“Antica chiave”


di Angela Ragusa

E tornerai a cercarmi
come in un caccia al tesoro
qui, in questo mondo che ora mi nasconde…

Lascerò tracce dorate
ed il tuo trovarmi diverrà sottile gioco,
impensabile scoperta,
margherita da sfogliare,
vento a cui donare luccicanti filamenti.

Ciò che è bello, ti parrà di me…

Setaccerai il lungo fiume
dalle sponde senza fine
e mille granelli rilucenti
ricomporrai tra le tue mani….

Oro prezioso custodirai nel tuo forziere
quando ,preda consapevole,
getterai l’antica chiave.

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“Diamante”


di Maria Grazia Vai

Di te,
che sei respiro, il mio respiro
è pieno

Di te, caduto a pioggia
Nudo
sui miei sensi

ritrovato sei, la chiave nel mio scrigno

Di te
delle tue mani,
piene
dei miei seni

sul ventre morbido, resina indugia

Effimero frutto,
perlato sentiero
di te
colma è la bocca

Di te
Dentro te, distesa
aspetto penetrante il passo

Arriverà da oriente

Di rosea goccia,
sarai diamante.

“Gioco di bimba”


di Angela Ragusa

Tra foto sbiadite
riappare lo sguardo
di bimba curiosa
che dondola al sole..

…l’altalena che segue
le ombre danzare
trattiene il suo fiato
che sale su in gola
e oscilla leggera
in quel gioco di bimba
mentre fate e folletti nascosti
sorvegliano attenti
il sorriso d’infante
che ignaro di vita futura
abbraccia il suo sogno.

Impresso a quel volo
è l’ingenuo vigore
di chi con chiave splendente
apre il baule
dei tesori del cuore…

Riflessioni sul cuore e sui suoi… cassetti!!!


di Daniela Domenici

Se parli con un medico ti dirà che il cuore è un muscolo con  certe dimensioni e caratteristiche fisiche specifiche, fondamentale per la sopravvivenza umana.

Io, invece, ho sempre immaginato il cuore come un’entità senza forma né dimensioni, elastico, espandibile, modellabile, insomma un qualcosa che deve contenere miliardi di ricordi, emozioni, dolori, immagini, tutti e tutte racchiuse in infiniti cassetti e cassettini di dimensioni diverse.

So che ogni cassetto appartiene a una storia vissuta, più o meno lunga, più o meno bella, più o meno dolorosa; ogni persona che, per breve o lungo tempo, è passata nella mia vita ha un suo cassetto in cui si va a riporre e conservare tutto quello che la/lo riguarda.

Ci sono cassetti con le chiavi e quelli senza e ora vi spiego il perché: credo che quando decidi tu di chiudere, volontariamente, una storia, d’amore o d’amicizia, quando concludi un ciclo, più meno lungo, per i motivi più vari, chiudi a chiave, nel relativo cassetto, quella storia; l’hai voluto e deciso tu consapevolmente e quando vuoi ripescare qualche emozione o immagine di quel ciclo giri la chiave, apri e scegli cosa vedere o sentire.

Ma quando una storia, d’amore o d’amicizia, viene interrotta dall’altra persona che decide autonomamente, spesso senza neanche avvertirti, senza comunicartene i motivi, cambiando talvolta anche le carte in tavola a suo uso e consumo, allora quel cassetto rimarrà sempre un po’ aperto, non avrà la chiave, non si potrà mai chiudere definitivamente perché riaffioreranno sempre, nei momenti più impensati, attimi di piacere, gocce di dolore, immagini di dolcezza, sorrisi caldi, lacrime silenziose che faranno riaprire continuamente quel cassetto-ferita mai rimarginata.

“Calma turbolenta”


di Tiziana Mignosa

Tutti di te vedono soltanto

la compattezza che il tuo corpo mostra

ma nessuno sa di quando

come elastico ormai stanco

la tua interiorità si tende ancora.

Peregrini dello stesso imbarco

i tuoi sorrisi mietono

tappeti d’erba profumata e fiori gialli al sole

passi ignari sulla lava della mescolanza

turbolenta calma della terra senza albore.

Grida sotterranee

che solo tu puoi udire

quando ogni sezione

tendendoti di brutto in ogni direzione

vuole ed urla la sua ragione.

Desiderio e senno

si fanno aria intorno

quando il cuore batte ancora dove è morto il viale

il corpo vuole e se ne ride delle attese

ma la ragione t’inchioda sulle vie tracciate.

E mentre la chiave cerchi per fuggire

ti ritrovi in piena notte al centro del tuo giorno

cemento sulle scarpe al bivio

sofferte scelte

prima dell’arrivo.

Rotatoria sulla scissione maledetta

dove si ramifica  il tormento

ma è sfera che nell’asta si sublima

attrito che dalla terra

genera la Luce di una nuova stella.

Come un detenuto


di Daniela Domenici

Al detenuto rinchiudono il corpo in una cella

perché ha commesso un reato e deve espiare

a me hanno rinchiuso il cuore e l’anima dentro il mio corpo e hanno buttato via la chiave

perché ho commesso il reato di regalare affetto e amore gratuitamente e devo espiare.

Il mio anno a scuola nel carcere


Ho passato l’anno scolastico 1975-76 nel carcere circondariale di Spezia. La cosiddetta “Carbona”, ancor più confidenzialmente “la Villa”. Ho vissuto un’esperienza molto formativa, certamente indimenticabile. Mi era stata assegnata una supplenza annuale nella sezione multi classe della scuola elementare interna.

A quel tempo si stimava che almeno un quarto della popolazione carceraria era analfabeta, e lo Stato si impegnava all’alfabetizzazione generale del Paese, compresa quella dei carcerati. Questa era la legge, ma la prima cosa che ho imparato prendendo servizio, è che il carcere era un regno indipendente e sovrano.

C’era il suo re, il direttore, il primo ministro, il comandante delle guardie, il suo esercito e il suo popolo di sudditi; e la legge, l’unica che contava oltre il cancello dell’amministrazione, era quella dettata dal re e dal suo primo ministro. In quel carcere, ad esempio, la scuola era ritenuta un’inutile rogna, e il mio predecessore mi ha subito informato che era cosa sgradita il disturbare il quieto andamento del regno con l’apertura effettiva dell’anno scolastico. E mi ha prospettato un anno di rilassante riposo, occupando un ufficio dell’amministrazione, dando una mano a disbrigare la posta. Dopodiché avrei potuto leggere, giocare a bigliardino con le guardie, guardarmi la tv.

Mi ci è voluto un mese di umilianti richieste e poco amichevoli discussioni per farmi aprire l’ultimo cancello e instaurare nella cella della biblioteca la mia nuova scuola. Una volta richiuso il cancello alle mie spalle, c’eravamo solo io, il turno di guardia e i galeotti a occupare un universo sigillato, blindato, impenetrabile a qualunque legge che non fosse quella del capo turno e dei segreti potentati dei capi cella.

E mi ricordo prima di tutto l’odore. Il carcere ha un odore unico, inconfondibile, che non assomiglia a nessun altro odore, anche se è fatto di materie reperibili in molti altri ambienti collettivi: ammoniaca, escrementi, cibo in preparazione, fiato umano, umidità di panni lavati, sapone profumato da due soldi. E poi la luce. La luce polverosa e opaca dei lucernai mista alla sempiterna luminescenza dei neon e delle lampadine nude e crude madide del fumo inanellato da migliaia di sigarette.

Poi ricordo che i detenuti che “rompevano” venivano menati dalle guardie nelle docce, ed erano perlopiù tossici. I tossici non avevano nessun tipo particolare di assistenza, tranne le botte e qualche giorno di isolamento.

Ricordo che tutti, dal direttore in giù, avevano paura di una sola persona al mondo, della brigatista della sezione femminile, e nessuno osava anche solo immaginare di darle fastidio in qualche modo. Ricordo del compleanno del mafioso celebrato con champagne e caviale, ricordo che lo spesino speciale lo andò a fare un brigadiere che poi brindò al genetliaco. Ricordo del palestinese, uno del commando di Fiumicino, che mi insegnò i rudimenti dell’arabo – ho ancora i quaderni con la copertina nera del ministero degli interni – mentre io gli insegnavo l’italiano; era sicuro che in carcere ci sarebbe stato poco, e mi fece il nome di un politico amico che di lì a pochi anni divenne l’uomo più potente del paese.

Ricordo del ladro gentiluomo, fregato da una donna, che scriveva romanzi d’amore. Ricordo il ragazzo che si feriva con i cocci di vetro per poter stare in isolamento, e da lì voleva che andassi a parlargli; non voleva sapere niente in particolare, ma solo sentire la mia voce. Ricordo che il brigadiere veniva segretamente da me a farsi scrivere le lettere per sua madre e la sua fidanzata; non parlava l’italiano, ma solo la sua lingua natia, il napoletano, e all’inizio facevo una fatica tremenda anche solo a capire cosa volesse. Ricordo le partite a biliardino quando il turno era di buon umore, la sfilata delle marmitte del rancio su cui sputavano da tutte le balconate; e ricordo che parecchie volte si dimenticavano di venirmi ad aprire alla fine delle mie ore, e io sentivo di essere finito nell’imbuto di quell’universo, e di esserne prigioniero, allo stesso modo che lo erano le guardie e i ladri.

Non mi è stato rinnovato l’incarico, e un paio di anni dopo è entrata in vigore la riforma carceraria, e il sistema è stato rivoltato come un calzino. Venti anni dopo sono tornato in carcere, da volontario, per un progetto culturale nella sezione giudiziaria di Rebibbia. E lì era tutto diverso; tutto tranne quel particolare odore e quella particolare luce. Identici a quelli di un tempo, anche se il carcere è stato appena costruito, anche se le celle sono completamente diverse, e diverso l’igiene, e il cibo, e le persone. E uguale permane la sensazione che un carcere resti un regno indipendente e sovrano, con il suo re e il primo ministro ecc, ecc.

Regni riformati, che hanno l’opportunità di essere benigni e giusti, ma anche quella di non esserlo. Così che, volendo, si può picchiare a sangue un detenuto, ammazzarlo o lasciare che si ammazzi. Volendo, si può fare di un carcere una comunità modello, o un inferno, perché, riforma o non riforma, qualunque legge dell’universo o dello Stato cessa il suo effettivo vigore oltre l’ultimo cancello, l’ultimo giro di chiave. E questo, alla fine, importa solo a quelli che restano chiusi dentro, guardie o ladri che siano.

da www.ilsecoloxix.ilsole24ore.com