La peste di Palermo


di Roberto Puglisi

I segni dell’evento terribile sono alle porte. Una pantera si aggira tra i boschi, come una divorante premonizione. Le meduse hanno invaso in massa lo scirocco e il mare di Mondello. Il Festino sarò fritto e mangiato come un cibo di poco conto. E non avrà nemmeno la povera dignità delle cotture di strada: cibo masticato, sputacchiato e rimasticato. Apocalisse Palermo. Le trombe già suonano e l’annunciano. Ma andiamo oltre con lo sguardo ironico e atterrito, perché a Palermo infelicissima ogni tragedia reca le stimmate del comico, del paradosso. E osserviamo, sorridendo con dolore, o dolendoci con un sorriso, la munnizza che non è mai sparita dalle strade, la povertà delle gente, la tristezza delle ragazze (Severgnini), lo sbando delle periferie, la decadenza del centro, la dissolvenza di ogni ipotesi di cittadinanza possibile. Forse dovremmo viaggiare più spesso. Partire e tornare, per aprire gli occhi davvero. Per scorgere la profondità delle cicatrici che noi stessi abbiamo inflitto ai nostri luoghi, ai nostri amori, alle nostre speranze. Un grido soccorrerebbe allora il nostro stupore, un gemito come una risacca. Un’esclamazione antica per scongiurare la peste, nemica eterna: Rusulia….

Si sta bene nel santuario di Nostra Signora Rosalia. E non è la fede cristiana soprattutto a condurti qui. I palermitani acchianano perché vogliono confidarsi con qualcuno. La fanciulla sul monte sa ascoltare. A valle, labbra serrate e padiglioni auricolari sigillati dalla ceralacca dell’indifferenza.

Acchiano pure io, ed è già luglio,  in cerca di una doppia frescura, del corpo e dell’anima. Ho smesso di credere in Dio da quando ero ragazzo. Col tempo, l’ateismo è sfumato in una sorta di perplessità piena di trasalimenti: attimi di commozione e preghiera, giornate di cieca rabbia. Acchiano lo stesso perché so che Rusulia è qui, si tratta di una certezza che ogni palermitano succhia col latte della madre. So che non è mai morta, si è appena trasformata. Che potrei riconoscerla in quella ragazza dai capelli corvini e dai jeans sdruciti che mi precede di qualche panca. O in uno schisto brillante della nuda roccia. O in un fiore dai petali bianchi. O nelle parole di una vecchia preghiera che mi sforzo di biascicare.

Intorno, sono sbocciati bigliettini. Richieste , qualche ringraziamento. Si supplica per la guarigione degli occhi, delle braccia, e non per la salvezza del cuore. I pizzini della Santuzza si accarezzano con discrezione. E’ come mettere le dita nell’anima sudata delle persone che affidarono a una tenera bottiglia di carta un fragile messaggio di aiuto. Qui, nella frescura del corpo e dello spirito, Apocalisse Palermo sembra lontana, con il suo caldo, i suoi furori e i suoi orrori. La peste si dilegua, lasciando trasparire fessure di gioia. E’ una notizia. Che ci importa del Festino una volta all’anno? Ogni giorno esiste la possibilità di rinascere nell’unico luogo in cui Palermo ritrova se stessa. Nessun altro ha un miracolo così a portata di passo. Basterebbero pochi minuti alla settimana, protetti nell’intercapedine del santuario di Rusulia, per ritrovare la speranza che a valle è una chimera, o una bestemmia. Da quassù la resurrezione, per vie straordinarie che non so spiegare, appare certa più che probabile. Scendi, prima o poi – meglio poi – col sentimento guizzante della rinascita e dell’appartenenza a qualcosa che merita di essere migliore.

A valle, ci sono le fauci di una pantera metaforica che dovrebbe farci più paura di quella in carne e ossa. Apocalisse Palermo, sì. I segni si vedono nettamente, perfino da quassù. Però si inala il sogno del riscatto che sempre accompagna la bellezza sbocciata dove non te l’aspettavi. Il problema è portarlo laggiù, quando la strada del monte sarà diventata la malinconia un quaggiù che occhieggi di sbieco.
Almeno si può scolpire un intaglio del passaggio e della voce che si ascolta, inaudibile altrove. Io l’ho fatto, perché non credo, con l’ardore dei pazzi. Ho preso un pizzino e l’ho lasciato sulla nuda roccia, accanto a un fiore. Se lo trovate, c’è scritto: “Rusulia, ti amo”

da http://www.livesicilia.it

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Orrori da film


di Alessandro Mascia

Mai visto il film “Lo zio di Brooklyn”? A me lo hanno fatto vedere a forza. Non potevo scappare. Come quando infilano un imbuto nella cannarozza di un’oca e la ingozzano per farle ingrassare il fegato. Un trauma. Andate a sbirciarne qualche spezzone su You Tube e rimarrete scioccati. Un film grottesco ambientato nel degrado più totale di una Palermo diroccata e dimenticata. Opera di Ciprì e Maresco, due maestri del trash. Sono riusciti a mettere in scena il raccapricciante in un modo perfetto. E nessuno, pur provando sgomento e turbamento nel vedere “Lo zio di Brooklyn”, può esimersi dal riconoscere ai due del luridissimo capolavoro una genialità fuori dall’ordinario. Oso sottoscrivere che nessuno al mondo potrebbe impressionarsi più di un nativo siciliano nel vedere tale film. Sì, perché il degrado, dalle nostre parti, è come un pendolo che va e viene a seconda dei tempi, delle congiunture economiche, delle amministrazioni pubbliche più o meno farabutte. Lo vorremmo tenere sempre molto lontano da noi, dalle nostre abitazioni, ma a volte ti passa dietro casa e tu non puoi fare altro che subirlo. È un incubo. E credo che ne “Lo zio di Brooklyn” si sia giocato anche su questo: mettere in scena l’abbandono e il degrado di cui abbiamo terribilmente paura.

Perché questo cappello introduttivo che rievoca un gran brutto film? Perché oggi, come vi dirò più avanti, ho rivisto quei terrificanti fotogrammi a poca distanza da casa mia. Perché quel pendolo, ad Augusta, pare essersi impuntato come un somaro. Non ne vuole sentire di allontanarsi. E degrado chiama degrado che chiama degrado. È un circolo vizioso che spinge alcuni beceri a punire la comunità aggiungendo squallore a desolazione e facendo di Augusta un agglomerato apocalittico che repelle i suoi stessi abitanti, figurarsi gli eventuali poveri sventurati turisti. Marcello Veneziani scrive, nel suo pamphlet I vinti, “non c’è degrado urbano che non faccia da grembo al degrado umano”. Su cosa si debba intervenire prima non si sa, se sulla testa malata di qualcuno o su un’Amministrazione che non è capace di frenare il deterioramento urbano.

Stamattina ho scelto di prendere un po’ di sole senza spostarmi troppo da casa. Ad Augusta, in teoria, si potrebbe. A pochi metri da casa mia, a ridosso della Piazza delle Grazie, c’è una spiaggetta frequentatissima dai residenti. L’ormai nota Za Cuncetta sostiene fieramente di esserci cresciuta alla spiaggia delle Grazie e di aver instradato tutti i suoi figli a quei bagni. Il sentiero che separa la mia abitazione dalla spiaggia costringe a passare per una specie di selva curata dagli indigeni che si affacciano sul Golfo Xifonio. Un tocco di verde rilucente che mette di buon umore. Tra i tanti vegetali piantumati spicca un grandioso Ficus Benjamina, ultimo avamposto verdeggiante prima della spiaggia. Oggi, mentre fiancheggiavo sereno il gigante verde, ho ricevuto un sonoro colpo di pendolo in testa. Il pendolo della marcescenza urbana in forma di cassonetti della spazzatura rovesciati sul versante del terrapieno che degrada a mare. E i sacchetti della spazzatura divelti e maleodoranti facevano bella mostra del loro sordido contenuto distribuito sul manto erboso. “Povera spiaggetta” è stata l’unica dimessa protesta balzatami in testa prima di essere strattonato da un urlo sgraziato proveniente dall’acqua. Era proprio lei, la Za Cuncetta, che dimenava le braccia al mio indirizzo sollevando spruzzi d’acqua salata, abbigliata con un attempato costume intero che riusciva a stento a mantenere coese le carni avvizzite, tipo quelle reti per costoni a rischio di crollo. Fatto sta che il disegno flessuoso del costume azzurro, quel menar di braccia e mani e il riverbero del sole sull’acqua mi hanno mandato in confusione e l’ho dovuta raggiungere fino a bagnarmi le scarpe. La vulcanica frequentatrice del lido rionale sbraitava in vernacolo, domandandomi perché non avessi scritto un articolo sullo scempio che, ora, avevamo entrambi sotto gli occhi. A nulla sono valse le giustificazioni secondo cui mi ero appena accorto del fattaccio e che presto mi sarei messo a scrivere. Niente, mi ha porto un pezzetto di carta e ha preteso che scrivessi l’articolo sotto il sole cocente. E mentre vergavo sul retro di una lista della spesa scaduta, mi sono accorto del rassegnato spirito di adattamento dei villici. A gruppetti, imboccavano il declivio che li avrebbe accompagnati fino al mare, eludendo con garbo cassonetti olezzanti e spazzature al minuto come fossero cespi di lentischio o rovi di ginestre. Sì che torcevano il naso, ma nemmeno uno, dico uno, si è così sdegnato da abbandonare l’idea di fare elioterapia in quel tratto di costa. Qualcuno ha addirittura montato la sua solita installazione domenicale – una batteria di ombrelloni variopinti e teli in perfetto stile mercatale –, tutto a pochi metri dalla realtà ributtante.

Mentre attendevo che l’esigente Za Cuncetta mi passasse l’articolo in terza bozza, ho proposto di fare una segnalazione ai Vigili Urbani. Mi sono sentito rispondere “A che fano chissi… nenti”. C’è, dunque, una rassegnazione midollare, un fatalismo viscerale, uno sprofondare ineluttabile verso un peggio a cui pare non esserci davvero fine. Io comunque ho chiamato i Vigili che si sono, invece, dimostrati solerti e sensibili al problema. Sono arrivati nel giro di dieci minuti, hanno scattato delle foto e inoltrato richiesta di intervento alla società che ha in gestione i cassonetti della spazzatura. La Za Cuncetta, che ha un’idea tutta sua delle autorità, ha brandito contro i Vigili il cencio su cui avevo appena scritto l’articolo, minacciandoli di fare una vergogna se non si fossero mossi al più presto. Davanti al loro sconcerto ha pensato bene di brandire pure me, afferrandomi per la spalla e scuotendomi come fossi una vecchia scopa di saggina. Manderò dettagliato resoconto ai registi Ciprì e Maresco, invitandoli a considerare Augusta per i loro prossimi successi cinematografici. Ovviamente la Za Cuncetta occuperà un ruolo di primo piano.

Lettere: il Comitato educatori penitenziari con Rita Bernardini


Il Comitato vincitori/idonei del concorso per educatori penitenziari sta diffondendo e sollecitando adesioni e sostegno all’iniziativa intrapresa dall’Onorevole Rita Bernardini giunta al dodicesimo giorno di sciopero della fame per chiedere la calendarizzazione della mozione n° 250, presentata alla Camera lo scorso 19 novembre, sulla situazione di degrado, affollamento ed estrema sofferenza in cui versano le carceri italiane.

L’obiettivo dell’Onorevole Bernardini e dei Deputati che hanno sottoscritto la mozione, è di avviare celermente un’indagine intorno al pianeta carcere, individuando strategie e percorsi che possano restituire all’esperienza carceraria quella sua natura rieducativa, di riflessione e di riprogettazione di se stessi che coloro i quali si trovano a vivere tale esperienza dovrebbero avere occasione di fare all’interno delle strutture carcerarie, come espressamente previsto dall’art. 27 della nostra Costituzione.

Invitiamo, dunque, tutti gli operatori penitenziari ad aderire a tale iniziativa non violenta, poiché in un paese democratico e civile non è possibile che si giunga ad un livello tale di intollerabilità di presenze nelle carceri senza che lo Stato si interroghi immediatamente e concretamente sulle motivazioni che hanno generato una simile situazione che palesa l’evidente involuzione del compito affidato all’istituto di pena.

Ci troviamo, dunque, di fronte ad una vera e propria emergenza sociale rispetto alla quale nessuno può esimersi, bensì questa battaglia di civiltà deve permeare trasversalmente ogni azione politica, in quanto l’uomo ne è il suo fulcro. Pertanto, ci uniamo all’Onorevole Bernardini e chiediamo l’immediata calendarizzazione della mozione ed altresì l’apertura di un dibattito che tenga conto della complessità di equilibri, di processi e dinamiche che si celano dietro quelle sbarre, acquisendo quale assioma di partenza la funzione rieducativa e risocializzativa che il carcere deve essere in grado di fornire a chi lo vive, poiché chi varca il suo cancello è sì detenuto, ma continua ad essere persona dotata delle sue apicalità, dei suoi diritti e dei suoi doveri.

da www.ristretti.it