Sesso e razzismo: Caster Semenya e la Venere ottentotta


, l’atleta sudafricana diciottenne che l’estate scorsa ai mondiali di atletica di Berlino vinse il titolo negli 800 metri, è ancora nel limbo degli esami che devono accertare la sua appartenenza sessuale: è una donna? È un uomo? È un ermafrodito? Può continuare a correre con le donne?

Caster Semeya vincitrice a Berlino 
…e vestita chic 

La sua vicenda è sospesa nella nebbia degli organismi sportivi internazionali, dove, non solo nell’atletica, la certezza del diritto in un caso come questo si impasta con più complesse considerazioni: certo non aiuta che sia una ragazza nera che viene da un villaggio sperduto del Sud Africa e che intorno a lei siano scatenati i giochi e gli interessi, politici e economici) dei sud africani non bianchi ( cioè neri e “colorati”) del post apartheid.

Ancora negli ultimi giorni intorno al suo nome si è accesa la polemica, perché il suo allenatore, Michael Seme, ha detto che avrebbe continuato a correre nelle gare femminili in Sud Africa, ma subito gli organismi federali sudafricani gli sono saltati in testa, definendo incaute le sue parole e inibendo a Caster di gareggiare fino a quando le supreme autorità internazionali dell’atletica non si pronunceranno.

Quando? Nessuno lo sa, anche se le Olimpiadi sono ormai domani e comunque i soloni che stanno in Europa giocano con il destino e i sentimenti di una ragazza di 18 anni.

Ve la ricordate ? Quando vinse gli 800 metri ai mondiali di Berlino,in realtà, più che per la prestazione, l’evento fu memorabile per quello che successo dopo. All’indomani della vittoria cominciarono a piovere strane insinuazioni su la ragazza. Le stesse atlete che con lei avevano gareggiato lanciarono in pubblica piazza il terribile interrogativo: e se la non fosse una donna?

E allora apriti cielo. Ne cominciò una querelle, a tratti grottesca, sulla condizione ormonale, fisica, atletica della ragazza (o ragazzo?) e sulle ripercussioni di questa da un punto di vista filosofico, politico, femminista. Il Sun, quotidiano noto per le sue posizioni scandalistiche, rivelò che l’atleta era in realtà un’. La federazione mondiale di Atletica stabilì in fretta e furia nuove misure per l’accertamento del sesso dei concorrenti. Di che far gongolare i profeti dei gender studies.

Il problema è che la vicenda di Semeya è intimamente intrecciata con le cicatrici del razzismo nell’animo collettivo e individuale della maggioranza non bianca del Sud Africa e così quello che altrove sarebbe un semplice caso di attribuzione di sesso assume i tratti di un ritorno alle vecchie leggi della separazione razziale.

A proposito di c’è anche chi riesuma, come parallela vicenda di razzismo, la storia di , nota come la in Europa, dove fu portata, come un trofeo, nel 1810, all’età di 21 anni, e dove morì, in Francia, cinque anni dopo, prostituta e alcolizzata. Era stata esibita davanti a schiere di pittori, naturalisti e presumibilmente maniaci travestiti da scienziati, tutti attratti dal suo sedere fuori ordinanza e da labbra vaginali eccezionalmente grande e protese. Il suo scheletro e i suoi genitali furono conservati fino al 1974 al Museo dell’uomo di Parigi e ora, scrive Ariel Levy sul New Yorker, “molti in Sud Africa hanno la sensazione che i bianchi non sud africani stiano ancora scrutando un corpo femminile nero come se non contenesse un essere umano”.

, la dei primi dell’ottocento 

Anche l’atteggiamento assunto dalle autorità internazionali dell’atletica, in fondo, suona sinistro in questo angolo dell’Africa: e se fosse successo a una del Massachusetts? Ci sarebbe lo stesso atteggiamento altezzoso? Il comportamento delle autorità atletiche sudafricane, inoltre, non risente un po’ anch’esso di un complesso di inferiorità, magari intrecciato con l’0pportunismo di qualche piccolo boss locale che vuole fare carriera nel partito del presidente Zuma.

Non aiuta il fatto che la vicenda di abbia le sue radici in una delle zone più povere del paese, e anche del mondo, dove se una bambina nasce con il clitoride troppo lungo glielo tagliano; dove si verifica una elevata concentrazione di nati o nate che possono presentare tratti incerti di identità sessuale; dove, come dice un’amica di , “ per definire se una è donna basta che faccia pipì seduta”, dove non c’è spazio per scelte sessuali diverse come essere lesbica. A farlo si rischia lo stupro educativo.

Non aiuta che le vicende sessuali siano ammantate dall’amore della riservatezza e del perbenismo, dal timore dello scandalo, che, causa anche l’ignoranza del poverissimo ambiente in cui è nata, non ha certo aiutato Caster e i suoi allenatori a avere idee più chiare. Caster non ha seno, non ha le mestruazioni, ma questo, spiegano gli esperti di atletica, non vuole dire molto, perché pare che altre ragazze sottoposte alla intensa tensione agonistica e all’immenso sforzo di preparazione dell’atletica non ne abbiano. Si porta l’esempio di Maria Mutola, del Mozambico, idolo di , anche lei dall’aspetto fortemente mascolino.

Fin da quando ha cominciato a vincere le rivali e i loro allenatori e genitori hanno cominciato a seminare dubbi sulla femminilità di , la quale si è abituata, fin da giovanissima, a farsi accompagnare da un “testimone” al bagno per mostrare con i propri genitali che tutto è in regola.

La storia si è complicata con la vittoria di Berlino, perché questa ha proiettato la ragazza sulla grande piattaforma mondiale, come possibile candidata all’oro olimpico. Qui sono entrati in ballo, al di là delle apparenze dei genitali, i livelli di . E sono anche entrate in ballo le deficienze, le ingenuità, le debolezze dei responsabili dell’atletica sud africana che hanno comunque mandato a correre in Germania, accettando preventivamente, ma senza dirglielo, di sottoporla all’esame sulla sessualità di cui ancora nulla si sa, almeno ufficialmente, anche se in Australia sono già uscite indiscrezioni secondo le quali Caster sarebbe, nel migliore dei casi, un ermafrodito, categoria peraltro non contemplata dalle tabelle internazionali.

Angel Fershgenet, in arte Angel Lola Luv: secondo un blog potrebbe reincarnare la , edizione duemila Anche qui entrano in ballo le questioni razziali. Sostengono a Johannesburg: certo, le voci partono dall’Australia, perché lì c’è un altra concentrazione di razzisti bianchi, emigrati dopo la fine dell’appartheid, che mai hanno perdonato ai neri di avere conquistato la libertà.

 Recentemente, il New Yorker, che è giornale di altra caratura rispetto ai cugini di campagna del Sun, propone un bel reportage sul retroterra culturale della . E « retroterra » non è parola scelta a caso, perché rimanda a un mondo al di fuori, dietro, dopo l’ultima stazione di ferrovia. Un mondo di frontiera come il « Cristo si è fermato a Eboli » del libro di Carlo Levi.

 Quando in Sud Africa le gente dice «Limpopo», si vuole dire la terra del nulla. Non parlano di una condizione metafisica o della contea di un libro fantasy, bensì di una regione ben definita nelle carte geografiche, la zona nel nord del paese che fa da frontiera col Botswana, lo Zimbabwe e il Mozambico. Qui di macchine non se ne vedono e l’acqua corrente e l’elettricità sono lussi che non si hanno. Ed è qui che in condizioni di rara precarietà si allenano i membri del Moletjie Athletics Club, club di cui ha fatto parte fino ad un anno fa.

 Gli atleti del club vivono tutti nei villaggi in case di fango, mattoni e lamiere. Per arrivare agli allenamenti devono camminare a lungo attraverso i campi di grano, incrociando le capre e gli asini che brucano l’erba e che padroneggiano questi sentieri non asfaltati. Davanti ad una scuola li aspetta ogni volta il loro allenatore Jeremiah Mokaba che precisa: «In questo periodo gli allenamenti si possono fare perché la stagione della pioggia è passata». Non esistono infatti strutture coperte.

 Mokaba allena i suoi allievi nella boscaglia coperta di rovi che si distende dietro il sentiero e che va lontano verso le montagne. Gli atleti corrono a pieni nudi e spesso vengono feriti dalle spine. Un giovane ragazzo spiega la situazione: «Non possiamo fermarci e dire che non abbiamo scarpe perché non abbiamo soldi. I nostri genitori non hanno soldi. Allora che possiamo fare? Continuiamo a correre».

 Joyce ha diciotto anni ma sembra molto più giovane. È magra, avvolta in una felpa rosa e nemmeno lei ha perso la speranza. «Voglio diventare campione del mondo – dice con una voce soffice, quasi un sospiro – Diventerò campione del mondo. Caster mi ha reso orgogliosa. Lei ha vinto. Lei ha mostrato il nostro club sulla mappa».

 da www.blitzquotidiano.it

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“Il Muro di Berlino c’è”


di Nek

il muro di berlino c'èQuelle croci unicinate su un foglio
o le scritte in nero contro gli ebrei
o aggredirmi perchè voglio un figlio
varie facce della stupidità che c’è
perchè son tempi di basso profilo
altra gente vuol pensare per noi
vuole scrivere un nuova vangelo
ed imbratta i muri d’orinatoi
questa Italia qui
la sua isteria minima
non è piu la mia
se le servono facili vittime

e il muro di berlino c’é
nessuno l’ha buttato giù
è un muro che non cadrà mai
se spari a quello che non sai
nell’ hamburger la carne di manzo
ci sta bene con il ketchup lo so
di voi due mano in mano ed io sbronzo
è il ricordo in bianco e nero che ho
ora tu sei qui mi parli de te
scivoli tra il freddo e i cioè
ma gli stereo ci spaccano i timpani

ma il muro di berlino c’è
è´ un muro duro dentro te
un muro che hai voluto tu
mattoni e calce viene su
il muro di berlino c’è
muro è una storia che non hai
le corse lungo i corridoi
per poi adeguare i passi ai tuoi
il muro è qui …..il muro è qui
e così muratori non siamo
travestiti tutti da indiana jones
fondamenta di muri tracciamo
che separno i diversi da noi
e qui a Modena la mia città
un portico divide a metà
chi non sente e chi chiacchiera chiacchiera

il muro di berlino c’è
muro è una schiena contro te
muro è un cassetto di rasoi
non c’è un ti amo nel mio spray
il muro di berlino c’è
chi puo decidere per me
chi dalla parte giusta sia
in questo anni di razzia
il muro di berlino c’è
muro e un amico che va via
muro e il ritorno de cow-boy
ma poi gli apaches siamo noi
siamo noi siamo noi
il muro
è qui è qui è qui
il muro è qui
il muro è qui
il muro è qui

“Rifacciamo il muro di Berlino”


Oggi è il 20esimo anniversario della caduta del Muro di Berlino che ha diviso la città di Berlino, e di conseguenza anche la Germania, per quasi 40 anni. Per celebrare questo giorno pubblico questa canzone

Testo e musica di Francesco Baccini dall’album “Nudo” del 1993

muro di berlinoCade il Muro di Berlino
Cade il Muro di Berlino
Another brick in the wall

Stanotte inizierò da solo
fa freddo qui a Berlino est
è dura fare il carpentiere
e sopravvivere agli skin-heads
Ho già parlato coi compagni
polacchi, italiani ed ebrei
faremo i turni di lavoro
fino alla mattina alle sei

Facciamo il Muro di Berlino
Adolfo non ritornerà,
facciamogli scoppiare un casino
e tutto il mondo canterà…

“Another brick in the wall,
another brick in the wall,
another brick in the wall”

La Grande Germania credeva
che ci fossimo dimenticati
di dieci milioni di amici
allegramente carbonizzati,
ad Auschwitz c’era la neve
e c’era pure mio padre
gli han dato un biglietto di andata
ma il ritorno l’ha dovuto inventare.

Facciamo il Muro di Berlino
il Terzo Reich non tornerà
facciamogli ingoiare il casino
e tutto il mondo canterà…

“Another brick in the wall,
another brick in the wall,
another brick in the wall,
another brick in the wall”

Indiana Jones certo ha ragione
certe cose sono tabù,
tu le rompi e la maledizione
ti prende e non ti molla più
ma forse siamo ancora in tempo
anche se a qualcuno non piacerà
ragazzi prepariamo il cemento
e muriamo la stupidità

Facciamo il Muro di Berlino
non siamo reazionari però
i crucchi ci faranno un festino
che finiremo K.O.

Vogliamo il Muro di Berlino
facciamolo per carità
di scemi ce n’è al mondo un casino
li porteremo tutti là

“Another brick in the wall,
another brick in the wall,
another brick in the wall,
another brick in the wall,
another brick in the wall”

Troppo grasso per i raggi X, solo allo zoo apparecchio per lui


uomo grassoBERLINO – L’unico apparecchio a raggi-x abbastanza grande per ‘ospitare’ la sua mole imponente si trovava nello zoo della città, ma un cittadino tedesco obeso si é rifiutato di essere trattato alla stregua di un animale, ha rinunciato alla radiografia ed è morto pochi giorni dopo per cause non ancora accertate.

E’ successo ad Amburgo (nord), dove Thomas Lessmann, 51 anni, 230 chili di peso, secondo quanto riporta oggi il tabloid Bild – il 21 settembre scorso si è presentato all’ospedale universitario di Eppendorf (Uke) per degli accertamenti.

Tuttavia, nonostante gli sforzi dei medici e 10 ore trascorse in ospedale, non è stato possibile fargli le radiografie poiché l’apparecchio a raggi-x non era sufficientemente grande per quella mole. E’ stato così, che i medici hanno consigliato ai Lessmann di andare al centro veterinario del vicino zoo di Hagenbeck, dove si trova un apparecchio a raggi-x molto più grande. “Sembrava che ci stessero prendendo in giro”, ha commento al giornale la moglie del paziente, Petra Lessmann.

Così, i coniugi sono tornati a casa e 13 giorni dopo Thomas Lessmann è morto. Un portavoce dell’Uke, da parte sua, ha spiegato che gran parte degli apparecchi a raggi-x degli ospedali sono progettati per sopportare pesi fino a un massimo di circa 200 chili.

fonte ANSA