“Un anno d’amore”


Mina – 1967

Si può finire qui
ma tu davvero puoi
buttare via così
un anno d’amore
se adesso te ne vai
da domani saprai
un giorno com’è lungo e vuoto senza me.
E di notte
e di notte
per non sentirti solo
ricorderai
i tuoi giorni felici
ricorderai
tutti quanti i miei baci
e capirai
in un solo momento
cosa vuol dire
un anno d’amore
cosa vuol dire
un anno d’amore.
Lo so non servirà
e tu mi lascerai
ma dimmi, tu lo sai
che cosa perdiamo
se adesso te ne vai
non le ritroverai
le cose conosciute
vissute
con me.
E di notte
e di notte
per non sentirti solo
ricorderai
i tuoi giorni felici
ricorderai
tutti quanti i miei baci
e capirai
in un solo momento
cosa vuol dire
un anno d’amore
cosa vuol dire
un anno d’amore.
E capirai
in un solo momento
cosa vuol dire
un anno d’amore
cosa vuol dire
un anno d’amore.

http://www.youtube.com/watch?v=3SmA7x7AQl4

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Il mio anno a scuola nel carcere


Ho passato l’anno scolastico 1975-76 nel carcere circondariale di Spezia. La cosiddetta “Carbona”, ancor più confidenzialmente “la Villa”. Ho vissuto un’esperienza molto formativa, certamente indimenticabile. Mi era stata assegnata una supplenza annuale nella sezione multi classe della scuola elementare interna.

A quel tempo si stimava che almeno un quarto della popolazione carceraria era analfabeta, e lo Stato si impegnava all’alfabetizzazione generale del Paese, compresa quella dei carcerati. Questa era la legge, ma la prima cosa che ho imparato prendendo servizio, è che il carcere era un regno indipendente e sovrano.

C’era il suo re, il direttore, il primo ministro, il comandante delle guardie, il suo esercito e il suo popolo di sudditi; e la legge, l’unica che contava oltre il cancello dell’amministrazione, era quella dettata dal re e dal suo primo ministro. In quel carcere, ad esempio, la scuola era ritenuta un’inutile rogna, e il mio predecessore mi ha subito informato che era cosa sgradita il disturbare il quieto andamento del regno con l’apertura effettiva dell’anno scolastico. E mi ha prospettato un anno di rilassante riposo, occupando un ufficio dell’amministrazione, dando una mano a disbrigare la posta. Dopodiché avrei potuto leggere, giocare a bigliardino con le guardie, guardarmi la tv.

Mi ci è voluto un mese di umilianti richieste e poco amichevoli discussioni per farmi aprire l’ultimo cancello e instaurare nella cella della biblioteca la mia nuova scuola. Una volta richiuso il cancello alle mie spalle, c’eravamo solo io, il turno di guardia e i galeotti a occupare un universo sigillato, blindato, impenetrabile a qualunque legge che non fosse quella del capo turno e dei segreti potentati dei capi cella.

E mi ricordo prima di tutto l’odore. Il carcere ha un odore unico, inconfondibile, che non assomiglia a nessun altro odore, anche se è fatto di materie reperibili in molti altri ambienti collettivi: ammoniaca, escrementi, cibo in preparazione, fiato umano, umidità di panni lavati, sapone profumato da due soldi. E poi la luce. La luce polverosa e opaca dei lucernai mista alla sempiterna luminescenza dei neon e delle lampadine nude e crude madide del fumo inanellato da migliaia di sigarette.

Poi ricordo che i detenuti che “rompevano” venivano menati dalle guardie nelle docce, ed erano perlopiù tossici. I tossici non avevano nessun tipo particolare di assistenza, tranne le botte e qualche giorno di isolamento.

Ricordo che tutti, dal direttore in giù, avevano paura di una sola persona al mondo, della brigatista della sezione femminile, e nessuno osava anche solo immaginare di darle fastidio in qualche modo. Ricordo del compleanno del mafioso celebrato con champagne e caviale, ricordo che lo spesino speciale lo andò a fare un brigadiere che poi brindò al genetliaco. Ricordo del palestinese, uno del commando di Fiumicino, che mi insegnò i rudimenti dell’arabo – ho ancora i quaderni con la copertina nera del ministero degli interni – mentre io gli insegnavo l’italiano; era sicuro che in carcere ci sarebbe stato poco, e mi fece il nome di un politico amico che di lì a pochi anni divenne l’uomo più potente del paese.

Ricordo del ladro gentiluomo, fregato da una donna, che scriveva romanzi d’amore. Ricordo il ragazzo che si feriva con i cocci di vetro per poter stare in isolamento, e da lì voleva che andassi a parlargli; non voleva sapere niente in particolare, ma solo sentire la mia voce. Ricordo che il brigadiere veniva segretamente da me a farsi scrivere le lettere per sua madre e la sua fidanzata; non parlava l’italiano, ma solo la sua lingua natia, il napoletano, e all’inizio facevo una fatica tremenda anche solo a capire cosa volesse. Ricordo le partite a biliardino quando il turno era di buon umore, la sfilata delle marmitte del rancio su cui sputavano da tutte le balconate; e ricordo che parecchie volte si dimenticavano di venirmi ad aprire alla fine delle mie ore, e io sentivo di essere finito nell’imbuto di quell’universo, e di esserne prigioniero, allo stesso modo che lo erano le guardie e i ladri.

Non mi è stato rinnovato l’incarico, e un paio di anni dopo è entrata in vigore la riforma carceraria, e il sistema è stato rivoltato come un calzino. Venti anni dopo sono tornato in carcere, da volontario, per un progetto culturale nella sezione giudiziaria di Rebibbia. E lì era tutto diverso; tutto tranne quel particolare odore e quella particolare luce. Identici a quelli di un tempo, anche se il carcere è stato appena costruito, anche se le celle sono completamente diverse, e diverso l’igiene, e il cibo, e le persone. E uguale permane la sensazione che un carcere resti un regno indipendente e sovrano, con il suo re e il primo ministro ecc, ecc.

Regni riformati, che hanno l’opportunità di essere benigni e giusti, ma anche quella di non esserlo. Così che, volendo, si può picchiare a sangue un detenuto, ammazzarlo o lasciare che si ammazzi. Volendo, si può fare di un carcere una comunità modello, o un inferno, perché, riforma o non riforma, qualunque legge dell’universo o dello Stato cessa il suo effettivo vigore oltre l’ultimo cancello, l’ultimo giro di chiave. E questo, alla fine, importa solo a quelli che restano chiusi dentro, guardie o ladri che siano.

da www.ilsecoloxix.ilsole24ore.com