“Sotto cieli noncuranti” di Benedetta Cibrario


di Daniela Domenici

“Le cose spaiate si devono appaiare. Le cose rotte si devono aggiustare. E quelle che fanno soffrire si devono curare. Si fa così. Io questo lo so”: queste frasi riportate sulla quarta di copertina e tratte dal capitolo finale del libro sono una sintesi perfetta delle tematiche di questa storia che, come prima caratterizzazione, definirei “corale”.

L’autrice riesce a seguire le vicende di due nuclei familiari che vengono travolti da un evento traumatico mortale dando voce a tutti i protagonisti senza mai far perdere il filo, riuscendo a utilizzare lo “stream of consciousness” di Joyciana memoria con un’abilità magica e perfetta: ogni personaggio si esprime in un suo modo caratteristico, è subito riconoscibile, specialmente le tre bambine, Matilde, Caterina e Beatrice, e Irene, la mamma di Francesco (i capitoli più belli secondo il nostro modesto parere); a questi flussi di coscienza l’autrice alterna momenti di dialoghi che fanno da “link”, da collegamento, alle varie storie.

L’altra caratterizzazione sono le stupende e minuziose descrizioni geografiche dei luoghi in cui si svolgono le vicende, la città di Torino e alcuni ambienti montani della Val di Susa, che la Cibrario, di origine fiorentina ma da anni residente a Torino, mostra di conoscere perfettamente ma, soprattutto, di amare visceralmente; permetteteci un accostamento che forse vi sembrerà azzardato, quello con la Barcellona di cui Zafon ci fa percepire ogni angolo, ogni profumo, ogni suono.

Terza e ultima caratterizzazione di questa seconda opera della Cibrario l’accurata analisi psicologica di ogni personaggio coinvolto nella storia che dimostra una preparazione dell’autrice in questo campo e che emerge chiaramente dalle parole con cui si esprimono i vari protagonisti, bambini e adulti.