I senzanima di Carmelo Musumeci dal carcere di Spoleto


Grazie, Carmelo, per questo bellissimo, doloroso, atroce tuo racconto, grazie ancora una volta per queste tue testimonianze

Dedicato a mio fratello Silvio: non c’è più, ma il suo cuore batte accanto al mio.

Si erano arruolati nella polizia penitenziaria che avevano un cuore e un’anima.
Dopo alcuni anni non avevano più cuore.
Poi erano rimasti anche senz’anima.
Col passare degli anni l’Assassino dei Sogni aveva mangiato sia l’uno che l’altra.
I senzanima non erano cattivi, perché non era colpa loro se avevano perso l’anima e il cuore.
Era colpa del mostro infame dell’Assassino dei Sogni.
I senzanima erano vittime e carnefici nello stesso tempo.
Come la maggioranza della popolazione detenuta, le guardie carcerarie nascono nel profondo sud.
E chi nasce in quelle terre, per sopravvivere, non ha molta scelta: o indossa una divisa o fa il delinquente.
In un certo modo i senzanima erano delinquenti mancati.
Ognuno di loro aveva un nome, ma fra di loro non si chiamavano più per nome.
Fra di loro si chiamavano “Collega”.
Invece i detenuti li chiamavano i “Senzanima”.
Erano la “squadretta” del carcere.
Quelli che facevano i lavori sporchi per l’Assassino dei Sogni.
I detenuti li chiamavano anche “I figli di puttana”.
Non perché avessero la madre che faceva la puttana, ma semplicemente perché i senzanima erano dei figli di puttana.
Non discutevano gli ordini che ricevevano, li eseguivano e basta.
Erano dei semplici esecutori.
Da un po’ di tempo in quel carcere c’era una protesta.
Da diversi giorni i detenuti sbattevano le sbarre della finestra, del cancello e del blindato della porta con gavette, caffettiere, padelle e pentole.
Lo facevano ad orari fissi: il mattino presto, a mezzogiorno e alla sera.
Erano tre giorni che facevano la “battitura”, così si chiamava quella forma di protesta pacifica, ma rumorosa.
I detenuti protestavano per avere più ore d’aria e per avere la televisione accesa durante la notte per vedere qualche spogliarello nelle televisioni private locali.
Il direttore e il commissario del carcere avevano deciso di agire e di trasferire i promotori della protesta e si rivolsero alla squadretta.
Era una giornata fredda e nuvolosa.
Neppure il tempo prometteva nulla di buono.
I senzanima piombarono in sezione qualche ora prima dell’alba.
Il corridoio era silenzioso e cupo.
Come facevano di solito, si volevano divertire a picchiare i detenuti.
A un tratto dalle prime celle si sentì un grido d’allarme di un detenuto.
– Arrivano i senzanima!
E subito dopo si sentirono urla e insulti per tutto il carcere.
I figli di puttana incominciarono con i detenuti delle prime celle a rompere nasi e denti, imbrattando di sangue le mura delle loro stanze.
I bastardi ridevano come matti.
I detenuti più deboli, i tossicodipendenti e gli anziani si rannicchiarono negli angoli delle loro celle a piangere e a singhiozzare.
La cella di Silvio era in fondo alla sezione.
Era fortunato.
I senzanima prima di arrivare da lui si sarebbero sfogati con i detenuti delle prime stanze.
Silvio non era alto, ma neppure basso.
Era di statura media.
Aveva i capelli neri, duri e corti come un riccio.
Sembrava giovane.
Poteva avere trent’anni, invece ne aveva quaranta.
Anche Silvio, nel senso buono, era un figlio di puttana.
Ne aveva viste tante.
Da anni faceva avanti e indietro per la galera.
Era sempre stato un prigioniero scomodo.
Un detenuto che rompeva le palle.
L’Assassino dei Sogni non lo poteva sopportare, perché lottava e protestava per i suoi diritti.
Ma quello che mandava in bestia più di tutto l’Assassino dei Sogni era che Silvio non lottava solo per i suoi diritti, ma lottava anche per i diritti degli altri detenuti.
Aveva partecipato a diverse rivolte e sommosse e sapeva bene come anche questa protesta sarebbe andata a finire.
Per attutire i colpi delle manganellate che di sicuro gli sarebbero arrivati, si era messo addosso tre pigiami, due paia di pantaloni e diverse maglie e maglioni, con sopra due tute e aveva indossato le scarpe più pesanti.
Il comandante della squadretta aveva la lista dei facinorosi in mano e gridava come un bastardo perché era un bastardo.
La sua voce echeggiava per tutta la sezione.
Gridava il nome di Silvio:
– Manca ancora questo figlio di puttana … andate a prenderlo!
– Dove cazzo è …?
– Alla cella diciassette.
– Portatelo subito qui … che minchia aspettate … gli altri detenuti sono sul blindato e stanno già partendo.
I senzanima gli piombarono addosso in due.
L’avevano preso per un tossico e gli diedero due ceffoni.
Silvio ci rimase male, si aspettava di tutto, ma non due schiaffi.
Se gli fossero arrivati pugni calci e manganellate forse non avrebbe reagito, ma pensava che gli schiaffi li prendevano solo le donne.
Li stese per terra tutte e due in un batter d’occhio.
Il padre di Silvio era cintura nera di judo, sua sorella di karate.
Lui era nato e cresciuto in palestra.
Era persino arrivato secondo al titolo italiano di judo e terzo in quello di karate.
Il comandante della squadretta non credette ai suoi occhi.
Gli si gonfiarono le vene del collo.

Iniziò a ruggire come un leone
– Che cazzo state aspettando? Prendetelo e portatemelo qui.
Piombarono tutti insieme addosso a Silvio.
Lui invece di provare a scansare qualche manganellata si fece avanti.
Sapeva per esperienza che in quei casi non bisogna mai stare distanti dagli avversari, perché più sei vicino a loro e meno spazio hanno gli altri per colpirti.
Si difese come poteva: scazzottando a destra e a sinistra.
Ma era solo questione di tempo.
In pochi secondi i senzanima lo afferrarono per le braccia e il collo.
Il comandante della squadretta lo guardò con soddisfazione.
– Tenetelo fermo … così … tenete fermo questo figlio di troia che ora ci penso io.
Con un sorriso sadico e maligno s’infilò al rallentatore nella mano un pugno di ferro, ma Silvio lo precedette di qualche secondo.
Appoggiandosi a quelli che dietro lo tenevano fermo, alzò le due gambe unite e con tutti i due piedi lo colpì in faccia.
Nessuno se l’aspettava.
I senzanima videro il loro capo perdere l’equilibrio e sbattere la testa contro il muro dietro.
Iniziò il massacro.
Gli arrivarono pugni, calci e manganellate da tutte le parti.
Silvio s’accorse subito che stava perdendo i sensi perché non sentiva più dolore.
Il suo respiro si fece lento.
Sentiva la nausea: stava per svenire.
Iniziò a vedere solo ombre confuse intorno a sé.
Vedeva tutto al rallentatore.
I rumori si erano trasformati in bisbigli.
L’aria si era condensata.
I colori si erano trasformati in bianco e nero.
I senzanima lo presero per le braccia e lo trascinarono via dal piazzale del carcere dove c’era il blindato pronto a partire.
Lo cacciarono dentro al furgone come un pacco postale.
Gli misero le manette e lo scaraventarono nella celletta interna.
Quando Silvio riprese i sensi, si sentì tutte le ossa rotte, le labbra e gli occhi gonfi.
Era pieno di lividi blu e viola dappertutto.
Gli scorreva ancora qualche goccia di sangue dal naso.
Tirò su la testa per farlo smettere di sanguinare.
Aveva dolore dappertutto: dalla punta dei piedi fino ai capelli.
Gliele avevano suonate di santa ragione.
Fece una gran fatica a rimettere in moto il cervello.
Aveva un terribile mal di testa.
Sentiva il sangue in gola che lo stava soffocando.
Sputò un grumo di sangue, che fu seguito da numerosi colpi di tosse.
Quando respirava a bocca piena sentiva delle tremende fitte nelle costole.
Si sforzò di respirare piano e quando sentì che il dolore si era stabilizzato, guardò fra le fessure della sua celletta.
Vide che i senzanima erano quattro.
C’era l’autista e accanto a lui il comandante della squadretta con una vistosa fasciatura sul naso.
Il capo dei figli di puttana era un omone grasso, con un testone che assomigliava a quello di un mastino napoletano, aveva un paio di grossi baffi alla messicana e con quella fasciatura sul naso sembrava ancora più buffo.
Silvio pensò che prima della fine del viaggio quel calcio in faccia che aveva dato a quel bastardo l’avrebbe pagato.
Non si sbagliava!
Il capo della squadretta aveva scelto proprio di fare quella traduzione.
Si voleva vendicare.
Le altre due guardie erano sedute nei seggiolini davanti a lui e parlavano a bassa voce.
Silvio si sentiva come un topo in trappola, circondato da gatti.
Dallo spazio delle sbarre del finestrino vide che stavano viaggiando in autostrada.
Silvio pensò:
– Chissà quanto tempo sono rimasto svenuto e dove cazzo mi stanno portando.
Sperava che non lo stessero trasferendo in un carcere lontano da dove abitava sua sorella.
Gli era rimasta solo lei.
La madre era morta tanto tempo fa e da pochi anni gli era anche morto il padre.
Solo sua sorella Maria lo andava a trovare quando poteva e appena il lavoro glielo permetteva.
Sua sorella era separata e stava crescendo suo figlio, Lorenzo, da sola.
Lui stravedeva per il suo nipotino.
Glielo portava spesso al colloquio.
Gli voleva bene come ad un figlio, più di un figlio.
Ultimamente aveva deciso di mettere la testa a posto.
Gli mancavano ancora due anni per finire la pena e poi sarebbe uscito.
Aveva intenzione di aprirsi una palestra per insegnare ai ragazzi le arti marziali.
Gli sarebbe piaciuto girare il mondo, ma per un motivo o per l’altro non aveva potuto farlo.
Ora non ne aveva più voglia.
Voleva stare un po’ tranquillo e vivere con sua sorella e suo nipotino.
Smise di pensare.
Era curioso di sapere dove stava andando, in che cazzo di carcere lo stavano portando.
Rimase con gli occhi incollati alla fessura dei buchi delle lamiere fin quando non riuscì a leggere un cartello segnaletico dove c’era scritto: Salerno.
Silvio con apprensione pensò:
– Porca puttana! Mi stanno portando al sud!
I due figli di puttana seduti davanti alla sua celletta si accorsero che Silvio aveva ripreso i sensi e dissero qualcosa al comandante della squadretta.
Il blindato incominciò ad accelerare e a frenare di colpo per farlo sballottare da una parte all’altra della celletta.
I senzanima volevano divertirsi.
Non erano malvagi, erano solo cattivi.
Ma questo a Silvio non gli interessava più di tanto.
Lui non era una persona che si faceva intimorire facilmente.
Il suo cuore era buono, ma anche lui era un figlio di puttana.
Pochi in questo mondo hanno la forza di essere se stessi.
Solo i ribelli ci riescono e Silvio era nato ribelle.
Le manette ai polsi gli facevano male.
I bastardi gliele avevano strette apposta.
Puntò i piedi da una parte all’altra della celletta.
Ora il blindato poteva sbattere quanto gli pareva, lui era ben fermo.
Non disse nulla e non diede soddisfazione ai senzanima.
Sentì dei grugniti da parte del comandante della squadretta e poi il blindato riprese a guidare regolarmente.
Il blindato si fermò dopo una mezzoretta in un piazzale dell’autostrada.
Dalle fessure della lamiera, Silvio vide che si trovava in aperta campagna.
Due guardie scesero a pisciare.
Uno di questi gridò qualcosa e subito dopo scesero anche gli altri due.
Silvio era irrequieto.
Raddrizzò le orecchie e si sforzò di sentire cosa dicevano.
Afferrò solo poche parole.
– Sembra il posto giusto.
– Continuate a dare un’occhiata in giro … state attenti che non ci siano occhi e orecchi indiscreti.
Dopo alcuni minuti due senzanima salirono di nuovo sul blindato e andarono davanti a Silvio e gli aprirono la celletta.
Uno di questi gli ringhiò:
– Scendi figlio di puttana … vai a pisciare che poi per un po’ non ci potremmo fermare da nessuna parte.
Silvio era intelligente e gli venne in mente che c’era qualcosa che non andava.
Pensò:
… perché non si erano fermati in qualche autogrill?
Da poco ne avevano passato uno.
Era disorientato e indeciso.
Non sapeva cosa fare.
Si decise a rispondere:
– Non mi scappa.
Lo sentì il comandante della squadretta che gridò:
– Fatelo scendere a calci nel culo … deve pisciare quando glielo diciamo noi e non quando lo dice lui.
Silvio fiutò l’aria e sentì che sapeva di cattiveria.
Pensò che fosse meglio non farsi mettere le mani addosso e, guardingo, scese di sua volontà.
Appena mise piede per terra vide davanti a sé il capo dei figli di puttana che lo guardava con odio.
Invece di abbassare gli occhi Silvio ricambiò con fierezza lo sguardo e gli disse:
– Che cazzo hai da guardarmi in questo modo?
Silvio sapeva che gli conveniva stare zitto, ma per lui era difficile non dire quello che pensava.
I guai lo affascinavano.
Sua sorella Maria ogni volta che andava a trovarlo in carcere glielo diceva:
– Riesci sempre a cacciarti nei guai! Quando metti la testa a posto?
Ma questa volta le cose non dipendevano da lui.
Questa volta le cose dipendevano dai senzanima.
Il comandante della squadretta gli tirò una sberla a cinque dita.
Silvio cadde per terra come un sacco di patate.
Da terra vide il cielo colorato di rosso.
Incominciava a cadere anche qualche goccia di pioggia.
Poi il capo dei figli di puttana lo prese per il colletto del maglione e lo sollevò come un coniglio.
Silvio gli fissò gli occhi.
Erano occhi cattivi, abituati ad odiare.
Occhi che non avevano mai conosciuto l’amore.
Silvio non credette alle sue orecchie quando sentì dire al capo dei figli di puttana:
-Toglietegli le manette per farlo pisciare.
Sentiva del pericolo.
Lo avvertiva nell’aria.
L’occhio gli cadde nella pistola del cinturone che portava addosso uno dei senzanima … non portava la sicura.
Deglutì!
Ingoiò un po’ d’aria a vuoto.
All’improvviso Silvio capì cosa i senzanima volevano fare, ne aveva già sentito parlare da altri carcerati.
Si trovava in un grosso guaio.
I bastardi volevano mettere in scena una finta evasione per ammazzarlo.
I senzanima, oltre a non avere cuore, non avevano legge.
Silvio pensò di non aver speranza, ma la speranza è dei deboli e lui non era un debole.
Non aveva bisogno di nessuna speranza.
Avrebbe provato lo stesso a salvarsi la vita.
Doveva tentare di scappare.
Sapeva che se scappava si sarebbe messo contro tutti, anche contro sua sorella, l’unica persona che gli voleva bene.
Lei e il nipote erano le uniche persone che aveva per continuare a vivere.
Ma era sempre meglio che farsi ammazzare come un cane senza fare nulla.
Non temeva per la vita, ma se moriva gli sarebbe scocciato non vedere più sua sorella e il nipote.
Senza contare che gli scocciava farsi sparare alle spalle.
Agì mentre pensava.
Diede un calcio nelle palle al capo dei figli di puttana.
Nello stesso tempo, e con la medesima velocità, diede una gomitata in gola alla guardia più vicina a lui.
Poi fu l’istinto che fece smuovere le sue gambe e loro si mossero.
Scavalcò il guard rail dell’autostrada e corse in aperta campagna verso degli alberi che vedeva in lontananza.
Il cuore gli batteva forte, ma Silvio correva più forte di lui.
Correva da destra a sinistra.
Se fosse arrivato nel bosco che incominciava a intravedere, forse ce l’avrebbe fatta.
Iniziò a piovere sempre più forte.
Gli sembrò di sentire dei tuoni, ma non lo erano, erano spari.
I senzanima dopo un attimo di panico avevano estratto la pistola e avevano fatto fuoco.
Silvio non si accorse neppure che due pallottole lo avevano colpito.
Una pallottola lo aveva colpito ai polmoni e una ad un braccio.
Il maglione si era colorato di sangue.
Silvio correva ancora più forte.
La pioggia gli batteva in faccia mentre il cuore gli batteva nel petto.
Intanto sentiva i senzanima dietro.
I figli di puttana li aveva alle calcagna.
Lo volevano finire.
Gli alberi erano sempre più vicini.
Silvio correva e intanto il cielo tuonava e piangeva grosse lacrime.
La pioggia gli sferzava il viso.
I suoi polmoni incominciarono a far fatica a respirare.
Sentiva il rumore dei suoi passi che si confondevano con il rumore dei battiti del suo cuore.
Ora pioveva a dirotto.
Sentì altri spari, ma questa volta nessuna pallottola lo colpì.
Silvio intuì che i senzanima a forza di correre avevano il fiatone e non riuscivano a prendere bene la mira.
Poteva farcela!
Pensò:
– Ancora un centinaio di metri e poi uscirò dalla vista di quei bastardi.
Doveva farcela!
Dietro sentiva imprecazioni di rabbia e odio.
Stava per farcela.
Il sudore gli colava dalla fronte e gli annebbiava gli occhi.
Era ormai allo stremo delle forze quando vide che mancavano pochi metri ai primi alberi del bosco.
Silvio sorrise, ce l’aveva fatta.
Giusto in tempo!
Ora non avrebbe più corso allo scoperto.
Una volta nel bosco se i senzanima lo avessero seguito, li avrebbe ammazzati uno per volta.
Ai figli di puttana, fra gli alberi, le pistole non sarebbero servite a nulla.
Disse a se stesso:
– Ce l’ho fatta, grazie a Dio ce l’ho fatta, ora potrò nascondermi fra gli alberi.
Proprio in quel momento una pallottola lo raggiunse nella schiena e una in testa.
Ebbe l’impressione per un attimo di muoversi troppo veloce, ma non stava correndo per nulla.
Era fermo.
La sua corsa era finita.
Cadde all’indietro.
Non sentì la botta per terra.
Quando si muore, non si sente mai dolore.
Si ha altro per la testa.
Morire è come dormire e dormire è un po’ come morire.
Silvio non aveva voglia né di morire, né di dormire, ma non poteva farci nulla.
Gli giravano solo un po’ le palle perché ce l’aveva quasi fatta.
Gli vennero in mente tante cose, ma non riuscì a pensare a nulla.
Gli vennero in mente pure i suoi sogni più importanti e pensò che ormai solo da morto forse sarebbe riuscito a realizzarli.
Dopo lunghi secondi vide che i senzanima erano accanto a lui con gli occhi da figli di puttana che gli sorridevano.
Il capo della squadretta vedendo che Silvio aveva gli occhi aperti ma lo sguardo da morto gli diede una pedata in faccia.
Gli altri tre figli di puttana vedendo quest’ultima scena sogghignarono.
Silvio stava morendo e quell’ultimo calcio gli diede noia, ma non poteva farci nulla, altrimenti si sarebbe alzato e li avrebbe picchiati tutti e quattro.
Gli scocciava molto che stava morendo solo, ma poi pensò che non si muore mai da soli … si muore sempre in compagnia delle persone che nella vita hai amato.
Lui era fortunato perché nella sua vita aveva sempre amato e morì in compagnia dei suoi genitori, della sorella e del nipotino, come aveva sempre sognato nei suoi pensieri.
Silvio emise il suo ultimo respiro e se ne andò da dove quarant’anni prima era venuto.
Sentì il rumore dell’ultimo battito del suo cuore, poi non sentì più nulla.
Era morto!
Il capo dei figli di puttana scrisse nel suo rapporto che lui e i suoi uomini incuranti del pericolo avevano impedito la fuga di un pericoloso criminale.
I buoni vincono sempre anche quando sono criminali.
I senzanima furono lodati e premiati dal Ministro della Giustizia in persona.

da www.informacarcere.it

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“Quando la bellezza fa male”


di Tiziana Mignosa

(Sulle note di All By Myself di Richard Clayderman)

 Ogni qualvolta l’estasi

riempie gli occhi di luccichii d’incanto

si capovolgono i sogni

inquilini inappagati

dell’età del tradimento.

 

Il bello opacizza il suo fulgore

quando il tutto con l’assente

spartendosi le botte

d’acquolina e fuliggine

inciampano sulle ore.

Di velluto a gocce cala allora

il sipario della malinconia gentile

allorché alla bellezza estirpa

l’amato gusto della gioia

e più l’assaggi e più ti senti sola.

D’agrodolce profuma

l’amato giardino non vissuto

che di continuo scinde

desideri irraggiungibili

da crude realtà tangibili.

Il nostro personaggio dell’anno: Stefano Cucchi


Vogliamo ricordare questo giovane perché la sua morte non sia vana. Non era un eroe, non era un martire, non era un personaggio pubblico e non era famoso. Era solo un ragioniere di 31 anni con tanti problemi. Come tanti ragazzi come lui aveva solo bisogno di cure e di amore. Per lui lo stato ha scelto il carcere e la morte.

 Il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria e Capo della Polizia Penitenziaria Franco Ionta, in relazione alle indagini svolte dalla Procura di Roma per il decesso di Stefano Cucchi, esprime piena fiducia nell’operato degli organi inquirenti.

Il Capo del DAP rivolge parole di stima e riconoscimento agli uomini della Polizia Penitenziaria che, pur nella difficile situazione in cui si trovano ad operare, a causa del sovraffollamento e della carenza di organico, assicurano le condizioni di legalità nelle carceri, con piena professionalità, spirito di sacrificio e senso di umanità.

Il Capo del DAP si dichiara orgoglioso del Corpo di Polizia Penitenziaria che con senso del dovere continua quotidianamente a svolgere il proprio operato.

E’ a queste persone, dichiara Franco Ionta, che dobbiamo solidarietà e rispetto.

E noi concordiamo con Ionta. Ne condividiamo completamente la dichiarazione, riconoscendo alla polizia penitenziaria un ruolo insostituibile nel’amministrazione della giustizia. Sono uomini che lavorano in condizioni difficili, con una popolazione carceraria doppia rispetto alle capacità del sistema, abituati a convivere con un sentimento che si chiama “paura”, un sentimento che da bravi cittadini deleghiamo in cambio di un salario, a questi oscuri lavoratori.

Mai abbiamo pensato di mettere sotto accusa la loro categoria. Anzi, ogni giorno siamo coscienti di dover rivolgere loro un pensiero di gratitudine e di riconoscenza.    

Questo non toglie l’obbligo di capire perché un ragazzo normale, con i suoi problemi e la sua famiglia a sostenerlo è morto dopo sei giorni dal suo arresto, un ragazzo qualunque, con i suoi amici, la palestra e la Lazio allo stadio la domenica.  Forse un po’ più fragile ma allo stesso tempo pieno di vita e di amore. Purtroppo però è morto: solo dopo sei giorni il suo ingresso in carcere, dopo il suo arresto perché è stato trovato in possesso di alcune dosi di sostanze stupefacenti. Come è morto si sa. È stato picchiato, umiliato e lasciato morire in una barella. Per mano di chi è morto ancora no. Perché sotto accusa sono finiti nell’ordine secondini, carabinieri, agenti, medici. Ma ancora non si riesce a capire di chi sia la responsabilità

La famiglia ha avuto il coraggio di pubblicare le immagini di quel corpo straziato dalle botte restituito ai suoi cari solo dopo l’autopsia. Un corpo esile, con una smorfia di terrore che rimarrà scolpita per sempre nel cuore degli italiani. Come lo ha definito il referto «è morto in modo disumano e degradante». Se non fosse stato per quelle immagini probabilmente questa storia sarebbe rimasta ai margini dei giornali.

Ma la storia di Stefano, nella sua tragicità, ha avuto i suoi aspetti positivi. Perché questa triste vicenda ha costretto tutti a prendere atto delle proprie responsabilità. A cominciare dai benpensanti sempre pronti a erigersi a giudici delle disgrazie altrui, a cominciare dal ministro Giovanardi, che dopo qualche esternazione sciocca, ha dovuto chiedere scusa alla famiglia e al popolo italiano. Utile a risvegliare le coscienze di tutti coloro che ancora credono nello stato di diritto, che hanno a cuore le istituzioni, la civiltà che nasce e si misura anche negli istituti di rieducazione. Utile allo Stato che non ha recitato la solita parte ma ha da subito attivato i meccanismi di indagine: anche se ancora però non si riesce ad abbattere il muro di omertà e l’insopportabile rimpallo di responsabilità. Utile alla politica che si è ritrovata unita nel non ricercare alcuna forma di autoassoluzione, e lo ha fatto istituendo un comitato unitario. Utile alla società civile, che dalle piazze ai forum della rete, si è stretta attorno alla famiglia chiedendo con civiltà una sola cosa: verità per Cucchi.

Ecco perché è giusto e doveroso mantenere alta l’attenzione mediatica e politica su questa storia. Lo dobbiamo a Stefano che nel 2010 non ci sarà. Lo dobbiamo alla sua famiglia che ha così decorosamente e con senso civico esemplare lottato per la verità. Lo dobbiamo al figlio di Ilaria, la sorella di Stefano, che si chiede il perché suo zio non tornerà a giocare con lui.

Ecco perché Stefano Cucchi è il personaggio dell’anno.

Perché ci ha costretto ad affrontare problemi tabù come quello delle carceri e della violenza.

Perché fare i conti con la sua storia sarà la cartina tornasole di che paese siamo. Di che razza di paese racconteremo ai nostri figli se non facciamo nulla affinché questa storia si concluda con una sola parola: giustizia.

da www.informarezzo.com

Vittime dell’ingiustizia


di Silvia Tortora

Mio padre finì in carcere innocente nel giugno 1983. Fu per noi uno strazio. Vedemmo cose che mai avremmo immaginato attraverso i suoi occhi e attraverso le sue parole”. E Stefano, morto pochi giorni fa, forse è vittima anche lui del sistema carcerario italiano.

Sono giorni e giorni che mi faccio una domanda. Cosa posso aggiungere io al fiume di parole scritte sulla vicenda di Stefano Cucchi, giovane ragazzo morto di botte e disinteresse, ammazzato dalla violenza cieca e dall’indifferenza di chi doveva averne cura? Ben poco, credo. Perché già tanto è stato detto e scritto. Di alto e nobile, e di basso e volgare. Ma vorrei tentare lo stesso di fissare i miei pensieri e affidarli alla vostra riflessione. Ho conosciuto il carcere per interposta persona. Mio padre, Enzo Tortora, ci finì innocente nel giugno 1983. Fu per noi uno strazio. Vedemmo cose che mai avremmo immaginato attraverso i suoi occhi e attraverso le sue parole. Era in cella, Enzo, con un compagno tossicodipendente, un giovane romano, fragile e malato, che aspettava un bambino. La cura per lui era quella di stare chiuso in una gabbia con altri uomini e patire ore lunghe e inutili. Enzo non si dava pace perché capiva che non sarebbe mai guarito. Non così. Infatti. Questo ragazzo, come Stefano, come migliaia di altri, sarebbe uscito solo più stanco, arrabbiato, deluso, amaro e impotente.

È il destino di tutti quelli che vivono la tossicodipendenza come buco nero e trovano dal sistema una cura ancora più nera: la galera. Una legge inutile imbottisce le carceri di tossicodipendenti (sono la maggioranza dei detenuti), anziché affidarli a strutture protette, per un fanatismo ideologico che non fa nulla per stroncare il traffico di droga. Difatti, appena fu libero, Enzo scelse di andare a portare dei fiori sulla tomba di un giovane tossicodipendente morto suicida in galera a Cagliari, dopo cento giorni passati in isolamento. Dicendo: ”Lui, non io è stato vittima di una giustizia crudele, orba e senza pietà”. Sono passati venticinque anni da allora. Ed eccoci a Stefano. Ottobre 2009. Stefano Cucchi non è solo vittima dell’inutile legge sulle tossicodipendenze. È stato oltraggiato e preso a calci da uomini che avrebbero dovuto proteggerlo. Uomini con indosso una divisa. Anzi, due. I primi “probabilmente” guardiani di detenuti. Persone che dovrebbero custodire e garantire l’incolumità dei detenuti. Già si sa molto. Stefano picchiato nei sotterranei di un tribunale. Stefano condotto in ospedale, e tradito, ancora una volta, da altre divise, quelle dei medici, che avrebbero dovuto curarlo con rispetto, civiltà e, oso, con amore.

E invece no. Questo ragazzo fragile, esile, è stato lasciato andare via ferito dentro e fuori, perché non “collaborava” coi dottori. Manifestava un atteggiamento “ostile”. Rifiutava di essere “alimentato”… E qui mi permetto un inciso. Anche Eluana Englaro non poteva collaborare, ma attorno a lei si che ci si dava da fare, con accanimento, per mantenerla in vita… e che vita. Senza amore, senza cure, senza dignità, Stefano è scivolato nel nero della morte tutto solo. Nessuno accanto a tenergli la mano. Mamma e papà non potevano neppure mettere piede al suo capezzale. Chissà che dolore Stefano… Eppure. La sua famiglia, con grande coraggio, ha deciso di consegnare a tutti noi il suo ultimo ritratto. Uno scheletro avvolto in un sacco azzurro da obitorio. Il volto terribile, un corpo che ricorda i corpi dei deportati, ma con in più un segno tremendo alla schiena martoriata. Immagine che non si dimentica, non si deve dimenticare. Prima di allora, nessuno di noi aveva visto nulla di simile. Lo aveva, forse, solo immaginato. Perché Stefano, purtroppo, non è il primo, né sarà l’ultimo morto così. Eppure, la scelta della sua famiglia di rendere pubbliche le sue foto e di chiedere verità e giustizia aggiunge qualcosa a questa orribile storia. Aggiunge un valore positivo e nobile.

La famiglia di Stefano Cucchi ha chiesto con pacatezza e fermezza di conoscere la verità. Non ha urlato, non ha minacciato, non ha impugnato l’arma della vendetta. Ha domandato, ha condiviso con tutti noi un grande dolore e una grande ingiustizia. Lo ha fatto scarnificandosi e offrendo immagini belle di Stefano e dei suoi cari e immagini terrificanti del suo corpo. Ha preso le distanze da coloro che usavano Stefano per menare le mani. Ha capeggiato un corteo chiedendo rispetto per le forze dell’ordine, ha respinto al mittente le sciocchezze di chi voleva Stefano tossico, anoressico e perfino sieropositivo. Una famiglia così è, in questo Paese, un’eccezione. È un esempio, una nota di decenza. Ed è a questa famiglia, a quel dolore, e alla sacrosanta ricerca della verità, che la Giustizia, e noi tutti dovremmo inchinarci e chiedere perdono.

da www.socialnews.it