Riflessione molto nonsense sul colon, un mio caro amico :-)


di Daniela Domenici

Ormai lo sapete: quando le mie sinapsi partono per la tangente…la mia follia psico-linguistica vola sulle ali del delirio!!!

Oggi le suddette sinapsi si sono fermate su un link medico-linguistico su cui vorrei invitarvi a riflettere insieme a me…

Il colon è un organo molto importante del corpo umano, ha un bel nome di origine greca, intraducibile in italiano…mi sono divertita a metterlo in collegamento con “colonia” come se fosse il suo corrispondente femminile e ho pensato: nel colon si installa, come ospite, un tumore il quale, silenziosamente, senza far rumore perché è un tumore (rima voluta), si diffonde come un serpente lentamente e inesorabilmente (altra rima voluta) con le sue spire in tutto il resto del corpo, lo…”colonizza” quindi ne fa una ”colonia”; ne consegue che il corpo umano diventa, grazie al tumore-serpente colonizzatore, una… colonia del colon!!!

“Ode al fegato” di Pablo Neruda


Ammetto che fino a pochi minuti fa, prima di leggere e pubblicare la notizia sull’evento di Roma “LIver and friends” non conoscevo questa poesia del grande poeta cileno, sono andata a cercarla e ve la propongo…quanta importanza ha quest’organo così fondamentale e spesso così trascurato, Neruda lo esalta, con questa sua lirica, a ragione…

Umile, organizzato amico,
lavoratore alacre,
lascia che ti dia l’ala del mio canto,
il colpo d’aria,
l’elevazione della mia ode:
essa nasce dalla tua invisibile macchina,
essa vola dal tuo infaticabile e chiuso mulino,
interiora delicata
e poderosa,sempre viva e oscura.
Mentre il cuore suona
e attrae la partitura del mandolino,
lì dentro tu filtri
e riparti,
separi e dividi,
moltiplichi e lubrifichi,
aumenti e riunisci i fili
e i grammi della vita,
gli ultimi liquori,
le intime essenze.
Viscera sottomarina,
misuratore del sangue,
vivi pieno di mani e di occhi,
misurando e travasando
nella tua nascosta stanza d’alchimista.
Giallo è il tuo sistema
di idrografia rossa,
palombaro della più pericolosa profondità dell’uomo,
lì sempre ti nascondi,
sempiterno, nella fabbrica,
silenzioso.
E ogni sentimento o stimolo
crebbe nel tuo macchinario,
ricevette qualche goccia della tua elaborazione infaticabile,
all’amore aggiungesti fuoco o melanconia,
una piccola cellula sbagliata
o una fibra spesa dal tuo lavoro
e l’aviatore si sbaglia di cielo,
il tenore precipita con un fischio,
l’astronomo perde un pianeta.
Come brillano sopra gli stregati occhi della rosa,
le labbra del garofano mattutino!
Come ride nel fiume la fanciulla!
E sotto il filtro e la bilancia,
la delicata chimica del fegato,
il magazzino dei cambiamenti sottili:
nessuno lo vede o lo canta,
ma, quando invecchia o logora il suo mortaio,
gli occhi della rosa si chiusero,
il garofano appassì la sua dentatura,
la fanciulla non cantò nel fiume.
Austera parte o tutto di me stesso,
nonno del cuore, mulino di energia:
ti canto e ti temo come se fossi giudice,
metro, fedele implacabile,
e se non posso darmi prigioniero alla purezza,
se le eccessive prelibatezze
o il vino eredità della mia patria
vollero perturbare la mia salute o
l’equilibrio della mia poesia,
da te, monarca oscuro,
distributore di miele e veleni,
regolatore di sali,
da te attendo giustizia.
Amo la vita:
Soddisfami! Lavora!
Non fermare il mio canto.