Sexy in carrozzina: parola di Antonietta Laterza


di Luca Baldazzi

Chi l’ha detto che una donna disabile non può essere bella e mostrarsi un po’? “Io mi sento una sirena postmoderna, solo che ho la carrozzina al posto della coda. Le barriere a volte ce le abbiamo dentro”. La filosofia di vita di una cantautrice

Antonietta Laterza

ROMA – “Chi sono io? Un’opera d’arte vivente. Un’installazione mobile, per di più. Sulla mia due ruote elettrica, vedi?”. E giù una risata che risuona forte sotto i portici. Quando gira in carrozzina per il centro di Bologna, Antonietta Laterza si diverte un mondo. “Soprattutto a vedere le facce della gente, se appena appena mi vesto un po’ scollata e appariscente. Niente di esagerato, eh? Non ho nemmeno la parrucca blu che uso spesso in scena. Eppure si voltano ancora a guardarmi: certe donne anziane di traverso, certe ragazze con gli occhi fuori dalle orbite, gli uomini poi… quelli sono sempre arrapati. Insomma, mi fanno sentire una Maddalena peccatrice. Ma perché, una donna in carrozzina non può essere sexy e mostrarsi un pochino? Le altre sì e io no? Ma andiamo!”.

Cantautrice (quattro dischi all’attivo), attrice (ha collaborato con Carlo Verdone nel film “Perdiamoci di vista”), performer teatrale e presidente dell’associazione Sirena project-arte e diversità, Antonietta Laterza è soprattutto se stessa. Su e giù dal palco, come direbbe Ligabue, la storia non cambia: è quella di una donna che non si fa imporre limiti dalla poliomielite che l’ha costretta sulla sedia a ruote fin dalla prima infanzia. La potete incontrare sul suo blog: www.antoniettalaterza.wordpress.com. Intanto si racconta.

Lei sembra giocare a ribaltare tutti gli stereotipi e i tabù sulla sensualità e la bellezza, sul corpo e sul sesso…
“Io mi sento un po’ una sirena postmoderna. Come le creature dei miti greci che seducevano i naviganti, e che danno il titolo anche al mio nuovo spettacolo. Solo che ho la carrozzina al posto della coda. Sono per metà miss Mondo e per metà mostro: voi, mi raccomando, guardate solo la metà di sopra. Lo dico scherzando ma lo penso davvero: ognuno di noi dovrebbe fare della propria vita un’opera d’arte. Perché la vita può essere difficile, bisogna prenderla con ironia e sapersi valorizzare. Le barriere ce le costruiscono intorno, ma tante volte ce le abbiamo dentro”.

E Antonietta Laterza le barriere le butta giù a colpi di provocazioni?
“Ma se parlo tanto di eros e sesso, amore e diversità, non è in modo gratuito. Rovescio gli schemi, ma lo faccio quando mi sento colpita da una valutazione discriminante. Perché, ripeto, una donna in carrozzina non può essere sexy? Io ho cercato mille sfide nella vita, ho sedotto uomini e ne sono stata sedotta, ho avuto una figlia, sono salita giovanissima su un palco per cercare di conquistare gli altri con la mia voce, una chitarra e una carrozzina. E poi di recente ho capito una cosa”.

Cioè, si spieghi meglio…
“Oggi la mia ‘diversità’ è diventata veramente un valore aggiunto. Perché la presunta perfezione fisica ora si raggiunge facilmente con la chirurgia estetica, che ci rende tutte uguali. Le donne si rifanno il seno per diventare maggiorate. Poi magari, come è successo a una mia amica, se lo fanno nuovamente ridurre perché altrimenti viene la scoliosi. Ma il fatto è che rincorrere la perfezione fisica è un comportamento infantile. Le donne diventano tutte fotocopie, ‘bellezze’ stereotipate modello veline. Ma è una bellezza artificiale, costruita. E finisce che l’uomo si stufa. Così la diversità assume valore: sto diventando una merce rara! Magari fra un po’ le ragazze faranno a gara per imbruttirsi ed essere diverse. Ma scherzi a parte, sono ottimista. Un po’ sta passando il messaggio che la diversità è preziosa. E questo vale per tutti, non solo per le persone disabili”.

Ma dove sta di casa la bellezza autentica, quella che non si rimedia dal chirurgo?
“Ti rispondo con un luogo comune, ma io l’ho sempre trovato giustissimo. Più una persona è positiva, spiritosa e bella dentro, più diventa affascinante. La bellezza interiore migliora lo sguardo e l’aspetto fisico. Alla fine è tutta una questione di personalità, e quella non si compra. Non puoi mica fare un intervento chirurgico alla personalità”.

E le donne di carattere e positività ne hanno da vendere…
“Io ho la fortuna di conoscere donne ‘toste’ che sanno ribaltare i conformismi e gli stereotipi. Come le mie amicheSyusy Blady e Jo Squillo, la scrittrice Caterina Cavina e tante altre. In generale, però, oggi le donne sono in fase di transizione. Siamo come crisalidi, non ancora farfalle: dobbiamo cambiare pelle per realizzarci. Sul piano della parità sociale sono stati fatti passi avanti, ma resta tanto da fare per vincere l’insicurezza, l’aggressività… abbiamo molte barriere mentali da superare”.

A proposito, e con le barriere fisiche e architettoniche per i disabili come andiamo?
“Maluccio. Ne abbattono di vecchie, e intanto ne costruiscono di nuove. Anche qui, sarebbe ora di cambiare tutti mentalità. Proprio l’altro giorno, in un teatro dov’ero in scena, non c’era il gabinetto attrezzato per i disabili. Risultato: mi sono tenuta la pipì dalle due di pomeriggio, quando abbiamo iniziato le prove, fino a tarda sera dopo la fine dello spettacolo. Bella, eh, la vita da diva”.

da http://www.superabile.it

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Accessibilità: a Bologna si inizia dalla stazione


di Vincenzo Bottiglioni

Partono il 2 agosto i cantieri per l’innalzamento dei marciapiedi dei binari 1 e 1 Ovest per ridurre il dislivello tra marciapiede e carrozza. Previsto anche un percorso tattile a terra per i non vedenti

mappa per non vedenti

BOLOGNA – Dalla fine di agosto la stazione centrale di Bologna sarà più accessibile per i disabili e i non vedenti. Cominceranno nel pomeriggio di lunedì 2 agosto, proprio poche ore dopo il termine della cerimonia per ricordare le vittime della strage che provocò la morte di 85 persone, i cantieri per l’innalzamento dei marciapiedi  dei binari 1 e 1 Ovest: in pratica la pavimentazione di questa area, che interessa 530 metri di marciapiede per una superficie di complessiva di 4800 metri quadrati, verrà elevata secondo il criterio che si rifà alla normativa di legge (codice h55), in modo tale da  rendere questi due binari più simili a quelli di una metropolitana, dove non c’è dislivello tra marciapiede e carrozza. Un lavoro necessario e doveroso, per una stazione che da sempre è particolarmente ostica per chi si sposta su una sedia a ruote e deve raggiungere le banchine dei binari senza aiuti esterni.

Oltre ai disabili il nuovo marciapiede prevede un percorso tattile a terra per i non  vedenti. Per consentire i lavori l’utilizzo del marciapiede sarà vietato e i viaggiatori potranno  raggiungere i binari centrali – dal 3 all’11- attraverso i 4 accessi al sottopasso situato nell’ atrio partenze. Per raggiungere il piazzale Est sarà invece necessario seguire un percorso,  opportunamente segnalato, direttamente dall’esterno della stazione in prossimità del bar su Piazza delle Medaglie d’Oro. Nessuna modifica di percorso per chi invece dovrà raggiungere i binari del piazzale Ovest. L’indisponibilità dei binari 1 e 1 Ovest comporterà anche la modifica del binario di arrivo e partenza di alcuni treni, con qualche possibile ritardo entro 5 minuti. Annunci sonori comunicheranno le variazioni che saranno riportate sui quadri murali, i monitor e i display a led luminosi. Il piano delle Fs prevede che tutti i marciapiedi di Bologna Centrale siano elevati a 55 centimetri. L’intervento – spiegano alle Ferrovie della Stato – è stato programmato per fasi per ridurre l’impatto sull’operatività della stazione. Ad oggi sono già stati adeguati i marciapiedi al servizio dei binari 6 e 7, quelli del piazzale Est e quelli – ad eccezione del primo – del piazzale Ovest.

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Se l’art designer è disabile


Aprire un “temporary store” dove gli addetti alla vendita e i creativi sono persone con disabilità. È il progetto della Fondazione Famiglia Palmieri, destinato agli ospiti di due centri socio riabilitativi in provincia di Bologna

BOLOGNA – Un negozio dove i commessi sono persone con disabilità, e dove anche gli articoli in vendita sono progettati da art designer disabili. È il progetto su cui sta lavorando la Fondazione Famiglia Palmieri, nata a dicembre del 2009 per valorizzare la “diversità” creando nuovi modelli di business, insieme a Piquadro, azienda specializzata in articoli da viaggio e per il business. L’idea è di aprire un “temporary store” (cioè un punto vendita temporaneo e dedicato) all’interno del centro commercialeShopville di Casalecchio di Reno. Il negozio dovrebbe impiegare come addetti alla vendita i ragazzi disabili dei due centri socio riabilitativi dell’Ausl di Bologna (distretto di Porretta Terme)Il Girasondo e Le Cartole, dando loro una possibilità concreta di inserimento lavorativo. E anche gli articoli in vendita saranno realizzati da persone con disabilità: con i disegni a tempera e ad acquerello degli ospiti dei centri verrà creata una mini serie di prodotti – uno zainetto, una piccola tracolla, una shopping bag ma anche sciarpe e foulard – da commercializzare nel periodo natalizio. L’intero ricavato, spiegano dalla Fondazione, verrà destinato alla creazione di una casa famiglia per il recupero e l’integrazione di soggetti con disagio sociale.

Più in generale l’obiettivo della Fondazione è trovare altre idee di business dello stesso genere. Per farlo ha lanciato il concorso “Less is more”: una borsa di 10 mila euro per sostenere progetti originali destinati alle persone con deficit di integrazione, permettendo loro di operare in un contesto economico tradizionale. Le iscrizioni scadono il 30 settembre 2010 (tutte le informazioni sul sito www.fondazione-palmieri.com). Non sono i  primi  progetti  sociali della Fondazione, che è nata, come spiega il presidente Marco Palmieri “con l’obbiettivo di valorizzare il talento di persone che per condizione fisica, intellettuale, culturale vivono un disagio sociale”. La Fondazione ha già varato l’iniziativa”Happy Box”, colorate shopping bag realizzate con i disegni dei ragazzi disabili, dalla cui vendita si è ottenuto un ricavato di circa 50 mila euro interamente devoluto alla cooperativa Anffas, che gestisce il centro Il Girasondo per conto dell’ Ausl di Bologna, ente patrocinatore del progetto.

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“La giustizia in Italia”, riflessioni di Giovanni Lentini e Saverio Masellis dal carcere Dozza di Bologna


Ogni carcere rispecchia la problematiche dello stato o nazione in cui si vive, si è detto, si dice  si dirà tanto ancora, purtroppo, del fattore carcere in Italia, ma quando in uno stato “Democratico” come il nostro un momento di emergenza si trasforma in quotidianità creando allarmismo, sfornando decreti legge solo per affievolire e accontentare la massa pubblica che si appresta a votare per questo o per quel partito politico, diventa solo un fine a se stesso e noi colpevoli e non diventiamo carne putrida da eliminare…certo la mafia esiste ma sono veramente tutti mafiosi quelli che vediamo sbattuti sulle prime pagine die giornali? Certo i giudici corrotti esistono ma sono tutti corrotti? Noi persone normali non possiamo giudicare e se in aso lo facessimo non creeremmo sicuramente nessun problema ma un giudice no! Un giudice, pur essendo una persona normale come noi h l’incarico di giudicare e di condizionare il futuro di un essere umano, per questo dovrebbe guardare, vagliare, scrutare, trovare prove certe e inconfutabili, sfiancare e sfiancarsi e solo dopo aver fatto tutto questo può sentirsi sereno nel giudizio quale esso sia, sia in caso di condanna che in caso di assoluzione. Maggiore attenzione dovrebbero riservare a quei processi dove si decide la vita di un uomo ma purtroppo, sempre più spesso, si assiste inermi a condanne all’ergastolo senza prove certe e inoppugnabili.

Le persone normali dovrebbero capire e interrogarsi sulla veracità di tante sentenze, seguire più da vicino questo mondo sconosciuto a molti e pure così vicino e pronto a inghiottire tutti perché in qualsiasi momento può travolgere la vita di chiunque, specialmente se si è nati in regioni come la Calabria, la Campania o come la Sicilia perché purtroppo il luogo dove si è natio cresciuti fa nascere pregiudizi su chi dovrebbe giudicare con equanimità.

Quindi se siete meridionali o amici di tali preparatevi e state allerta perché da un momento all’altro potreste subire un agguato giudiziario impartito da qualche solerte magistrato che affiancato a marescialli o brigadieri con la sola sete del potere e della carriera si ergono a salvatori del mondo distruggendo vite umane e famiglie intere.

Mi scrivono da tante carceri italiane, da quello di Augusta sempre e solo silenzio


Dal “nostro” carcere di Augusta il silenzio stampa più totale, ormai da più di 4 mesi non mi arriva più niente come se fossero tutti morti gli amici detenuti che prima mi scrivevano.

Invece, nel frattempo, si è allargata a macchia d’olio come un sasso buttato in uno stagno che si propaga a onde, la quantità di lettere che mi arrivano da tutte le carceri d’Italia piene di poesie, riflessioni, articoli, biografie, dialoghi, di tutto, ormai mi scrivono da Spoleto, Bologna, Catanzaro e da tante altre carceri e io cerco di rispondere a tutti in tempo reale e di copiare e pubblicare molte delle cose che mi mandano per dare voce a quelle persone che ormai per tutti sono solo numeri di matricola, uomini ombra, come dice Carmelo Musumeci, che sopravvivono senza alcuna speranza.

Nel mio piccolo provo a essere la loro voce.

Ustica non finisce mai


di Roberto Puglisi

MAZARA DEL VALLO. E poi Pasquale Diodato (nella foto), che tutti chiamano Lino, sale le scale della sua casa di Mazara, sale fino a una stanza adornata di immagini e memoria. In diverse foto, in varie pose, in una sorta di lapide moltiplicata, riposano sua moglie Giovanna Lupo, sua figlia Antonella, i figli Vincenzo e Giuseppe. Il 27 giugno del 1980, Giovanna, Antonella, Vincenzo e Giuseppe si legarono al disastro con le cinture di sicurezza del DC 9 Itavia di Ustica. Pasquale accompagnò tutti e quattro all’aeroporto di Bologna. Era la vigilia delle ferie. I saluti delle partenze non si ricordano, quando segue la normalità degli arrivi. Ma, da quel giorno, gli ultimi sorrisi della signora Lupo e dei suoi figli sono rimasti sospesi in una nuvola che accompagna la vita di Lino. Lui si porta appresso la sua nube. Le foto al muro sono gocce di pioggia in continua caduta su ciò che è stato perduto. Lino è stato muratore. Anche nella vecchiaia i muscoli restano possenti, seppure piegati. Gli occhi si inumidiscono, le parole si stringono in un nodo alla gola. Trent’anni non bastano se il dolore continua a urlarti dentro come una bestia. E non c’è risarcimento che tenga e non c’è consolazione che sollevi, quando la verità, dopo tre decenni, è ancora quasi impalpabile, dissolta come i corpi in mare. Mntre Lino racconta, un coro muto lo ascolta in condolente partecipazione. Ecco la sua nuova moglie e il suo nuovo figlio. Sono coloro che vennero dopo Ustica e che hanno scelto di portare un macigno che non gli apparteneva. La donna ha scelto subito, accettando di sposare un uomo con un bagaglio carico di fotografie e lacrime. Il ragazzo ha scelto col tempo, imparando a circondare di tenerezza la ferita nel cuore di suo padre, a suo modo è stato una medicina portentosa il farmaco dell’ineluttabile. Il figlio postumo accarezza le foto degli altri figli che morirono: “Li ho sempre considerati come miei fratelli. Infatti mi chiamo Vincenzo, come il mio fratellino che non conosco, macinato nella sciagura”. Il primo Vincenzo aveva dieci anni e non crescerà mai più, rimarrà con quella dolce e interrogativa espressione infantile nel ritratto appeso al muro. Il secondo Vincenzo ha superato il confine dell’età bambina. E’ partito dopo ed è approdato più lontano, come un sasso scagliato nel mare per rabbia e per speranza. Lino con gli occhi umidi parla: “Non ce l’ho con i politici di adesso. Non ce l’ho con i militari che eseguono gli ordini. Ce l’ho con i signori onorevoli di allora, con chi ha depistato, con chi ha allontanato, con chi ha impedito che saltassero fuori la responsabilità. Non ci sono soldi per pagare questa infamia”. I soldi del risarcimento, Lino il muratore, li ha presi. E gli sono serviti a poco. “Non ho potuto dare un lavoro, una prospettiva a Vincenzo (il nuovo figlio). L’assicurazione voleva pagare quindici milioni per i miei. Teneteveli, ho detto. La vita dei miei cari non vale così poco”. Antonella aveva sette anni, Giuseppe solo dieci mesi. Lino racconta col passato prossimo, tempo e modo della vicinanza desiderata: “Li ho messi sull’aereo, ci siamo salutati. La mia era una famiglia allegra. Ricordo ogni sguardo, ogni frase, ogni piccolo dettaglio. Mi sono sistemato in macchina. All’ora dell’incidente ho sentito una fitta, un cazzotto allo stomaco. Sì, lo so che può sembrare incredibile, però è andata così. Me la sono presa con me stesso: Lino, che vai a pensare”. Lino-Pasquale avrebbe raggiunto i suoi dopo, nella terra natale di Sicilia, per le vacanze. Il programma di un’estate serena era tracciato e sorvegliato da un radar benevolo. A Punta Raisi, a Palermo, c’erano i nonni e gli zii. Aspettavano la famiglia Diodato per indirizzarla lungo la strada di un giugno accogliente. Il resto è la storia di tutti i parenti degli ottantuno passeggeri del DC 9 Itavia. E’ la storia degli alibi, dell’aereo che non atterra perché c’è ritardo, forse sta girando sull’aeroporto, forse chissà che diavoleria è accaduta. Invece, mentre sbocciavano le domande e cominciavano a tingersi d’angoscia, tutto era già compiuto. Lino parla. Ha una faccia da muratore stanco. Troppi muri, troppa polvere. La ricostruzione della sua integrità, ammesso che ci sia riuscito, è stata lenta e faticosa. “Ci sono poche persone che devo ringraziare. Ringrazio gli avvocati Vanessa e Vincenzo Fallica che ci hanno assistito con scrupolo, Ringrazio la signora Bonfietti che tanto ha lottato perché altrimenti non ce l’avremmo mai fatta. Ringrazio Andrea Purgatori, il giornalista che ha scopertto il mistero di Ustica. Senza di lui nulla sarebbe emerso”. Lino non può sapere che proprio in questi giorni è morto, a 48 anni, Corso Salani, l’attore che dava volto e voce al cronista coraggioso ne “Il muro di gomma”. Lino non ha mai voluto vedere quel film che è servito soprattutto agli altri, a quelli che non c’erano, né dentro, né intorno a quel maledetto aereo. Salani ha organizzato il suo decollo, quasi alla vigilia del trentennale del disastro che così profondamente ha incarnato. Sempre le rotte sono misteriose in ogni tipo di viaggio. E poi, quando il fiato si scioglie in risacca, quando non c’è più nulla da sussurrare, quando non è più possibile stringere le dita tra le dita senza spezzarle, Pasquale Diodato che tutti chiamano Lino sale le scale della sua casa, sale fino alla stanza di Ustica. Dice: “Li ho davanti agli occhi, nel mio cuore, in ogni giorno, in ogni momento. Non passa mai. Non finisce mai”. E sua moglie, la donna con gli occhiali che è venuta dopo la tragedia, la donna che è arrivata per raccattare i cocci, annuisce e piange anche lei. Non ha mai rifiutato la memoria della famiglia precedente e il riflesso di un’altra che fu madre e moglie dello stesso sguardo. Ha condiviso le spine, ha accolto le foto, ha abbracciato le poche gocce di sole e le molte gocce di pioggia. Ha preso il buco nero di Ustica e, nel suo campo straziato, ha seminato indicibile amore.

da www.livesicilia.it

“Detenuti e diversamente abili” di Giovanni Lentini dal carcere Dozza di Bologna


Dio ha scelto per entrambi lo stesso destino, ponendoci diversi limiti che ci accomunano. Da quando abbiamo cominciato questo corso si è parlato spesso delle cose che accomunano noi detenuti con le persone diversamente abili e devo ammettere che sono tantissime, dalle barriere architettoniche che limitano i nostri movimenti fisici ai pregiudizi della gente e al bisogno costante che abbiamo degli altri. Non è autocommiserazione, anzi, voglio esternare la voglia di vivere e di combattere che c’è dentro ogni detenuto, per superare tutti i deficit, facendo conoscere al mondo questa cruda realtà, anche al fine di evitare spiaceevoli disgrazie che possono travolgere chiunque. Perché la mala informazione porta spesso a far credere alla gente cose assolutamente non vere, sia sulla certezza della pena e sia sull’espiazione della stessa, pubblicando statistiche non corispondenti alla realtà. Mi è capitato di leggere o sentire ai telegiornali che per un omicidio non si sta in carcere più di otto anni, o per un sequestro di persona 5 o 6 anni, sono solo menzogne e penso che questa male informazione non fa altro che incentivare la delinquenza, “la gente pensa che può commettere qualsiasi reato, tanto in Italia le pene non sono certe”. Diciamo che non è così, raccontiamo come si espia una condanna in Italia e che esiste l’ergastolo, che ergastolo significa FINE PENA MAI. Una condanna perpetua proprio come quella di un disabile che è costretto a stare per tutta la vita su una sedia a rotelle. Mi viene da citare un passo di Seneca dal libro “La Provvidenza”, probabilmente solo per farmi una ragione di quanto mi sta accedendo e per farmi forza. Seneca scrisse che chi viene colpito da malattie, dolori o altre disgrazie è stato giudicato degno di sperimentare sulla propria pelle la resistenza ella natura umana, quindi dovremmo considerarci fortunati e affrontare le avversità quotidiane combattendo con orgoglio e tenacia. La prima domanda che mi faccio riguarda la detenzione: cosa si vuole ottenere da una persona detenuta isolandola dal resto del mondo senza dargli la possibilità di rendersi utile in qualche maniera nei confroti della società, di se stesso e della propria famiglia? La seconda domanda riguarda invece la realtà carceraria: la società conosce la realtà del carcere e dell’espiazione di una condanna, di come si vive in carcere, pardon, forse è meglio scrivere di come si sopravvive in carcere? A questa domanda mi rispondo da solo. Secondo me, la maggior parte della popolazione libera non si avvicina minimamente nemmeno con il pensiero alla cruda realtà dei detenuti. E allora perché non cerchiamo di far conoscere al mondo la nostra realtà? Come sappiamo, la pena di un condannato dovrebbe essere afflittiva e soprattutto rieducativa e portare l’individuo piano piano al reinserimento nella società civile, ma come può un detenuto reinserirsi se la prima cosa che fa il carcere è tenerlo isolato dal resto del mondo, negandogli persino la possibilità di coltivare i rapporti con i propri cari? Come è possibile coltivare un rapporto con le misere ore di colloquio visivo che si differenziano da detenuto a detenuto e che comunque non superano mai le sei ore al mese e delle 4 telefonate mensili da 10 minuti ciascuna, quando si è fortunati e si usufruisce di tutti questi “benefici” si arriva a un totale di circa 80 ore che rappresentano poco più di tre giorni in un anno. E’ possibile secondo voi mantenere un rapporto solido con i propri cari? E’ difficile se non impossibile se si aggiunge che durante gli incontri con i propri familiari non si può avere nemmeno un secondo di privacy perché c’è sempre la presenza di un agente di custodia e comunque gli incontri avvengono in sale con altri detenuti mentre i colloqui telefonici nella maggior parte dei casi sono sempre registrati. Il solo pensiero di perdere gli affetti della propria moglie e dei propri figli è devastante anche se è un pensiero che assilla costantemente il detenuto e gli fa pensare che sarà impossbile un reinserimento nella società senza l’affetto dei propri cari. Bisognerebbe fare qualcosa per modificare le leggi vigenti affinchè si possa avere la possibilità di trascorrere più tempo con i propri familiari in quanto è proprio la famiglia il pilastro fondamentale della società e di ognuno di noi. Fortunatamente questa idea è condivisa sia dalla chiesa che dai partiti politici che ne fanno il loro cavallo di battaglia poiché solo con una famiglia solida si può affrontare un serio percorso di reinserimento sociale. Mi chiedo spesso se tutti i magistrati sono a conoscenza delle modalità e di come si espia una condanna. Perché mi è capitato di chiedere un’autorizzazione di colloqui durante un’udienza del mio processo ed il Magistrato competente rivolgendosi verso la gabbia dove ero rinchiuso mi chiese se le sei ore di colloquio che chiedevo erano giornaliere ed io gli risposi “magari”, controllò il codice penitenziario e si accorse che non era possibile, quindi capii che nemmeno lui che è un Magistrato era al corrente di come si espia una condanna. Facciamo conoscere al mondo le molteplici relatà di vita in carcere e soprattutto facciamo sapere cche le carceri non sono hotel o nights dove si beve champagne e le celle non sono delle suite con tutti i comfort ma luoghi di 12 metri quadri dove viviamo in 2 o 3 persone, all’interno cuciniamo, mangiamo, dormiamo e facciamo i nostri bisogni fisiologici, gli animalisti giustamente si allarmano quando vedono leoni o tigri rinchiusi in gabbie di almeno 20 metri quadri e sono soli, noi esseri umani cosa dobbiamo dire? I diritti umani che fine fanno? Fortunatamente la realtà in cui vivo io qui nel carcere di Bologna mi permette di frequentare un corso di ragioneria, un corso di etica e filosofia, un corso di teatro dove tra l’altro l’anno scorso siamo riusciti ad ottenere ottimi risultati portando in scena qui in carcere, aperto anche al pubblico civile, una tragedia greca “Anfitrione”, hanno parlato di noi diverse testate giornalistiche “stavolta positivamente”. Purtroppo nel circuito dove mi trovo recluso ci sono tante limitazioni per motivi di sicurezza e di conseguenza non possiamo frequentare altre attivitàche ci sono in questo istituto, non abbiamo la possibilità di lavoraree di renderci utili in nessun modo né per noi né tanto meno per i nsotri familiari, siamo ei parassiti della società e delle nostre famiglie. I giornali non fanno altro che parlare in maniera negativa dei detenuti e di conseguenza la popolazione civile ha dei pregiudizi altrettanto negativi su di noi. Abbattiamo questi muri di negatività e facciamo capire alla gente che dietro l’etichetta “detenuto” ci sono degli esseri umani con un cuore che pulsa, con un animo e con tanta voglia di vivere. In ognuno di noi si nasconde qualcosa di buono, bisogna lavorarci e tirarlo fuori, solo così si potrà costruire qualcosa di positivo per noi e per l’intera società. Se non si conoscono i problemi che ci affliggono è impensabile riuscire a trovare una soluzione. Anche io prima di frequentare questo corso di etica ignoravo i problemi delle persone disabili, adesso non dico che mi sto adoperando per risolverli, sarebbe troppo bello, ma almeno sto imparando a capire quali sono le loro esigenze e cosa c’è dietro l’etichetta “diversamente abile” o “handicappato”, anche dietro queste persone c’è tantissima voglia di vivere e tanto da imparare. Fortunatamente ci sono varie associazioni di volontariato che si occupano dei disabili e insieme a loro hanno combattuto e comabttono giorno per giorno per i propri diritti e per essere considerati persone normali quali sono. Combattiamo anche noi per essere considerati uomini e non de mostri, combattiamo per renderci utili e per non rimanere lo scarto della società o solo dei parassiti. Sarò ripetitivo ma è troppo importante far conoscere a tutti i nostri deficit affinchè ci aiutano a non farli diventare handicap.