Immigrati: il 23% dopo 10 anni in Italia parla italiano anche in casa


immigratiIl 23% degli che vivono in Italia da almeno 10 anni utilizza la lingua italiana anche al di fuori dell’ambiente lavorativo. E’ quanto emerge da una ricerca dell’Istat sull’integrazione degli nel nostro Paese.

Parlare l’ anche in casa, con i proprio connazionali, in modo naturale significa non solo una piena integrazione ma anche la testimonianza di un significativo allontanamento dalla cultura d’origine.

Un dato che può essere molto utile al fine del dibattito sulla legge sulla cittadinanza che si sta svolgendo in Parlamento. Ultimamente il tema della cittadinanza ha creato attriti tra le parti politiche e, a volte, anche all’interno dei singoli partiti. Uno dei requisiti che tutti considerano fondamentale per il rilascio della cittadinanza, sia che questa avvenga dopo 5, 8 o 10 anni, è proprio la conoscenza della lingua italiana.

Scorrendo la tabella dell’Istat, allora, si scopre che i più “integrati” da questo punto di vista sono i (il 29,3% di quelli che risiedono in Italia parla frequentemente la nostra lingua anche in casa). Segue poi la comunità peruviana (19,5%), albanese (19,4%) e romena (19,3%). Praticamente inesistente invece, l’uso corrente dell’ fra i gruppi cinese (1,2%) e filippino (2,4%).

da www.blitzquotidiano.it

Cinesi bravi in matematica possono essere locomotiva per la classe


Capitare in classe con un bambino cinese potrebbe essere una fortuna per chi fatica a digerire la matematica. Complice una severa tradizione scolastica orientale e un Dna “amico dei numeri”, l’alunno cinese potrebbe essere, grazie alle sue abilità in matematica, «una locomotiva per l’intera classe». Ne è convinta Maria Bartolini Bussi, docente dell’università di Modena e Reggio Emilia, che oggi ha tenuto una conferenza sul tema all’università di Roma Tre.

Parlando di sei punti forza dell’educazione scolastica cinese, Bartolini Bussi ha spiegato come gli insegnanti italiani potrebbero prendere spunto dalla cultura orientale e spingere gli alunni dei primi cicli scolastici a sempre nuove sfide intellettuali, perché «per essere felici i bambini non hanno bisogno solo di giochi. Anche una piccola sfida superata porta il sorriso». In Cina, ha aggiunto, esiste una filosofia dell’educazione «che da molto valore alla scuola, a differenza dell’Italia dove ha più successo un “tronista” di un laureato. L’insegnamento, soprattutto della matematica, è molto omologato ma i bambini non sono dei piccoli robot e le loro abilità di risoluzione dei problemi lo dimostrano».

Secondo Bartolini Bussi la cultura di cui gli alunni cinesi sono portatori e le buone pratiche del loro sistema scolastico potrebbero quindi essere applicate anche nella scuola italiana: «È importante – ha concluso – non omologarli al nostro sistema, ma valorizzare i loro punti forza da cui possono trarre ricchezza anche gli alunni italiani».

Le indagini statistiche comparative del rendimento scolastico nei vari paesi condotte da alcuni anni hanno mostrato un ottimo rendimento in matematica dei bambini cinesi nonostante i maestri cinesi abbiano solo il diploma corrispondente ai 9 anni della scolarità obbligatoria e lavorino con pochi mezzi a disposizione e classi sovraffollate (fino a 60-70 studenti, e nelle scuole rurali, la norma è la pluriclasse con molti bambini di età molto diverse).
da www.lastampa.it