“Poesia”


di Antonella Sturiale

Cos’è…

chi è il poeta che d’amore parla

in mezzo alla gente che d’amore sogna.

Io… poeta del mio pianto

che lento scorre al mistero della vita.

Tu…amore, mio amore che della

luce spende i bagliori più intensi,

che del cuore consuma i suoi palpiti eterni.

Le valigie dell’anima pronte,

come di partenza composte,

e le mani chiuse ai dolori

e di occhi profondi

e di pace

di mare

di oceani immensi battenti agli scogli.

E di…gioie

e ricordi che rifugiano al riso

come nascondino alla morte.

Io…poeta che mi servo di te

per scrivere le memorie,

i ricordi per dettare i miei versi

alla magia di un sogno.

Parlami al cuore

come hai sempre parlato,

con la dolcezza di parole

che d’eccesso paion finte

e nella crudeltà si compongono

come frasi sgrammaticate,

come sensazioni nel senso del Mondo.

Tu …amore che d’amore ti nutri

e vivi

e senti

e gioisci

e svinisci

e crolli

in un letto fluttuante

di foglie di  verde infinito.

Tu muto che mi guardi ammirato,

muto e pacato

innamorato,

muto e pacato

nella profondità di uno sguardo.

E poi…

muto e riservato

innamorato.

Ed io…

muta e commossa

perduta nella tua anima immortale.

Muta e sperduta

nell’intimo di te

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“Poesia”


di Antonella Sturiale

Cos’è…

chi è il poeta che d’amore parla

in mezzo alla gente che d’amore sogna.

Io… poeta del mio pianto

che lento scorre al mistero della vita.

Tu…amore, mio amore che della

luce spende i bagliori più intensi,

che del cuore consuma i suoi palpiti eterni.

Le valigie dell’anima pronte,

come di partenza composte,

e le mani chiuse ai dolori

e di occhi profondi

e di pace

di mare

di oceani immensi battenti agli scogli.

E di…gioie

e ricordi che rifugiano al riso

come nascondino alla morte.

Io…poeta che mi servo di te

per scrivere le memorie,

i ricordi per dettare i miei versi

alla magia di un sogno.

Parlami al cuore

come hai sempre parlato,

con la dolcezza di parole

che d’eccesso paion finte

e nella crudeltà si compongono

come frasi sgrammaticate,

come sensazioni nel senso del Mondo.

Tu …amore che d’amore ti nutri

e vivi

e senti

e gioisci

e svinisci

e crolli

in un letto fluttuante

di foglie di  verde infinito.

Tu muto che mi guardi ammirato,

muto e pacato

innamorato,

muto e pacato

nella profondità di uno sguardo.

E poi…

muto e riservato

innamorato.

Ed io…

muta e commossa

perduta nella tua anima immortale.

Muta e sperduta

nell’intimo di te.

Enrico IV sul trono di una “saggia” follia: Ugo Pagliai al teatro Ambasciatori di Catania


di Antonella Sturiale

Affrontare le tematiche pirandelliane non è cosa da poco se si pensa che la genialità del vincitore del nobel per la letteratura consiste nella dimostrazione tangibile che la follia dell’uomo sta proprio nella sua spesso inopportuna saggezza. La vita vista come un enorme palcoscenico in cui ognuno degli esseri viventi recita una parte assegnata. Non sappiamo bene chi fa da regista a tutto questo. Il destino, un essere Superiore o l’uomo stesso? Ognuno regista di se stesso.

Ma, all’Enrico IV che siamo andati a vedere presso il teatro Ambasciatori di Catania, la regia l’ha firmata Paolo Valerio e lo ha fatto nel modo più semplice possibile lasciando libero sfogo agli attori e libera interpretazione agli astanti.

La maestria dello spettacolo è riconducibile proprio alla tematica trattata: la follia dell’uomo, la sua perseveranza nell’ambiguo, nel gioco delle parti, nel suo “districarsi” per una migliore soluzioni ai problemi che via via si presentano durante il “duro mestiere di vivere”.

La produzione è del Teatro Stabile di Verona Fondazione Atlantide Gat II e del Teatro Stabile del veneto “Carlo Goldoni”. Le scene sono di Graziano Gregori, i costumi di Carla Teti, le musiche di Antonio di Pofi, le luci di Enrico Berardi.

Abbiamo notato fin dalle prime battute la differenza di recitazione tra i vari attori: i livelli erano nettamente diversi fino ad arrivare alla scuola raffinata, intensa, curatissima di Ugo Pagliai nella parte del protagonista. Un po’ sottotono, forse per la stanchezza, la compagna dell’attore, la “signorile” Paola Gassman nel ruolo della marchesa Matilde Spina.

La trama della commedia è molto singolare: un uomo cadendo da cavallo crede di essere il re Enrico IV di Germania e per vent’anni vive chiuso nella sua fantomatica villa attorniato da servitori fittizi e profittatori che lo assecondano nella sua voluta pazzia. Andrea De Manincor, Francesco Godina, Francesco Mei sono i giovani interpreti dei servitori, il loro consigliere Landolfo è caratterizzato da un deciso Roberto Vandelli. Nella contenuta e severa parte del maggiordomo Giovanni ritroviamo Teodoro Giuliani, bravo e dai movimenti militareschi che a tratti ci ricordano “ la creatura” nata dall’esperimento del dottor Frankenstein.

Dopo vent’anni il “Re” riceve la visita della donna di cui si era innamorato, Matilde Spina insieme al marito Belcredi, suo vecchio rivale in amore e della loro figlia Frida. Enrico, per i primi dodici anni veramente pazzo mentre durante gli otto rimanenti rinsavito ma ancora consapevolmente calato nel personaggio insano, accogli gli ospiti con i convenevoli richiesti dal rango. Un dottore accompagna i visitatori. E’ sua l’idea di mettere davanti ad Enrico IV madre e figlia, abbigliate con lo stesso vestito indossato durante la passata cavalcata per evidenziare il divenire del tempo e farlo così tornare alla realtà della vita finalmente sano.

Il ruolo del medico Dionisio Genoni è ricoperto dall’attore Roberto Petruzzelli bravo nel caratterizzare il personaggio con una raffica di termini tecnici attinenti al tema medico spesso incomprensibili ed ingarbugliati in modo esilarante. Alessandro Vantini è il barone Tito Belcredi, a nostro avviso interpretato con troppa, evidente aria di sufficienza.

La paurosa figlia Frida è la giovane Beatrice Zardini ed il fidanzato, il marchese Carlo di Nolli è l’adeguato, protettivo Giuseppe Lanino.

Durante il vivacissimo dialogo dei personaggi, la follia si converte diventando saggezza e quest’ultima ci appare inconsapevole follia.

Colpevole di vivere: amore e morte in “Diceria dell’Untore” al Teatro Verga di Catania


di Antonella Sturiale

Lo dobbiamo proprio ammettere: non ci siamo nemmeno accorti che il sipario, dopo circa un’ora e trenta dall’inizio dell’atto unico, si era chiuso dopo una scena di grande pathos emotivo. Ieri al Teatro Verga di Catania l’adattamento teatrale del romanzo di Gesualdo Bufalino, Diceria dell’untore, ci ha fatto vibrare l’anima in un gioco di amore e morte, paura ed ansia, sfida e fede. L’impeccabile regia di Vincenzo Pirrotta ha convinto un pubblico dalle età più disparate. Abbiamo assistito, alquanto piacevolmente meravigliati, a sguardi di bambini completamente catturati dalla bravura degli attori sul palcoscenico supportati da una scenografia e dagli essenziali costumi di Giuseppina Maurizi, dalle musiche di ampia e trepidante atmosfera di Luca Mauceri, i movimenti volutamente robotici a scandire attimi di effimera vita di Alessandra Luberti, direttore degli allestimenti e luci di Franco Buzzanca. Al centro del palco una scala dove risaltano scritte bianche in cima alle quali una pedana fa da simbolico balcone al mondo esterno: Enzo Di Stefano è l’attento direttore del palcoscenico.

Il regista dello spettacolo, che abbiamo applaudito in “Terra Matta” come attore intenso, emotivamente toccante, si è ritagliato in “Diceria dell’untore” la parte del Gran Magro, anziano primario del sanatorio “la Rocca” dove approda Colui che dice io, l’Io narrante appunto, della commedia, malato di tbc come tutti gli altri personaggi. Il suo è un Gran Magro a tratti clownesco, cinico e diretto quanto basta per fare della malattia dei ricoverati quasi una soluzione ai problemi, ai dilemmi più inestricabili della vita stessa.

Non è stato facile fare del romanzo di Bufalino la prima trasposizione teatrale per vari motivi, primo fra tutti, la lingua sofisticata, barocca e marcatamente metaforica utilizzata dall’autore. Quest’ultimo racconta il conflitto incontenibile tra amore e morte radiografato dalla tarlante e beffante realtà della malattia che conduce inesorabilmente al decesso tra indicibili sofferenze. Lo stesso Gran Magro – Pirrotta dirà: “Altri non siamo che OMI: fibromi, melanomi, leucomi, sarcomi…”.

Siamo nell’estate del 1946. L’Io narrante, un reduce colpito dalla tbc, arriva al sanatorio “La Rocca” e lì incontra, oltre al Gran Magro, la giovane Marta segnata marcatamente dalla violenza della guerra e della patologia contratta. I due giovani si innamorano senza speranza, vivono un amore sofferto, trepidante, spruzzato dal sangue della disperazione. Inoltre incontriamo gli altri personaggi, coinquilini del lazzaretto di Bufalino: Sebastiano, incattivito, chiuso, aggressivo ventottenne segnato dal dolore della perdita della sorella; veste i suoi panni il bravo, intenso, coinvolgente Giovanni Argante. Giovanni Calcagno è Padre Vittorio, un prete che mette in discussione la sua fede in Dio sfidando il Cielo in una iterata sfida, un grido carico di amarezza e rabbia: “Dove sei, fatti vedere”. Paradossalmente sarà il protagonista a riconvertirlo infine alla fede cristiana, proprio lui che vede il mondo attraverso un quasi materialismo illuministico. Ma Dio c’è e non permette lui le sofferenze sulla terra. Le vorrà proprio l’uomo? E’ questo che l’autore lascia sottilmente trasparire. L’attore Giovanni Calcagno ci ha davvero commossi, ci ha coinvolti pienamente nel suo profondo dolore. La sua performance è molto fisica: il battere la croce sulla spalla mette terrore, consapevolezza fino al culmine della rottura del legno come in atto di spezzare il legame con l’immanenza, con l’enigma dell’aldilà.

Nel piccolo ma incisivo ruolo di Adelina, la prostituta della Kalsa, ritroviamo Vitalba Andrea dal dialetto marcato e dalla gestualità molto esplicita come il personaggio richiedeva. E’ con lei che il protagonista si sente “Untore” perché la donna è facente parte della schiera dei sani, dei privilegiati. Il senso di colpa infuoca l’anima del malato che si contorce a terra febbricitante. Gli altri ricoverati della Rocca sono bravi attori del calibro di: Luca Mauceri, Plinio Milazzo, Marcello Montalto, Salvatore Ragusa, Alessandro Romano che cambiano costumi convulsamente ed ordinatamente. I musicisti che si intravedono in trasparenza al di là del sottoscala sono i bravissimi: Mario Gatto (fisarmonica, clarinetto, sassofono, basso, tastiere), Salvatore Lupo (violino, violoncello, basso), Michele Marsella (chitarra classica, basso, tastiere), Giovanni Parrinello (percussioni, basso, elettronica).
Potente e struggente la voce di Nancy Lombardo nel ruolo di Latomia, la ragazza della città. La giovane e diafana Marta ha il volto di Lucia Cammalleri, commovente ed a tratti sfuggente amore dell’Io narrante. Brava nel mostrare le fragilità della giovane età di fronte ad una realtà atroce: quella dell’imminente morte. Un passato di violenza da parte di una persona molto più anziana di lei, una nomea che ne ha calpestato la dignità umana. Molto brava soprattutto nella parte finale quando la sua vita cede finalmente alla morte liberando il refrigerio dell’anima.

Abbiamo lasciato, infine, il protagonista, l’Io del romanzo magistralmente interpretato da Luigi Lo Cascio. L’intensità della sua espressione vissuta, la grandiosità della sua naturale mimica, i monologhi lunghissimi affrontati con la giusta intonazione, con le giuste movenze, ci emozionano e ci fanno assaporare ripetutamente il brivido del mistero della vita, nell’amore come nella morte, restituendoci il giusto valore delle cose che ci circondano.

La colpevolezza del protagonista sta proprio nella sua insperata guarigione quasi a scapito dei compagni di “disavventura”. Ma lui, suo malgrado, è guarito e continua a vivere: un disegno voluto da chi?

Sicuramente da quel Dio che non vuole la sofferenza ma la permette soltanto per trasformare in forza la nostra debolezza.

A Daniela


di Antonella Sturiale

bambinaUna raffica di parole

in un sorriso bambino.

La semplicità del viso,

l’onestà di cuore.

L’attenzione per gli umili

il battito sensibile

che lacrime versa per commozione

per gioia

per speranza

per rabbia

per abbandono.

Daniela…t’immagino

maestrina di un infinito sogno,

t’immagino bambina stanca

urlante d’ingiustizie.

T’immagino poesia

bramosia,

ti vedo assorta nel dubbio

della vita senza amore.

Ti cerco,

ci cerchiamo

come anime che da tempo

hanno avvicinato

le loro membra.

Ti trovo

e sempre…ti trovo.

E vivo

e sempre…ti vivo

Il teatro Brancati a Catania apre la stagione…in mutande


di Antonella Sturiale

Il 28 ottobre alle 21:00 ci troviamo al Teatro Brancati per assistere alla prima della commedia in due atti di Luigi Lunari “L’incidente”, con la regia di Giuseppe Romani e le scene ed i costumi di Giuseppe Andolfo.

Un pubblico entusiasta ma non tanto numeroso da riempire tutte le poltrone dell’accogliente teatro, molto probabilmente riconducibile al fatto che contestualmente allo stadio si svolgeva la partita interna di calcio, attende l’inizio di una commedia che sembra la parodia esasperata del momento politico e sociale che vive l’Italia negli ultimi tempi.

L’incidente” è una commedia tratta da “Die hose”, “le mutande” di Carl Sternheim, commedia dai tratti e dalle connotazioni boccaccesche, dai ritmi veloci, movimentati, a tratti esageratamente. Narra la storia dell’avvenente moglie di un umile bancario che, durante l’inaugurazione della nuova sede bancaria, perde le mutande a causa della rottura imprevista dell’elastico. Qualcuno dei presenti nota l’inconveniente e ne trae le logiche, personali conclusioni. Tutto gira nella fantasia creata negli uomini che, perversamente, tracciano ed intessono tele atte a conquistare la “de- mutandata”: dal direttore di banca al figlio – marionetta appena tornato dal militare.

Il povero marito, il ragionier Martelli, si sente travolgere dallo scandalo e lotta disperatamente per salvare il buon andamento della sua carriera. Pensa dunque ad organizzare un’orgia per il direttore risvegliato in certi “appetiti” dall’incidente accorso alla propria moglie.

I personaggi della commedia si muovono sul palcoscenico con molta disinvoltura, nel pieno possesso artistico del personaggio interpretato. Il bravissimo attore Tuccio Musumeci, alias il ragionier Martelli, appare molto calmo e fa da “cucitura” all’intera tela intessuta dalla tragicomica trama della commedia.

La malcapitata moglie, Concita Vasques, ci appare in alcune scene, un po’ sottotono, come se l’incidente avesse creato in lei una sorta di timido imbarazzo.

Agostino Zumbo interpreta egregiamente, con ironia e grande padronanza scenica il direttore della banca, Dottor Scotti, che deve nascondere sapientemente la voglia sessuale risvegliatasi in lui dopo tanto tempo.

La moglie bigotta, caricaturale, parecchio somigliante alla Olivia compagna del famosissimo Braccio di Ferro, è interpretata in modo unico da una sempre adeguata, sempre eccelsa, camaleontica Carmela Buffa Calleo. E’ la sua personale rivisitazione che ci regala le più spontanee risate, è lei che, comandando a bacchetta marito e figlio, ci fa comprendere il vero ruolo di molte mogli all’interno della famiglia. La rivalsa femminile che sfocia normalmente, in molte menti perverse e deviate di mariti infedeli, nel ricercare all’esterno del proprio nucleo familiare, sensazioni fisiche “forti” ma effimere, senza futuro dove la rivalsa sull’altra diventa necessità psicologica (è vietato innamorarsi).

Giovanni Santangelo è Guido, figlio dei coniugi Scotti. Il giovanissimo attore è frizzante, energico e coinvolgente. Con l’euforia tipica della sua età, si prefigge la sfida di conquistare la donna più matura e considerata “esperta” nelle arti amatorie.

Salvo Scuderi ed Elisabetta Alma sono i coniugi Crisafulli. Lui ragioniere presso la banca, uomo goffo e caricaturale, lei donna dalla risata ad intermittenza e insopportabilmente stridula, complice reverenziale e per nulla disinteressata della signora Scotti.

Le due “escort” sono interpretate da Egle Doria, alias Natasha, e Maria Rita Sgarlato, alias Mimosa. Entrambe esageratamente e volgarmente abbigliate, sono due povere diavole che da bombe del sesso si trasformano in crocerossine per alleviare gli acciacchi senili del partner. Egle Doria, sempre all’altezza dei diversi ruoli affrontati, parla un dialetto esasperatamente romano, mentre, Maria Rita Sgarlato una miscela tra dialetto veneto alternato con espressioni e termini tipicamente siculi. Da sottolineare il grande affiatamento scenico delle due colleghe che, alla fine, si rivelano due “brave” ragazze.


Una commedia dal tessuto molto semplice, poco consistente ma di grande attualità: dimostrazione chiara e tangibile di come l’uomo abbia sempre la testa nelle “mutande”.

Filastrocca per Antonella S.


panteradi Daniela Domenici

Tra poco lascia Facebook Antonella la pantera
ma dentro ognuna di voi vivrà Antonella quella vera
la bellezza della sua poesia

rimarrà a farvi compagnia
la profondità della sua fede
(che c’è e si vede)
 di cui vi ha dato un assaggio
conterrà sempre un messaggio:
senza perdono non c’è amore
aprite sempre il vostro cuore…
Anche dopo che Facebook lascerà
una buona parola per tutti sempre avrà