Arriva “Slec”: anche i sordi ora possono chiamare il 118


Niente più barriere tra utenti e soccorritori: sarà presentato venerdì a Udine il nuovo strumento per la comunicazione dell’università di Udine realizzato da Hcilab. “Slec” è un un’applicazione informatica mobile, installabile su cellulari

UDINE – Non ci sono più barriere tra persone sorde e soccorritori del 118, in caso di emergenza. Sarà presentato ufficialmente venerdì a Udine il nuovo strumento per la comunicazione pensato e realizzato da Hcilab, il Laboratorio di interazione uomo-macchina dell’ateneo udinese (sito internet http://hcilab.uniud.it). Slec, acronimo di Sign language emergency communicator, consiste in un’applicazione informatica mobile, installabile su cellulari evoluti, in grado di supportare nelle situazioni di emergenza la comunicazione tra pazienti sordi che utilizzano la lingua dei segni e i soccorritori. Non contenti, i ricercatori del laboratorio hanno già iniziato a esplorare anche la nuova tecnologia della “Brain-Computer Inteface” (Bci). “Slec è in grado di ovviare ai problemi di comunicazione che possono sorgere con i soccorritori che non conoscono la lingua dei segni – spiega il direttore dell’Hci Lab, Luca Chittaro -. L’applicazione mobile permette di eliminare i tempi lunghi e le incomprensioni che possono nascere in una comunicazione improvvisata, basata su voce e gesti, scegliendo rapidamente, tra un insieme di frasi utili nel contesto delle emergenze mediche, quelle da trasmettere e traducendole ai pazienti sordi nella lingua dei segni in forma di video”. Il dispositivo è stato già sperimentato con degli infermieri del 118 e persone sorde, in collaborazione con la sezione provinciale dell’Ens di Udine. Intanto si continua a lavorare per garantire sempre maggiori possibilità di comunicazione ai disabili: “L’obiettivo futuro – anticipa Chittaro – è di realizzare un’interfaccia utente per disabili motori gravi, come per esempio i pazienti affetti da Sla o da altre forme di disabilità che compromettono la capacità di usare il computer o di controllare le applicazioni attraverso le usuali tecnologie assistite”. Secondo le previsioni, l’interfaccia consentirebbe all’utente l’attivazione di dispositivi elettronici, come l’allarme di richiesta di soccorso, semplicemente immaginando le azioni motorie necessarie per farlo, attraverso il rilevamento dei segnali elettrici prodotti dal cervello umano. L’applicazione Slec è frutto del secondo anno di lavoro nell’ambito del progetto triennale “Servizi avanzati per il soccorso sanitario al disabile basati su tecnologie Ict innovative”, coordinato dall’Hci Lab e cofinanziato dalla regione Friuli Venezia Giulia, cui partecipano la Centrale operativa del 118 di Udine-Elisoccorso regionale, l’Istituto di Medicina fisica e riabilitazione “Gervasutta” di Udine e la Consulta regionale associazioni dei disabili Fvg. La presentazione dell’applicazione si svolgerà venerdì 25 alle 14.30 nel dipartimento di Matematica e informatica (Dimi) dell’ateneo di Udine.

da www.superabile.it

“Ologramma”, l’orchestra che cura con la musica


È nata a Modena pochi mesi fa, ma ha già un’agenda fitta di concerti. È Ologramma, l’orchestra mista di bambini con disagio e non, creata dal Centro europeo di musicoterapia. Frison, direttrice del Cemu:”Il gruppo misto è ormai una sfida collaudata”

MODENA – C’è Leslie, che ha dodici anni, viene dall’Africa e ama suonare lo xilofono. C’è Lucia, che nelle pause tra una canzone e l’altra abbraccia le sue insegnanti chiamandole “principesse”. E c’è Federico, che suona la batteria con una forza inaspettata per la sua età. Sono alcuni dei componenti dell’orchestra Ologramma, nata a Modena nel gennaio scorso all’interno del Cemu, il Centro europeo di musicoterapia. Si tratta di un gruppo corale e strumentale “misto”, che unisce bambini e adolescenti con disabilità e disagi a studenti delle scuole, musicisti e musicoterapeuti. Tutti insieme, insegnanti e allievi, si ritrovano ogni martedì per provare le canzoni del loro repertorio. Il debutto c’è stato il mese scorso, e ora si preparano altri due concerti che si terranno questo mese a Modena. Chitarre, pianoforte, flauti e percussioni: quasi un’orchestra al completo che satura la stanza di note tra un “Oh happy day” e un “We are the world”. Ci sono cinque musicoterapeuti, tre ragazze e due ragazzi, che dirigono l’orchestra, suonano e cantano, aiutando i giovani musicisti a trovare il tempo, la tonalità e, soprattutto, la concentrazione. “La cosa più difficile è tenerli tutti ‘a bada’ – racconta Valentina – , perché l’entusiasmo è grande”. Far suonare per due ore bambini che magari hanno difficoltà a rimanere seduti al banco quando sono a scuola non è certo un’impresa semplice, eppure al Cemu sembrano aver trovato la chiave giusta. “Devi trovare qual è la motivazione che spinge ogni ragazzo a venire qui – spiega Luca -. Gli devi dare un riscontro, capire a cosa vuole aspirare”. E, soprattutto, come puntualizza Ingrid, “ognuno ha i suoi tempi”. Attualmente l’orchestra Ologramma conta trentacinque membri, compresi anche quelli del gruppo teatrale che inframmezza i concerti con testi originali. All’ensemble partecipano ragazzi che usufruiscono del sostegno a scuola, alcuni che provengono dai servizi sociali o altri che semplicemente si sono rivolti direttamente al centro di musicoterapica. “Tengo a precisare che non è un gruppo ‘per’ disabili – spiega la dottoressa Roberta Frison, che dirige il Cemu -. Cerchiamo solo di fare musica, lavorando a tutto campo, soprattutto sulla socializzazione”. L’orchestra Ologramma raccoglie anche ragazzi che difficilmente troverebbero occasioni per imparare a suonare in scuole di musica “tradizionali”, ma si caratterizza come un gruppo musicale “normale”, che non vuole per forza fare leva sulla musicoterapia o sulla diversità che caratterizza i suoi partecipanti. L’obiettivo è cercare di avere ora anche un riconoscimento professionale, perché, come spiega ancora la dottoressa Frison, “le arti espressive vengono troppo spesso relegate al tempo libero. Perché un ragazzo disabile può fare solo il commesso e non il musicista?”. In futuro, invece, il Cemu si augura che l’esperienza di Ologramma possa aprire una prospettiva di vera e propria formazione. “La cosa più bella – conclude Francesca -, è vederli gioire per ogni nota, per ogni battito di mani”. L’appuntamento è fissato dunque per il 17 giugno alle 21 al Parco Divisione Acqui di Modena, e per il 30 giugno al teatro del Tempio, sempre alle 21.

da www.superabile.it

Sono disgustato dalla pochezza del giornalismo italiano in tema di disabilità


di Franco Bomprezzi

Tacciono, fanno finta di non sapere, di non aver capito e invece sono conniventi, tuonando dal loro pulpito di carta contro i “falsi invalidi”, abboccano come “carpe” all’amo dei “falsi numeri”, si occupano d’altro, si schierano a metà, sempre a metà, ma quando ci sarebbe bisogno di una bella testimonianza di professionismo – come nel caso di questa Manovra Finanziaria che in realtà colpisce i “veri invalidi” – spariscono, si eclissano, si negano. E a pagare restano le persone con disabilità e le loro famiglie… Un mondo di ipocriti, farisei, distratti, superficiali, ignoranti, ignavi, prudenti, egoisti, calcolatori, pigri, dormienti. Sono i miei colleghi giornalisti famosi. Le “grandi penne” del giornalismo italiano, quelle che si sono distinte in questi anni, guadagnando somme ingenti, ben al di sopra della media dei colleghi ordinari, per aver saputo “lisciare il pelo” all’opinione pubblica, individuando, con sagace e furbo moralismo perbenista, i responsabili del nostro malessere sociale ed economico. Hanno venduto migliaia di copie di libri, hanno riempito gli scaffali di bestseller, sono intervenuti nei talk show pubblici e privati, hanno aperto blog, hanno ricevuto premi e onorificenze, sono ascoltati e temuti, vezzeggiati e circondati di premure. E ora tacciono, fanno finta di non sapere, di non aver capito. Peggio, sono conniventi. Tuonano dal loro pulpito di carta contro i “falsi invalidi”, abboccano come “carpe” all’amo dei “falsi numeri”, si occupano d’altro, si schierano a metà, sempre a metà, un colpo al cerchio (e neppure quello), un colpo alla botte (dipende dalla botte). Insomma, quando ci sarebbe bisogno di una bella testimonianza di professionismo, su carta, in tivù, sul web, spariscono, si eclissano, si negano. Vergogna. Lo dico senza timore. Sono sinceramente disgustato dalla pochezza del giornalismo italiano in tema di disabilità. In questi giorni la rivista «Vita» ha cercato, anche con il mio impegno personale, di documentare seriamente un caso palese di errore contenuto nella manovra del Governo. L’innalzamento della percentuale di invalidità per ottenere l’assegno mensile di assistenza, dal 74 all’85 per cento; colpisce invalidi “veri”; è una vergogna, non serve a niente, non porta altro che spiccioli nelle casse dello Stato, non c’entra niente con la lotta sacrosanta al fenomeno dei falsi invalidi. E allora perché questo silenzio? Perché questo argomento è un bel diversivo per spostare l’attenzione dai temi veri della manovra. Intanto, però, a pagare sono le persone con disabilità e le loro famiglie. Vergogna.

da www.superando.it

Mamme H davanti al Quirinale: “Perché ha firmato una manovra penalizzante?”


Una decina di madri di figli disabili hanno chiesto udienza a Napolitano. Ricevute dalla sua segreteria, hanno spiegato “che cosa significa la disabilità nel vivere quotidiano: le persone più fragili hanno bisogno di maggiori risorse. Gli ausili e l’assistenza costano e le famiglie non sempre ce la fanno” ROMA – Non ci stanno più e hanno voluto farsi sentire. Una decina di madri di figli disabili, si chiamano Mamme H, ieri mattina hanno sostato per un’ora davanti al Quirinale in attesa di essere ricevute dal presidente della Repubblica. Sono state ascoltate dalla sua segreteria. Arrivate un po’ da tutta Italia, avevano chiesto udienza a Giorgio Napolitano “perché ha firmato una manovra economica che penalizza le persone disabili soprattutto in materia di sanità, invalidità e istruzione”, dice Marina Cometto, torinese, madre di Claudia (una ragazza di 37 anni completamente non autosufficiente). “Considerare spesa improduttiva lo Stato sociale è un segno di inciviltà da quando l’Italia ha sottoscritto la Convenzione Onu del 2006, che sancisce i diritti dei disabili in quanto persone – continua la signora Cometto -. Non si può parlare di improduttività quando la disabilità dà lavoro a tanti operatori sanitari, insegnanti ed educatori, per non parlare di tutte le aziende produttrici di ausili e delle case farmaceutiche”. Le Mamme H non hanno chiesto nulla alla presidenza della Repubblica: hanno voluto solo “spiegare che cosa significa la disabilità nel vivere quotidiano”. Ed è per questo che la signora Cometto ha portato con sé e consegnato il video di sua figlia, che necessita di essere assistita 14 ore al giorno (lo si può vedere su You Tube

http://www.youtube.com/watch?v=qMA09KFDsec

“Le persone più fragili hanno bisogno di maggiori risorse, gli ausili e l’assistenza costano e le famiglie non sempre ce la fanno: molte madri hanno dovuto rinunciare al lavoro, altre invece stanno aspettando il prepensionamento anticipato”, spiega Marina Cometto. “E dopo di noi che ne sarà dei nostri bambini dai capelli bianchi?”, si chiede un’altra madre. “Non vogliamo che altre donne continuino a sacrificarsi, come abbiamo fatto noi, per rendere la vita di nostro figlio il più dignitosa possibile e salvaguardare il bene psicologico e affettivo del resto della famiglia”, le fa eco un’altra madre. Le rimostranze del gruppo Mamme H sono state raccolte in una lettera indirizzata a Napolitano, in quanto rappresentante di tutti i cittadini italiani e quindi anche dei loro figli, e consegnata al consigliere di Stato per gli affari interni Alberto Ruffo: la speranza che hanno ora è quella di “ricevere un segnale che dimostri che non tutta la politica è proiettata solo alla redditività delle persone”, si legge nella lettera. Anche se il consiglio ricevuto dalla segreteria della presidenza della Repubblica è stato quello di “far pressione sulle forze parlamentari”.

da www.superabile.it

Storia di un check in e di una sedia a rotelle


di Roberto Puglisi

Gentile Signorina del chek-in del volo Alitalia Palermo-Roma.
Si sa, i disabili sovente sono fastidiosi con quella pretesa di essere trattati come tutti gli altri. Ingombrano, non cedono il passo. Anzi, la rotella, se sono in carrozzina. Ed è giusto rimbrottarli all’occorrenza. Che stiano al loro posto una buona volta.
Perciò il sottoscritto approva con ampi cenni del capo il suo operato di oggi pomeriggio. Il petulante disabile in questione si è messo in fila con una certa arroganza (la sedia a rotelle è già un esibito elemento di arroganza) per fare il suo biglietto e decollare. Lei, quando è stato il turno del tizio, notando il bagaglio in eccedenza, ha giustamente protestato: non può partire. E il disabile, con finta aria umile e interrogativa: perché? E lei: c’è troppo bagaglio. Controrisposta polemica: pago l’eccedenza, va bene. Era finita lì? Neanche per sogno. E’ successo un altro inghippo. Lei, Signorina, a quel punto correttamente agitata, ha intimato alla collega lì vicino una cosa come: pensa tu ai passeggeri. Io qui ho una sedia a rotelle. Ora, chi scrive non è sicuro del resto della frase, tranne che per quel particolare. Ho qui una sedia a rotelle. Lo ha detto Lei.
Vede, Gentile Signorina del chek-in del volo Alitalia Palermo-Roma, i disabili sono seccanti. Però su una circostanza forse Lei  dovrebbe riflettere. Non sono attrezzi, non sono sedie a rotelle. Sono persone. “Stanno” sulla sedia a rotelle. La carrozzina è una parte. Il disabile, il portatore di handicap, il diversamente abile, ha occhi, mani e gambe purtroppo inerti. La sedia a rotelle ha appunto le rotelle. Il disabile ama, soffre, guarda, respira, mangia il gelato, se può. Una sedia a rotelle, no. Comprende la differenza?
Certo, Lei ha altre faccende a cui pensare. Mica la fregano a Lei. Sarà per questo che ha chiesto al disabile (sempre lui)  per tre volte se era in grado di muovere qualche passo, nonostante la presenza di una carrozzina e di un certificato medico?
Però ha ragione, Signorina. Sì, ha ragione lei. Il suo è un lavoro difficile, pieno di trabocchetti. E quando arriva una sedia a rotelle non è semplice, no. Nel manuale delle Signorine non c’è nulla a riguardo. Non è facile capire con precisione dove finiscono le rotelle. E dove cominciano gli occhi.

da www.livesicilia.it

“Quando impari ad allacciarti le scarpe”: storia di un amore speciale


Michela Capone, madre di Marco, racconta come in un diario la storia di una maternità difficile e di una lenta accettazione della diversità del figlio. Il libro, edito da Carlo Delfino editore, presentato al Salone Internazionale del libro di Torino

un bambino sullo sfondo di un puzzle

CAGLIARI – “Devo ancora imparare a essere un buon genitore, un genitore che ama un figlio per quello che è, per quello che non è, e per quello che non diventerà”. Michela Capone è la mamma di Marco: di questa maternità difficile, di questo figlio “diverso” Michela racconta nel libro “Quando impari a allacciarti le scarpe”. Una sorta di diario di viaggio, doloroso, coinvolgente ma, in fondo, anche catartico. Il libro di Michela Capone, edito da Carlo Delfino editore, è arrivato alla terza ristampa e presentato sabato 15 maggio al Salone internazionale del libro di Torino.

“Un successo insperato, assolutamente al di là delle mie aspettative – confida Michela Capone – in realtà  ho iniziato a scrivere per me, per esorcizzare, attraverso la narrazione, la sofferenza, la paura e il senso di solitudine. Poi qualche amico ha letto questo mio diario e mi ha convinto a pubblicarlo. Se ho accettato è solo perché sono convinta che la mia testimonianza può sollecitare alla riflessione, può far volgere lo sguardo su una dimensione dell’esistenza che può riguardare tutti e che può arrivare all’improvviso, cogliendoci impreparati. Come è stato per me e per la mia famiglia”.

Marco oggi ha dodici anni e fin da piccolo il ritardo psicomotorio e di linguaggio che manifestava è stato associato ad una delle tante patologie dello spettro autistico. Soltanto lo scorso anno si è
arrivati a formulare una diagnosi precisa della sua malattia: si tratta di una patologia rarissima, definita “microdelezione del cromosoma 2”. Alla sua identificazione  si è arrivati grazie
all’applicazione di nuovissime tecniche d’indagine sul Dna e ad una mappatura mirata del corredo genetico. Sembra che Marco sia il secondo bambino al mondo al quale è stata diagnosticata questa rara alterazione cromosomica; il secondo caso conosciuto riguarda una bambina del Canada.  Gli esami sono stati effettuati all’Ospedale Microcitemico di Cagliari, città in cui vivono Marco e la sua famiglia. Dall’attesa alla nascita prematura, dalla scoperta dei primi segni del ritardo al calvario delle visite mediche, passando attraverso cliniche, ospedali, ambulatori e centri di riabilitazione, senza tacere delle lungaggini burocratiche e delle difficoltà per ottenere l’assistenza e per assicurare a Marco una buona integrazione a scuola.

“E’ vero che il dolore è costante e a volte sembra insuperabile – racconta Michela – ma è altrettanto vero che poter condividere questo carico di sofferenza è già un grosso sollievo. Negli anni, noi abbiamo visto assottigliarsi il numero degli amici e degli stessi parenti disponibili anche semplicemente all’ascolto. Lo stesso sistema sociosanitario non è ancora capace di farsi carico delle fragilità altrui. La disabilità fa paura e il principio di inclusione sociale, in realtà, rimane sulla carta. La vera solidarietà nasce tra le famiglie che vivono le stesse esperienze, le battaglie si combattono dentro questo microcosmo di umanità, mentre aumenta la distanza con coloro che non si sentono toccati direttamente dal problema”.

Michela Capone, che di mestiere fa il magistrato presso il Tribunale dei Minori di Cagliari, ha deciso di devolvere i proventi della vendita del libro all’Associazione “Peter Pan”, nata nel 2000 per iniziativa di un gruppo di famiglie con bambini affetti da disturbi pervasivi dello sviluppo ed altre patologie neurologiche invalidanti. In particolare, lo scopo è di sostenere la realizzazione della “Casa di Peter Pan”,  una farm community per adolescenti e adulti con patologie neurologiche. Il progetto, ancora in fase iniziale, prevede una struttura di accoglienza per 24 persone, ospitate in tre case famiglia, collegate ad ambienti di servizio e di lavoro comuni. I giovani e gli adulti disabili potranno svolgere attività lavorative, come la coltivazione di orti biologici, l’allevamento di animali da cortile, la manutenzione di serre e giardini, attività ludiche di relazione, programmi di riabilitazione socio-sanitaria. L’idea della farm community è stata mutuata da esperienze simili realizzate in Norvegia con buoni risultati.

“La casa di Peter Pan non è una struttura pensata solo per il dopo di noi – spiega Michela Capone – ma anche per il ‘durante’, per il presente e per la fase successiva alla fine del ciclo scolastico quando i nostri figli avranno la necessità di un progetto esistenziale che garantisca loro una vita autonoma e serena, al di là della presunzione di una ‘normalità’ che appare sempre più come una maschera limitante e a tratti grottesca”. (mtm)

da www.superabile.it

Volare insieme oltre la disabilità


di Daniela Domenici

“Icaro si bruciò le ali per tentare di volare verso il sole, noi del Progetto Icaro non vogliamo bruciarci ma andare verso il sole per assorbirne il calore e riportarlo qui per illuminare la nostra vita quotidiana con i disabili, i nostri angeli”: così ha concluso il suo ringraziamento al vescovo di Siracusa, Salvatore Pappalardo, che è venuto oggi pomeriggio, per la prima volta, in visita alla sede della onlus “Progetto Icaro” ad Augusta in via Orfanatrofio, il presidente di questa associazione Enzo Toscano.

Mons. Pappalardo in questi pochi mesi da quando, nel novembre scorso, ha preso il posto del suo predecessore, mons. Costanzo, ha già preso contatto con molte delle realtà, soprattutto di quelle fasce meno fortunate della popolazione tra cui detenuti e disabili, della sua vasta diocesi, visitandole di persona per conoscerne meglio i problemi e, quando possibile, aiutare a trovare una soluzione. E oggi ha fatto visita ai bambini e agli adolescenti con disabilità di vario grado e tipo, sia fisica che mentale, che vengono seguiti con dedizione, preparazione e immenso affetto dai volontari e dagli psicologi che fanno capo al Progetto Icaro fortemente voluto e creato, come dicevamo, da Enzo Toscano.

Dopo le parole di saluto del vescovo e quelle, in risposta, del presidente della onlus due giovani augustani hanno voluto rendere omaggio al prelato: Antonio Caramagno ha letto una poesia di papa Woytila e Vincenzo Donato ha cantato, senza accompagnamento musicale, una commovente Ave Maria.

Non una festa scontata, ma un giorno dedicato a tutte le mamme, nessuna esclusa


Poche settimane dopo che due fatti drammatici hanno portato agli “onori” della cronaca due mamme di bimbi con disabilità e i loro gesti disperati nei confronti dei figli, assume ancor più significato l’iniziativa voluta per il 9 maggio dall’associazione milanese L’abilità, che ha invitato a una giornata di festa tutte le madri di bambini con disabilità, perché il Giorno della Mamma non sia una festa scontata, ma un pensiero concreto di ascolto e aiuto

«La mamma di un bambino con disabilità non può sentirsi sola – ricorda Laura Borghetto, presidente dell’associazione milanese L’abilità (Strategie familiari nella disabilità della prima infanzia) – e a lei vogliamo dire che conosciamo la sua vita e siamo pronti ad accogliere le sue richieste, ad aiutarla se ci è possibile, a indirizzarla ad altri se necessario. Ma anche a captare i segnali nascosti e ad aiutare chi le sta vicino a coglierli».
E così, soprattutto per fare in modo che il Giorno della Mamma di domenica 9 maggio non sia una festa scontata, ma un pensiero rivolto davvero a tutte le mamme, nessuna esclusa, L’abilità ha deciso di invitare quelle “mamme speciali” a una giornata di festa, presso la sede del proprio Centro Diurno L’officina delle abilità (Via Mac Mahon, 92, Milano), per conoscersi, chiacchierare e anche ascoltare dal vivo le note del gruppo L’altramusica Ensemble.

«Appena due settimane fa – spiega ancora Borghetto – e a distanza di pochissimi giorni, due fatti drammatici hanno portato agli “onori” della cronaca altrettante mamme e i loro gesti disperati nei confronti dei figli. Un giorno speciale, come quello dedicato alla Mamma, può e deve avere un senso, ma solo se si tengono accesi, oltre ai riflettori, l’attenzione, l’ascolto, l’aiuto concreto, la comprensione verso le mamme che vivono momenti difficili, come le mamme dei bambini con disabilità. Mamme che rischiano di farsi sorprendere proprio dalla loro fragilità, impreparate ad affrontarla perché non sanno come e a chi chiedere aiuto».
«Per l’occasione – conclude la presidente dell’Associazione L’abilità – abbiamo voluto prendere in prestito la definizione anglosassone della Festa della Mamma, Mother’s Day, il Giorno della Mamma, e lo dedichiamo a lei come si fa con un patrimonio dell’umanità». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: L’abilità ONLUS (Strategie familiari nella disabilità della prima infanzia), Tel. 02 66805457, comunicazione@labilita.org

La FISH lancia un concorso per abbattere quel «muro del silenzio»


Foto, sceneggiature, cortometraggi, vignette: idee e autori in gara contro la discriminazione delle persone con disabilità. Sono aperte fino al 21 giugno le iscrizioni a “Sapete come mi trattano?”, concorso aperto a tutti e promosso dalla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), con l’obiettivo di contribuire ad abbattere quel “muro del silenzio” che ancora condanna all’invisibilità milioni di cittadini del nostro Paese con disabilità

Storie di ordinaria discriminazione: sono le vicende quotidiane di molte persone con disabilità, di rado raccontate e divulgate dai mezzi di comunicazione. La FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) ritiene sia arrivato il momento di abbattere questo “muro del silenzio”, riportando finalmente in primo piano il racconto, i protagonisti e le storie che stanno dentro queste esperienze. In una forma efficace, comprensibile per tutti e per questo maggiormente comunicabile.

Nasce a tale scopo il Concorso Sapete come mi trattano?, iniziativa rivolta a chiunque voglia contribuire a far luce su queste zone d’ombra non più tollerabili della nostra società, testimoniando – con una foto, una vignetta, un filmato o un testo che potrà essere la sceneggiatura per uno spot o un breve film – il proprio pensiero e la propria creatività rispetto al tema della discriminazione o dell’esclusione sociale delle persone con disabilità.
Per partecipare all’iniziativa – ciò che si può fare entro il 21 giugno prossimo – è necessario rispettare procedure e regole previste nel bando consultabile all’interno del sito specificamente elaborato (www.sapetecomemitrattano.it).

A selezionare poi i cinque finalisti per ogni categoria sarà il Comitato dei Valutatori, composto da professionisti ed esperti, oltre che da leader della rete di associazioni aderenti alla FISH, i quali attribuiranno un punteggio per ogni opera in base all’originalità, all’efficacia e alla capacità di cogliere e trasmettere i princìpi proposti dal bando.
Successivamente, il Comitato d’Onore, composto da esponenti di spicco del mondo della cultura e del movimento per i diritti delle persone con disabilità, avrà il compito di selezionare i vincitori tra i cinque finalisti selezionati in ogni categoria. Tra i componenti di esso segnaliamo Pietro Barbieri, presidente della FISH; Franco Bomprezzi, giornalista e direttore responsabile di Superando.it; Clara Sereni, scrittrice; Massimo Bucchi, disegnatore e illustratore; Goffredo Fofi, critico letterario e cinematografico; Stefano Rolando, docente di Comunicazione Pubblica all’Università IULM di Milano; Fabrizio Caprara, amministratore delegato dell’Agenzia Pubblicitaria “Saatchi & Saatchi”; Roberto Koch, fondatore e amministratore delegato dell’Agenzia Fotogiornalistica “Contrasto”.
Al primo classificato di ogni categoria verrà assegnato un premio di 2.000 euro, mentre per i secondi e il terzi sono previste delle menzioni di merito. La cerimonia di premiazione è prevista a Roma per il 18 settembre.

Da segnalare infine che a supporto di Sapete come mi trattano? è stato anche realizzato uno spot radiofonico a disposizione di tutte le emittenti che vorranno sostenere e diffondere l’iniziativa. Il documento è stato realizzato dall’Agenzia ProgettiNuovi di Annamaria Testa e firmato dal copy Mirko Weiss. Le voci sono state cortesemente prestate alla campagna di comunicazione dai due giornalisti e commentatori di calcio di SkySport Maurizio Compagnoni e Massimo Marianella cui va il ringraziamento della FISH. L’ottimizzazione è stata curata da Fabio Banzato e il coordinamento editoriale da Maurizio Trezzi.

(S.B. e C.G.) 

Come detto, tutte le informazioni relative al Concorso Sapete come mi trattano?, insieme alle modalità di partecipazione, sono disponibili nello specifico sito www.sapetecomemitrattano.it. In esso – oltre al citato spot radiofonico – sono disponibili anche alcuni banner (nella Sezione raggiungibile cliccando qui) per coloro che – con azione particolarmente utile e gradita – vorranno promuovere la diffusione dell’iniziative nelle proprie pagine web.
Per ogni ulteriore informazione: Segreteria del Concorso (presso LEDHA – Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità), tel. 393 9545912 (lunedì-giovedì, ore 9-13), info@sapetecomemitrattano.it

Atletica, mezza maratona di Napoli: disabile fa 21 km spinto da atleta


 Ha commosso tutti sul traguardo della maratona internazionale ‘Citta’ di Napoli-Trofeo Banco di Napolì, la gara svoltasi questa mattina con arrivo e partenza in piazza del Plebiscito.

 E’ la storia di Alessandro Barba, che a 29 anni ha fatto un esordio davvero particolare sulla mezza maratona (21,097 km): per 21 chilometri è stato spinto dal suo allenatore e così anche lui ha potuto tagliare il traguardo. Un desiderio che aveva da tempo quello di poter partecipare ad una prova tanto importante e mai realizzato fino ad oggi. Mai realizzato perché Alessandro, praticamente dalla nascita, vive su una sedia a rotelle a causa di una grave malformazione.

 Oggi ha potuto coronare il suo sogno grazie a Mario De Maio, atleta e allenatore che ha accolto con entusiasmo l’idea di spingere la carrozzina sulla quale Alessandro Barba vive, dal primo fino all’ultimo metro della mezza maratona: 21,097 km accompagnati dal tifo degli altri podisti e dal sostegno delle persone incontrate per strada.

 Sul traguardo Alessandro è stato portato a spalle da Mario De Maio e da altri atleti. “E’ stata una giornata bellissima – ha detto Alessandro – e devo ringraziare Mario per quanto fatto”.

 Con le lacrime agi occhi Mario De Maio: “Ci sono stati momenti duri, in cui temevo di non riuscire a completare l’opera. Ma a darmi forza è stata la gente e lo stesso Alessandro. Il suo sorriso, il suo continuo incitamento ci hanno spinti fino al traguardo.

 Oggi Alessandro Barba ha coronato un sogno grazie allo sport: ai nostri amministratori, dunque, dico di investire di più nell’attività sportiva, perché così rendono felici e forti chi è meno fortunato”.

 da www.blitzquotidiano.it