Alzheimer, sono due i migliori test per prevederlo


Sono stati identificati i test che prevedono meglio se una persona con problemi cognitivi potrebbe sviluppare l’Alzheimer: sono la tomografia a emissione di positroni (Pet Scan) del cervello e il test di memoria episodica, un esame dove i partecipanti devono ricordare una lista di parole. E’ il risultato del primo studio che ha comparato i principali strumenti per prevedere lo sviluppo dell’Alzheimer. Lo studio, pubblicato su Neurology, rivista dell’Accademia Americana di Neurologia, è stato condotto da un gruppo di ricerca coordinato dall’università della California a Berkeley. Questi due test si sono rivelati 12 volte più attendibili nel prevedere la malattia, rispetto agli altri strumenti che sono: analisi del sangue per verificare l’esistenza di una variante del gene Apoe, associata alla malattia di Alzheimer; l’imaging a risonanza magnetica (Mri), per misurare la grandezza dell’ippocampo dei pazienti, la parte del cervello responsabile dell’apprendimento e della memoria e la verifica della presenza anomala delle proteine tau e beta-amiloide nel cervello. I test sono stati eseguiti su 85 persone di età compresa fra 55 e 90 anni con problemi cognitivi e seguiti per 1,9 anni. Nell’arco di questo tempo 28 dei partecipanti hanno sviluppato la malattia di Alzheimer.

fonte ANSA

La risata e’ come fare ginnastica, fa bene e aumenta fame


Ridere e’ come fare ginnastica: riduce gli ormoni dello stress, fa bene al sistema immunitario, riduce la pressione e il colesterolo cattivo, aumenta quello buonoe poi aumenta un po’ l’appetito, proprio come l’esercizio fisico. E’ la conclusione di una serie di studi compiuti da Lee Berk dell’Universita’ di Loma Linda in California. L’ultima delle ricerche, presentata alla conferenza di Experimental Biology a Anaheim, dimostra che l’esercizio del sorriso, ribattezzato in inglese Laughercise, aumenta l’ormone dell’appetito, la grelina, e riduce l’ormone spezza-fame, laleptina. Gli esperti lo hanno dimostrato chiedendo a un gruppo divolontari di guardare per alcune settimane spezzoni di film drammatici o commedie divertenti. Con analisi del sangue e’ emerso l”effetto ginnastica’ della risata e l’effetto sull’appetito. L’esercizio del sorriso ripetuto potrebbe dunque essere utile per una serie di malattie in cui l’appetito si riduce: per esempio per gli anziani che soffrono di debilitazione perche’ sedentari e senza appetito

fonte ANSA

Flavia Pennetta e Sara Errani vincono al torneo WTA di Indian Wells in California


di Daniela Domenici

Negli incontri di ieri le azzurre Flavia Pennetta e Sara Errani hanno sconfitto le rispettive avversarie e vanno così avanti nel torneo californiano di Indian Wells del circuito WTA.

La nostra numero uno, Flavia Pennetta, n°12 del ranking mondiale, ha sconfitto agevolmente la giocatrice ceca Petra Kitova, n°61, in 1h 5’ di gioco, concedendole solo 6 games e chiudendo il match col risultato di 6-3, 6-3. Al prossimo turno la Pennetta affronterà la vincente tra Peer, n°17, e Mattek.

E anche l’altra azzurra, Sara Errani, 49° nel ranking, è riuscita a battere la sua avversaria, la slovacca Dominika Cibulkova, in posizione nettamente migliore di lei nel ranking, n°29, nel tempo complessivo di 1h 40’ col risultato finale di 7-5, 6-4.

Note di cronaca: nessun aces da parte di entrambe le giocatrici e un solo double fault a testa, indice di una partita molto tranquilla, attenta, quasi sofferta da parte della Errani che ha messo a segno una percentuale maggiore di palle break che l’hanno aiutata in questa vittoria.

Al torneo WTA di Indian Wells in California gli azzurri Seppi e Schiavone proseguono la loro corsa


di Daniela Domenici

Si è appena concluso a Indian Wells in California l’incontro tra l’azzurro Andreas Seppi, numero 46 del ranking mondiale, e l’americano Robby Ginepri, n°108, per il torneo WTA di tennis.

Ha vinto il nostro tennista nel tempo di 1h 58’ 24” col risultato finale di 2-6, 7-6, 6-3 che continua così la sua corsa in questo torneo californiano mentre è ancora in campo l’altro azzurro, Paolo Lorenzi, che però ha già perso il primo set ed è in svantaggio anche nel secondo contro un altro atleta americano, Michael Russell.

Il numero degli aces è a favore dell’azzurro Seppi per 5 a 3 mentre il numero dei double faults è quasi pari, 3 a 2 per l’americano che, nonostante una percentuale quasi doppia rispetto all’azzurro di palle break, non è riuscito a ottenere la vittoria finale.

Nel frattempo l’azzurra Francesca Schiavone è approdata al terzo turno battendo la giapponese Kimiko Date col punteggio finale di 6-3, 6-4 in 1h 33’.

Ecco dove nasce l’intelligenza


– L’intelligenza potrebbe risiedere in alcune aree precise del cervello: infatti per la prima volta sono stati mappati i “circuiti dell’intelligenza”, ovvero quelle aree neurali che sono maggiormente legate al quoziente intellettivo individuale. La mappa anatomica dell’intelligenza, resa nota sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, comprende aree della corteccia parietale, di quella frontale e della corteccia fronto-polare, nonché le interconnesioni tra queste regioni attraverso le fibre nervose. Si tratta di aree e connessioni importanti per i processi verbali, visuospaziali, esecutivi, per la memoria di lavoro.

La ricerca è frutto del lavoro di un’equipe multicentrica di neurologi del California Institute of Technology (Caltech), dell’Università dell’Iowa, della University of Southern California (USC), dell’Università di Madrid, diretti da Ralph Adolphs. Dove nasca l’intelligenza è una domanda vecchia quanto il mondo, di fatto la teoria dominante finora era che non si può parlare dei ‘circuiti dell’intelligenzà perché l’intelligenza non nasce fisicamente in nessuna parte del cervello ma piuttosto dall’integrazione e la connessione di differenti aree. Per esempio secondo una ricerca pubblicata sul Journal of Nueroscience l’intelligenza non risiede in alcuna area in particolare ma in tutto il volume del cervello, ovvero l’intelligenza dipende dall’organizzazione della rete neurale del nostro cervello, dalle interconnessioni efficienti che collegano rapidamente diverse aree neurali vicine e lontane, piuttosto che dalle aree neurali stesse.

Un altro studio, invece, sostiene che il segreto dell’intelligenza sia nascosto nella materia grigia e che a far impennare il quoziente intellettivo (QI) di una persona sia non il volume complessivo di essa, bensì la sua localizzazione in zone ‘strategiche’ del cervello e che quindi esistono diversi tipi di intelligenza. Per esempio se la materia grigia è più sviluppata in certe zone può nascere l”intelligenza musicalé, se più sviluppata in altre quella ‘artistica’ e così via. Il nuovo studio invece mostra che la ‘sede fisica’ dell’intelligenza generale si può localizzare in alcune aree precise del nostro cervello. Gli esperti hanno infatti osservato il cervello di 241 pazienti con lesioni neurali di varia natura e misurato il QI di ciascun paziente. E’ emerso che il QI dipende fortemente da dove si localizzano le lesioni cerebrali e che a certe lesioni è sempre associato un QI basso. Le regioni associate all’intelligenza generale sono aree della corteccia parietale, di quella frontale e della corteccia fronto-polare, nonché le interconnesioni tra queste regioni attraverso le fibre nervose.

Questi risultati inficiano la teoria delle ‘intelligenze multiple’ e concordano con la teoria di Spearman secondo cui invece esiste una intelligenza generale (nota come fattore G di Spearman), che comprende varie prestazioni di pensiero, ragionamento, abilità verbali e numeriche. Gli esperti l’avrebbero localizzata fisicamente: “abbiamo isolato una rete anatomica importante per elaborare gli stimoli esterni – scrivono su Pnas – che potrebbe operare in parallelo con altre reti” critiche per altre funzioni.

fonte ANSA

La birra rafforza le ossa


di Matteo Clerici

La birra rafforza le ossa

Da tempo, alcuni gruppi di studiosi ritengono che la birra sia in grado di proteggere e rafforzare le ossa

A supporto della teoria, arriva una ricerca dell’università della California, diretta dal professor Charles Bamforth e pubblicata dal “Journal of the Science of Food and Agriculture”.

Gli scienziati hanno preso in esame 100 miscele, scoprendo come a fare la differenza fosse il silicio (usato per la fermentazione), difesa dello scheletro contro urti e fratture. A riguardo, va notato come la birra sia per gli occidentali la maggior fonte di tale minerale, avendo superato anche il latte (e bevande derivate): il 50% del silicio delle “bionde” finisce direttamente in ossa e tessuti.

Ma non tutte le birre sono uguali, presentando quantità del minerale che vanno dai 6,4 mg ai 56,5 mg; a far la differenza, il processo di lavorazione ed il cereale utilizzato. Guidano la classifica le birre d’orzo, seguite da quelle al luppolo e dal frumento.

Infine, la squadra di Bamforth spiega come si possa valutare la quantità di silicio nella birra dal colore. Quelle al malto più chiaro, infatti, contengono più silicio, perché la cottura dei cereali è stata meno intensa, conservando il tenore di minerali al suo interno

da www.newsfood.com

Meglio Google di un libro per allenare il cervello


Fare ricerche su Internet allena il cervello, e può farlo ancor più che leggere libri, almeno così rivela uno studio che sarà pubblicata sul numero di febbraio del Journal of Geriatric Psychiatry.
Un team di ricercatori dell’università californiana Ucla ha sottoposto 24 soggetti tra i 55 e i 76 anni a due esperimenti: in uno dovevano leggere un libro e nell’altro dovevano fare ricerche su Internet mentre il cervello veniva monitorato con la risonanza magnetica.

La risonanza ha mostrato che, i entrambi i casi, venivano stimolate le regioni cerebrali responsabili del controllo del linguaggio, della memoria e della visione, ma l’uso dei motori di ricerca attiva anche le aree che controllano le decisioni complesse, segno che in questo caso l’attenzione è più sollecitata. “E’ un po’ presto per dire che Google aiuterà a sconfiggere l’Alzheimer – precisa Gary Small, coordinatore dello studio – ma di sicuro l’uso dei motori di ricerca cambia in maniera estensiva i circuiti cerebrali”.

fonte www.rainews24.it

Usa: scoperto ormone che disattiva la riproduzione


Un gruppo di scienziati dell’Università della ha identificato un ormone sessuale maschile capace di impedire la riproduzione. La scoperta arriva dopo che 10 anni fa i ricercatori avevano studiato il comportamento della sostanza negli uccelli e nelle zebre.

Si tratta dell’ormone antagonista della (GnIH), in grado di ostacolare l’effetto della (GnRH) che controlla ”a cascata” i meccanismi biologici coinvolti nel sesso e nella procreazione.

Lo studio, pubblicato su PlosOne, potrebbe avere numerose ricadute pratiche, dalla realizzazione di un contraccettivo maschile alle terapie anticancro, dato che GnIH ha già evidenziato di avere effetti positivi nei tumori cosiddetti ormone-sensibili.

da www.blitzquotidiano.it

I primi 40 anni di Internet


40 anni di internetdi Marco Magrini

Il 29 ottobre di quarant’anni fa non era giovedì. Era un sabato. Alle 22,30 di Los Angeles, il professor Leonard Kleinrock, insieme a un assistente, tenta il primo collegamento fra un computer dell’Ucla e un altro al l’Università di Stanford. I nodi sono solamente due, ma promettono di crescere: la novità è che i rispettivi minicomputer sono collegati a una nuova macchina, battezzata Imp, che svolge il lavoro di smistare pacchetti di dati a un numero potenzialmente infinito di altri utenti.«Nel frattempo ci parlavamo per telefono», racconta oggi Kleinrock. «Io dovevo scrivere “login”. Scrissi la lettera elle. “Ricevuta”, mi dissero. Poi la o. “Ricevuta”. Quando digitai la terza lettera, il sistema andò in crash». Mai, una sconfitta ha preannunciato un futuro così radioso.
Quel sabato di quarant’anni fa, nasceva Arpanet. Quella che poi si sarebbe chiamata Internet. Ovvero la singola invenzione che, più di ogni altra, ha proiettato il mondo nel futuro che tanto attendeva.
L’internet come la conosciamo oggi non ha un solo padre, ne ha decine, forse centinaia. E Kleinrock è “solo” uno di questi. Ma è uno dei pochi pionieri, anche per aver gettato le basi matematiche del cosiddetto packet switching, quel sistema di pacchetti di dati che vengono istradati dagli Imp, quelli che oggi chiamiamo router.
«No, lo ammetto, non avrei mai potuto immaginare che Arpanet sarebbe andata così lontano», risponde il 75enne professore del l’Ucla, raggiunto per telefono a New York. «A quei tempi, nessuno pensava al computer come a uno strumento di comunicazione. Il pc non esisteva, i computer erano grandi e costosi. L’email sarebbe arrivata solo due anni dopo, diventando subito l’applicazione più usata sulla rete. Però, qualcosa di azzeccato, l’avevo previsto».
Il professore ci ha esibito, via email, un comunicato dell’Ucla del 1969, dove lui stesso profetizzava che «vedremo un giorno la nascita di computer utilities che, come quelle dell’elettricità e del telefono, serviranno le case e gli uffici di tutto il Paese». Per quei tempi, una bella lungimiranza. Ma il futuro, professore?
«Un giorno non lontano, la maggior parte del traffico internet non sarà fatto dagli esseri umani, ma dalle macchine», risponde. Un giorno non lontano? «Le capacità di calcolo e di comunicazione si stanno dilagando: sensori, attuatori, memorie, display, microfoni. Tutto quanto ci circonda sarà collegato in rete, per dare informazioni e servizi sulla realtà circostante. Potremo controllare a distanza la crescita delle piante, la popolazione ittica di un fiume. Un sistema cooperativo di strumenti che radunano le informazioni e ordinano ad altri strumenti di mantenere l’equilibrio. No, tutto questo è già alla portata della nostra tecnologia. E sta accadendo».
Sul mercato finanziario, rimarca Kleinrock, è già così. Ma si sta allargando a tutti i confini della nostra realtà. «Certo, ci sarà un crescente dibattito sull’affidabilità delle macchine, sul loro senso di responsabilità», ammette. «Il lato oscuro del l’internet esiste: oggi ci sono agenti automatici in grado di spiare migliaia di computer o di prendere il loro controllo a comando. Eppure, resta difficile, se non impossibile, prendere il controllo dell’intera rete». E questo, si deve ai suoi costruttori.
Se internet ha tanti papà, ha una sola mamma: l’Arpa, l’agenzia del Pentagono incaricata della ricerca avanzata, nata in risposta al lancio dello Sputnik russo. «Certo, la rete era di proprietà dell’esercito. Ma quella storia che la decentrazione della rete è nata per proteggere il sistema da un attacco nucleare è una fandonia», se la ride Kleinrock. «Noi eravamo assolutamente liberi nel condurre la nostra ricerca – racconta – che non aveva neppure finalità militari. Era ricerca pura».
I pionieri, avevano solo chiaro in mente che la rete doveva essere «distribuita e pronta ad allargarsi indefinitamente». «Il mio idolo era (il premio Nobel) Claude Shannon e ammiravo i suoi lavori basati sulla legge dei grandi numeri», che accesero la curiosità giovanile per il packet switching. «L’idea originale è che un sistema aperto deve essere la base di tutto: dopodiché meravigliose proprietà, emergeranno». È esattamente quel che è successo in questi quarant’anni.

da www.ilsole24ore.com