Il Sole


“In generale, si crede che solo l’uomo adulto possieda veramente l’intelligenza. Certo, egli la possiede in modo particolarmente evidente, ma in realtà l’intelligenza esiste già nei neonati, e anche negli animali, pur se in un modo che resta ancora misterioso per la scienza. Sotto forme assai diverse, l’intelligenza esiste ovunque nell’Universo. La terra è intelligente, e anche il sole lo è, anzi, è l’essere più intelligente… Sì, perché è il più vivo. Direte: “Più vivo di noi?”… In un certo modo sì, più vivo di noi. Ovviamente, se andate a raccontare in giro che il sole è la creatura più intelligente sarete derisi. Eppure, la prova esiste: dato che è il sole a vivificare gli umani, significa che è più vivo di loro. Se non ci fosse il sole a distribuire il suo calore e la sua luce, non ci sarebbe nessuna vita sulla Terra, quindi nessuna intelligenza e nessun amore. ”

Omraam Mikhaël Aïvanhov

Annunci

Premi. Diritti umani: solo il 3% nelle news


Claudia Duque vince il premio “Women and Leadership” all’interno del Premio Ilaria Alpi. Intervista audio

Si chiama Claudia. Per la precisione: Claudia Julieta Duque. Professione: giornalista.
E’ lei la vincitrice del premio Women and Leadership promosso da UniCredit Group all’interno della 16a edizione del Premio Ilaria Alpi a Riccione. Un riconoscimento – sottolinea Antonella Massari, Responsabile Group Identity and Communications del Gruppo bancario – voluto per sostenere la necessità di un’informazione corretta e libera, capace di guardare in profondità e di riflettere sugli eventi del mondo. Un nome, quello di Claudia Duque, che non molti forse conoscono in Italia, ma che in Colombia, dove la giornalista lavora e vive, significa minacce, esilio, censura. Pedinata e controllata Claudia Duque sta continuando da anni il suo coraggioso lavoro per raccontare la verità sulla scomparsa del giornalista colombiano Jaime Garzòn, ucciso nell’agosto del ’99 in circostanze misteriose. Un omicidio nel quale sarebbero implicati anche un paramilitare e diversi componenti delle forze di sicurezza. Da quando ha iniziato ad indagare sulla vicenda di Garzòn, la giornalista colombiana ha cominciato a ricevere minacce e nel 2001è stata costretta a lasciare il suo Paese. Da qualche mese anche sua figlia, una ragazza di 16 anni, è minacciata di morte. Per questo Amnesty International è intervenuta e ha chiesto al Governo colombiano maggiore protezione per la famiglia della giornalista. Raggiunta al telefono da VITA.it, Claudia Duque si dice molto contenta e onorata di poter ricevere il premio all’interno di un evento dedicato alla memoria di Ilaria Alpi. Senza però nascondere le difficoltà del suo lavoro, e più in generale della sua vita: «In Colombia mi occupo principalmente di diritti umani. Per fare un esempio, però, solo il 3-4% dell’informazione colombiana tratta di questi temi. Temi scomodi, e dietro i quali si celano interessi economici molto alti». «Da qualche tempo la mia situazione personale è leggermente migliorata – continua Claudia – ma abbiamo dovuto aspettare che un dossier sul mio conto del DAS (Dipartimento amministrativo di Sicurezza, i servizi segreti colombiani, ndr.), fosse reso pubblico» e aggiunge «Su quel dossier era scritto, nero su bianco, quando, come e a che scopo avrebbero dovuto minacciarmi gli stessi servizi per mettermi a tacere. La verità richiede tempi lunghi. Ma senza credersi eroi, ma giornalisti, l’importante è andare avanti. Ed è per questo che ho firmato anch’io l’appello del Premio Ilaria Alpi per chiedere maggiore impegno ai politici e alle istituzioni sulla verità dell’omicidio ai danni di Ilaria Alpi in Somalia». «Si tratta di un riconoscimento, quello ricevuto da Claudia Duque – sottolinea Antonella Massari, Responsabile Group Identity and Communications di UniCredit – voluto per sostenere la necessità di un’informazione corretta e libera, capace di guardare in profondità e di riflettere sugli eventi del mondo, in linea con l’esempio di Ilaria Alpi e del Premio a lei dedicato”.

da www.vita.it

Cucchi, il Dap: “Una morte che viola i diritti umani”


Stefano Cucchi Stefano  

La di Stefano Cucchi è stata una “continuativa mancata risposta alla effettiva tutela dei di­ritti” proprio mentre era nelle mani dello Stato e della sua burocrazia. Mancanze che “si sono sus­seguite in modo probabilmente non coordinato e con condotte in­dipendenti tra loro”, ma questo non assolve nessuno. A comincia­re dal personale dell’amministra­zione penitenziaria, agenti compre­si. Le possibili colpe di “altri orga­ni e servizi pubblici” dai quali Cuc­chi è transitato, non attenuano “la responsabilità di quanti, apparte­nendo all’amministrazione peni­tenziaria, abbiano partecipato con azioni e omissioni alla catena della mancata assistenza”.

Queste le conclusioni dell’indagine della Direzione genera­le delle sulla fine del tossico­dipendente arrestato dai carabinie­ri e deceduto all’ospedale Sandro di Roma, dov’era stato rico­verato per le fratture subite. La magistratura ipotizza che sia stato pic­chiato nelle celle di sicurezza del tri­bunale di Roma dagli agenti peni­tenziari, ma non si sa bene ancora dove, quando e da chi. La rela­zione della commissione formata da Sebastiano Ardita, Maria Letizia Tricoli e Federico Falzone e altri funzionari del Dap è stata inviata al­la procura di Roma, che la valuterà e ne trarrà eventuali conseguenze.

Il rapporto del Dap dà atto delle “condizioni lavorativa­mente difficili” in cui gestiscono gli arrestati e i detenuti in attesa di giudizio nei sotterranei del tribuna­le di Roma. Ma spiega che “risulta difficile accettare che il personale non sia stato posto a conoscenza neppure dell’esistenza della circola­re per l’accoglienza dei ‘nuovi giun­ti’ (quella con le regole sulla ‘pri­ma accoglienza’ ai detenuti, ndr)” . Non c’era, ad esempio, il registro coi nomi degli arrestati e l’annota­zione dei movimenti con gli orari.

Le camere di sicu­rezza del tribunale di Roma versa­no, inoltre, in condizioni degradate e degra­danti, perché hanno spazi ridotti, non ci sono servizi igienici, non prendono aria né luce dall’esterno ed è possibile che lì vengano richiu­se persone rimaste a digiuno anche da ventiquattr’ore: “All’atto del so­pralluogo le condizioni igieniche presentano evidenze di materiale organico ormai essiccato sui muri interni (vomito) che risultano in parte ingialliti e sporcati con scrit­te. Sul pavimento, negli angoli, si ri­levano accumuli di sporcizia”.

 In questi ambienti, secondo gli elementi d’accusa raccolti finora dalla procura di Ro­ma, Stefano è stato aggredi­to dagli agenti penitenziari, suben­do le fratture che hanno portato al ricovero sfociato nella del pa­ziente-detenuto. Gli ispettori del Dap non traggono conclusioni sul (per cui sono indagate tre guardie carcerarie e non i carabi­nieri che avevano arrestato la sera prima dell’udienza in tribu­nale, i quali hanno riferito e dimo­strato di non essere stati presenti nelle camere di sicurezza del tribu­nale) rimettendosi alle conclusioni dell’indagine giudiziaria. Però indi­cano la cronologia degli eventi at­traverso le testimonianze, a comin­ciare da quella dell’infermiere del Servizio 118 che visitò la notte dell’arresto, tra il 15 e il 16 ot­tobre, nella stazione dei carabinieri di Torsapienza. Trovò il giovane in­teramente coperto, e poco o per nulla collaborativo. “Ho cercato di scoprirgli il viso per verificare lo stato delle pupille e guardarlo in volto… C’era poca luce perché nella stanza non c’era la luce accesa… Ho potuto notare un arrossamento, ti­po eritema, sulla regione sottopal­pebrale destra. Non potevo vedere la parte sinistra perché il paziente era adagiato su un fianco”.

L’infermiere, visto che “comunque rispondeva a tono e ri­fiutava ogni intervento”, se n’è an­dato dopo mezz’ora. I carabinieri avevano chiamato il 118 “riferendo di una crisi epilettica”, ma il neuro­logo dell’ospedale Fatebenefratel­li  che ha visitato il detenuto la se­ra del 16 ottobre riferisce che Cuc­chi «precisò che l’ultima crisi epilet­tica l’aveva avuta diversi mesi fa”. Al dottore, come ad altri, disse che era “caduto dalle scale”, ma nella relazione del Dap sono ri­portate anche testimonianze di al­tro tenore. Dall’incontro di con altri detenuti, durante il quale faceva il sacco,  all’ammissione del ragazzo che a domanda rispose “sono stato pestato al momento dell’arresto”.

 Quanto al ricovero nel reparto carcerario dell’ospedale — a parte l’odissea vissuta dai geni­tori di che non sono riusciti a vederlo né ad avere notizie, e han­no saputo della solo dalla no­tifica del decreto che disponeva l’autopsia — il giudizio finale è che le regole interne dell’ospedale ab­biano finito per incidere perfino su residui spazi che risultano assoluta­mente garantiti nella dimensione penitenziaria. Ragione per cui il trattamento finale del degente-de­tenuto è risultato essere la somma di tutti i limiti del carcere, dell’ospe­dale e della burocrazia”.
 
Per gli ispettori questa vicenda “rappresenta un indicatore di in­sufficiente collaborazione tra re­sponsabili sanitari e penitenzia­ri”, e certe giustificazioni avanza­te da alcuni responsabili “non me­ritano qualificazione”. In conclu­sione, “risulta censurabile l’opera­to complessivo nei confronti del detenuti e dei suoi familia­ri, in particolare nell’ambito del ‘’, laddove non è stata po­sta in essere delle prescrizioni vol­te all’accoglienza e all’interpreta­zione del disagio del detenuto tos­sicodipendente”.

 da www.blitzquotidiano.it