno.

Parlami al cuore

come hai sempre parlato,

con la dolcezza di parole

che d’eccesso paion finte

e nella crudeltà si compongono

come frasi sgrammaticate,

come sensazioni nel senso del Mondo.

Tu …amore che d’amore ti nutri

e vivi

e senti

e gioisci

e svinisci

e crolli

in un letto fluttuante

di foglie di  verde infinito.

Tu muto che mi guardi ammirato,

muto e pacato

innamorato,

muto e pacato

nella profondità di uno sguardo.

E poi…

muto e riservato

innamorato.

Ed io…

muta e commossa

perduta nella tua anima immortale.

Muta e sperduta

nell’intimo di te.