Il canto della sirena bambina


di Carmelo Caruso

Chissà se le sirene hanno età, se nei mari di Colapesce – che sono quelli di Messina, dello Stretto- il loro sesso si schiude come un’ostrica trovata da un pescatore di trentatre anni che la porta in giro per la costa come Humbert portava la sua Lolita in giro per l’America: il suo amore, la sua malattia di ragazzo non cresciuto e innamorato di una bambina oramai scomparsa come i desideri degli adolescenti. No, non serve dire che non può esserci amore tra una tredicenne di Messina, una bambina scopertasi donna in una stanza magari d’albergo spacciata per la figlia alta quanto il padre, e un uomo che a quell’età può e deve amare una sirena di tredici anni ma solo con le mani di chi prepara il volo, di chi rivede l’effige della madre e i primi turbamenti sani da ragazzi.«Complimenti signore, sua figlia è alta più di lei.. tra qualche anno la raggiungerà» e magari così facendo si sono nascosti fino a quando hanno potuto vale a dire fino a febbraio, quando il corpo di quella sirena voleva uscire dal mare e sedersi in riva perché si stava appesantendo per galleggiare come prima e farsi ammirare dagli sbarbatelli ancora senza peli ma con qualche spiga di virilità sul viso. E anche i giochi hanno bisogno per lo meno di giocatori dalla stessa età, anche quelli che rubano il fuoco ai grandi, perché anche l’errore tra due adolescenti che si eguagliano negli anni,nell’audacia è un esercizio imparato in fretta e per quanto si porti dietro la scia della diceria, è pur sempre la “frittata” fatta in passato dai nonni, dagli zii: l’anacronistica fuitina, con tutte le difficoltà famiglia, nipoti e dopo anni benedetta dal perdono dei genitori.La “fuitina” anche se oggi passata di moda per ragioni storiche, e ormai quasi regola appannaggio dei genitori che si separano, era la prova di forza contro la famiglia, la “piazza” dei poveri, il basilico di Lisabetta da Messina contro i veti dei padri, dei fratelli che erano più vicini all’Islam, almeno nella cultura contadina, che a Monica Vitti, più al matrimonio contratto che sentimento. Ma tredici anni anche se sbocciati in fretta sono ancora l’età di chi non ha finito le medie che anche senza il test INVALSI sono le scuole che presentano la platea della vita. «Dove mi porti, oggi Antonio..» avrà chiesto, e lui l’ha portata a San Giorgio di Gioiosa Marea, magari a Palermo e lei si sarà sentita come quella che domani avrebbe raccontato il mondo ai suoi compagni rimasti alla doccia fatta dalla mamma. Lei no, questa sirena si è seduta nel sedile dei grandi, sa adesso come si fa a sbarrare gli occhi di un uomo, tiene il suo portafogli e conosce pure il pin delle carte di credito come quelle donne che possono guardare le vetrine e sanno come fare a comprare.Eppure questa bambola, non aveva bisogno di preziosi e si vede che non conosce i segreti dei mari, e dei minerali, perché se li avesse conosciuti avrebbe saputo che le ametiste sono scintille segrete che stanno riposte dentro e si aprono per farsi ammirare da tutti e non dai tombaroli d’amore. Anche se questo Antonio l’amasse di un amore tutto suo come quello dei personaggi di Garcia Marquez che vogliono succhiare la giovinezza per non morire, il suo amore sarebbe come i banchi di scuola dove siedono in estate gli scrutatori: piccoli per le sue gambe, le mani goffe di chi stringe un astuccio di colori rubate in un asilo. Non serve fermarlo, adesso, perché i reati reiterati diventano complicità delle vittime. Il suo reato sta conficcato in quel seme piantato come un capriccio, come lo zucchero filato che l’adolescenza non rifiuta. Cosa sarà questo bambino che la sirena porta in grembo se non l’incubatrice di se stesso? Le sirene sono donne mancate, il miraggio dei pescatori dopo giornate di mare nero, pure questa tredicenne che s’illudeva di crescere in fretta.

da www.livesicilia.it

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“Cunta ca ti cuntu”, ultimo appuntamento con le fiabe siciliane a Catania


Terzo e conclusivo appuntamento con “”Cunta ca ti cuntu”, la trilogia di fiabe popolari siciliane promossa dalla Biblioteca regionale con la collaborazione del Teatro Stabile di Catania e il contributo della Facoltà di Lettere e Filosofia. La rassegna s’inserisce nell’ambito dei “Lunedì in biblioteca” e vuole approfondire leggende e racconti della tradizione isolana, racconti e favole che stigmatizzano, e al contempo esorcizzano, le conseguenze di atti e pulsioni che spesso attengono alla zona oscura e inconfessabile dell’animo umano.

Dopo il cunto di “”Bettapilusa”, incentrato sul tema dell’incesto, e “”La pinna di hu”, che narra di un fratello assassinio per gelosia e avidità, è ora la volta di un antichissimo e celeberrimo mito isolano, Colapesce, l’eroe anfibio che dagli abissi regge la Trinacria e che andrà in scema lunedì 22 febbraio alle ore 18 nel salone di lettura della Biblioteca regionale che ha sede in Piazza Università a Catania.

Come nei precedenti appuntamenti Ezio Donato mette a frutto la sua ricerca dedicata alla letteratura favolistica e spesso sfociata in efficaci riduzioni teatrali. Suoi il testo e la regia mentre le musiche sono di Carlo Insolia, all’organetto Valerio Cairone. In scena un’attrice di chiara fama come Mariella Lo Giudice; a farle corona gli allievi della Scuola d’arte drammatica del Teatro Stabile di Catania intitolata al grande Umberto Spadaro.

         “Colapisci era uno mezzu omu e mezzu pisci”. Con queste semplici e scarne parole, che descrivono la straordinaria qualità anfibia di un essere sorprendente, hanno inizio quasi tutte le versioni popolari. Agli inizi del ‘9OO, Giuseppe Pitrè, negli “Studi di leggende popolari in Sicilia”, ricostruisce la natura, l’origine e l’evoluzione della leggenda collocandola fra le ultime forme di mitologia in Sicilia. Non v’è dubbio, infatti, che il mitico eroe discenda, attraverso la tradizione popolare (più di 40 versioni) e letteraria (50 autori dal Medioevo a oggi; fra i classici non italiani della letteratura, Cervantes e Schiller), dalla mitologia di Poseidone, dei Tritoni e di tutti gli altri semidei abitanti del mare fra lo Jonio e lo stretto di Messina. Ma, soprattutto, Glauco, innamorato non corrisposto di Scilla, è il suo antenato più diretto, e come Colapesce condannato per disgrazia, da bambino, alla metamorfosi che lo manterrà per sempre mezzo uomo e mezzo pesce.

         In una città imprecisata sul mare della costa orientale della Sicilia, Catania o Messina, un bambino di nome Cola, mentre gioca sulla riva, subisce la “mutazione” a causa dell’imprecazione della madre, stanca di richiamarlo fuori dall’acqua come ogni giorno. “Chi putissi addivintari un pisci!”: giusto in quel momento passa l’angelo e le parole della madre si traducono in realtà. Il bambino, con la parte inferiore del corpo trasformata in pesce, si tuffa in acqua e scompare.        Rinato come Colapesce, diviene il re del mare, padrone di tutti i tesori sottomarini, amico e protettore dei naviganti fino a quando un giorno viene sfidato a calarsi negli abissi dello stretto di Messina dal re Federico II, o più probabilmente Ruggero d’Altavilla, geloso del potere e della fama che Cola si era conquistati fra la gente del mare.

         A questo punto la tradizione popolare, come quella letteraria, forniscono diverse versioni. In Sicilia, come si sa, Colapesce, per rispettare l’autorità del re, soccombe negli abissi marini bruciato dal fuoco sotterraneo dell’Etna oppure non muore ma si sacrifica per reggere periodicamente, ma in eterno, una delle tre colonne, quella più malferma, sulle quali poggia la Trinacria. Colapesce diventa così l’eroe popolare della Sicilia e il suo racconto corre in tutta l’isola.